Alexandre Dumas.
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Il Conte di Montecristo.
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1850. Francesco Rossi Editore, NAPOLI.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Barbara Magni e Claudio Paganelli per www.liberliber.it
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Parte 3.
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Capitolo 72. LA PROMESSA.
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Era in fatto Morrel che dalla sera innanzi non viveva pi: con quell'istinto particolare agli amanti, ed alle madri, aveva indovinato, che in seguito di questo ritorno della signora di Saint-Mran, e della morte del marchese, succedeva qualche cosa in casa di Villefort che interessava il suo amore per Valentina.
Come si vedr, i suoi presentimenti si erano avverati; non era pi una semplice inquietudine quella che lo conduceva cos sconvolto e tremante al cancello dei marroni.
Ma Valentina non era prevenuta dell'aspettativa di Morrel, questa non era l'ora in cui ordinariamente vedevansi, e fu un puro caso, o se si vuol meglio, una fortunata simpatia che la condusse al giardino. Quando ella comparve, Morrel la chiam: ella accorse al cancello.
Voi a quest'ora? diss'ella.
S, vengo a cercare ed a portare cattive notizie.
 dunque la casa dell'infortunio? parlate, ma in verit, la somma dei dolori  gi sufficiente.
Cara Valentina, ascoltatemi bene, perch tutto ci che sono per dirvi  solenne. A qual epoca contano di maritarvi?
Ascoltate, nulla voglio nascondervi, Massimiliano. Questa mattina han parlato del mio matrimonio, e mia nonna, sulla quale aveva calcolato come sopra un appoggio che non ci sarebbe mancato, non solo si  dichiarata pel matrimonio, ma lo desidera ancora a tal punto, che la sola lontananza del signor Franz, lo ritarda, e che la dimane del suo arrivo il contratto sar firmato. Un penoso sospiro usc dal petto del giovine, che guard lungamente e tristamente la sua diletta. Ah! rispose egli a voce bassa,  spaventoso il sentir dire tranquillamente dalla donna che si ama; il momento del nostro supplizio  fissato; fra poche ore avr luogo. Ma non importa, bisogna che la cosa sia cos, e dal canto mio non vi apporr alcuna opposizione. Ebbene! poich non si aspetta che l'arrivo del signor d'pinay per sottoscrivere il contratto, e che voi sarete sua la dimane del suo arrivo, domani voi apparterrete a lui, perch egli  giunto a Parigi questa mattina. Valentina mand un grido. Io era dal conte di Monte-Cristo, sar un'ora, disse Morrel; noi parlavamo, egli del dolore della vostra casa, ed io del dolore vostro, quando d'improvviso si sente scorrere una carrozza nel cortile. Ascoltate! fino allora io non credeva ai presentimenti, ma or bisogna ben che io vi creda: al rumore di quella carrozza sono stato investito da un fremito in tutto il corpo: ben presto intesi dei passi sulla scala. Finalmente si apre la porta, Alberto de Morcerf entra pel primo, stavo per dubitare di me stesso, stavo per credere d'essermi ingannato, quando dietro a lui s'avanza un altro giovine, ed il conte esclama:
Ah! signor barone Franz d'pinay!
Quant'ho di forza e di coraggio io lo raccolsi per contenermi. Forse impallidii, forse tremai, ma a colpo sicuro sono rimasto col sorriso sulle labbra; cinque minuti dopo sono uscito senza avere inteso una parola di ci che fu detto in quei cinque minuti; ero annientato.
Povero Massimiliano! mormor Valentina.
Osservatemi, Valentina. Vediamo, rispondetemi come ad un uomo al quale la vostra risposta deve dare la vita o la morte: che contate di fare? Valentina abbass la testa; ella era oppressa. Ascoltate, disse Morrel, non  la prima volta che voi pensate alla situazione a cui siamo giunti: essa  grave,  pressante,  suprema; non credo che questo sia il momento di abbandonarsi ad uno sterile dolore: ci  buono per quelli che vogliono soffrire a loro agio, e vi sono di queste persone; ma chiunque si sente la volont di lottare, non perde un tempo prezioso, e rimbalza immediatamente alla fortuna il colpo con cui fu colpito. Avete volont di lottare contro l'avversa sorte, dite, Valentina? Questo  quanto vi domando.
Valentina fremette, e guard Morrel con occhi spaventati. L'idea di resistere a suo padre, a sua nonna, in fine a tutta la famiglia, non le era ancor venuta.
Che dite, Massimiliano? e qual cosa chiamate una lotta? dite piuttosto un sacrilegio. Che? io lottare contro l'ordine di mio padre, contro il desiderio della mia ava moribonda? questo  impossibile. (Morrel fece un movimento.) Voi avete un cuore troppo nobile per non potere fare a meno di comprendermi, e mi comprendete tanto bene, che vi ho ridotto al silenzio. Lottare io! Dio me ne salvi! No, no, riserbo tutta la mia forza per lottare contro me stessa, e per bere le mie lagrime, come voi dite; in quanto ad affliggere mio padre, in quanto al turbare gli ultimi momenti di mia nonna, giammai!
Avete ragione, disse flemmaticamente Morrel.
In qual modo me lo dite, grid Valentina offesa.
Vi dico ci, come un uomo che vi ammira, madamigella!
Madamigella, grid Valentina: oh egoista! egli mi vede alla disperazione, e finge di non capirmi.
V'ingannate, anzi vi capisco perfettamente. Voi non volete contrariare il signor de Villefort, non volete disobbedire alla marchesa, e domani sottoscriverete il contratto che deve unirvi a vostro marito.
Ma, mio Dio! posso fare altrimenti?
Non bisogna appellarsene a me, perch sono un cattivo giudice in questa causa, ed il mio egoismo mi accecher.
Che mi avreste dunque proposto, Morrel, se mi aveste ritrovata disposta ad accettare la vostra proposizione? sentiamo, rispondete, non si tratta di dire fate male, si tratta di dare un consiglio.
Mi dite ci seriamente, Valentina? e devo io darvi questo consiglio, dite?
Certamente, caro Massimiliano, perch se  buono, io lo seguir: sapete bene che mi sono interamente data alle mie affezioni.
Valentina, disse Morrel compiendo di staccare un'asse di gi sconnessa; ho la testa sconvolta, vedete bene, da un'ora le idee pi insensate hanno percorso una per volta nel mio spirito. Oh! nel caso che rifiutaste il mio consiglio...
Ebbene! questo consiglio?
Eccolo, Valentina.
La giovane alz gli occhi al cielo e mand un sospiro.
Io son libero, riprese Massimiliano, sono abbastanza ricco per noi due, sarete mia moglie.
Voi mi fate tremare, disse la giovinetta.
Seguitemi, continu Morrel, vi condurr da mia sorella che  degna d'essere ancora vostra sorella; c'imbarcheremo per Algeri, per l'Inghilterra, o per l'America; se non preferite che ci ritiriamo insieme in qualche provincia, ove aspetteremo che qualche amico abbia vinta la resistenza della vostra famiglia.
Valentina scosse la testa:
Io me lo aspettava, Massimiliano, diss'ella: questo  un consiglio insensato, e sarei ancor pi insensata di voi, se non vi fermassi con queste sole parole: impossibile Morrel, impossibile.
Soffrirete dunque la vostra sorte tal quale si presenta, senza neppur tentare di combatterla?
S, dovessi ancora morire!
Ebbene! Valentina, vi ripeter di nuovo che avete ragione; infatto io sono un pazzo, e voi mi provate che la passione acceca gli spiriti pi giusti. Grazie, dunque, a voi che ragionate senza passione. Sia dunque cos:  cosa intesa; domani sarete irrevocabilmente promessa al signor d'pinay, non gi con quella formalit teatrale che fu immaginata per sciogliere gl'interessi delle commedie, e che si chiama la sottoscrizione del contratto; ma per vostra propria volont.
Anche una volta mi ponete alla disperazione, Morrel, disse Valentina; e ricacciate il pugnale nella ferita! Che fareste, dite, se vostra sorella ascoltasse un consiglio come quello che mi date?
Madamigella, rispose Morrel con un amaro sorriso, sono un egoista, e nella mia qualit d'egoista, non penso a quel che farebbero gli altri nella mia posizione, ma a quel che conto di fare io. Penso che vi conosco da un anno; che ho riposto, dal giorno in cui vi conobbi, tutte le possibilit di felicit nel vostro amore: che venne un giorno in cui mi diceste che mi amavate, che da quel giorno fissai le sorti del mio avvenire sul vostro possesso, giacch il possedervi era la mia vita. Or non penso pi a niente, dico solo a me stesso che le eventualit si sono voltate, che credei aver guadagnata la felicit, e l'ho invece perduta. Ci accade sempre al giuocatore che perde non solo quel che aveva, ma pur quello che non aveva.
Morrel pronunci queste parole colla pi perfetta calma; Valentina lo guard coi suoi grandi occhi scrutatori, e cercando di non lasciar penetrare quelli di Morrel fino al subbuglio che gi si agitava nel fondo del suo cuore:
Ma infine, che farete?
Ho l'onore di dirvi addio, madamigella, chiamando in testimonio Iddio, che sente le mie parole, e legge nel fondo del mio cuore, che vi desidero una vita molto pacifica e felice, e tanto ripiena di contentezza, che non vi rimanga neppur posto per la mia memoria; addio, Valentina, addio! disse Morrel inchinandosi.
Dove andate? grid, allungando la mano a traverso il cancello, ed afferrando Massimiliano per l'abito, la giovinetta che comprendeva dall'interna sua agitazione che la calma del suo amante non poteva essere reale; dove andate?
Vado ad occuparmi di non arrecare un nuovo dispiacere alla vostra famiglia, e dare un esempio che potranno seguire tutte le oneste persone che si troveranno nella mia posizione.
Prima di lasciarmi ditemi ci che volete fare.
Il giovine sorrise con tristezza.
Oh! parlate! parlate! disse Valentina, ve ne prego!
La vostra risoluzione si  forse cambiata, Valentina?
Non pu cambiarsi, infelice! voi ben lo sapete!
Allora, addio, Valentina!
Questa scosse il cancello con una forza di cui non si sarebbe creduta capace, e siccome Morrel si allontanava, pass le due mani attraverso le sbarre, e congiungendole contorcendosi le braccia:
Che andate a fare? voglio saperlo! dove andate?
Oh! siate tranquilla, disse Massimiliano fermandosi a tre passi dalla porta; la mia intenzione non  di rendere un altro uomo garante dei rigori che la sorte riserba a me solo. Un altro minaccerebbe di andare a trovare Franz, provocarlo, e battersi con lui; tutto ci sarebbe da insensato. Che ha che fare il signor Franz con tutto ci? egli mi ha veduto questa mattina per la prima volta, ha gi dimenticato di avermi veduto; non sapeva neppure che io esistessi quando furono fatte le convenzioni fra le vostre due famiglie, per mezzo delle quali fu risoluto che voi due sareste stati l'una dell'altro: non ho dunque che fare col signor Franz, e, ve lo giuro, non me la prender con lui.
Ma con chi ve la prenderete? con me?
Con voi, Valentina? oh! Dio me ne guardi! la donna  sacra!
Con voi stesso allora: disgraziato, con voi stesso.
Sono io il colpevole, n' vero? disse Morrel.
Massimiliano, disse Valentina, venite qui, lo voglio.
Massimiliano si avvicin col suo dolce sorriso, e se non fosse stato il pallore del viso, sarebbesi detto che era nel suo stato ordinario. Ascoltatemi, mia adorata Valentina, le persone come noi che non hanno mai avuto un pensiero di cui abbiano ad arrossire davanti al mondo, davanti i parenti, e a Dio, possono leggere nel cuore l'uno dell'altro a libro aperto. Io non ho mai fatto il romantico, non sono un eroe malinconico, non rappresento n un Manfredi, n un Antony; ma senza parole, senza proteste, senza giuramenti, ho messa la mia vita in voi, voi mi venite meno, ed avete ragione di far cos, ve l'ho detto, ve lo ripeto; ma finalmente mi venite meno, e la mia vita  perduta. Dal momento che vi allontanate da me, Valentina, io resto solo nel mondo. Mia sorella  felice con suo marito, riprese dopo breve pausa Massimiliano, suo marito non  che un mio cognato, vale a dire un uomo che le convenzioni sociali soltanto uniscono a me; nessuno dunque sulla terra ha bisogno della mia esistenza divenuta inutile. Ecco ci che io far: aspetter fino all'ultimo, che voi siate maritata, perch non voglio perdere l'ombra di una delle inattese combinazioni che qualche volta ci riserba il destino, perch finalmente di qui a l Franz d'pinay pu morire; al momento in cui voi vi avvicinate a lui il fulmine pu cadere sull'altare: tutto sembra credibile al condannato a morte, per lui tutto  possibile; invoca, aspetta anche un miracolo per lui solo, da che si tratta della salvezza della sua vita. Io dunque aspetter fino all'ultimo momento, e quando la mia infelicit sar certa, senza rimedio, senza speranze, scriver una lettera di confidenza a mio cognato, un'altra lettera al prefetto di polizia per dar loro avviso del mio disegno, e nell'angolo di un qualche bosco, sulle rive di qualche fosso, sulle sponde di qualche fiume, mi far saltare le cervella, tanto vero, quanto che son il figlio del pi onesto uomo che abbia vissuto in Francia.
Un tremito convulso agit le membra di Valentina, ella lasci il cancello che teneva con ambe le mani, le braccia ricaddero abbandonate, e due grosse lagrime gli scorsero sulle guance.
Il giovine rimase davanti a lei tetro e risoluto.
Oh! per piet, diss'ella, vivrete n' vero?
No, sul mio onore, disse Massimiliano. Ma che importa a voi? avrete fatto il vostro dovere, e vi rimarr la vostra coscienza.
Valentina cadde in ginocchio comprimendosi il cuore, che si rompeva:
Massimiliano, diss'ella, amico mio, mio fratello sulla terra, mio sposo nel cielo, te ne prego, fa come faccio io, vivi e soffri, un giorno forse saremo riuniti.
Addio, Valentina, riprese Morrel.
Mio Dio, disse Valentina alzando le mani al cielo con una sublime espressione, voi lo vedete, ho fatto tutto ci che ho potuto per restare una figlia sottomessa; ho pregato, supplicato, implorato; egli non ha ascoltato le mie preghiere, le mie suppliche, le mie lagrime. Ebbene, continu ella asciugando le lagrime, e riprendendo la sua fermezza, ebbene! non voglio morire di rimorsi, amo piuttosto morire di vergogna: vivrete, Massimiliano, ed io non sar di alcuno, fuorch di voi.
Morrel che aveva gi fatto nuovamente qualche passo per allontanarsi, era ritornato di nuovo, pallido di gioia, col cuore commosso, tenendo a traverso il cancello, nelle sue mani quelle di Valentina.
Valentina, diss'egli, amica cara, non  cos che bisogna parlarmi, altrimenti bisogna lasciarmi morire. Perch dovr ottenervi dalla violenza, se mi amate come vi amo? mi sforzate a vivere per umanit? ecco tutto, in questo caso, amo piuttosto morire.
Infatto, mormor Valentina, chi  che mi ama in questo mondo? lui. Chi mi ha consolato in tutti i miei dolori? lui. Su chi riposano le mie speranze? su chi si ferma la mia vista sconvolta? su chi riposa il mio cuore stillante sangue? su lui, lui, sempre lui. Ebbene tu hai ragione a tua volta; Massimiliano, ti seguir; abbandoner la casa paterna, tutto! oh! ingrata che sono, grid Valentina singhiozzando, tutto, anche il mio buon nonno che dimenticava!
No, disse Massimiliano, non lo lascerai. Non mi dicesti che il signor Noirtier sembr provare qualche simpatia per me? ebbene! prima di fuggire gli dirai tutto, ti farai un'egida davanti a Dio del suo consenso; poi subito dopo maritati egli verr con noi, ed invece di uno avr due nipoti. Tu mi hai detto come ti parla, e come tu gli rispondi; imparer ben presto questa lingua commovente di segni; va Valentina. Oh! te lo giuro, invece della disperazione che ci aspetta, ti prometto la felicit.
Oh! guarda, Massimiliano, guarda qual  la tua possanza su di me, tu mi fai quasi credere quanto mi dici, e pure ci che mi dici  insensato; perch mio padre mi maledir; perch lo conosco, egli ha il cuore insensibile, non mi perdoner mai. Pure, ascoltami, Massimiliano, se per artefizio, per preghiera, per accidente, che so io, se finalmente con qualche mezzo qualunque posso ritardare il matrimonio, mi aspetterai, n' vero?
S, lo giuro come mi giurate che questo spaventoso matrimonio non si far mai, e che quand'anche vi trascinassero davanti al magistrato, o davanti al prete, direte sempre di no.
Te lo giuro, Massimiliano, per tutto ci che v' di pi sacro al mondo, per mia madre.
Allora aspettiamo, disse Morrel.
S, aspettiamo, riprese Valentina che respirava a questa parola, vi sono tante combinazioni che possono salvare due infelici come noi.
Mi fido a voi, Valentina, disse Morrel, tuttocci che farete sar ben fatto; soltanto se non si ascoltano le vostre preghiere, se vostro padre, se la signora di Saint-Mran, esigono che il signor d'pinay sia chiamato domani a firmare il contratto....
Allora avete la mia parola, Morrel.
Invece di firmare...
Vengo a raggiungervi, e fuggiremo; ma di qui a l, non tentiamo Iddio; Morrel, non ci vediamo pi;  un miracolo,  una provvidenza, che non siamo stati ancor sorpresi; se lo fossimo, se si sapesse come ci vediamo, non avremmo pi alcun espediente.
Avete ragione, Valentina; ma come sapere...
Dal notaio, il signor Deschamps, e da me stessa, vi scriver.
Bene! grazie! adorata Valentina, riprese Massimiliano.
Sia cos, disse Valentina, io pure vi dir, tutto ci che farete sar ben fatto; ebbene siete contento di vostra moglie? disse tristamente la giovinetta.
Mia adorata Valentina,  ben poco il dir di s.
Ditelo sempre. A rivederci disse Valentina, togliendosi con uno sforzo dalla sua felicit: a rivederci.
Io dunque avr una vostra lettera?
S.
Grazie mia cara sposa, a rivederci.
Valentina fugg sotto i tigli.
Morrel ascolt gli ultimi rumori della sua veste fluttuante contro i cespugli, e dei piedi che facevano scricchiolare la sabbia, alz gli occhi al cielo con un ineffabile sorriso, per ringraziarlo perch permetteva che fosse amato in tal guisa, e anch'egli disparve.
Il giovine rientr in casa sua, ed aspett durante tutto il resto della sera, ed il d seguente senza nulla ricevere.
Finalmente il secondo giorno verso le dieci del mattino, mentre stava per andare da Deschamps, ricev dalla posta un bigliettino, che riconobbe essere di Valentina, quantunque non avesse mai veduto il suo scritto.
Esso era concepito in questi termini;
Lagrime, suppliche, preghiere, nulla hanno ottenuto. Ieri per due ore sono stata nella chiesa di San Filippo di Roule e per due ore ho pregato Dio dal fondo della mia anima; Dio non ha voluto esaudirmi, e le soscrizioni del contratto sono fissate per questa sera alle nove. Non ho che una parola sola come non ho che un sol cuore, Morrel, questa parola  impegnata con voi, questo cuore  vostro.
Vostra Sposa
Valentina de Villefort.
P. S. La mia povera nonna, va di male in peggio: ieri sera la sua esaltazione  giunta al delirio, oggi il suo delirio  quasi una pazzia: mi amerete, per farmi dimenticare che l'avr abbandonata in questo stato? Credo che nascondano a mio nonno Noirtier che la sottoscrizione del contratto deve aver luogo questa sera.
Morrel non si limit alle informazioni che gli dava Valentina: and dal notaro, che gli conferm la notizia che la sottoscrizione del contratto era fissata per le nove della sera.
Indi pass da Monte-Cristo; e l ne seppe di pi: Franz era venuto ad annunziargli questa solennit; dal suo canto la signora de Villefort aveva scritto un biglietto al conte, per pregarlo di scusarla se non lo invitava; ma la morte del signor di Saint-Mran, e lo stato in cui si trovava la vedova, stendevano sopra questa riunione un velo di tristezza, di cui non voleva offuscare la fronte del conte, cui ella desiderava ogni sorta di felicit.
La sera innanzi Franz era stato presentato alla signora di Saint-Mran, che aveva lasciato il letto per questa cerimonia, ma che lo raggiunse subito dopo.
Morrel,  cosa facile a comprendersi, era in uno stato di agitazione che non poteva sfuggire ad un occhio tanto penetrante, quanto quello del conte; per cui Monte-Cristo fu per lui pi affettuoso che mai; tanto affettuoso che due o tre volte Massimiliano fu sul punto di confessargli tutto: ma si ricord la formale promessa data a Valentina, ed il segreto rimase sepolto nel fondo del suo cuore.
Lesse, e rilesse venti volte nel corso della giornata la lettera di Valentina.
Era la prima volta ch'ella gli scriveva, ed in quale occasione! ciascuna volta che rileggeva questa lettera, rinnovava a s stesso il giuramento di render felice Valentina, e pensava con una inesprimibile agitazione a quel momento in cui Valentina giugnerebbe.
A quando a quando dei fremiti scorrevano per tutto il corpo di Morrel.
Ma quando trascorse il mezzogiorno, quando Morrel sent avvicinarsi l'ora, prov il bisogno di restar solo; il sangue bolliva; le semplici domande, la sola voce di un amico l'avrebbero irritato: si rinchiuse in casa sua, prov di leggere; ma lo sguardo strisci sulle pagine senza nulla capire e fin col gettare il libro, per ritornare a meditare per la decima volta il disegno: le scale, il recinto. Finalmente l'ora si avvicin.
Giammai un uomo veramente innamorato ha lasciato fare all'orologio il suo pacifico cammino.
Morrel torment tanto il suo che fin col segnare le otto e mezzo, quando non erano ancora le sei.
Allora disse a s stesso, che era giunta l'ora di partire, che le nove erano effettivamente l'ora della sottoscrizione del contratto, ma che, secondo ogni probabilit, Valentina non aspetterebbe questa inutile sottoscrizione; per conseguenza, Morrel, dopo essere partito dalla strada Meslay alle otto e mezzo del suo orologio, entr nel recinto quando le otto suonavano a San Filippo di Roule. Poco a poco cadde il giorno.
Allora Morrel usc dal nascondiglio, e col cuore palpitante venne a guardare alle fenditure del cancello; non v'era ancora alcuno.
Suonarono le otto e mezzo.
Una mezz'ora pass nell'aspettare; Morrel passeggiava in lungo ed in largo, quindi, ad intervalli sempre pi vicini, veniva ad applicare l'occhio alle assi.
Il giardino si oscurava sempre pi, ma nella oscurit cercava invano la veste bianca, nel silenzio ascoltava inutilmente il romore dei passi.
La casa, che si scuopriva attraverso il fogliame restava tetra, e non presentava alcuno dei caratteri di una casa che si apre per un avvenimento tanto importante, quanto lo  la sottoscrizione di un contratto di matrimonio.
Morrel consult l'orologio che suon le nove e tre quarti, ma quasi subito dopo lo stesso suono dell'orologio gi inteso due o tre volte ratific l'errore della sua ripetizione e suon le nove e mezzo.
Era gi mezz'ora di aspettativa di pi di quel che aveva fissato la stessa Valentina: ella aveva detto le nove, anzi piuttosto prima che dopo.
Questo fu il momento pi terribile pel cuore del giovine, sul quale ciascun secondo cadeva come un martello di piombo. Il pi debole rumore di foglie, il pi piccolo soffio di vento chiamava la sua attenzione, e faceva spuntare il suo freddo sudore; allora, tutto tremante, accomodava la scala, e, per non perder tempo, metteva il piede sul primo scalino. In mezzo a queste alternative di timore e di speranze, in mezzo a questi stringimenti di cuore, suonarono le dieci all'orologio della chiesa.
Oh! mormor Massimiliano con terrore,  impossibile che la sottoscrizione di un contratto duri cos lungamente, a meno che avvenimenti imprevisti non sian sopraggiunti, ho misurato tutte le possibilit, calcolato il tempo di durata di tutte le formalit,  dunque accaduta qualche cosa.
Ed allora un poco passeggiava davanti al cancello, un poco veniva ad appoggiare la fronte bruciante sul gelido ferro. Valentina sarebbe forse svenuta dopo il contratto? o sarebbe forse stata fermata mentre fuggiva? Erano le due sole ipotesi alle quali poteva fermarsi il giovine, entrambe disperanti. L'idea sulla quale si ferm, fu che a met della fuga stessa fosse venuta meno la forza a Valentina, e che fosse caduta svenuta in mezzo a qualche viale.
Oh! se fosse cos, grid egli slanciandosi alla sommit della scala, la perderei, e per mia colpa!
Il demone che gli aveva soffiato questo pensiero non lo lasci pi, e ronz al suo orecchio con quella perseveranza che fa s che alcuni dubbi, in capo a pochi momenti, per la forza del ragionamento, diventino convinzioni. Gli occhi che cercavano di fendere la crescente oscurit, credevano di veder sotto l'ombroso viale un oggetto steso; Morrel arrischi perfino a chiamare, e gli sembr che il vento portasse fino a lui un lamento inarticolato.
Finalmente batt ancora la mezz'ora: era impossibile di poter pazientare pi lungamente, tutto era supponibile; le tempia di Massimiliano battevano con forza, cavalc il muro, e salt dall'altra parte. Egli era nella propriet di Villefort, vi penetrava per mezzo d'una scalata; pens allora alle conseguenze che poteva avere una simile azione; ma non era arrivato tant'oltre per ritornare addietro.
Per qualche tratto and rasente il muro, e, traversando il viale con un salto, si slanci nel fondo degli alberi.
In un momento fu all'estremit di questo boschetto.
Dal punto in cui era giunto, si poteva scorgere la casa.
Allora si assicur di una cosa ch'egli aveva gi potuto sospettare: e fu che invece dei lumi che si credeva di veder risplendere a ciascuna finestra, com' naturale nei giorni di cerimonia, non vide altro che una massa grigia e velata ancora da un grande strato d'ombra, che proiettava un'immensa nube distesa avanti la luna. Un lume scorreva a quando a quando come perduto, e passava davanti a tre finestre del primo piano. Queste erano quelle dell'appartamento della signora di Saint-Mran. Un altro lume restava immobile dietro un tendinaggio rosso: ch'era quello della camera della signora de Villefort. Morrel indovin tutto questo. Tante erano le volte, che per seguire Valentina col pensiero in tutte le ore del giorno, ch'egli si era fatto descrivere il piano di questa casa, che conosceva senza aver veduta.
Il giovine fu ancora pi spaventato da questa oscurit e da questo silenzio, di quel che lo fosse stato per l'assenza di Valentina. Perduto, folle per dolore, risoluto a cimentar tutto per rivedere Valentina, ed assicurarsi dell'infortunio che presentiva, qualunque fosse, Morrel arriv all'orlo del boschetto, e s'apparecchiava a traversare il praticello di fiori quanto pi poteva sollecitamente, del tutto allo scoperto, quando giunse fino a lui il suono di voci assai lontane, ma che il vento gli portava.
A questo rumore fece un passo addietro, di gi uscito a mezzo dalle foglie, si cel compiutamente, e rest immobile e muto ravvolto nella oscurit. La sua risoluzione era presa; s'era Valentina sola, egli l'avvertirebbe con una parola al passaggio di lei: se Valentina era accompagnata, almeno la vedrebbe, e si assicurerebbe che non le era accaduta alcuna disgrazia: se fossero estranei afferrerebbe qualche parola della loro conversazione e giungerebbe a comprendere un mistero fino allora per lui inesplicabile.
La luna usc dalle nubi che la nascondevano, e sulla porta della scalinata Morrel vide comparire il signor de Villefort in compagnia di un uomo vestito di nero. Essi scesero gli scalini, e s'inoltrarono nel boschetto. Non avevano ancora fatti quattro passi, che in quest'uomo vestito di nero Morrel aveva riconosciuto il dottore d'Avrigny.
Il giovine, vedendoli venire alla sua volta, indietreggi macchinalmente in faccia a loro, fino a che urt nel tronco di un albero che formava il centro del boschetto; l fu costretto di fermarsi. Ben presto la sabbia cess di stridere sotto i piedi de' due passeggiatori. Ah! caro dottore, disse il procuratore del Re, ecco che il cielo si dichiara avverso alla mia casa. Qual morte orribile! qual colpo di fulmine! Non cercate di consolarmi; ahim! non vi sono consolazioni per simili disgrazie, la piaga  troppo viva e troppo profonda; morta! morta!
Un sudor freddo fece agghiacciare la fronte del giovine, e battere i denti. Chi dunque era morta in questa casa, che lo stesso Villefort diceva maledetta?
Mio caro signor de Villefort, rispose il medico con un accento che raddoppi il terrore del giovine, non vi ho qui condotto per consolarvi, anzi tutto al contrario.
Che volete dire? domand il procurator del Re spaventato. Voglio dirvi, che dietro alla disgrazia che vi  accaduta, ve ne  un'altra fors'anche maggiore.
Oh! mio Dio! mormor Villefort giungendo le mani, che volete dirmi ancora? Siamo ben sicuri d'essere soli?
Oh! s, siamo soli. Ma che significano tutte queste cautele?
Significano ch'io ho una confidenza terribile a farvi, disse il dottore; sediamoci. Villefort cadde piuttosto che assidersi sopra un banco. Il dottore rimase in piedi davanti a lui, tenendogli una mano sopra una spalla. Morrel, agghiacciato dallo spavento, con una mano si reggeva la fronte, e coll'altra si teneva compresso il cuore per timore che si sentissero le sue pulsazioni: Morta! morta! ripet nel suo pensiero colla voce del suo cuore, ed egli stesso si sentiva morire.
Parlate, dottore, vi ascolto, disse Villefort; capite, sono preparato a tutto. La signora di Saint-Mran era avanzata in et, non vi  dubbio, ma godeva ancora di una eccellente salute.
Morrel per la prima volta respir dopo dieci minuti.
Il dolore l'ha uccisa; disse Villefort, s, il dispiacere, dottore! l'abitudine per 40 anni di vivere col marchese...
Non fu il dispiacere, caro Villefort, disse il dottore. I dispiaceri possono uccidere, quantunque i casi sian molto rari, ma non uccidono in un giorno, in un'ora, in dieci minuti. Villefort nulla rispose, soltanto alz la testa che fino allora aveva tenuta bassa, e guard il dottore con occhi atterriti. Eravate l, durante l'agonia? domand il dottore d'Avrigny.
Senza dubbio, rispose il procuratore del Re, mi diceste a bassa voce che non mi allontanassi.
Avete osservati i sintomi del male sotto cui ha dovuto soccombere la signora Saint-Mran?
Certamente; ella ha avuto tre assalti successivi, con qualche minuto di distanza gli uni dagli altri, e ciascuna volta eran fra loro vicini e pi forti. Quando siete giunto, gi da qualche minuto la signora di Saint-Mran era anelante; allora ebbe una crisi che io credetti un semplice assalto nervoso, e non ho cominciato a spaventarmi realmente che quando la vidi sollevare dal letto, coi membri ed il collo irrigiditi. Allora dal vostro viso compresi che la cosa era pi grave di quel che io credeva. Cessata la crisi, cercava i vostri occhi, ma essi non s'incontrarono coi miei. Voi tenevate fra le vostre dita il polso, ne contavate le pulsazioni, e comparve la seconda crisi, pi terribile della prima; gli stessi movimenti nervosi si riprodussero, e la bocca si contrasse, e divenne violetta. Alla terza ella spir. Io aveva gi riconosciuto il tetano fin dalla fine della prima crisi; voi mi confermaste in questa opinione.
S, alla presenza di tutti, disse il dottore; ma or siam soli. Che volete dirmi, mio Dio?
Che i sintomi del tetano e dell'avvelenamento colle sostanze vegetabili, sono assolutamente gli stessi. Villefort si rizz in piedi, poi, dopo un minuto d'immobilit e di silenzio, ricadde sul banco. Oh! mio Dio! dottore, pensate bene a quel che ora mi dite!
Morrel non sapeva se faceva un sogno, o vegliava.
Ascoltate, conosco l'importanza della mia dichiarazione, ed il carattere della persona cui la indirizzo.
Parlate all'amico o al magistrato? domand Villefort.
All'amico soltanto in questo momento; i rapporti fra i sintomi del tetano e quelli dell'avvelenamento colle sostanze vegetabili sono talmente identici, che se mi bisognasse firmare quant'io vi dico, vi dichiaro che esiterei. Per cui ve lo ripeto, non  al magistrato ch'io parlo, ma all'amico. Ebbene! dico all'amico; Nei tre quarti d'ora che ha durato, ho studiata l'agonia, le convulsioni, e la morte della signora di Saint-Mran; e nella mia convinzione, non solo ella  morta avvelenata, ma direi pure, qual veleno l'ha uccisa.
Signore! signore!
Tutto v'era, sonnolenza interrotta da crisi nervose, sopraeccitazione del cervello. La signora di Saint-Mran  morta per una dose violenta di brucnina o di stricnina che senza dubbio per caso, o forse per errore le  stata ministrata.
Villefort afferr la mano del dottore: Oh!  impossibile, diss'egli, sogno, mio Dio! sogno!  spaventoso il sentire simili cose da un uomo come voi! In nome del cielo, ve ne supplico, caro dottore, ditemi che potete esservi sbagliato.
Senza dubbio lo posso, ma... non lo credo.
Dottore, abbiate piet di me; da qualche giorno mi accadono cose tanto inaudite, che credo alla possibilit di diventar pazzo.
La signora di Saint-Mran  stata visitata da altro medico?
Da nessuno.  stata presa alla spezieria altra ricetta che non mi sia stata fatta vedere? Nessuna.
Aveva qualche nemico? Non le ne conosco alcuno.
V' qualcuno che abbia premura della sua morte?
Ma no, mio Dio! ma no, mia figlia ne  la sola ereditiera, Valentina sola... Oh! se mi potesse venire un simile pensiero, mi conficcherei da me stesso un pugnale nel cuore per punirlo di aver potuto per un sol momento fermarsi sopra un tal pensiero.
Oh! grid a sua volta d'Avrigny, caro amico, non piaccia a Dio che io accusi qualcuno; non parlo che di un accidente, di un errore, capite bene? ma accidente, o errore, il fatto  l che parla a bassa voce nella mia coscienza, la quale esige per che io ve ne parli ad alta voce. Pigliate le vostre informazioni.
A chi? come? di qual cosa?
Vediamo, Barrois il vecchio domestico si sarebbe sbagliato, e dato alla signora di Saint-Mran qualche bevanda preparata pel suo padrone? Per mio padre? S.
Ma come una bevanda preparata per il signor Noirtier pu avvelenare la signora di Saint-Mran?
Niente di pi semplice: sapete che in certe malattie i veleni divengono rimedi; la paralisi  una di queste malattie. Da circa tre mesi, per esempio, dopo aver tutto tentato per rendere il movimento della parola al signor Noirtier, ho risoluto tentare un ultimo mezzo; lo curo con la brucnina; cos nell'ultima bevanda che ho ordinata per lui, ve ne erano sei centigrammi; essi, senza azione sugli organi paralizzati del signor Noirtier, ed ai quali egli si  avvezzato, bastano per ammazzare qualunque altra persona.
Mio caro dottore, non vi  nessuna comunicazione fra l'appartamento del signor Noirtier, e quello della signora di Saint-Mran, e Barrois non  mai entrato nelle camere di mia suocera. Finalmente quantunque io vi conosca per l'uomo pi abile, e soprattutto pi coscienzioso del mondo, quantunque in tutt'altra congiuntura la vostra parola sia per me una fiaccola che guida al par della luce del sole, pure ho bisogno, ad onta di questa convinzione, di appoggiarmi su questo assioma, lo sbagliare  dell'uomo.
Ascoltate, Villefort, disse il dottore, conoscete uno dei miei confratelli nel quale possiate avere la stessa confidenza che in me?
Perch dite ci? a che volete venirne?
Chiamatelo, gli dir ci che ho veduto, ci che ho osservato, e poi faremo l'autopsia.
E troverete le tracce dell'avvelenamento?
No, niente del veleno, non ho detto questo, ma constateremo l'esasperazione del sistema, riconosceremo l'asfissia patente, incontestabile, e vi diremo caro Villefort: se per negligenza accadde una tal cosa, vegliate su i vostri servitori: se per odio, vegliate su i vostri nemici!
Oh! mio Dio! che mi proponete mai, d'Avrigny, rispose Villefort abbattuto; dal momento che vi sar un altro oltre voi nel segreto, vi vorr un processo, ed in casa mia  impossibile! Pertanto, se lo volete, se lo esigete assolutamente, lo far. Infatto, io forse dovr dar seguito a quest'affare; il mio carattere me lo comanda. Ma dottore, mi vedete di gi penetrato di tristezza: introdurre nella mia casa un s grande scandalo, dopo un s gran dolore! oh! mia moglie, e mia figlia ne morrebbero; dottore, lo sapete, un uomo non  stato procuratore del Re per venti anni senza essersi fatto buon numero di nemici; ed i miei son molti. Quest'affare scandaloso sar per essi un trionfo che li far esultare di gioia, e coprir me di vergogna, perdonatemi queste idee mondane. Se foste un egoista, non oserei parlarvi cos; ma siete un uomo, conoscete gli altri uomini; dottore, non mi avete detto niente, n' vero?
Mio caro signor de Villefort, rispose il dottore costernato, il mio primo dovere  la umanit; se avessi salvata la signora di Saint-Mran, se la scienza avesse avuto il potere di farlo; ma ella  morta, ed io devo me stesso ai vivi. Seppelliamo nel pi profondo dei nostri cuori questo terribile segreto: permetter, se gli occhi di qualcuno si aprono su ci, che sia imputato a mia ignoranza il silenzio che avr conservato. Per, signore, cercate sempre, ed operosamente, perch forse ci non si fermer qui... e quando avrete trovato il colpevole, se pur lo ritrovate, vi dir: voi viete magistrato, fate ci che volete!.
Oh! grazie, dottore! disse Villefort con indicibile gioia, non ho mai avuto amico miglior di voi. E quasi che avesse temuto che il dottore d'Avrigny non si pentisse di questa promessa, si alz, e trascin il dottore dalla parte della casa. Essi si allontanarono.
Morrel come se avesse avuto bisogno di respirare, mise fuori la testa dai tigli, e la luna illumin quel viso tanto pallido, che sarebbesi potuto prendere per un fantasma.
Dio mi protegge con un manifesto, ma terribile modo! diss'egli. Ma Valentina! povera amica! resister a tanti dolori? Dicendo queste parole guardava alternativamente la finestra con le tende rosse, e le tre finestre con le tende bianche. La luce era quasi compiutamente disparsa dalla finestra con le tende rosse. Senza dubbio la signora de Villefort aveva spento il suo lume, ed il solo lume da notte mandava qualche riflesso ai vetri. All'estremit del fabbricato, al contrario, vide aprirsi una delle tre finestre con le tende bianche. Una candela posta sul caminetto mand al di fuori qualche raggio della sua pallida luce, ed un'ombra venne per un momento ad appoggiarsi al balcone.
Morrel fremette; gli sembr avere inteso un singulto.
Non era meraviglioso che quest'anima ordinariamente tanto coraggiosa e forte, ora sconvolta ed esaltata dalle due pi forti passioni dell'uomo, l'amore e la paura, si fosse indebolita al punto da soffrire le allucinazioni superstiziose.
Quantunque fosse impossibile, nascosto come egli era, che l'occhio di Valentina lo distinguesse, pure gli parve di vedersi chiamato dall'ombra della finestra; il suo spirito sconvolto glielo diceva, il cuore ardente glielo ripeteva. Questo doppio errore divenne una realt irresistibile, e, per uno di quegli slanci incomprensibili della giovent, balz fuori del nascondiglio, e in due salti, col pericolo di essere veduto, di spaventare Valentina, di dare l'allarme, se alla giovinetta sfuggiva un qualche grido involontario, travers il prato, che la luna faceva largo e chiaro come un lago; e raggiunta la fila dei cassettoni degli aranci che si estendevano davanti alla casa, giunse ai gradini della scalinata, che sal rapidamente, e spinse la porta, che si apr senza alcuna resistenza davanti a lui. Valentina non lo aveva veduto, gli occhi innalzati al cielo seguivano una nube d'argento che strisciava l'azzurro, e la cui forma era quella di un'ombra che sale al cielo; il suo spirito poetico ed esaltato le diceva che quella era l'ombra di sua nonna. Frattanto Morrel aveva traversata l'anticamera e ritrovata la rampa della scala; i tappeti stesi sugli scalini tennero nascosto il romore dei suoi passi: d'altra parte Morrel era giunto a quel punto di esaltamento che non lo avrebbe spaventato la presenza stessa del signor de Villefort. Se questi si fosse presentato ai suoi occhi, la risoluzione era presa: gli si avvicinava, gli confessava tutto, pregandolo di scusare, ed approvare quest'amore che lo univa a sua figlia... Morrel era pazzo. Per fortuna non vide alcuno; particolarmente allora quella tal conoscenza che aveva imparato da Valentina sul piano interno della casa gli serv; giunse senza alcun incidente in alto alla scala, e come arrivato l, si orizzontava, un singhiozzo, di cui riconobbe l'espressione, gli indic il cammino che doveva prendere; si volt: una porta era socchiusa, e lasciava giungere a lui il riflesso di una lampada, ed il suono della voce che gemeva. Spinse questa porta ed entr. Nel fondo di una alcova, sotto un bianco drappo che ne ricopriva la testa, e designava la forma, giaceva la morta, pi spaventosa ancora agli occhi di Morrel dopo la rivelazione segreta di cui il caso lo avea fatto possessore. Di fianco al letto, in ginocchio, colla testa sepolta nei cuscini di una larga poltrona, Valentina tremante, e sollevata dai singhiozzi, stendeva al di sopra, della testa, che non si vedeva, ambo le mani giunte ed irrigidite: aveva lasciata la finestra aperta, e pregava ad alta voce con accenti che avrebber commosso il cuore pi insensibile; la parola le sfuggiva dalle labbra, rapida, incoerente, inintelligibile. La luna strisciando a traverso la apertura delle persiane, faceva impallidire la luce della lampada, e dava un fondo azzurro alle funebri tinte in questo quadro di desolazione.
Morrel non pot resistere a questo spettacolo; egli non era di una piet esemplare, non era facile alle impressioni; ma Valentina sofferente, piangente, e torcentesi le braccia, avanti ai suoi occhi era pi di quanto poteva sopportare in silenzio. Egli mand un sospiro, mormor un nome, e la testa bagnata dalle lagrime, ed impietrata sui velluti del seggio, si rialz, e rimase voltata verso di lui.
Valentina lo vide, e non manifest alcuna meraviglia. Non vi sono pi emozioni intermedie per un cuore gonfio di supremo dolore. Morrel le stese la mano, Valentina per tutta scusa del perch non era stata a ritrovarlo, gli mostr il cadavere che giaceva sotto il funebre drappo, e ricominci i singulti. N l'uno, n l'altra osavano parlarsi in questa camera. Ciascuno esitava a rompere quel silenzio che sembrava venisse raccomandato dalla morte ritta in piedi in un qualche angolo, col dito sulle labbra. Finalmente Valentina os parlare per la prima: Amico, diss'ella, come mai siete qui? Ahim! vi direi: siate il ben venuto se non fosse la morte che vi avesse aperta la porta di questa casa.
Valentina, disse Morrel con voce tremante, e con le mani giunte, io era l dalle otto e mezzo; non vi vedeva venire: fui preso dall'inquietudine, ho saltato il muro, son penetrato nel giardino; allora delle voci che si intrattenevano sul fatale accidente...
Quali voci? domand Valentina.
Morrel fremette perch tutta la conversazione del dottore e di Villefort gli ritornava al pensiero, ed a traverso del drappo, credeva veder quelle braccia contorte, quel collo irrigidito, quelle labbra violette: Le voci dei vostri domestici, diss'egli, mi hanno appreso tutto.
Ma venir fin qui,  lo stesso che perderci, amico mio, disse Valentina senza collera e senza spavento.
Perdonatemi, rispose Morrel col medesimo tuono, mi ritiro.
No, disse Valentina, sareste incontrato, restate.
Ma se qui venissero?... La giovane scosse la testa:
Nessuno verr, siate tranquillo, ecco la nostra salva guardia. E mostr la forma del cadavere modellata dal drappo che la copriva.
Ma che  accaduto del signor d'pinay?
Il signor Franz  venuto per soscrivere il contratto al momento in cui mia nonna rendeva l'ultimo sospiro: ma ci che raddoppia il mio dolore, si  che questa povera e cara avola, morendo, mi ordin che si compiesse il matrimonio il pi presto possibile.
Ascoltate! disse Morrel. I due giovani fecero silenzio.
S'intese una porta aprirsi, e dei passi fecero scricchiolare il piancito del corridoio ed i gradini della scala:
 mio padre che esce dal suo gabinetto, disse Valentina.
E che riconduce il dottore, soggiunse Morrel.
Come sapete che  il dottore? domand Valentina meravigliata. Lo presumo, disse Morrel. Valentina guard il giovine. Frattanto s'intese chiudere la porta di strada.
Il signor de Villefort and inoltre a dare un doppio giro di chiave a quella del giardino, indi risal le scale.
Giunto nell'anticamera si ferm un momento, come esitante se dovesse entrare nel suo appartamento, o nella camera della signora di Saint-Mran. Morrel si gett dietro una portiera. Valentina non fece alcun movimento: si sarebbe detto che il sommo dolore la poneva al di sopra degli ordinari timori. Ma de Villefort entr nelle sue stanze.
Ora, disse Valentina, non potete pi uscire n dalla porta del giardino, n da quella di strada.
Morrel la guard con meraviglia. Ora, diss'ella, non vi  pi che una uscita sicura e permessa, ed  quella dello appartamento del mio nonno. Ella si alz: Venite.
E dove? domand Massimiliano. Da mio nonno.
Io, dal signor Noirtier? S.
Pensateci bene, Valentina.
Vi penso, e da lungo tempo. Non ho pi che questo amico al mondo, ed entrambi abbiam bisogno di lui.
State attenta, Valentina, disse Morrel esitando a fare ci che gli ordinava la giovinetta, state attenta, la benda mi  caduta dagli occhi. Venendo qui, ho commesso un atto di pazzia. Avete voi stessa tutta la vostra ragione, cara amica.
S, disse Valentina, e non ho che uno scrupolo al mondo, quello di lasciar soli questi ultimi avanzi della mia povera nonna, che mi sono incaricata di vegliare.
Valentina, disse Morrel, la morte  sacra per s stessa.
S, rispose la giovinetta; d'altra parte sar per poco, venite. Valentina travers il corridoio, e discese una piccola scala che conduceva dal signor Noirtier. Morrel la seguiva in punta di piedi. Giunti sul piano dell'appartamento ritrovarono il vecchio domestico.
Barrois, disse Valentina, chiudete la porta, e non lasciate entrare nessuno.
Ella entr per la prima. Noirtier, ancora seduto al suo seggio, attento al pi piccolo rumore, istruito dal vecchio servitore di tutto ci che accadeva, fiss gli sguardi avidi all'entrata della camera; vide Valentina, ed il suo occhio brill. Vi era nel portamento, nell'attitudine della giovinetta qualche cosa di grave, e di solenne che sorprese il vegliardo: epper lo sguardo ch'era brillante divenne interrogatore. Caro padre, diss'ella a bassa voce, ascoltami bene: tu sai che la buona nonna Saint-Mran  morta sar un'ora, e che adesso, eccetto te, non ho pi alcuno che mi ami in questo mondo. Un'espressione d'infinita tenerezza pass sugli occhi del vecchio.  dunque a te solo, che io debbo confidar tutti i miei dispiaceri, e le mie speranze?
Il paralitico fece segno di s.
Valentina prese Massimiliano per la mano: Allora diss'ella, guarda bene questo signore.
Il vecchio fiss lo sguardo scrutatore, e leggermente maravigliato su Morrel. Questi  il signor Massimiliano Morrel, diss'ella, il figlio di quell'onesto negoziante di Marsiglia di cui tu avrai senza dubbio inteso parlare.
S, fece il vecchio.
 un nome irreprensibile che Massimiliano  in via di rendere glorioso, perch a trent'anni  capitano degli Spahis, ed ufficiale della legione d'onore.
Il vecchio fece segno che se ne ricordava.
Ebbene! buon pap, disse Valentina mettendosi in ginocchio e mostrando Massimiliano con una mano, io l'amo, e non sar mai d'altri che di lui! se mi sforzeranno di sposarne un altro, mi lascer morire, o mi uccider.
Gli occhi del paralitico esprimevano una folla di pensieri tumultuosi. Tu ami il signor Morrel, n' vero, buon pap? domand la giovinetta. S, fece il vecchio immobile.
E vuoi tu proteggerci, noi siamo i tuoi figli, contro la volont di mio padre?
Noirtier fiss lo sguardo intelligente su Morrel, quasi avesse voluto dire:
Per questo, vedremo.
Massimiliano cap: Madamigella, diss'egli, voi avete un sacro dovere da compiere nella camera di vostra nonna; volete permettermi di aver l'onore di parlare un momento col signor Noirtier?
S, s,  questo, fece l'occhio del vecchio; poi guard Valentina con inquietudine. Come far egli per intenderti, vuoi dire, buon nonno. S.
Oh! sta tranquillo; abbiamo tanto spesso parlato di te, che egli sa bene il modo di trattenersi teco.
Poi volgendosi a Morrel con un'adorabile sorriso, velato per da una profonda tristezza: Egli sa tutto quel che so io, diss'ella. Valentina si alz, avvicin una sedia per Morrel, raccomandando a Barrois di non lasciare entrare nessuno, e dopo avere teneramente abbracciato suo nonno, e detto addio tristamente a Morrel, part.
Allora Morrel per provare a Noirtier che egli aveva la confidenza di Valentina, e che conosceva tutti i loro segreti, prese il dizionario, la penna, e la carta, e pose il tutto sopra una tavola su cui stava il lume: Ma primieramente, disse Morrel, permettetemi, signore, di raccontarvi chi sono io, come amo madamigella Valentina, e quali sono le mie vedute sul conto di lei. Ascolto, fece Noirtier.
Era uno spettacolo imponente questo vecchio, inutile fardello in apparenza, diventato il solo protettore, il solo appoggio, il solo giudice dei due giovani amanti, belli, e robusti che entravano nella vita. La sua figura nobile ed austera imponeva a Morrel, che cominci il racconto tremando. Narr allora come aveva conosciuto, come aveva amato Valentina, e come questa nel suo isolamento, e nel suo infortunio, aveva accolta l'offerta della sua devozione. Gli disse qual era la sua nascita, la sua posizione, la sua fortuna; e pi d'una volta interrog lo sguardo del paralitico che gli rispondeva: Sta bene; continuate.
Ora, disse Morrel, quando ebbe finita questa prima parte del suo racconto, ora, che vi ho detto, signore, il mio amore, e le mie speranze, debbo dirvi i miei disegni?
S, fece il vecchio.
Ebbene! ecco ci che noi avevamo risoluto.
Allora raccont tutto a Noirtier, in qual modo un calessino aspettava nel recinto, come contava rapire Valentina, condurla da sua sorella, sposarla, e, in una rispettosa aspettativa, sperare il perdono dal signor de Villefort.
No, disse Noirtier.
No, rispose Morrel, non  cos, che si deve fare? No.
Questo disegno non ha il vostro assenso? No.
Ebbene! vi  un altro mezzo, disse Morrel.
Lo sguardo interrogatore del vecchio domand: quale?
Andr a ritrovare il signor Franz d'pinay; sono contento di potervi dir questo in assenza di madamigella di Villefort; mi condurr in modo di sforzarlo ad essere un galantuomo.
Lo sguardo di Noirtier continu ad interrogare.
Ci che far? S.
Eccolo: andr a trovarlo, gli racconter i legami che mi uniscono a madamigella Valentina; se gli  uomo delicato, prover la sua delicatezza rinunciando da s stesso alla mano della fidanzata, e la mia amicizia e devozione gli sono da questo momento devolute per sempre fino alla morte; se rifiuta, sia che l'interesse lo spinga, sia che un ridicolo orgoglio lo faccia persistere, dopo avergli provato che egli costringerebbe la mia sposa, che Valentina mi ama, e non pu amare altri che me, mi batterei con lui, dandogli tutti i vantaggi, o l'uccider, o egli uccider me; se l'uccido, non sposer Valentina, se mi uccide son ben sicuro che Valentina non lo sposer.
Noirtier considerava con un piacere indicibile questa nobile e sincera fisonomia, sulla quale si dipingevano tutti i sentimenti che la sua lingua esprimeva, aggiungendovi coll'espressione di un bel viso, tutto ci che il colorito aggiunge ad un disegno solido e vero. Frattanto quando Morrel ebbe finito di parlare, Noirtier chiuse gli occhi a pi riprese, che, come ben sappiamo, era il suo modo di esprimere no.
No? disse Morrel, voi dunque disapprovate ancora questo secondo disegno al pari del primo?
S lo disapprovo, accenn il vecchio.
Ma che fare allora, signore? domand Morrel. Le ultime parole della signora di Saint-Mran sono state che il matrimonio di sua nipote non si faccia aspettare; debbo lasciar compiere le cose? Noirtier rimase immobile.
Comprendo, disse Morrel, debbo aspettare. S.
Ma ogni ritardo pu perderci. Valentina  sola, senza forza; e sar costretta come un fanciullo. Entrato qui miracolosamente per saper ci che accade, ammesso miracolosamente alla vostra presenza, ragionevolmente non posso sperare che si rinnovino queste buone avventure. Credetemi, non vi  che l'una o l'altra delle due risoluzioni che vi propongo (perdonate questa mia vanit alla giovinezza) che sia buona; ditemi quale delle due preferireste: autorizzereste madamigella Valentina a confidarsi al mio onore? No.
Preferite che vada a ritrovare il signor d'pinay? No.
Ma da chi verr il soccorso che aspettiamo? dal caso?
No. Da voi? S.
Capite bene, ci che vi domando, scusate la mia insistenza, perch la mia vita sta nella vostra risposta; la nostra salute ci verr da voi? S.
Ne siete sicuro? S. Mel garantite? S.
E nello sguardo che dava questa affermativa vi era tal fermezza, da non dar luogo a dubitare della volont, se non della possanza. Oh! grazie, signore, mille volte grazie! ma in qual modo, a meno che un miracolo non vi renda la parola, il gesto, il movimento, in qual modo potrete, inchiodato in questo seggio, muto ed immobile, opporvi a questo matrimonio? Un sorriso rischiar il viso del vecchio...  un sorriso strano quello degli occhi sur un viso immobile!
Debbo dunque aspettare? domand il giovine. S.
Ma il contratto?... Ricomparve il medesimo sorriso.
Volete dirmi che non sar firmato? S, fece il vecchio. Il contratto dunque non sar firmato? grid Morrel. Oh! perdonatemi, signore! all'annunzio di una gran felicit,  ben permesso il dubitare.
No, disse il vecchio paralitico. Ad onta di questa assicurazione, Morrel esitava a credere. Questa promessa di un vecchio impotente era s strana che invece di provenire da una forza di volont, poteva emanare da un indebolimento di organi; non  naturale che l'insensato che ignora la sua follia, pretenda effettuare cose al di sopra del suo potere? il debole parla dei pesi che innalza, il timido dei giganti che affronta, il povero del tesoro che maneggia, il pi umile dei contadini, per causa del suo orgoglio, si chiama Giove.
Sia che Noirtier comprendesse l'irresolutezza del giovine, sia che non aggiustasse compiutamente fede alla docilit che aveva mostrato, lo guard fissamente. Che volete signore? domand Morrel, che vi rinnovi la promessa di nulla tentare?
La sguardo di Noirtier rimase fermo e stabile, come per dire che una promessa non bastava, indi pass dal viso alla mano.
Volete che giuri? domand Massimiliano.
S, fece il paralitico con la stessa solennit, lo voglio.
Morrel cap che il vecchio metteva grande importanza a questo giuramento. Egli stese la mano. Sul mio onore vi giuro di aspettare ci che avrete risoluto di fare contro del signor d'pinay.
Bene, fecero gli occhi del vecchio.
Ora, signore, ordinate che mi ritiri? S.
Senza rivedere madamigella? S.
Morrel fece un segno col quale indicava esser pronto ad obbedire: Permettete intanto, signore, che vostro figlio vi abbracci, come ha fatto or ora vostra figlia.
Non vi era da sbagliare nella espressione degli occhi di Noirtier. Il giovine pos sulla fronte del vecchio le sue labbra; indi lo salut una seconda volta, e part. Sul pianerottolo trov Barrois avvisato da Valentina, che lo guid nei giri di un corridoio oscuro, che conduceva per una piccola porta nel giardino. Giunto l, Morrel si port al cancello; arrampicandosi su di una spalliera di carpini, giunse ben presto alla sommit del muro, e per mezzo di una scala, in un secondo fu nel recinto messo a trifoglio, ove il suo calessino lo aspettava sempre. Vi mont ed abbattuto da tante emozioni, ma col cuore pi libero, verso mezzanotte rientr nella strada Meslay, si gett sul letto, e dorm come se fosse stato in una profonda ubbriachezza.
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Capitolo 73. LA TOMBA DELLA FAMIGLIA VILLEFORT.
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Due giorni dopo, una folla considerevole si trovava riunita, verso le sei del mattino, alla porta del signor de Villefort, ed erasi veduto inoltrare una lunga fila di carrozze di lutto, e di carrozze particolari, lungo tutto il sobborgo Sant'Onorato e la strada Ppinire. In mezzo ad esse ve n'era una di forma particolare, e che sembrava aver fatto un lungo viaggio. Era una specie di forgone tinto in nero, e che si era ritrovato tra i primi al convegno. Furono prese informazioni, e si seppe che, per una strana coincidenza, questa carrozza racchiudeva il corpo del signor di Saint-Mran, e che quelli ch'eran venuti per un sol convoglio, seguiterebbero due cadaveri. Il marchese di Saint-Mran, uno dei dignitarii pi zelanti e fedeli del re Luigi Diciottesimo, e del re Carlo Decimo, aveva conservato gran numero di amici, che uniti alle persone che le sociali convenienze mettevano in relazione con Villefort, formavano un seguito considerevole. Furon tosto prevenute tutte le autorit, e si ottenne che i due convogli sarebbero usciti nel medesimo tempo. Una seconda carrozza, addobbata con la stessa pompa mortuaria, fu condotta davanti alla porta del signor de Villefort, e la cassa trasportata dal forgone di posta fu messa sulla carrozza funebre. I due corpi dovevano essere seppelliti nel cimitero del Padre-Lachaise, ove da lungo tempo il signor de Villefort aveva fatto inalzare la tomba destinata alla sepoltura di tutta la sua famiglia, ed ove era gi stato deposto il corpo della povera Renata, che suo padre e sua madre venivano a raggiungere dopo dieci anni di separazione. Parigi, sempre curiosa, e commossa per le pompe funebri, vide con un religioso silenzio passare lo splendido corteggio che accompagnava alla loro ultima dimora due nomi di quella vecchia aristocrazia, i pi celebri per lo spirito di tradizione, per la sicurezza del commercio, e per l'ostinata devozione ai principi. Nella stessa carrozza da lutto Beauchamp, Debray, e Chteau-Renaud s'intrattenevano su queste morti quasi subitanee.
Ho veduto la signora di Saint-Mran l'anno scorso ancora in Marsiglia, diceva Chteau-Renaud; io ritornava dall'Algeria; era una persona destinata a vivere cent'anni, merc la sua perfetta salute, lo spirito sempre pronto, e la sua prodigiosa alacrit. Quanti anni aveva?
Sessantasei anni, rispose Alberto, almeno a quanto Franz mi ha assicurato. Ma non  l'et che l'ha uccisa,  il dispiacere che ha sofferto per la morte del marchese: sembra che dopo questa morte, che l'aveva violentemente colpita, non abbia ripresa compiutamente la ragione.
Ma in fine di che male  morta? domand Debray.
Di una congestione cerebrale, a quanto sembra, o di una apoplessia fulminante.
Non  forse la stessa cosa?
Presso a poco.
Di apoplessia dice Beauchamp,  difficile a credersi. La signora di Saint-Mran, che io pure ho veduta una o due volte in mia vita, era piccola, gracile di forme, e di costituzione molto pi nervosa che sanguigna; le apoplessie prodotte da dispiaceri son molto rare in un corpo di costituzione come quella della signora di Saint-Mran.
In ogni caso, disse Alberto, qualunque sia la malattia, o il medico che la uccise, ecco il signor de Villefort, o piuttosto madamigella Valentina, o meglio ancora il nostro amico Franz in possesso di una magnifica eredit; 80 mila lire di rendita, credo.
Eredit che sar quasi raddoppiata alla morte di quel vecchio giacobino di Noirtier.
Quello  un nonno tenace, disse Beauchamp; Tenacem propositi virum; egli ha promesso colla morte che avrebbe veduto seppellire tutti i suoi eredi. Sulla mia parola ci riuscir.  quello stesso vecchio della convenzione del '93 che diceva a Napoleone nel 1814:
Voi decadete perch il vostro impero  un giovine stelo affaticato pel soverchio crescere; prendete la repubblica per tutore, e ritorniamo con una buona costituzione sui campi di battaglia, e vi garantisco 500 mila soldati, un altro Marengo, ed un secondo Austerlitz. Le idee non muoiono, sire, qualche volta sonnacchiano, ma si risvegliano poi pi forti che prima di addormentarsi.
Sembra, disse Alberto, che per lui gli uomini siano come l'idee; ci che mi mette in pensiero, si  di sapere, cio, in qual modo Franz d'pinay si accomoder col vecchio nonno, e che non pu fare a meno della sposa di lui; ma, a proposito, Franz dov'?
Nella prima carrozza col signor de Villefort, che lo considera gi come uno di famiglia.
In ciascuna delle carrozze che formavano il corteggio funebre, la conversazione era presso a poco uguale; ognuno si meravigliava di queste due morti s rapide e s vicine, ma in nessuna si sospettava il terribile segreto, che il dottore d'Avrigny aveva svelato al signor de Villefort nella passeggiata notturna. In capo circa ad un'ora di cammino, giunsero al cimitero: era una giornata tranquilla, ma cupa, e per conseguenza in armonia colla funerea cerimonia che si compiva. Fra i gruppi che si dirigevano verso la tomba della famiglia, Chteau-Renaud riconobbe Morrel, venuto solo ed in cabriolet: egli passeggiava solo, pallidissimo e silenzioso sul piccolo sentiero costeggiato da bossi.
Voi qui? disse Chteau-Renaud passando il braccio sotto quello del capitano; conoscete il signor de Villefort? Come va che non vi ho mai incontrato in sua casa?
Non  il signor de Villefort che io conosco, ma la signora de Saint-Mran.
In questo momento Alberto li raggiunse con Franz.
Il luogo  scelto male per una presentazione, disse Alberto; ma non importa, non siamo superstiziosi. signor Morrel, permettetemi che vi presenti il signor Franz d'pinay, un eccellente compagno di viaggio col quale ho fatto il giro d'Italia. Mio caro Franz, il signor Massimiliano Morrel  un eccellente amico che ho acquistato nella tua assenza, e del quale tu sentirai spesso ricordarti il suo nome nella mia conversazione ogni qualvolta io dovr parlare di coraggio, di spirito e di amabilit.
Morrel ebbe un momento d'indecisione; egli chiese a s stesso se poteva dirsi un tratto di riprovevole ipocrisia il fare un saluto amichevole a quell'uomo ch'egli combatteva alla sordina: ma gli ritornavano al pensiero e la gravit della circostanza, ed il suo giuramento, si sforz dunque di non fare apparire niente sul suo viso, e salut Franz con qualche ritegno.
Madamigella de Villefort  molto afflitta, non  vero? disse Debray a Franz.
Oh! signore, rispose Franz, di un'afflizione inesprimibile; questa mattina era cos abbattuta che appena l'ho riconosciuta.
Queste parole in apparenza tanto semplici, lacerarono il cuore di Morrel. Costui aveva dunque veduta Valentina, le aveva parlato?
Fu allora che il giovine e fervido ufficiale ebbe bisogno di tutte le sue forze per resistere al desiderio di violare il suo giuramento.
Prese sotto il braccio Chteau-Renaud e lo trascin rapidamente verso la tomba, davanti la quale gli incaricati alle pompe funebri, avevano deposte le due casse.
Magnifica abitazione, disse Beauchamp dando uno sguardo al mausoleo, palazzo d'estate, e palazzo d'inverno. Verr pure la vostra volta di venirci ad abitare, caro d'pinay, perch sarete ben presto della famiglia. Io nella mia qualit di filosofo, voglio una piccola casa di campagna, una capanna laggi sotto gli alberi, e non voglio tanti macigni sul mio povero corpo. Morendo, dir a quelli che mi circonderanno ci che scriveva Voltaire a Piron: vado in campagna e tutto sar finito... Andiamo, per bacco! Franz, ci vuol coraggio, vostra moglie eredita.
Davvero, Beauchamp, disse Franz, vi siete fatto insopportabile. Gli affari politici vi hanno data l'abitudine di ridere di tutto, e gli uomini che maneggiano gli affari, l'abitudine di non credere a niente. Ma finalmente, quando avete la fortuna di trovarvi con uomini comuni, e la fortuna di lasciare per un momento la politica, cercate di riprendere il vostro cuore che voi lasciate nella stanza di deposito dei bastoni della Camera dei Deputati, o della Camera dei Pari.
Eh! mio Dio! che cosa  la vita? una fermata nell'anticamera della morte.
Io prendo Beauchamp in fallo, disse Alberto, e si ritir a quattro passi dietro Franz, lasciando Beauchamp continuare le sue dissertazioni filosofiche con Debray.
La tomba della famiglia di Villefort formava una specie di quadrato di pietre bianche dell'altezza di circa venti piedi; una interna separazione divideva i due compartimenti, la famiglia di Saint-Mran, e la famiglia Villefort, e ciascun compartimento aveva la sua porta d'entrata.
Non si vedevano, come nelle altre tombe, quegli ignobili tiratori soprapposti, dei quali una economica distribuzione racchiude i morti con iscrizione che rassomiglia ad una etichetta; tutto ci che si vedeva sulle prime era un'anticamera cupa e scura separata da un muro di vera tomba.
Era nel mezzo di questo muro che si aprivano le due porte di cui parlammo or ora, e che comunicavano alle sepolture Villefort, e Saint-Mran.
L potevansi esalare in libert i dolori senza che gli spensierati passeggiatori che fanno di una visita al cimitero una partita di campagna, o un appuntamento amoroso, venissero a disturbare col loro canto, colle loro grida, o colle loro corse, la muta contemplazione, o la preghiera bagnata di lagrime dell'abitante della tomba.
I due cadaveri furono portati nella tomba a diritta; era quella della famiglia di Saint-Mran. Entrambi furono deposti sopra dei preparati cavalletti, che aspettavano da qualche tempo le loro spoglie mortali; Villefort, Franz, ed alcuni altri prossimi parenti penetrarono soli nel santuario.
Siccome le cerimonie religiose si erano terminate alla porta, e non v'era discorso da farsi, gli assistenti si separarono subito; Chteau-Renaud, Alberto, e Morrel si ritirarono da una parte, e Debray e Beauchamp da un'altra.
Franz rimase col signor de Villefort; alla porta del cimitero, Morrel si ferm col primo pretesto che gli venne al pensiero; egli vide sortire Franz ed il signor de Villefort in una carrozza di lutto, e concep un cattivo presagio da questo avvicinamento. Egli ritorn dunque a Parigi, e quantunque fosse nella stessa carrozza di Chteau-Renaud e Alberto, egli non intese una parola di quel che dissero i due compagni.
In fatti, quando Franz stava per lasciare il signor de Villefort:
Signor barone, aveva detto questi, quando potr rivedervi?
Quando voi vorrete, signore, aveva risposto Franz.
Il pi presto possibile.
Io sono ai vostri ordini, signore; se vi piace, possiamo ritornare assieme.
Se ci non vi disturba in alcun modo.
In nessuno.
Fu cos, che il futuro suocero e il futuro genero salirono nella stessa carrozza, e che Morrel, vedendoli passare, concep con ragione gravi inquietudini.
Villefort e Franz ritornarono al sobborgo Saint-Honor.
Il procuratore del Re senza entrare da nessuno, senza parlare n a sua moglie n a sua figlia, fece passare il giovine nel suo gabinetto, e mostrandogli una sedia:
Signor d'pinay, diss'egli, io debbo ricordarvi, che il momento non sar forse tanto male scelto, quanto potrebbe credersi sul principio, perch l'obbedienza ai morti,  la prima offerta che bisogna deporre sul loro cataletto; io debbo dunque ricordarvi il voto espresso dalla signora di Saint-Mran fatto or son due giorni al suo letto di agonia, ed , che il matrimonio di Valentina non soffra ritardo. Voi sapete che gli affari della defunta sono in perfetta regola; che il suo testamento assicura a Valentina tutta la fortuna di Saint-Mran; il notaro mi ha mostrato ieri questi atti che permettono di potere redigere in un modo definitivo il contratto di matrimonio. Voi potete vedere il notaro, e dirgli per parte mia che vi comunichi queste carte. Il notaro  il signor Deschamps, piazza Beauveau, sobborgo Saint-Honor.
Signore, rispose d'pinay, questo forse non  il momento per madamigella Valentina, immersa come ella  nel dolore, di pensare ad uno sposo; in verit io temerei...
Valentina, interruppe il signor de Villefort, non avr desiderio pi intenso di quello di compiere le ultime intenzioni di sua nonna; perci io vi garantisco che le difficolt non nasceranno per parte sua.
In questo caso, signore, rispose Franz, siccome non verranno egualmente da parte mia, voi potete fare ci che pi vi conviene; la mia parola  impegnata, ed io l'adempir, non solo con piacere, ma ancora con fortuna.
Allora, disse Villefort, non abbiamo pi nulla che ci arresti; il contratto doveva esser firmato tre giorni sono, noi lo troveremo dunque gi preparato; e si potr firmare oggi stesso.
Ma il lutto? disse esitando Franz.
Siate tranquillo, signore, rispose Villefort; non sar in casa mia, che verranno noncurate le convenienze. Madamigella de Villefort potr ritirarsi, durante i tre mesi voluti, nella sua terra di Saint-Mran, io dico sua terra, perch da oggi questa propriet  sua. L, fra otto giorni, se voi lo volete senza romore, senza lusso, senza fasto, sar concluso il matrimonio civile. Era un desiderio della signora di Saint-Mran che sua nipote si maritasse in quella terra; concluso il matrimonio, signore, voi potrete ritornare a Parigi mentre che vostra moglie passer il tempo del lutto colla sua matrigna.
Come vi piacer, signore, disse Franz.
Allora, riprese il signor de Villefort, abbiate la pena di aspettare un poco che fra una mezz'ora Valentina discender nel salotto. Mander a cercare Deschamps; noi leggeremo e firmeremo il contratto in una sola seduta, e fino da questa sera, la signora de Villefort condurr Valentina nella sua terra, ove fra otto giorni noi anderemo a raggiungerla.
Signore, disse Franz, io ho una domanda a farvi.
E quale?
Io desidero che Alberto de Morcerf, e Raoul di Chteau-Renaud siano presenti a questa sottoscrizione; voi sapete che questi sono i miei due testimoni.
Una mezz'ora basta a prevenirli; volete voi andare a cercarli da voi stesso, o volete mandarli a cercare?
Preferisco l'andarvi da me, signore.
Vi aspetto dunque fra una mezz'ora, e fra una mezz'ora Valentina sar pronta.
Franz salut il signor de Villefort, e sort.
Appena la porta di strada fu chiusa dietro al giovine, Villefort mand a prevenire Valentina che doveva discendere nel salotto fra una mezz'ora perch si aspettavano il notaro, e i testimoni del signor d'pinay.
Questa notizia inaspettata produsse una gran sensazione nella famiglia. La signora de Villefort non voleva crederci, e Valentina ne rimase atterrata come da un colpo di fulmine.
Ella guard intorno a s, come per cercare a chi poteva domandare soccorso.
Ella volle discendere da suo nonno; ma incontr per la scala il signor de Villefort, che la prese per un braccio, e la condusse in salotto.
Nell'anticamera Valentina incontr Barrois, e gett al vecchio servitore uno sguardo di disperazione.
Un istante dopo di Valentina, la signora de Villefort entr in salotto col piccolo Edoardo. Era visibile che la giovane sposa aveva avuta una gran parte sui dispiaceri di famiglia; ella era pallida, e sembrava orribilmente stanca.
Ella si assise, prese Edoardo sulle sue ginocchia, e di tratto in tratto comprimeva con movimenti quasi convulsivi contro il suo petto questo fanciullo, sul quale sembrava concentrarsi tutta intera la sua vita.
Ben presto s'intesero due carrozze entrare nel cortile.
Una era quella del notaro, l'altra quella di Franz con i suoi amici.
In un istante tutti si riunirono nel salotto.
Valentina era cos pallida, che si vedevano delinearsi le vene blu delle sue tempie intorno ai suoi occhi, e scorrere lungo le sue guance.
Franz non pot esimersi dal provare una forte emozione.
Chteau-Renaud e Alberto, si guardavano con meraviglia; la cerimonia che stava per cominciare, non era men trista di quella che da poco era finita.
La signora de Villefort si era situata all'ombra, dietro una tenda di velluto, e siccome era sempre inchinata sopra suo figlio, era difficile di leggere sul suo viso ci che accadeva nel suo cuore.
Il signor de Villefort era, come sempre, impassibile.
Il notaro dopo avere, col metodo ordinario alle persone legali, distribuite sulla tavola le carte, avea preso posto sul suo seggio, e dopo avere inalzati i suoi occhiali, si volt verso Franz:
Siete voi il signor Franz de Quesnel, barone d'pinay? domand egli, quantunque lo sapesse perfettamente.
S, signore, rispose Franz.
Il notaro gli fece un inchino.
Debbo dunque prevenirvi, signore, diss'egli, e ci per parte del signor de Villefort, che il vostro matrimonio progettato con madamigella de Villefort, ha fatto cambiare le disposizioni testamentarie del signor de Noirtier verso sua nipote, e che egli aliena interamente la fortuna che le doveva trasmettere. Sollecitiamo di aggiungere, continu il notaro, che il testatore non avendo il diritto di alienare che una sola parte della sua fortuna, e che avendo alienato tutto, il testamento non resister agli attacchi, e sar dichiarato nullo, e come non avvenuto.
S, disse Villefort, soltanto io vi prevengo in antecedenza, signor d'pinay, che finch vivr il testamento di mio padre non sar mai messo in lite; la mia posizione mi proibisce fin l'ombra di questo scandalo.
Signore, disse Franz, io sono dolente che si sia intavolata una simile questione in faccia di Valentina. Io non mi sono mai informato della cifra della sua fortuna, che per quanto possa venire ridotta sar sempre maggiore della mia. Ci che la mia famiglia ha cercato nella alleanza col signor de Villefort, si  la considerazione; ci che cerco io,  la felicit.
Valentina fece un segno impercettibile di ringraziamento, nel mentre che due silenziose lagrime scorrevano sulle sue guance.
D'altronde, signore, disse Villefort indirizzandosi al suo futuro genero, fatta astrazione da questa perdita di una parte delle vostre speranze, questo inatteso testamento non ha niente che debba offendervi personalmente; ci si spiega colla debolezza di spirito del signor Noirtier. Ci che dispiace a mio padre, non  che mia figlia si sposi con voi, ma che mia figlia prenda marito; una unione con qualunque altro, gli sarebbe egualmente dispiaciuta. La vecchiaia  egoista, signore, e madamigella de Villefort faceva al signor Noirtier una fedele compagnia che non potr pi fargli la signora baronessa d'pinay. Lo stato infelice nel quale si ritrova mio padre, fa che gli si parli raramente di affari seri, che la debolezza del suo spirito non gli permetta di seguire, e sono pienamente convinto che a quest'ora mentre conserva la memoria che sua nipote si marita, non si ricorda pi neppure il nome di quello che sta per diventare suo nipote.
Appena il signor de Villefort terminava queste parole alle quali Franz rispondeva con un saluto, a un tratto si apr la porta del salotto, e comparve Barrois.
Signori, signori, diss'egli con una voce stranamente ferma per un servitore che parla ai suoi padroni in una circostanza cos solenne, signori, il signor Noirtier de Villefort desidera parlare sul momento al signor Franz de Quesnel barone d'pinay.
Egli pure, come aveva fatto il notaro, affinch non potesse nascere alcun errore di persona aveva dato al fidanzato tutti i suoi titoli.
Villefort rabbrivid, la signora de Villefort lasci scivolare suo figlio dalle sue ginocchia. Valentina si alz pallida e muta come una statua.
Alberto e Chteau-Renaud si scambiarono un secondo sguardo pi meravigliati ancora di prima.
Il notaro guard Villefort.
 impossibile, disse il procuratore del re; d'altronde il signor d'pinay non pu in questo momento lasciare il salotto.
 precisamente in questo momento, riprese Barrois colla stessa fermezza, che il signor Noirtier mio padrone desidera parlare di affari importanti al signor Franz d'pinay.
Parla adunque adesso il mio nonno Noirtier? domand Edoardo con la sua abituale impertinenza.
Ma questo lazzo non fece ridere neppure la signora de Villefort, tanto gli spiriti erano preoccupati, tanto la situazione sembrava solenne.
Dite al signor Noirtier, riprese Villefort, che ci ch'egli domanda non si pu fare.
Allora il signor Noirtier previene questi signori, riprese Barrois, che si far subito portare lui stesso nel salotto.
Lo stupore era al colmo.
Una specie di sorriso si disegn sul viso della signora de Villefort. Valentina, quasi senza suo consenso, alz gli occhi al soffitto per ringraziare il cielo.
Valentina, disse il signor de Villefort, andate un poco a sentire, vi prego che cosa  questa nuova fantasia di vostro nonno.
Valentina fece prestamente qualche passo per sortire, ma il signor de Villefort cambi di avviso.
Aspettate, diss'egli, io vi accompagno.
Perdono, signore, disse Franz a sua volta, mi sembra che, essendo io quello che il signor Noirtier ha fatto domandare, stia particolarmente a me di arrendermi ai suoi desideri. D'altronde io sarei fortunato di potergli presentare i miei rispetti non avendo ancora avuta l'occasione di sollecitare questa fortuna.
Oh! mio Dio, disse Villefort con una invisibile inquietudine, non v'incomodate.
Scusatemi, signore, disse Franz col tuono di un uomo che ha presa una risoluzione, io desidero di non tralasciare questa occasione per provare al signor Noirtier quanto avrebbe torto di concepire verso di me delle ripugnanze che sono deciso a vincere, qualunque esse sieno, con un profondo attaccamento.
E senza lasciarsi ritenere pi lungamente da Villefort, Franz pure si alz e segu Valentina, la quale discendeva di gi la scala con la gioia di un naufrago che mette la mano sopra uno scoglio.
Il signor de Villefort li segu entrambi.
Chteau-Renaud e Morcerf si scambiarono un terzo sguardo pi meravigliato ancora dei due precedenti.
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...
Capitolo 74. PROCESSO VERBALE.
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Noirtier aspettava, vestito di nero, ed installato nel suo seggio a bracciuoli.
Allora quando furono entrate le tre persone che calcolava dovessero venire, egli guard la porta, che fu subito chiusa dal suo cameriere.
State attenta, disse sotto voce Villefort a Valentina che non poteva celare la sua gioia, che se il signor Noirtier vi comunica cose che potessero impedire il vostro matrimonio, io vi proibisco di capirle.
Valentina arross, ma non rispose.
Villefort si avvicin a Noirtier.
Ecco il signor Franz d'pinay, gli disse; voi lo avete fatto chiamare, signore, egli si  arreso ai vostri desiderii. Senza dubbio noi desideravamo questa visita da lungo tempo, e sarei contento se questa vi provasse quando poco  fondata la vostra opposizione ad un tal matrimonio.
Noirtier non rispose che con uno sguardo che fece correre un brivido per le vene di Villefort.
Egli fece coll'occhio segno a Valentina di accostarsi.
In un momento, merc i mezzi di cui era abituata a servirsi nelle conversazioni con suo nonno, ella trov la parola chiave.
Allora ella consult lo sguardo del paralitico, che si fiss al tiratore di un piccolo mobile posto fra le due finestre.
Ella apr il tiratore e ritrov effettivamente una chiave.
Quando ella ebbe questa chiave, e che il vecchio le fece segno che era veramente quella che domandava, gli occhi del paralitico si diressero verso un secrtaire dimenticato da molti anni, e che si credeva non racchiudesse che delle cartacce inutili.
Volete che io apra il secrtaire? domand Valentina.
S, fece il vecchio.
Che io apra i cassetti?
S.
Quelli dai lati?
No.
Quello di mezzo?
S.
Valentina apr e ne cav un piego di carte.
 questo che desiderate, mio buon nonno? diss'ella.
No.
Ella cav allora tutte le altre carte, fino a che non rimase assolutamente niente nel cassetto.
Ma il cassetto  vuoto ora, diss'ella.
Gli occhi del vecchio erano fissi sul dizionario.
S, buon nonno, io vi capisco, disse la giovinetta.
Ed ella ripet una dopo l'altra tutte le lettere dell'alfabeto; Noirtier si ferm alla lettera S.
Ella apr il dizionario e cerc fino alla parola segreto.
Oh! vi  un segreto? disse Valentina.
S, fece Noirtier.
Noirtier guard la porta dalla quale era sortito il domestico.
Barrois? diss'ella.
S, fece Noirtier.
Volete ch'io lo chiami?
S.
Valentina and alla porta e chiam Barrois.
Durante questo tempo il sudore dell'impazienza irrigava le guance di Villefort, e Franz rimaneva stupefatto per la meraviglia.
Il vecchio servitore ricomparve.
Barrois, disse Valentina, mio nonno mi ha ordinato di prendere la chiave da quel mobile, di aprire questo secrtaire, e di tirare il cassettino; ora, in questo cassettino vi  un segreto, e sembra che voi dobbiate conoscerlo, apritelo.
Barrois guard il vecchio.
Obbedite, disse l'occhio intelligente di Noirtier.
Barrois obbed; apr un doppio fondo, e apparve un plico di carte annodate con un nastro nero.
 questo che volete; signore? domand Barrois.
S, fece Noirtier.
A chi volete che si diano queste carte: al signor de Villefort?
No.
A madamigella Valentina?
No.
Al signor Franz d'pinay?
S.
Franz meravigliato fece un passo avanti.
A me, signore? diss'egli.
S.
Franz ricevette il piego dalle mani di Barrois, gett gli occhi sulla sopraccarta e lesse:
Per essere depositato dopo la mia morte presso il mio amico il generale Durand; egli stesso morendo lascer a suo figlio questo piego, coll'ingiunzione di conservarlo come contenente un foglio della pi alta importanza.
Ebbene, signore, domand Franz, che volete che io faccia di questo piego?
Che voi, per certo lo conserviate sigillato come trovasi, disse il procuratore del Re.
No, no, rispose prestamente Noirtier.
Desiderate voi forse che il signore lo legga? domand Valentina.
S, rispose il vecchio.
Voi intendete signor barone, mio nonno vi prega di leggere quella carta, disse Valentina.
S, rispose il vecchio.
Allora, sediamoci, fece Villefort con impazienza, perch vi s'impiegher del tempo.
Sedetevi, fece coll'occhio il vecchio.
Villefort si assise, ma Valentina rest in piedi allato del nonno appoggiata al suo seggio, e Franz in piedi davanti a lui.
Egli teneva il misterioso foglio fra le mani.
Leggete, dissero gli occhi del vecchio.
Franz dissigill il piego, e fecesi un gran silenzio nella camera. In mezzo a questo silenzio egli lesse:
Estratto dai processi verbali di una seduta del club bonapartista della strada Saint-Jacques tenutasi il 5 Febbraio 1815
Franz si ferm.
Il cinque febbraio 1815 fu il giorno in cui mio padre venne assassinato! diss'egli.
Valentina e Villefort rimasero muti. Il solo occhio del vecchio disse chiaramente: Continuate.
Ma fu nel sortire da questo club, continu Franz, che mio padre disparve.
Lo sguardo di Noirtier continu a dire: Leggete.
Egli riprese.
I sottoscritti Luigi Giacomo Beaurepaire luogo-tenente-colonnello d'artiglieria; Stefano Duchampy generale di brigata, e Claudio Lecharpal, direttore delle acque e foreste.
Dichiarano che il 4 Febbraio 1815 giunse una lettera dall'Isola d'Elba, che raccomandava alla benevolenza ed alla confidenza dei membri del club bonapartista il generale Flaviano de Quesnel, che, avendo servito l'imperatore dal 1804 al 1814, doveva essere tutto dedicato alla dinastia napoleonica, ad onta del titolo di barone che Luigi Diciottesimo aveva aggiunto alla sua terra d'pinay.
In conseguenza fu indirizzato un biglietto al generale Quesnel, in cui lo si pregava di assistere alla seduta dell'indomani 5. Il biglietto non indicava n la strada, n il numero della casa in cui si teneva la riunione; esso non portava alcuna sottoscrizione, ma annunziava al generale che, s'egli voleva tenersi in ordine, si sarebbe andato a prenderlo alle 9 di sera.
La seduta aveva luogo dalle nove della sera a mezza notte.
A nove ore il presidente del club si present dal generale; il generale era pronto; il presidente gli disse che una delle condizioni alla sua introduzione era, ch'egli ignorerebbe eternamente il luogo della riunione, e che si lascerebbe bendare gli occhi, giurando di non cercare di alzare la benda.
Il generale Quesnel accett la condizione, e promise sul suo onore che non avrebbe tentato di vedere il luogo ove si conduceva.
Il generale aveva fatta preparare la sua carrozza, ma il presidente gli disse ch'era impossibile servirsene, atteso che sarebbe stato inutile il bendare gli occhi del padrone, se il cocchiere rimaneva ad occhi aperti, e riconosceva le strade per le quali passava.
Come fare allora? domand il generale.
Io ho la mia carrozza, disse il presidente.
Siete dunque tanto sicuro del vostro cocchiere da confidargli un segreto che giudicate imprudente di dire al mio?
Il nostro cocchiere  un membro del club, disse il presidente; noi saremo guidati da un consigliere di stato.
Allora, disse ridendo il generale, correremo un altro pericolo, quello cio di rovesciare.
Noi trascriviamo questo scherzo come una prova che il generale non  stato menomamente forzato ad assistere alla seduta, e che vi  intervenuto di pieno suo aggradimento.
Una volta saliti in carrozza, il presidente ricord al generale la promessa fatta di lasciarsi bendare gli occhi. Il generale non mise alcuna opposizione a questa formalit; un fazzoletto, preparato a tale effetto nella carrozza, fece l'affare.
Strada facendo, il presidente cred accorgersi che il generale cercava di guardare sotto la sua benda: gli ricord il suo giuramento.
Ah!  vero, disse il generale.
La carrozza si ferm davanti un viale della strada di Saint-Jacques. Il generale discese appoggiandosi al braccio del presidente, di cui egli ignorava la dignit, e che prendeva per un semplice membro del club; si travers il viale, si mont ad un piano, e si entr nella camera delle deliberazioni.
La seduta era cominciata. I membri del club, avvisati della specie di presentazione che doveva farsi quella sera, si ritrovavano in numero completo. Giunto in mezzo alla sala, il generale fu invitato a togliersi la benda. Egli si arrese tosto all'invito, e parve molto maravigliato di ritrovare un s gran numero di persone di sua conoscenza, appartenere ad una societ di cui fino allora non aveva neppure sospettata l'esistenza.
Fu interrogato sulle sue opinioni, ma egli si limit a dire, che le lettere dell'isola dell'Elba avevano dovuto farlo conoscere...
Franz s'interruppe.
Mio padre era realista, diss'egli, non vi era bisogno d'interrogarlo sulle sue opinioni; esse erano conosciute.
E di l, disse Villefort, veniva la mia amicizia con vostro padre, mio caro Franz; si fa presto amicizia quando si dividono le stesse opinioni.
Leggete, continu l'occhio del vecchio.
Franz continu.
Il presidente prese allora la parola per impegnare il generale a spiegarsi esplicitamente; ma il signor de Quesnel rispose che prima di tutto desiderava sapere ci che si attendeva da lui.
Allora fu data comunicazione al generale di quella stessa lettera dell'isola d'Elba che lo raccomandava al club come un uomo sul concorso del quale si poteva contare. Un paragrafo tutto intero esponeva il probabile ritorno dall'Isola e prometteva una nuova lettera con pi ampi dettagli all'arrivo del Faraone, bastimento appartenente all'armatore Morrel di Marsiglia, il di cui capitano era interamente devoto all'imperatore.
Durante questa lettura il generale, sul quale si era creduto poter contare, come sopra un fratello, dette al contrario dei segni di mal contento e di visibile ripugnanza.
Terminata la lettura, egli dimor silenzioso e col sopracciglio aggrottato.
Ebbene! domand il presidente, che dite di questa lettera, signor generale?
Io dico che  poco tempo che si  prestato il giuramento al re Luigi Diciottesimo, per violarlo di gi a benefizio dell'ex-imperatore.
Questa volta la risposta era troppo chiara perch si potesse dubitare dei suoi sentimenti.
Generale, disse il presidente, per noi non vi  pi re Luigi Diciottesimo, non vi  pi ex-imperatore. Vi  soltanto Sua Maest l'imperatore e re, allontanato da dieci mesi dalla Francia, suo Stato, dalla violenza e dal tradimento.
Perdono, signori, pu darsi che per voi non esista un re Luigi Diciottesimo, ma vi  per me, attesoch mi ha fatto barone e maresciallo di campo, ed io non dimenticher mai che devo questi due titoli al di lui felice ritorno in Francia.
Signore, disse il presidente alzandosi, e col tuono il pi serio, ponete mente a ci che dite; le vostre parole ci addimostrano chiaramente che all'isola d'Elba si sono ingannati sul conto vostro, e che hanno ingannato noi! La comunicazione che vi  stata fatta fu in riguardo alla confidenza che si aveva in voi, e per conseguenza ad un sentimento che vi onora. Noi per eravamo nell'errore; un titolo ed un grado vi hanno posto al seguito del nuovo governo che noi vogliamo rovesciare. Noi non vi costringevamo a prestarci il vostro concorso; noi non arruoliamo nessuno contro la propria coscienza e volont, ma vi sforzeremo ad agire da galantuomo, anche nel caso che non vi foste disposto.
Voi chiamate essere un galantuomo, conoscere la vostra cospirazione e non rivelarla! Io chiamo ci essere vostro complice. Voi vedete che io sono ancora pi franco di voi...
Ah! padre mio! disse Franz interrompendosi, capisco ora perch l'hanno assassinato.
Valentina non pot stare dal volgere uno sguardo su Franz; il giovine era veramente bello nel suo entusiasmo.
Villefort passeggiava dietro a lui in lungo ed in largo.
Noirtier seguiva cogli occhi l'espressione di ciascuno, e conservava la sua attitudine degna e severa.
Franz ritorn al manoscritto e continu:
Signore, disse il presidente, vi si preg di portarvi nel seno dell'assemblea, e non vi si strascin per forza; vi si propose di farvi bendar gli occhi, voi accettaste. Quando voi avete acconsentito a questa doppia domanda, voi sapevate benissimo che noi non ci occupavamo di assicurare il trono di Luigi Diciottesimo, senza di che non ci saressimo prese tante premure di nasconderci alla polizia. Ora, voi lo capirete, sarebbe troppo comodo di potersi mettere una maschera col mezzo della quale sorprendere il segreto delle persone, e non avere poi altro da fare che togliersi questa maschera per perdere quelli che si sono in voi fidati. No, no, voi per primo dovrete dire francamente se siete pel re che a caso ora governa, o per Sua Maest l'imperatore.
Io sono realista, rispose il generale, io ho fatto giuramento a Luigi Diciottesimo, io manterr il mio giuramento.
Queste parole furono seguite da un mormorio generale, e potevasi scorgere dallo sguardo di molti dei membri che componevano il club, ch'essi discutevano il modo di far pentire il signor d'pinay di queste imprudenti parole.
Il presidente si alz di nuovo e impose silenzio.
Signore, diss'egli, voi siete un uomo troppo sensato per non comprendere le conseguenze della situazione in cui noi ci troviamo gli uni in faccia agli altri, e la vostra stessa franchezza ci detta le condizioni che ci rimangono a farvi. Voi dunque dovete giurare sul vostro onore di non rivelar niente di tutto ci che avete veduto ed inteso.
Il generale port la mano alla sua spada e grid:
Se voi parlate di onore, cominciate dal non stravisare le sue leggi, e non imponete niente colla violenza.
E voi, signore, continu il presidente con una calma forse pi terribile della collera del generale, non toccate la vostra spada, questo  un consiglio che vi do.
Il generale gir intorno a s degli sguardi da cui trapelava un principio d'inquietudine.
Per egli non si pieg ancora, al contrario, richiamando la sua forza:
Io non giurer, diss'egli.
Allora, signore, voi morrete, rispose tranquillamente il presidente.
Il signor d'pinay divenne pallidissimo; guard una seconda volta intorno a s; molti membri del club brandivano, o cercavano armi sotto i loro mantelli.
Generale, disse il presidente, siate tranquillo, voi siete in mezzo a uomini di onore che tenteranno ogni via di convincervi, prima di giungere all'ultimo estremo contro di voi; ma egualmente, voi lo diceste, voi vi trovate in mezzo a cospiratori, voi possedete il nostro segreto, fa d'uopo restituircelo.
Un silenzio pieno di significato segu queste parole, e siccome il generale non rispondeva niente:
Chiudete le porte, disse il presidente agli uscieri.
Un eguale silenzio di morte tenne dietro a queste parole.
Allora il generale si avanz, e facendo un violento sforzo su s stesso:
Io ho un figlio, disse, e devo pensare a lui nel ritrovarmi in mezzo a degli assassini.
Generale, disse con nobilt il capo dell'assemblea, un uomo solo ha sempre il diritto d'insultarne cinquanta,  il privilegio della debolezza. Soltanto egli ha torto di far uso di questo diritto. Credete a me, generale, giurate e non insultate.
Il generale domato anche questa volta dalla superiorit del capo dell'assemblea, esit un istante; ma finalmente inoltrandosi fino al banco del presidente:
Qual  la formula? domand egli.
Eccola:
Io giuro sul mio onore di non rivelare a chi che sia al mondo ci che ho veduto ed inteso il cinque febbraio 1815 fra le nove e le dieci ore di sera, e dichiaro essere meritevole di morte se io infrango il mio giuramento.
Il generale parve provare un fremito nervoso, che per qualche secondo gli imped di poter rispondere; finalmente, sormontando ogni manifesta ripugnanza, pronunci il richiesto giuramento, ma con una voce tanto bassa, che a gran stento fu inteso; cosicch molti membri vollero ch'egli lo ripetesse a voce pi alta e pi distinta, il che fu fatto.
Ora desidero ritirarmi, disse il generale, sono io finalmente libero?
Il presidente si alz, scelse tre membri dell'assemblea per accompagnarlo, e mont in carrozza col generale, dopo avergli bendati gli occhi.
Nel numero di questi tre membri era il cocchiere che li aveva condotti.
Gli altri membri del club si separarono in silenzio.
Dove volete voi che vi conduciamo? demand il presidente.
Ovunque possa essere liberato dalla vostra presenza, rispose il signor d'pinay.
Signore, riprese allora il presidente, guardatevi, voi qui non siete pi nell'assemblea, non avete pi a che fare se non con uomini isolati; non l'insultate adunque se non volete essere responsabile dell'insulto.
Ma invece di capire questo linguaggio, il signor d'pinay rispose:
Voi siete sempre tanto coraggioso nella vostra carrozza come nella vostra assemblea, per la ragione, signore, che quattro uomini sono sempre pi forti di un solo.
Il presidente fece fermare la carrozza.
Erano precisamente nelle vicinanze dello scalo degli Ormes ove si ritrova la scalinata che discende sulla riviera.
Perch fate voi fermar qui? domand il generale d'pinay.
Perch, signore, disse il presidente, voi avete insultato un uomo, e quest'uomo non vuol fare un passo di pi senza domandarvi una leale riparazione.
Anche un altro modo d'assassinare! disse il generale stringendosi nelle spalle.
Non fate rumore, signore, rispose il presidente, se non volete che consideri voi pure come uno di quegli uomini che voi designavate or ora, vale a dire, come un vile che prende per suo scudo la sua stessa vilt. Voi siete solo, ed uno solo vi risponder; voi avete una spada al fianco, io ne ho una in questa canna; voi non avete testimoni, uno di questi signori sar il vostro. Ora se ci vi conviene, potete togliervi la benda.
Il generale si strapp nello stesso istante il fazzoletto che aveva innanzi agli occhi.
Finalmente, diss'egli, sapr con chi ho a che fare.
Fu aperta la carrozza; i quattro uomini discesero...
Franz s'interruppe anche una volta e si asciug un freddo sudore che colava dalla sua fronte; vi era qualche cosa di spaventoso a vedere un figlio, tremante e pallido, leggere ad alta voce i dettagli, fino allora ignorati, della morte di suo padre.
Valentina congiunse le mani come se fosse stata pregando.
Noirtier guardava Villefort con una espressione quasi sublime di disprezzo e di orgoglio.
Franz continu:
Si era, come abbiamo detto, ai cinque di Febbraio. Da tre mesi gelava a cinque o sei gradi; la scalinata era tutta ricoperta di ghiaccio; il generale era grosso e grande, il presidente gli addit la parte del declive per discendere.
I due testimoni seguivano dietro.
Faceva una notte oscura, il terreno della scala alla riviera era umido di neve e di brina, si vedeva l'acqua scorrere, nera, profonda, e trasportava dei massi di ghiaccio.
Uno dei testimoni and a trovare una lanterna in un battello da carbone, ed al chiarore di questa lanterna furono esaminate le armi.
La spada del presidente, ch'era semplicemente, com'egli aveva detto, la spada che portava nella canna, era cinque pollici pi corta di quella del suo avversario, e non aveva guardia.
Il generale d'pinay propose di tirare a sorte le due spade; ma il presidente rispose ch'era egli che aveva provocato, e che nel provocare aveva preteso che ciascuno si servisse delle proprie armi.
I testimoni tentarono d'insistere; il presidente impose loro silenzio.
Fu posta la lanterna in terra, i due avversari si misero ai due lati: cominci il combattimento.
La luce faceva delle due spade due lampi. Quanto agli uomini era molto se appena si discernevano, tanto era fitta la oscurit di quella notte.
Il signor generale d'pinay passava per una delle migliori lame dell'armata. Ma fu stretto tanto vivamente fino dalle prime botte ch'egli ruppe la misura e, rompendo, cadde.
I due testimoni lo credettero ucciso, ma il suo avversario che sapeva di non averlo toccato gli present la mano per aiutarlo ad alzarsi. Questa circostanza invece di calmarlo, irrit il generale che piomb a sua volta sopra il suo avversario.
Ma il suo avversario non ruppe di un palmo. Ricevendolo sulla sua spada, tre volte il generale indietr, si trov troppo impegnato, e ritorn alla carica.
La terza volta, egli cadde ancora.
Fu creduto che scivolasse come la prima volta; per i testimoni vedendo che non si rialzava, si accostarono a lui, e tentarono di rimetterlo in piedi; ma quegli che l'aveva preso intorno al corpo sent la sua mano umida e calda.
Era sangue.
Il generale che era quasi svenuto, riprese i sentimenti.
Ah! diss'egli, mi hanno mandato qualche spadaccino, qualche maestro d'armi di reggimento.
Il presidente senza rispondere, si avvicin a quello dei due testimoni che teneva la lanterna, e, sollevando la manica, mostr il suo braccio traforato da due colpi di spada; poi, aprendosi il suo abito, e sbottonandosi il gil, fece vedere il suo fianco rotto da una terza ferita.
Ci non ostante egli non aveva mandato un sospiro.
Il generale d'pinay entr in agonia, e spir cinque minuti dopo...
Franz lesse queste ultime parole con una voce cos soffocata, che appena si pot intendere, e dopo aver letto si ferm, portando la sua mano sugli occhi come per scacciarne un sogno.
Ma dopo un istante di silenzio, egli continu:
Il presidente rimont la scala dopo avere rimessa la spada nella canna; una traccia di sangue segnava il suo tragitto sulla neve. Egli non era ancora in alto della scalinata che intese un tonfo sordo nell'acqua; era il corpo del generale che i testimoni avevano gettato nel fiume dopo avere constatata la sua morte.
In fede di che noi abbiamo segnata la presente per stabilire la verit dei fatti, per paura che un momento arrivi in cui uno degli attori di questa terribile scena non si trovi accusato di omicidio premeditato, o di falsario alle leggi d'onore.
Sottoscritti
Beaurepaire, Duchampy e Lecharpal.
Quando Franz ebbe terminata questa lettura tanto terribile per un figlio, quando Valentina, pallida per l'emozione, ebbe asciugato una lagrima, quando Villefort tremante e rannicchiato in un cantone, ebbe tentato scongiurare l'uragano per mezzo di sguardi supplichevoli diretti al vecchio implacabile:
Signore, disse d'pinay a Noirtier, dappoich voi conoscete questa terribile storia in tutti i suoi dettagli, dacch voi l'avete fatta testificare da firme onorevoli, dacch finalmente voi sembrate prendere interesse per me, quantunque il vostro interesse non si sia ancora rivelato che per mezzo del dolore, non mi rifiutate un'ultima soddisfazione, ditemi il nome del presidente del club, che io conosca finalmente quello che ha ucciso il mio povero padre.
Villefort cerc, come un alienato, la maniglia della porta; Valentina, che aveva compreso prima di tutti la risposta del vecchio, e che spesso aveva notato nel suo avambraccio le tracce di due colpi di spada, si addietr di un passo.
Nel nome del cielo! madamigella, disse Franz indirizzandosi alla sua fidanzata, unitevi a me, che io sappia il nome di quell'uomo che mi ha reso orfano a due anni!
Valentina rest immobile, e muta.
Sentite, signore, disse Villefort, credetemi, non prolungate questa orribile scena; i nomi d'altronde sono stati nascosti ad arte. Mio padre stesso non conosce questo presidente, e, se lo conosce non potrebbe dirlo, i nomi proprii non si trovano nel dizionario.
Oh! disgrazia! grid Franz, la sola speranza che mi ha sostenuto durante tutta questa lettura, e che mi ha data la forza di andare fino alla fine, era di conoscere almeno il nome di colui che ha ucciso mio padre! signore! grid egli voltandosi a Noirtier, in nome del cielo! fate ci che voi potrete... giungete, io ve ne supplico, a indicarmi, o farmi comprendere...
S, rispose Noirtier.
Oh! madamigella! madamigella! grid Franz, vostro nonno ha fatto segno che vuole indicarmi... quest'uomo... aiutatemi... voi lo capite... concedetemi il vostro soccorso...
Noirtier guard il dizionario.
Franz lo prese con un tremito nervoso, e pronunci successivamente le lettere dell'alfabeto fino alla lettera vocale I.
A questa lettera il vecchio fece segno di s.
I? ripet Franz.
Il dito del giovane strisci sulle parole, ma a tutte le parole Noirtier rispondeva con un segno negativo.
Valentina nascondeva la sua testa fra le sue mani.
Finalmente Franz giunse alla parola IO.
S! fece il vecchio.
Voi! grid Franz, i di cui capelli si drizzarono sulla sua testa; voi, signor Noirtier, siete voi che avete ucciso mio padre?
S, rispose Noirtier fissando sul giovine uno sguardo maestoso.
Franz cadde sopra un seggio. Villefort apr la porta e fugg, perch gli balenava al pensiero l'idea di soffocare quell'avanzo di esistenza, che ancora restava nel cuore del terribile vecchio.
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Capitolo 75. I PROGRESSI DEL signor CAVALCANTI FIGLIO.
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Frattanto il signor Cavalcanti padre era partito per andare a riprendere il suo servizio, non gi nell'armata di Sua Maest l'imperatore d'Austria, ma alla rotina dei bagni di Lucca di cui egli era uno dei pi assidui cortigiani.
Non fa d'uopo il dire che egli aveva ritirato colla pi scrupolosa esattezza fino all'ultimo paolo della somma che gli era stata destinata pel suo viaggio, e per la ricompensa delle maniere maestose e solenni colle quali aveva rappresentata la parte di padre.
Il signor Andrea aveva ereditato, a questa partenza, tutte le carte che constatavano che egli aveva avuto l'onore di essere il figlio del marchese Bartolommeo, e della marchesa Oliva Corsinari.
Egli era dunque presso a poco inscritto in questa societ parigina, tanto facile a ricevere gli stranieri ed a trattarli, non dietro quello che sono, ma dietro le apparenze di ci che vogliono comparire.
D'altronde che cosa si richiede da un giovine a Parigi? di parlare presso a poco la sua lingua, di essere vestito convenientemente, di essere un bel giuocatore, e di pagare in oro.
Non  mestieri di dirlo che si  meno esigenti per un forestiere, che per un parigino.
Andrea dunque aveva preso in una quindicina di giorni una posizione abbastanza buona; lo chiamavano signor conte, si diceva che avesse cinquantamila lire di rendita, e si parlava degli immensi tesori sepolti da suo padre nei sotterranei di Seravezza.
Uno scienziato davanti al quale venivano menzionate queste ultime circostanze come un fatto, dichiar avere veduti i sotterranei di cui si parlava, il che dette un gran peso alle asserzioni finora dubbie e nello stato di fluttuazione, e che da quel momento presero l'aspetto della consistenza reale.
Le cose erano a tal punto in questo circolo della societ parigina ove abbiamo introdotti i nostri lettori, allorch Monte-Cristo venne a fare visita alla signora Danglars. Il signor Danglars era sortito, ma fu proposto al conte d'introdurlo presso la baronessa che allora era visibile, ed egli accett.
Non era mai senza una specie di brivido nervoso che la signora Danglars sentiva pronunziare il nome di Monte-Cristo dopo il pranzo d'Auteuil, e gli avvenimenti che lo susseguirono. Se la presenza del conte non seguiva il romore del suo nome, la sensazione dolorosa diveniva pi intensa; se al contrario il conte compariva, la sua figura aperta, i suoi occhi brillanti, la sua amabilit, la sua stessa galanteria per la signora Danglars, scacciavano ben presto fin l'ultima espressione del timore; sembrava impossibile alla baronessa che un uomo cos grazioso all'esterno potesse nutrire contro essa dei malvagi disegni; d'altronde, i cuori i pi corrotti non possono credere al male, se non che facendolo riposare sopra un qualunque interesse; il male inutile, e senza causa ripugna come una anomalia.
Allorch Monte-Cristo entr nel gabinetto, ove noi abbiamo gi una volta introdotti i nostri lettori, ed ove la baronessa seguiva con occhio molto inquieto alcuni disegni che le passava sua figlia, dopo averli guardati col signor Cavalcanti figlio, la sua presenza produsse l'effetto ordinario, e fu sorridendo che, dopo essere stata qualche poco sconvolta al suo nome, la baronessa ricevette il conte.
Questi dal canto suo abbracci tutta la scena con un colpo d'occhio.
Vicino alla baronessa, e quasi stesa sopra una poltrona, stava gettata Eugenia, e Cavalcanti in piedi.
Cavalcanti vestito di nero come un eroe di Goethe, scarpe verniciate, e calze di seta bianca a giorno, passava una mano molto bianca, e molto pulita, nei suoi capelli biondi, in mezzo dei quali scintillava un diamante, che, malgrado i consigli di Monte-Cristo, il vanitoso giovine non aveva potuto resistere al desiderio di passarsi al dito mignolo.
Questo movimento era accompagnato da sguardi assassini lanciati sopra madamigella Danglars, e da sospiri inviati al medesimo indirizzo che gli sguardi.
Madamigella Danglars era sempre la medesima, vale a dire bella, fredda, e motteggiatrice. Non le sfuggiva un solo dei sospiri, un solo degli sguardi d'Andrea; si sarebbe detto ch'essi strisciavano sulla corazza di Minerva; corazza che alcuni filosofi pretendono che qualche volta ricuopra il petto di Safo.
Eugenia salut freddamente il conte, e approfitt delle prime preoccupazioni della conversazione per ritirarsi nella sua stanza da studio, da dove ben tosto esalarono due voci scherzose e rumorose, miste ai primi accordi di un piano, e fecero sapere a Monte-Cristo, che madamigella Danglars preferiva alla sua ed a quella di Cavalcanti, la societ di madamigella Luigia d'Armilly sua maestra di canto.
Fu allora particolarmente che, parlando colla signora Danglars, e sembrando assorbito nella conversazione, il conte rimarc la sollecitudine del signor Andrea Cavalcanti, il suo modo di andare ad ascoltare la musica alla porta che non osava sorpassare, e di manifestare la sua ammirazione.
Ben presto rientr il banchiere. Il suo primo sguardo fu per Monte-Cristo,  vero, ma il secondo fu per Andrea.
In quanto a sua moglie, egli la salut con quel modo che molti mariti salutano le loro mogli.
Queste signorine forse non vi hanno invitato a far musica assieme? domand Danglars ad Andrea.
Ahim! no, signore, rispose Andrea con un sospiro pi rimarchevole ancora degli altri.
Danglars si avanz tosto alla porta di comunicazione e l'apr.
Si videro allora le due giovinette assise sul medesimo seggio davanti il medesimo piano. Esse suonavano ciascuna con una mano, esercizio al quale si erano abituate per fantasia, e nel quale erano riuscite di una valentia rimarchevole.
Madamigella d'Armilly, che allora si scorgeva, formava, con Eugenia, merc l'inquadratura della porta, uno di quei quadri vivi come se ne fa spesso in Germania; era di una bellezza molto rimarchevole, o piuttosto di una gentilezza squisita. Era una piccola donna sottile e bionda come una fata, con due gran mazzi di ricci che cadevano sul suo collo, un poco troppo lungo, a guisa di quello che il Perugino qualche volta d alle sue figure, e gli occhi velati dalla fatica. Si diceva che ella avesse il petto debole, e che come Antonia, del Violino di Cremona, sarebbe morta un giorno cantando.
Monte-Cristo introdusse uno sguardo rapido e curioso in quel gineceo; era la prima volta che vedeva madamigella d'Armilly di cui aveva inteso parlare tanto spesso in quella casa.
Ebbene! domand il banchiere a sua figlia, noi altri dunque siamo esclusi?
Allora condusse il giovine nella piccola sala e, fosse caso o arte, la porta fu respinta dietro Andrea in modo che, dal luogo ove erano seduti Monte-Cristo e la baronessa, non si potesse vedere niente. Ma siccome il banchiere aveva seguito Andrea, la signora Danglars non parve rimarcare questa circostanza.
Poco dopo il conte intese la voce d'Andrea mettersi in accordo col piano, accompagnando una canzone corsa.
Nel mentre che il conte ascoltava sorridendo questa canzone, che gli faceva dimenticare Andrea per ricordarsi di Benedetto, la signora Danglars vantava a Monte-Cristo la forza di animo di suo marito, che in quella mattina ancora aveva perduto tre o quattrocento mila franchi in un fallimento milanese.
E difatto, l'elogio era meritato; perch, se il conte non lo avesse saputo dalla baronessa, o da uno di quei mezzi che forse aveva per sapere tutto, la figura del barone non ne avrebbe dato il pi piccolo indizio.
Buono! pens Monte-Cristo, egli  gi arrivato al punto di dover tenere nascosto ci che perde; un mese fa, egli se ne vantava.
Quindi alzando la voce.
Oh! signora, disse il conte, il signor Danglars conosce cos bene la borsa, che potr sempre guadagnare l, ci che perde in altra parte.
Io vedo che voi dividete l'errore comune, disse la signora Danglars.
E qual  questo errore? disse Monte-Cristo.
 che il signor Danglars speculi sui fondi, mentre non specula mai.
Ah! s,  vero, signora, mi ricordo che Debray mi ha detto... A proposito, ma che cosa  dunque avvenuto di Debray? sono tre o quattro giorni che non l'ho veduto.
Io pure, disse la signora Danglars con una meravigliosa indifferenza. Ma voi avete cominciata una frase che  rimasta interrotta.
E quale?
Il signor Debray vi ha detto... avete cominciato.
Ah!  vero; il signor Debray mi ha detto che eravate voi che facevate sacrifici al demone dell'azzardo.
Ho avuto questo gusto per qualche tempo, lo confesso, ma ora non l'ho pi.
E voi avete torto, signora. Eh! mio Dio le vicende della fortuna sono precarie; e se io fossi stato donna, e che la combinazione mi avesse fatta moglie di un banchiere, qualunque fosse stata la confidenza che avessi avuto nella prospera sorte di mio marito, avrei sempre cominciato dall'assicurarmi uno stato indipendente, avessi dovuto anche acquistare questa fortuna affidando i miei interessi in mani che non gli fossero conosciute.
La signora Danglars arross suo malgrado.
Vedete, disse Monte-Cristo come se non si fosse accorto di niente, si parla di un bel colpo che  stato fatto ieri sui boni di Napoli.
Io non ne ho, disse con vivacit la baronessa, e non ne ho mai avuti; ma in verit abbiamo parlato abbastanza di borsa fin qui, signor conte; noi sembriamo due agenti di cambio. Parliamo un poco di questi poveri Villefort, cos tormentati in questi momenti dalla fatalit.
Che cosa dunque  loro accaduto? domand Monte-Cristo colla pi perfetta semplicit.
Ma, voi lo saprete, dopo aver perduto il signor di Saint-Mran, tre o quattro giorni dopo la sua partenza, hanno ora perduta la marchesa, tre o quattro giorni dopo il suo arrivo.
Ah!  vero, disse Monte-Cristo, l'ho sentito; ma come dice Claudio ad Hamlet,  una legge di natura; i loro padri sono morti prima di loro, ed essi li avevano pianti: essi moriranno prima dei loro figli, e questi li piangeranno.
Ma qui non sta il tutto.
Come non  tutto?
No; voi sapete che dovevano maritare la loro figlia...
Al signor Franz d'pinay...  forse andato a monte il matrimonio?
Ieri mattina, a quanto sembra Franz ha loro resa la parola.
Ah! davvero?... E si sanno i motivi di questa rottura?
No.
Cosa mi annunziate! buon Dio! signora... Ed il signor de Villefort come sopporta queste disgrazie?
Come sempre, con filosofia.
In questo momento Danglars ritorn solo.
Ebbene! disse la baronessa, voi lasciate il signor Cavalcanti con vostra figlia?
E madamigella d'Armilly, disse il banchiere, per chi la prendete dunque?
Poi, voltandosi a Monte-Cristo:
Che grazioso giovine,  vero signor conte, che  il principe Cavalcanti?.... soltanto,  egli veramente principe?
Io non lo garantisco, disse Monte-Cristo. Mi fu presentato suo padre come Marchese; egli sarebbe conte allora; ma io credo ch'egli stesso non metta gran pretensione a questo titolo.
Perch? disse il banchiere. S'egli  principe ha torto di non vantarsene. A ciascuno ci che  di diritto. Io non amo che si rinneghi la propria origine.
Ah! voi siete un poco democratico, disse Monte-Cristo sorridendo.
Ma vedete, disse la baronessa, a che cosa vi esponete; se per caso venisse il signor de Morcerf, troverebbe il signor Cavalcanti in una camera, ov'egli, fidanzato d'Eugenia, non ha mai avuto il permesso d'entrare.
Voi fate bene a dire se per caso, poich, in verit, si vede tanto raramente, che si potrebbe proprio dire che  stato il caso che l'ha condotto.
Ma infine, s'egli venisse e ritrovasse questo giovine vicino a vostra figlia, egli potrebbe esser mal contento.
Egli? oh mio Dio! voi v'ingannate; il signor Alberto non ci fa l'onore d'essere geloso della sua fidanzata; non l'ama abbastanza per venire a questo. D'altronde che importa a me s'egli  o non  malcontento?
Per al punto in cui noi siamo...
S, al punto in cui noi siamo: volete voi sapere a che punto siamo? A questo, che alla festa di sua madre egli ha ballato una sola volta con mia figlia, ed il signor Cavalcanti ha ballato con lei tre volte, senza neppure che se ne sia accorto.
Il signor visconte Alberto de Morcerf, annunzi il cameriere.
La baronessa si alz prestamente. Ella voleva passare nella stanza di studio della figlia, quando Danglars la trattenne pel braccio.
Lasciate, diss'egli.
Ella lo guard meravigliata.
Monte-Cristo finse di non aver veduto tutto questo giuoco da scena.
Alberto entr: era molto bello, e molto allegro. Egli salut la baronessa con familiarit, Monte-Cristo con affezione. Poi voltandosi verso la baronessa: Volete permettermi, signora, le disse, di chiedervi come sta madamigella Danglars?
Benissimo, signore, rispose allegramente Danglars; in questo momento prova della musica nel piccolo salotto in compagnia del signor Cavalcanti.
Alberto conserv la sua aria tranquilla ed indifferente: forse provava internamente qualche poco di dispetto, ma sentiva lo sguardo di Monte-Cristo fisso su lui: Il signor Cavalcanti ha una bellissima voce di tenore, diss'egli, e madamigella Eugenia  un magnifico soprano, senza calcolare che suona il pianoforte come un Thalberg. Questo dev'essere un sorprendente concerto.
Il fatto , disse Danglars, che vanno perfettamente di accordo. Alberto parve non aver osservato questo equivoco di parole, cos grossolano, che la signora Danglars ne arross.
Io pure, continu il giovine, son dilettante, per quanto almeno dicono i miei maestri. Ebbene! cosa strana, non ho mai potuto ancora accordare la mia voce con alcun'altra voce, e colle voci da soprano in particolare, ancor meno che con tutte le altre.
Danglars fece un piccolo sorriso che significava: Ma inquietati dunque! Cos, diss'egli sperando di spingere le cose al punto che desiderava, il principe e mia figlia ieri hanno formata l'ammirazione generale. Ieri non eravate l, signor de Morcerf? Qual principe? domand Alberto.
Il principe Cavalcanti, riprese Danglars che si ostinava a voler dar sempre questo titolo al giovine.
Ah! perdono, disse Alberto, non sapeva che fosse principe. Ah! il principe Cavalcanti ha cantato ieri con Eugenia? In verit ci doveva rapire in estasi, e mi spiace vivamente di non averli intesi. Ma non ho potuto arrendermi al vostro invito, perch sono stato sforzato di accompagnare la signora de Morcerf dalla baronessa de Chteau-Renaud madre, ove cantavano i tedeschi. Poi dopo un breve silenzio, e come se non si fosse parlato di niente:
Mi sar permesso, disse Morcerf, di presentare i miei omaggi a madamigella Danglars?
Oh! aspettate, ve ne supplico, disse il banchiere fermando il giovine; sentite la deliziosa cavatina? Ta, ta, ta, ti, ta, ti, ta, ta; trasporta! sta per finire... un solo secondo. Perfettamente! bravo! bravo! Ed il banchiere si mise ad applaudire con frenesia.
In fatto, disse Alberto,  squisita.  impossibile di capir meglio la musica del proprio paese quanto il principe Cavalcanti; avete detto principe,  vero? D'altra parte s'egli non  principe, si far fare, ci  facile in Italia. Ma per ritornare ai nostri adorabili cantanti, dovreste farci un piacere, signor Danglars, senza dir loro che vi sia un'estraneo, dovreste pregare madamigella Danglars ed il signor Cavalcanti di cominciare un altro pezzo.  una cosa tanto deliziosa il godere la musica, in un poco di distanza, in una mezza luce, senz'essere veduti, senza vedere, e per conseguenza senza incomodare i cantanti, che per tal modo possono lasciarsi trasportare da tutto l'istinto del proprio genio, e da tutto lo slancio del proprio cuore. Questa volta Danglars fu sconcertato dalla flemma del giovine, e prese Monte-Cristo a parte.
Ebbene! disse, che ve ne pare del nostro amoroso?
Diavolo! mi sembra un poco freddo,  incontrastabile; ma che volete, vi siete impegnato, riprese Monte-Cristo.
Senza dubbio mi sono impegnato, ma a dare mia figlia ad un uomo che l'ami, e non ad un uomo che non l'ama punto. Vedetelo l freddo come un marmo, orgoglioso come suo padre; se fosse ricco ancora, se avesse la fortuna dei Cavalcanti, vi si potrebbe passar sopra. In fede mia non ho ancora consultata mia figlia, ma s'ella avesse buon gusto...
Ah! disse Monte-Cristo, non so se  la mia amicizia per lui che mi acceca, ma vi assicuro che il signor de Morcerf  un grazioso giovine, e che presto o tardi giunger a qualche cosa; perch finalmente la posizione di suo padre  eccellente.
Hum! fece Danglars. Perch questo dubbio?
Vi  sempre il passato... questo passato oscuro.
Ma il passato del padre non ha che veder coi figli... non vi montate la testa; un mese fa trovavate essere eccellente cosa il fare questo matrimonio... capirete, sono afflittissimo: fu in casa mia che voi avete veduto questo giovine Cavalcanti, che io non conosco, ve lo ripeto.
Lo conosco io, disse Danglars, e basta cos.
Lo conoscete? avete dunque prese informazioni sul suo conto? domand Monte-Cristo.
E v' bisogno di ci? a prima vista non si sa subito con chi si ha che fare?... primieramente  ricco...
Io non lo assicuro. Voi per rispondete per lui?
Di una miseria, di 50 mila franchi
Egli ha un'educazione distinta.
Hum! fece a sua volta Monte-Cristo. Sa di musica.
Tutti gl'Italiani ne sanno. Vedete, conte, siete ingiusto.
Ebbene! s, lo confesso, vedo con pena, conoscendo i vostri impegni coi Morcerf, che venga in tal modo a gettarsi di traverso, ed abusare della sua fortuna.
Danglars si mise a ridere. Oh! come siete puritano! diss'egli: ma ci accade tutti i giorni nel mondo.
Voi per non potete romperla cos, mio caro Danglars; i Morcerf contano su questo matrimonio.
Vi contano? Positivamente.
Allora che si spieghino: dovreste gettare due parole su questo argomento al padre, caro conte, voi che siete tanto nelle buone grazie della famiglia...
Io? e dove diavolo avete veduto questo?
Ma, al loro ballo, mi sembra. Come! la contessa, la orgogliosa Merceds, la sdegnosa catalana, che si degn appena d'aprire la bocca alle sue pi antiche conoscenze, vi ha preso pel braccio,  uscita con voi nel giardino, si  internata nei viali, e non  ricomparsa che mezz'ora dopo.
Ah! barone! c'impedite di sentire; disse Alberto, per un melomaniaco come voi questa  una barbarie!
Sta bene! sta bene! signor motteggiatore, disse Danglars.
Indi volgendosi a Monte-Cristo: V'incaricate di dir ci al padre? Volentieri, se lo desiderate.
Ma che questa volta si faccia in un modo esplicito e definitivo; soprattutto ch'egli mi domandi mia figlia, che fissi un giorno, che dichiari le condizioni pel danaro, finalmente che si stabilisca o che si rompa; ma non pi dilazioni.
Ebbene! la rimostranza sar fatta.
Non vi dir che lo aspetto con piacere, ma infine l'aspetto; un banchiere, voi lo sapete, deve essere schiavo della sua parola. E Danglars mand uno di quei sospiri che mandava Cavalcanti mezz'ora prima.
Bravo, bravo, grid Morcerf, facendo parodia al banchiere; ed applaudendo alla fine del pezzo.
Danglars cominciava gi a guardare Alberto di traverso, quando gli vennero a dire due parole all'orecchio.
Ritorno, disse il banchiere a Monte-Cristo, aspettatemi, avr forse a dirvi due parole or ora, ed usc. La baronessa approfitt dell'assenza di suo marito per aprire la porta della camera di studio di sua figlia, e videsi il signor Andrea alzarsi come una statua, assiso davanti al pianoforte con madamigella Eugenia; Alberto salut sorridendo madamigella Danglars, che senza sembrare menomamente turbata, gli rese il saluto colla consueta freddezza. Cavalcanti parve evidentemente impacciato; salut Morcerf, che gli rese il saluto coll'aria pi impertinente del mondo. Allora Alberto cominci a diffondersi in elogi sulla voce di madamigella Danglars, e sul dispiacere che provava per non aver potuto assistere, per ci che gli era stato detto alla serata dal giorno innanzi.
Cavalcanti lasciato a s stesso, prese a parte Monte-Cristo.
Vediamo, disse la signora Danglars. Bastano la musica ed i complimenti come questi, volete prendere il th?
Vieni, Luigia, disse madamigella Danglars alla sua amica. Passarono nel salotto vicino ove effettivamente era preparato il th. Al momento in cui si cominciava, all'uso inglese, a lasciare i cucchiarini entro le tazze, la porta si riapr, ed entr Danglars visibilmente agitato.
Monte-Cristo soprattutto osserv questa agitazione, ed interrog il banchiere coll'occhio. Ebbene, disse Danglars, ricevo in questo momento il mio corriere dalla Grecia.
Ah! ah! e per questo siete stato chiamato? S.
Come sta il re Ottone? domand Alberto col tuono pi annoiato. Danglars lo guard di traverso senza rispondergli, e Monte-Cristo si volt per nascondere il senso di piet che era comparso sul suo viso, ma che tosto disparve.
Ce ne andremo insieme, n' vero? disse Alberto al conte.
S, se lo volete. Alberto nulla poteva comprendere di ci che riguardava il banchiere; cos volgendosi verso Monte-Cristo che aveva perfettamente capito: Avete veduto, diss'egli, come mi ha guardato?
S, rispose il conte; ma trovate qualche cosa di particolare nel suo sguardo?
Lo credo bene; che vuol dire colle sue notizie di Grecia?
E come volete che lo sappia io?
Perch, a quanto presumo, avete delle intelligenze in quel paese. Monte-Cristo sorrise, come si sorride sempre quando uno si vuol esimere dal rispondere.
Osservate, disse Alberto, eccolo che si avvicina a voi; vado a fare i miei complimenti a madamigella Danglars sul suo cameo, cos il padre avr il tempo di parlarvi.
Se le fate dei complimenti, fateli almeno sulla sua voce, disse Monte-Cristo.
No, ci  quello che fanno tutti.
Mio caro Visconte, avete la fatuit dell'impertinenza.
Alberto si avanz verso Eugenia col sorriso sulle labbra.
In questo frattempo Danglars si accost all'orecchio del conte: Voi mi avete dato un eccellente consiglio, diss'egli. V' una intera ed orribile storia sopra queste due sole parole, Fernando e Giannina.
Ah! bah! fece Monte-Cristo.
S, vi racconter tutto, ma conducete via il giovine; sarei troppo impacciato di restare ora con lui.
 ci che faccio, egli mi accompagna. Ora  sempre necessario che vi mandi il padre?
S, pi che mai. Bene. Il conte fece un segno ad Alberto. Entrambi salutarono le signore ed uscirono: Alberto con un'aria perfettamente indifferente pel disprezzo di madamigella Danglars; Monte-Cristo rinnovando alla signora Danglars il consiglio sulla prudenza che deve avere la moglie di un banchiere di assicurarsi il suo avvenire.
Cavalcanti rimase padrone del Campo di battaglia.
...
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Capitolo 76. HAYDE.
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...
Appena i cavalli del conte ebbero voltato l'angolo del baluardo, Alberto si volt verso di lui scoppiando in una risata troppo rumorosa per non far scorgere che era sforzata.
Ebbene! gli diss'egli, vi domander, come il re Carlo IX domandava a Caterina de' Medici dopo la Saint-Barthelemy, come ritrovate che abbia rappresentata la mia piccola parte? A che proposito? domand Monte-Cristo.
A proposito della installazione del mio rivale in casa del signor Danglars... Qual rivale?
Per bacco! il vostro protetto, il signor Cavalcanti!
Non diciamo cattivi scherzi, non proteggo affatto il signor Andrea, almeno presso il signor Danglars.
Mi farei forse un rimprovero, se il giovine avesse bisogno di protezione. Ma, fortunatamente per me, pu farne senza. Come! e credete ch'egli faccia la sua corte?
Me ne garantisco; fa delle girate d'occhi da sospirante, e modula delle note da innamorato; aspira alla mano della superba Eugenia.
Che v'importa, se non si pensa che a voi!
Non dite questo, mio caro conte, mi si scava il terreno sotto da due lati. Come da due lati?
Senza dubbio: madamigella Eugenia mi ha risposto appena, e madamigella d'Armilly sua confidente non mi ha risposto affatto. S, ma il padre vi adora, disse Monte-Cristo.
Egli? al contrario, mi ha piantato mille pugnali nel cuore, pugnali per colla lama che rientra nel manico, pugnali da tragedia, ma ch'egli crede reali.
La gelosia indica l'affezione. S, ma non son geloso.
Egli lo . Di chi? di Debray?
No, di voi.
Di me? ci scommetto che prima di otto giorni mi ha chiusa la porta sul naso. V'ingannate, caro visconte.
Una prova.
La volete? S.
Sono incaricato di pregare il conte de Morcerf di fare una domanda definitiva al barone.
Da chi? Dallo stesso barone.
Oh! disse Alberto con tutta la baloccaggine di cui era capace, nol farete,  vero caro conte?
V'ingannate, Alberto, lo far poich l'ho promesso.
Allora, disse Alberto con un sospiro, pare che vi stia molto a cuore ch'io prenda moglie.
Ho a cuore di stare in armonia con tutti. Ma a proposito di Debray, non lo vedo pi dalla baronessa.
C' del torbido. Colla signora?
No, col signore.
Si  accorto di qualche cosa?
Ah! il bello scherzo!
Credete che lo sospettasse? disse Monte-Cristo con una graziosa ingenuit.
Ma che! di dove venite dunque, caro conte?
Dal Congo, se volete.
Non  ancora abbastanza lontano.
Conosco forse i vostri mariti parigini?
Eh! i mariti sono uguali ovunque. Dal momento che in un qualunque paese avete studiato un individuo, avete conosciuta la razza.
Ma allora che cosa ha potuto intorbidare Debray con Danglars? sembravano intendersi cos bene! disse Monte-Cristo con un rinnovamento d'ingenuit.
Ah! ecco! rientriamo nei misteri d'Iside, ed io non ne sono iniziato. Quando il signor Cavalcanti sar della famiglia, potrete domandarlo a lui.
La carrozza si ferm:
Eccoci arrivati, disse Monte-Cristo, non sono che le dieci e mezzo, salite dunque. Ben volentieri.
La mia carrozza vi riaccompagner.
No, grazie, il mio coup deve averci seguiti.
Infatto eccolo, disse Monte-Cristo, saltando a terra.
Tutti e due s'introdussero in casa. Il salotto era illuminato, essi vi rientrarono.
Ci farete fare il th, Battistino, disse Monte-Cristo.
Battistino usc senza fiatare; due secondi dopo ricomparve con una sottocoppa compiutamente servita, e che come le colazioni nelle commedie di fate, sembrava uscir di sotto terra.
In verit, disse Morcerf, ci che ammiro in voi, non  la vostra ricchezza, vi son forse persone pi ricche di voi; non  il vostro spirito, Beaumarchais ne aveva di pi, se non ne aveva altrettanto,  il vostro modo di essere servito; senza che vi sia risposta una parola, al minuto, al secondo, come se s'indovinasse dal modo con cui suonate quello che desiderate, e come se tutto ci che desiderate avere, sia gi pronto.
Ci che dite  in parte vero. Si sanno le mie abitudini; per esempio, state a vedere, non desiderate voi di fare qualche cosa mentre bevete il th?
Per bacco! desidero fumare.
Monte-Cristo si avvicin al campanello e batt un colpo. In capo ad un secondo si apr una porta riservata, e comparve Al con due pipe turche ripiene di eccellente lataki.
 maraviglioso, disse Morcerf.
Ma no,  cosa semplicissima, riprese Monte-Cristo; Al sa, che prendendo il th o il caff, ordinariamente io fumo; sa che ho domandato il th, sa che sono rientrato con voi, sente chiamarsi, e non dubita del perch; e siccome egli  di un paese in cui l'ospitalit si esercita particolarmente con la pipa, invece di una chibouque, ne porta due.
Questa certamente  una spiegazione come un'altra; non  per men vero che non siete che voi... oh! ma che cosa  ci che sento? E Morcerf s'inclin verso la porta dalla quale effettivamente emanavano dei suoni come quelli di una chitarra. Davvero, caro visconte, siete destinato a sentire della musica; non fuggite il pianoforte di madamigella Danglars, se non per cadere nella guzla di Hayde.
Hayde! che nome adorabile! vi son dunque delle donne che veramente si chiamano Hayde, oltre quelle che sono nominate nei poemi di Lord Byron?
Certamente; Hayde  un nome molto raro in Francia, ma molto comune in Albania e nell'Epiro;  come se voi diceste per esempio Castit, Pudore, Innocenza;  una specie di nome di battesimo, come dicono i cristiani.
Oh! quanto  grazioso! disse Alberto, quanto vedrei volentieri le nostre francesi chiamarsi madamigella Bont, madamigella Silenzio, madamigella Carit cristiana! dite adunque, se madamigella Danglars invece di chiamarsi Chiara-Maria-Eugenia, come la chiamano, si chiamasse madamigella Castit-Pudore-Innocenza Danglars, che effetto farebbe nelle pubblicazioni matrimoniali.
Pazzo! disse il conte, non scherzate cos ad alta voce, Hayde potrebbe sentirvi. Ed ella se ne inquieterebbe?
No, disse il conte con la sua aria sostenuta.
 buona? domand Alberto. Non  bont,  dovere: una schiava non deve inquietarsi contro del padrone.
Andiamo, via! ora non scherzate voi stesso. Forse che vi sono ancora degli schiavi?
Senza dubbio, poich Hayde  mia schiava.
Infatto voi non fate niente, e non avete niente come gli altri. Schiava del signor conte di Monte-Cristo!  una posizione in Francia. Al modo con cui voi rimescolate l'oro,  un impiego che deve costare almeno centomila scudi l'anno.
Centomila scudi! la povera giovinetta ne ha posseduti ben altri che questi; ella  venuta al mondo, ed ha dormito sopra tesori tali, che quelli delle Mille e una notte sono ben poca cosa.  dunque veramente una principessa?
Lo avete detto, ed anche una delle pi grandi del suo paese. Io non ne dubitava. Ma in che modo una gran principessa  divenuta schiava? Come Dionigi il tiranno divent maestro di scuola? la eventualit della guerra, caro visconte, e il capriccio della fortuna. Ed il suo nome  un segreto? Per tutti, s; ma non per voi, siete dei miei amici e tacerete, non  vero, se promettete di tacere?
Oh! parola d'onore!
Conoscete la storia del pasci di Giannina?
Di Al-Tebelen? senza dubbio, poich al suo servizio mio padre ha fatto fortuna.  vero, lo aveva dimenticato.
Ebbene! che cosa  Hayde ad Al-Tebelen?
Semplicemente sua figlia.
Come? la figlia di Al pasci!...
E della bella Vasiliki. Ed  vostra schiava?
Oh! mio Dio, s. In che modo?
Diavolo! un giorno sono passato sul mercato di Costantinopoli, e l'ho comprata.
 cosa splendida! con voi, mio caro conte, non si vive, ma si sogna. Ora ascoltate, forse sar troppo indiscreto per quanto sono a domandarvi. Dite pure.
Ma poich voi uscite con essa, poich la conducete all'Opera... posso bene arrischiare di domandarvelo.
Potete arrischiare di domandarmi tutto quel che volete.
Ebbene, caro conte, presentatemi alla vostra principessa.
Volentieri; ma a due condizioni. Le accetto da ora.
La prima si  che non confiderete mai ad alcuno questa presentazione. Benissimo! Morcerf stese la mano, lo giuro.
La seconda che non le direte che vostro padre ha servito il suo. Lo giuro anche questo.
A meraviglia, vi sapeva un uomo d'onore.
Il conte batt di nuovo sul campanello; Al ricomparve.
Prevenite Hayde, gli diss'egli, che vado a prendere il caff da lei, e fatele comprendere, che le domando il permesso di presentarle uno dei miei amici. Al s'inchin, ed usc. In tal modo,  convenuto, nessuna interrogazione diretta, caro visconte; se desiderate sapere qualche cosa domandatelo a me, che lo domander a lei. Siam convenuti.
Al ricomparve per la terza volta, e tenne la portiera sollevata per indicare al padrone e ad Alberto che potevano passare. Entriamo, disse Monte-Cristo.
Alberto pass una mano nei capelli, si arricci i baffi; il conte riprese il cappello, si mise i guanti, e lo preced nell'appartamento sorvegliato da Al, come sentinella avanzata, e difeso dalle tre cameriere francesi comandate da Myrthe, come una piazza. Hayde aspettava nella prima camera, che era il salotto, con due grandi occhi dilatati dalla sorpresa; perch era la prima volta che un altro uomo, oltre Monte-Cristo, giungeva fino a lei; ella era seduta sopra un sof in un angolo, colle gambe incrociate, e si era fatto per cos dire un nido delle stoffe di seta broccate e rigate pi ricche d'Oriente. Vicino ad essa giacea l'istrumento, il cui suono l'aveva denunziata; in quella posizione era graziosissima. Scoprendo Monte-Cristo, si sollev con quel doppio sorriso di figlia e di amante che non apparteneva che a lei sola; Monte-Cristo and a lei, e le stese la mano.
Alberto era rimasto sulla porta, sotto l'impero di quella strana belt, che vedeva per la prima volta, e di cui non si poteva far un'idea in Francia. Chi conduci tu, domand in greco la giovanetta a Monte-Cristo; un fratello, un amico, una semplice conoscenza, od un nemico?
Un amico, disse Monte-Cristo nella stessa lingua.
Il suo nome? Il conte Alberto, quello stesso che in Roma liberai dalle mani dei banditi. In qual lingua vuoi che gli parli? Monte-Cristo si volt ad Alberto:
Sapete il greco moderno? domand egli al giovine.
Ahim! disse Alberto, neppure il greco antico, giammai Omero e Platone hanno avuto uno scolaro pi tristo, e direi quasi, pi sdegnoso di me.
Allora, disse Hayde, provando colla domanda stessa che faceva, ch'ella aveva inteso l'interrogazione di Monte-Cristo e la risposta d'Alberto, parler in francese, od in italiano, se tuttavolta il mio signore vuole che io parli.
Monte-Cristo riflett un momento. Tu parlerai in italiano, diss'egli. Poi voltandosi ad Alberto:
Mi spiace che non intendiate il greco moderno, o il greco antico, che Hayde parla ammirabilmente; la povera fanciulla sar costretta di parlarvi in italiano, cosa che forse vi dar una falsa idea di lei. Egli fece un segno ad Hayde.
Sia il ben venuto l'amico che viene col mio signore, e mio padrone, disse la giovane in eccellente toscano, e con quel dolce accento romano, che fa la lingua di Dante tanto sonora, quanto quella d'Omero; Al, portate il caff, e le pipe.
Ed Hayde fece un segno con la mano ad Alberto di avvicinarsi, mentre che Al si ritirava per eseguire gli ordini della giovane padrona. Monte-Cristo mostr ad Alberto due pliant, e ciascuno and a prendere il suo per avvicinarlo ad una specie di candelabro, di cui un paniere formava il centro, sopraccaricato di fiori naturali, di disegni, di album, e di musica. Al rientr, portando il caff e le pipe; in quanto a Battistino questa parte di appartamento gli era interdetta.
Alberto rifiut la pipa che gli presentava il moro.
Oh! prendete, prendete, disse Monte-Cristo; Hayde  quasi incivilita, quanto una parigina: il fumo di Avana le riesce disaggradevole, perch non ama i cattivi odori; ma, lo sapete, il tabacco di Oriente  un profumo. Al usc.
Le tazze di caff erano tutte preparate; era stata aggiunta soltanto una zuccheriera per Alberto. Monte-Cristo ed Hayde bevevano il liquore arabo alla maniera degli Arabi, vale a dire senza zucchero. Hayde allung la mano, prese colla punta delle dita rosee ed affilate la tazza di porcellana del Giappone, e la port alle labbra con l'ingenuo piacere di un fanciullo che beve o mangia una cosa che gli piace. Nello stesso tempo entrarono due donne, portando due sottocoppe piene di gelati e di sorbetti, che depositarono sopra due piccole tavole destinate a tal uopo. Mio caro ospite, e voi, signora, disse Alberto in italiano, scusate il mio stupore: sono del tutto stordito, ed  molto naturale; ecco che mi ritrovo in Oriente, nel vero Oriente; non disgraziatamente tal quale l'ho veduto, ma tal quale l'ho sognato, nel seno di Parigi; poco fa sentiva roteare gli omnibus, e tentennare i campanelli dei mercanti di limonata. Oh! signora, perch mai non so parlare il greco! la vostra conversazione, unita a tutto ci che ne circonda d'incantevole, mi comporrebbe una serata di cui mi ricorderei sempre.
Io parlo abbastanza bene l'italiano per discorrere con voi, signore, disse tranquillamente Hayde, e se amate l'oriente, far tutto il possibile per farvelo ritrovare qui.
Di che posso parlare? domand a bassa voce Alberto a Monte-Cristo.
Di tutto ci che vorrete; del suo paese, della sua giovent, delle sue rimembranze, indi, se lo desiderate meglio, di Roma, di Napoli, o di Firenze.
Oh! disse Alberto, non sarebbe compenso l'avere innanzi a s una greca per parlarle di tutto ci, di cui si parlerebbe ad una parigina; lasciatemi parlarle dell'Oriente.
Questa  la conversazione che le  pi aggradevole.
Alberto si volt verso Hayde: In quale et la signora ha lasciata la Grecia? domand.
Di cinque anni. E vi ricordate della vostra patria?
Quando chiudo gli occhi, rivedo tutto ci che ho veduto. Vi sono due sguardi: lo sguardo del corpo che pu qualche volta dimenticarsi, e quello dell'anima che non si dimentica mai.
Qual  l'epoca pi remota di cui possiate ricordarvi?
Io camminava appena; mia madre, che si chiamava Vasiliki, e Vasiliki vuol dire reale, aggiunse la giovinetta sollevando la testa, mia madre mi prendeva per la mano, ed entrambe coperte da un velo, dopo aver messo nel fondo della borsa tutto l'oro che possedevamo, andavamo a domandare l'elemosina pei prigionieri dicendo: Colui che d ai poveri, presta all'Eterno. Indi, quando la borsa era piena, ritornavamo al palazzo, e senza dir niente a mio padre, mandavamo tutto il danaro della questua, in cui ci avevano preso per povere donne, allo elemosiniere del convento, che lo divideva fra i prigionieri.
Ed allora quant'anni avevate? Tre anni, disse Hayde.
Vi ricorderete dunque di tutto ci che accadde intorno a voi dall'et di tre anni? Di tutto.
Conte, disse sottovoce Morcerf a Monte-Cristo, dovreste permettere alla signora di raccontarci qualche cosa della sua storia; mi avete proibito di parlarle di mio padre, ma forse me ne parler ella stessa; oh! quanto sarei felice di sentire il nostro nome uscir da una bocca cos bella.
Monte-Cristo si volt ad Hayde, e con un segno di sopracciglio, col quale le indicava di accordare la pi grande attenzione alla raccomandazione che stava per farle, le disse in greco:
Raccontaci la sorte di tuo padre, ma guardati dal nominare n il traditore n il tradimento.
Hayde mand un lungo sospiro, ed una tetra nube pass su quella fronte s pura.
Che le avete detto? domand sottovoce Morcerf.
Le ho ripetuto che siete un amico, e ch'ella non ha a nascondersi in faccia vostra.
Cos, il vostro pietoso pellegrinaggio, disse Alberto, a pro dei prigionieri  la prima rimembranza; e l'altra?
L'altra? Io mi veggo sotto l'ombra dei sicomori vicina ad un lago: scorgo ancora, a traverso il fogliame, lo specchio tremolante; contro il pi vecchio e fronzuto, mio padre era assiso sopra cuscini, ed io, debole creatura, mentre che mia madre era stesa ai suoi piedi, scherzava colla sua barba bianca, che gli discendeva sul petto, e col cangiar dalla impugnatura di diamanti, che gli pendeva dalla cintura; indi di tempo in tempo venivano a lui degli Albanesi che gli dicevano alcune parole cui non facevo attenzione, ed alle quali egli rispondeva sempre collo stesso tuono di voce: Uccidete! o Fate grazia!
 strano, disse Alberto, l'udire simili cose dalla bocca di una giovanetta in tutt'altro luogo che sul teatro, ed il dover dire a s stesso: Questa non  una finzione. E, domand egli, come con un orizzonte cos poetico, come con queste rimembranze meravigliose ritrovate la Francia?
Credo che sia un bel paese, disse Hayde, ma vedo la Francia tale quale , perch la vedo con gli occhi di donna, mentre che, mi sembra, al contrario, che non ho veduto il mio paese che con gli occhi di fanciulla, e sempre avvolto da una nebbia tetra o luminosa, a seconda che le mie rimembranze mi rappresentano la mia patria, o come un luogo di dolcezze, o come un luogo di amari patimenti.
Cos giovane, signora, disse Alberto, cedendo suo malgrado alla forza della leggerezza, in che modo avete potuto soffrire? Hayde volse gli occhi verso Monte-Cristo il quale con un segno impercettibile mormor: Eip (racconta).
Niente compone tanto il fondo dell'anima quanto le prime rimembranze, e fatta astrazione delle due che vi ho dette, tutte le altre sono tristissime.
Parlate, signora, disse Alberto, vi giuro che vi ascolto con una inesprimibile felicit.
Hayde sorrise tristamente: Volete dunque che vi racconti gli altri miei ricordi? diss'ella.
Ve ne supplico, disse Alberto.
Ebbene! aveva quattro anni quando una sera fui svegliata da mia madre. Noi eravamo nel palazzo di Giannina; ella mi prese sui cuscini sui quali riposava, ed aprendo gli occhi, vidi i suoi ripieni di grosse lagrime.
Ella mi trasport fuori senza dir parola.
Vedendola piangere stava per piangere io pure.
Silenzio, fanciulla! diss'ella. Spesso, ad onta delle consolazioni o delle minacce materne, capricciosa, come tutti i fanciulli, continuavo a piangere; ma quella volta v'era negli occhi della mia povera madre una tale intonazione di terrore, che io mi tacqui nel medesimo punto.
Ella mi trasportava rapidamente. Vidi allora che discendevamo una larga scala; davanti a noi tutte le donne di mia madre, portando dei bauli, dei sacchetti, degli oggetti di ornamento, dei gioielli, e delle borse d'oro, discendevano, o piuttosto si precipitavano dalla medesima scala.
Dietro alle donne veniva una guardia di venti uomini, armati di lunghi fucili e di pistole, e vestiti con quel costume che voi conoscete in Francia dopo che la Grecia  ritornata una nazione. Eravi qualche cosa di sinistro, questa lunga fila di schiavi e di donne mezzo appesantite dal sonno, o almeno io mi figurava cos, io, che forse credeva gli altri addormiti, perch era male svegliata.
Per le scale correvano ombre gigantesche, che le torce di frassino facevano tremare contro le volte.
Facciam presto! disse una voce dal fondo della galleria. Questa voce fece incurvare tutti, come il vento passando sulla pianura fa curvare un campo di spighe.
Essa mi fece rabbrividire... era la voce di mio padre.
Egli camminava l'ultimo, rivestito delle sue splendide vesti, tenendo in mano la carabina, regalatagli dal vostro imperatore; ed appoggiato al suo fedele Selim ci spingeva avanti, come un pastore col suo gregge sparso.
Mio padre, era quell'uomo illustre che l'Europa ha conosciuto sotto il nome d'Al-Tebelen, pasci di Giannina, e davanti al quale la Turchia ha tremato.
Alberto, senza sapere perch, fremeva nel sentire queste parole pronunciate con un accento indefinibile di fermezza e di dignit; gli sembr che qualche cosa di tetro e spaventoso tralucesse dagli occhi della giovanetta quando, simile ad una pitonessa che evoca uno spettro, risvegli la memoria di quella insanguinata figura, che la sua morte fece comparire gigantesca agli occhi dell'Europa contemporanea.
Ben presto, continu Hayde, la marcia si ferm, noi eravamo a pi della scala, e sulla riva del lago. Mia madre mi premeva contro il suo petto anelante, ed io vidi, a due passi dietro a noi, mio padre che girava da ogni lato lo sguardo inquieto. Davanti a noi rimanevano ancor quattro scalini, ed al termine del quarto ondulava una barca.
Dal luogo ove eravamo si vedeva innalzarsi nel mezzo del lago una massa nera; era il chiosco (padiglione sui terrazzi dei giardini turchi) al quale ci portavamo; e che mi sembrava ad una distanza considerevole, forse a cagione della oscurit: discendemmo nella barca, mi sovvengo che i remi non facevano alcun rumore toccando l'acqua: mi chinai per guardarli, eran fasciati colle cinture dei nostri Palicari.
Nella barca, oltre i rematori, non v'eran che le donne, mio padre, mia madre, Selim, ed io. I Palicari erano rimasti sulla riva del lago, pronti a sostenere la ritirata, inginocchiati sull'ultimo gradino, facendosi riparo degli altri tre, nel caso che fossero stati attaccati.
La nostra barca andava come il vento.
Perch la barca va cos forte? domandai a mia madre.
Zitta, figlia mia, diss'ella, perch noi fuggiamo.
Non capii perch mio padre fuggiva, egli, che poteva tutto, egli davanti al quale d'ordinario fuggivano gli altri, egli che aveva presa per divisa:
ESSI MI ODIANO, DUNQUE MI TEMONO!
In fatto era una fuga che mio padre operava sul lago. Mi fu detto dipoi che la guarnigione del castello di Giannina, stanca dal lungo servizio...
Qui Hayde ferm lo sguardo espressivo su Monte-Cristo, il cui occhio non aveva pi lasciati i suoi. La giovanetta continu dunque lentamente come fa chi inventa e chi sopprime.
Voi dicevate, signora, riprese Alberto che accordava la pi grande attenzione a questo racconto, che la guarnigione di Giannina, stanca dal lungo servizio...
Aveva trattato col seraschiere Kourchid inviato dal Sultano per impadronirsi di mio padre, il quale prese allora la risoluzione di ritirarsi, dopo aver spedito al sultano un ufficiale franco, nel quale aveva tutta la confidenza, nell'asilo ch'egli stesso si era preparato da lungo tempo, e che chiamava kataphygion vale a dire rifugio.
Di quest'ufficiale, domand Alberto, ricordate il nome?
Monte-Cristo scambi colla giovanetta uno sguardo rapido come un baleno, che rimase inosservato a Morcerf.
No, diss'ella, nol ricordo; ma forse pi tardi me ne sovverr, e lo dir. Alberto stava per pronunciare il nome di suo padre, allorch Monte-Cristo alz dolcemente il dito in segno di silenzio.
Il giovine si ricord il giuramento, e tacque.
Era verso questo chiosco che noi vogavamo.
Un pianterreno ornato di arabeschi bagnava i suoi terrazzi nell'acqua, ed un primo piano che guardava sul lago, ecco quanto il palazzo offriva di visibile agli occhi.
Ma al disotto del pianterreno, prolungandosi nell'isola stava un sotterraneo, vasta caverna ove fummo condotti, mia madre, io, e le nostre donne, ed ove giacevano formando un sol monticello, 60 mila borse, e 200 barili. In queste borse v'erano 25 milioni in oro, e nei barili 30 mila libbre di polvere. Vicino a questi ultimi stava Selim, quel favorito di mio padre, di cui vi ho parlato; egli vegliava giorno e notte, colla lancia alla mano, nell'estremit della quale ardeva una miccia accesa: aveva l'ordine di far saltare chiosco, guardie, pasci, donne e oro, al primo segnale di mio padre; mi ricordo che i nostri schiavi conoscendo questo terribile vicino, passavano il giorno e la notte a piangere, pregare e gemere. Non vi saprei dire quanti giorni siam rimasti cos. A quell'ora ignorava ancora che cosa fosse il tempo. Qualche volta, ma raramente, mio padre faceva chiamar me e mia madre sulla terrazza del palazzo; eran per me le mie ore di festa, poich nel sotterraneo non vedeva che ombre gementi, e la lancia ardente di Selim.
Mio padre, seduto davanti ad una grande apertura, fissava un tetro sguardo sulla profondit dell'orizzonte, interrogando ciascun punto nero che compariva sul lago, mentre che mia madre, semi-stesa vicina a lui, gli appoggiava la testa sulla spalla, ed io scherzavo ai suoi piedi ammirando, con quella meraviglia dell'infanzia che ingrandisce sempre gli oggetti, il pendio del Pinto che s'ergeva sull'orizzonte, i castelli di Giannina che uscivan bianchi ed angolati dalle acque blu del lago, i tuffi immensi di verdura oscura attaccati come licheni alle rocce della montagna, che di lontano sembravano musco, e da vicino son giganteschi abeti e mirti immensi. Una mattina mio padre ci mand a cercare; mia madre avea pianto tutta la notte; noi lo trovammo assai tranquillo, ma pi pallido che d'ordinario.
Abbi pazienza, Vasiliki, diss'egli. Oggi tutto sar finito, oggi giunge il firmato del Sultano, e la mia sorte sar risoluta. Se la grazia  intera, ritorneremo trionfanti a Giannina; se le notizie son cattive, fuggiremo questa notte.
Ma se non ci lasciano fuggire? disse mia madre.
Oh! sii tranquilla, rispose Al sorridendo; Selim e la sua lancia accesa mi rispondono di loro. Essi vorrebbero che io morissi, ma non a condizione di morire meco.
Mia madre rispondeva con sospiri a queste consolazioni che non partivano dal cuor di mio padre.
Ella gli prepar l'acqua ghiacciata che mio padre beveva ogni momento, poich dopo la sua ritirata nel chiosco era arso da una febbre ardente; gli profum la bianca barba, e gli accese la pipa, di cui qualche volta, per ore intere, seguiva distrattamente con gli occhi il fumo che volteggiava nell'aria. D'improvviso egli fece un movimento s rapido ch'io n'ebbi gran paura: indi senza staccare gli occhi dal punto che fissava la sua attenzione, domand il cannocchiale. Mia madre glielo pass, pi bianca della statua contro cui si appoggi. Vidi la mano di mio padre tremare.
Una barca!... due, tre!... mormor mio padre; quattro!... E si alz brandendo le armi, e versando, me ne sovvengo, della polvere nel bacinetto delle pistole:
Vasiliki, diss'egli a mia madre con un visibile fremito, fra mezz'ora sapremo la risposta del sublime imperatore; ritirati nel sotterraneo con Hayde.
Io non voglio lasciarvi, disse Vasiliki, se voi morrete, mio padrone, voglio morire con voi.
Andate presso Selim! grid mio padre.
Addio, signore! mormor mia madre obbediente, pieghevole come all'avvicinarsi della morte.
Traete con voi Vasiliki! disse mio padre ai suoi Palicari. Ma io che veniva dimenticata, corsi a lui, stendendo le mie mani dalla sua parte; egli mi vide, ed inchinandosi verso me, mi prem la fronte con le sue labbra.
Oh! quel bacio, quello fu l'ultimo, ed esso  sempre qua, sulla mia fronte. Nel discendere distinguemmo, a traverso le inferriate della terrazza, le barche che ingrandivano sul lago, e che, simili non molto prima a punti neri, sembravano gi uccelli, radenti la superficie delle acque. In questo mentre, nel chiosco, venti Palicari, seduti a pi di mio padre e nascosti dai cespugli, spiavano con occhi sanguinosi l'arrivo di questi battelli, e tenevano pronti i loro lunghi fucili incrostati d'avorio e di argento: cartucce in gran numero erano sparse sul terreno. Mio padre guardava l'orologio, e passeggiava con angoscia. Ecco ci che mi colp quando lasciai mio padre dopo l'ultimo bacio che ricevetti da lui. Mia madre ed io traversammo il sotterraneo. Selim era sempre al suo posto; egli ci sorrise con tristezza. Noi andammo a cercar dei cuscini dall'altra parte della caverna, e venimmo a sedere vicino a Selim: nei grandi pericoli si cercano i cuori affezionati, e sebbene fossi fanciulla, sentiva per istinto che una gran disgrazia si aggravava sul nostro capo.
Erano le quattro della sera, ma bench il giorno fosse chiaro e lucente al di fuori, noi eravamo immersi nell'oscurit del sotterraneo. Una sola luce brillava nella caverna, a guisa di una tremante stella sopra un nero cielo, e questa era la miccia di Selim. Mia madre era cristiana, e pregava.
Selim ripeteva a quando a quando queste sante parole:
Dio  grande! mia madre per aveva ancora qualche speranza. Nel discendere le era sembrato di riconoscere il Franco ch'era stato inviato a Costantinopoli, e nel quale mio padre aveva riposta ogni confidenza, perch sapeva che i soldati del sultano francese sono ordinariamente nobili e generosi. Ella si avanz di qualche passo verso la scala, ed ascolt. Si avvicinano, diss'ella; purch portino la pace e la vita!
Che temi tu, Vasiliki? rispose Selim colla sua voce soave ad un tempo e fiera. Se essi non portano la pace, darem loro la guerra; se non portano la vita darem loro la morte. E ravvivava la bragia della lancia con un gesto che lo faceva assomigliare a Dionisio dell'antica Creta. Ma io, che era cos fanciulla e cos ingenua, aveva paura di questo coraggio che trovava feroce ed insensato, e mi atterriva di quella morte spaventosa nell'aria e fra le fiamme. Mia madre provava le stesse impressioni perch la sentiva fremere.
Mio Dio! mio Dio! mamma, gridai, siam forse vicine a morire? Ed alla mia voce raddoppiarono i pianti e le preghiere degli schiavi.
Fanciulla, mi disse Vasiliki, Dio ti salvi dal dovere un giorno desiderare questa morte che oggi ti spaventa. Indi a bassa voce:
Selim, diss'ella, qual  la consegna che tieni dal tuo padrone?
S'egli m'invia il suo pugnale  segno che il sultano rifiuta di ritornarlo in grazia, ed io do fuoco; se m'invia il suo anello  segno che il sultano gli perdona ed io libero la polveriera.
Amico, riprese mia madre, quando giunger l'ordine del padrone, se t'invia il pugnale invece di ucciderci entrambe con questa morte che ne spaventa, ti stenderemo la gola, e tu ci ucciderai con quel pugnale.
S, Vasiliki, rispose tranquillamente Selim.
D'improvviso sentimmo come grandi grida; eran grida di gioia; il nome del Franco ch'era stato inviato a Costantinopoli echeggiava ripetuto dai nostri Palicari; era evidente che riportava la risposta del sublime imperatore, e che questa era favorevole.
E voi non vi ricordate il suo nome? disse Morcerf pronto ad aiutare la memoria della narratrice.
Monte-Cristo fe' un cenno.
Non me ne ricordo, rispose Hayde.
Il romore raddoppiava; rumoreggiavano passi pi vicini; si discendeva la scala del sotterraneo. Selim prepar la sua lancia. Ben presto comparve un'ombra nell'incerto crepuscolo che formavano i raggi del giorno penetrati fino nell'entrata del sotterraneo.
Chi sei tu? grid Selim. Ma chiunque tu sia, non fare un passo di pi.
Gloria al sultano! disse l'ombra.  fatta piena grazia al visir Al; e non solo ha salva la vita, ma gli vengon resi i suoi beni e la sua fortuna.
Mia madre mand un grido di gioia e mi strinse al suo cuore.
Fermati, le disse Selim, vedendo ch'ella si slanciava di gi per uscire. Tu sai che mi abbisogna l'anello.
 giusto, disse mia madre. E cadde in ginocchio sollevandomi verso il cielo, come se mentre pregava Dio per me volesse ancor sollevarmi verso lui.
Hayde si ferm, vinta da tale emozione che il sudore le colava dalla pallida fronte, e che la voce soffocata sembrava non poter sorpassare l'arida sua gola.
Monte-Cristo vers un po' d'acqua gelata in un bicchiere, e lo present a lei dicendo con una dolcezza da cui trapelava un'ombra di comando: Coraggio, figlia mia.
In questo mentre i nostri occhi, abituati all'oscurit, avevano riconosciuto l'inviato del sultano, egli era un amico. Selim lo aveva riconosciuto, ma il bravo giovine non sapeva che una cosa: obbedire!
In nome di chi vieni tu? diss'egli.
Vengo in nome del nostro padrone, Al-Tebelen.
Se vieni in nome di Tebelen, tu hai da sapere ci che devi rimettermi.
S, disse l'inviato, ti porto il suo anello. E nello stesso tempo alz la mano al di sopra della testa, ma era troppo lontano, e faceva troppo buio perch Selim potesse, dal luogo ov'era, distinguere e conoscere l'oggetto che gli presentava.
Io non vedo ci che tu tieni, disse Selim.
Avvicinati, disse il messaggiero, oppure mi avviciner io.
N l'uno, n l'altro, rispose il giovine soldato, deponi nel posto ove sei, sotto quel raggio di luce, l'oggetto che tu mi mostri, e ritirati fin che io l'abbia veduto.
Ecco, disse il messaggiero. E si ritir dopo aver deposto il segno di riconoscimento nel luogo indicato.
Ed il nostro cuore palpitava, perch l'oggetto ci sembrava effettivamente un anello. Soltanto era l'anello di mio padre? Selim, tenendo sempre in mano la miccia accesa, and all'apertura, s'inchin contento sotto il raggio di luce, e raccolse il segnale.
L'anello del padrone, diss'egli baciandolo, sta bene! e rovesciando la miccia contro terra, vi pest sopra, e la spense. Il messaggiere mand un grido di gioia e batt le mani. A questo segnale, quattro soldati del serraschiere Kourchid accorsero, e Selim cadde trapassato da cinque colpi di pugnale. Ciascuno aveva dato il suo. E frattanto, ebbri pel loro delitto, quantunque ancora pallidi per la paura, irruppero nel sotterraneo, cercando da per tutto se vi era fuoco, e rotolandosi sui sacchi d'oro.
In questo mentre mia madre mi prese fra le sue braccia, e agile, balzando per sinuosit conosciute da noi soli, giunse fino alla scala segreta del chiosco nel quale regnava uno spaventoso tumulto. Le sale basse erano interamente popolate di Tchodoars di Kourchid, vale a dire di nostri nemici. Nel momento che mia madre stava per spingere la piccola porta, sentimmo la voce del pasci risuonare terribile e minacciosa. Mia madre si pose in ascolto alle fessure delle assi, si trovava per caso un'apertura davanti la mia, e io guardava.
Che volete? diceva mio padre a persone che tenevano in mano una carta con caratteri d'oro.
Che vogliamo? rispondeva uno di costoro, comunicarvi la volont di Sua Altezza. Vedi tu il firmano?
Lo vedo, disse mio padre. Ebbene! leggi, egli domanda la tua testa. Mio padre mand uno scoppio di risa pi spaventoso che non avrebbe fatto una minaccia, e non aveva ancora cessato, che due colpi di pistola erano usciti dalle sue mani, ed avevano uccisi due uomini. I Palicari, ch'eran tutti distesi intorno a mio padre colla faccia contro il suolo, si alzarono allora e fecero fuoco. La camera si riemp di fracasso, di fumo e di fiamme. Nel medesimo punto il fuoco incominci dall'altra parte, e le palle vennero a forare le assi intorno a noi. Oh! quanto era bello! quanto era grande il Visir Al-Tebelen, mio padre in mezzo alle palle, colla scimitarra alla mano, il viso nero dalla polvere! oh! come fuggivano i suoi nemici!
Selim! Selim! guardiano del fuoco, grid egli, fa il tuo dovere!
Selim  morto, rispose una voce che sembrava uscita dai profondi del chiosco, e tu Al, sei perduto! Nello stesso tempo si fece sentire una sorda detonazione, ed il piancito salt in ischegge tutto all'intorno di mio padre. I Tchodoars tiravano a traverso il piancito di legno: tre o quattro Palicari caddero feriti dal basso all'alto con ferite che loro laceravano tutto il corpo. Mio padre rugg, introdusse le dita nei fori delle palle, e strapp un asse tutta intera. Ma nello stesso tempo venti colpi di fuoco scoppiarono da questa apertura, e le fiamme, uscendo come da un cratere di vulcano, si appiccarono alle tende e le arsero. In mezzo di tutto questo spaventoso tumulto, in mezzo a queste grida terribili, due colpi pi distinti dagli altri, due grida pi strazianti sopra le altre grida mi agghiacciarono di terrore. Queste due esplosioni avevano colpito mortalmente mio padre, che aveva mandate queste grida. Per egli era rimasto in piedi, aggrappato ad una finestra. Mia madre squassava la porta per andare a morire con lui, ma la porta era chiusa per di dentro. A lui d'intorno i Palicari si contorcevano nelle convulsioni dell'agonia; due o tre che erano senza ferite, o feriti leggermente, si slanciarono dalle finestre. Nello stesso tempo il piancito tutto intero scricchiol rotto per di sotto; mio padre cadde sopra un ginocchio, e subito venti braccia si stesero armate di sciabole, di pistole e di pugnali, venti colpi colpirono nel tempo stesso un uomo, e mio padre disparve fra un turbine di fuoco, attizzato da questi demoni ruggenti, come se l'inferno si fosse aperto sotto i suoi piedi.
Io mi sentii rotolare a terra; era mia madre che cadeva svenuta.
Hayde lasci cadere le braccia mandando un gemito, e guardando il conte, come per domandargli s'era contento della sua obbedienza. Il conte si alz, and a lei, la prese per mano, e le disse in greco: Riposati, cara fanciulla, e riprendi coraggio, pensando che vi  un Dio che punisce i traditori.
Ecco una spaventevole storia, conte, disse Alberto atterrito dal pallore d'Hayde, ed ora mi pento d'essere stato cos crudelmente indiscreto.
Non  niente, rispose Monte-Cristo: indi mettendo la mano sulla testa della giovanetta: Hayde, continu egli,  una donna coraggiosa, e qualche volta ha trovato sollievo nel racconto delle sue sventure.
Perch mio signore, disse vivamente la giovanetta, le mie sventure mi ricordano i tuoi beneficii.
Alberto la guard con curiosit, perch ella non aveva ancora raccontato ci che egli desiderava pi di sapere, vale a dire in qual modo era divenuta schiava del conte.
Hayde vide contemporaneamente espresso lo stesso desiderio tanto negli occhi di Alberto che in quelli del conte; e continu:
Quando mia madre ricuper l'uso dei sensi, noi eravamo davanti al serraschiere: Uccidetemi, diss'ella, ma risparmiate l'onore alla vedova di Al.
Non  a me che tu ti devi rivolgere, disse Kourchid.
E a chi dunque? Al tuo nuovo padrone.
Qual ? Eccolo. E Kourchid ci mostr uno di quelli che avevan contribuito alla morte di mio padre, continu la giovanetta con una cupa collera.
Allora, domand Alberto, diveniste propriet di quest'uomo?
No, rispose Hayde, egli non os ritenerci, ci vend a dei mercanti di schiavi che andavano a Costantinopoli: traversammo la Grecia e giungemmo morenti alla porta imperiale, ingombra di curiosi che si aprivano per lasciarci passare, quando d'improvviso mia madre segu cogli occhi la direzione degli occhi di tutti, gett un grido, e cadde mostrando una testa al di sopra di questa porta.
Al di sopra di quella testa, erano scritte queste parole.
QUESTA  LA TESTA DEL PASCI DI GIANNINA.
Cercai piangendo di rialzar mia madre... era morta!
Io fui portata al bazar, un ricco armeno mi compr, mi fece istruire, mi procur dei maestri, e quando ebbi tredici anni mi vend al sultano Mahomud.
Dal quale, riprese Monte-Cristo, io la riscattai, come vi dissi, Alberto, per mezzo di quello smeraldo eguale a questo in cui metto le mie pastiglie di hatchis.
Alberto era rimasto stordito per ci che aveva inteso.
Terminate la vostra tazza di caff, gli disse Monte-Cristo; la storia  finita.
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Capitolo 77. CI SCRIVONO DA GIANNINA.
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Franz era uscito dalla camera di Noirtier cos tremante, e cos fuor di s, che Valentina stessa aveva avuta piet di lui. Villefort, che non aveva articolato che poche parole senz'ordine, e ch'era fuggito nel suo gabinetto, ricevette due ore dopo la seguente lettera.
Dopo ci che  stato rivelato questa mattina, il signor Noirtier de Villefort non potr supporre che un'alleanza sia possibile fra la sua famiglia e quella del signor Franz d'pinay, il quale ha orrore nel pensare che il signor de Villefort, che sembrava conoscesse gli avvenimenti raccontati questa mattina, non lo abbia prevenuto in questo pensiero.
Chiunque avesse veduto in questo momento il magistrato, curvato sotto il colpo, non avrebbe creduto ch'egli l'avesse preveduto; di fatto non avrebbe pensato che suo padre avesse spinta la sua franchezza, o piuttosto la sua rozzezza, fino a raccontare una simile storia.  vero che il signor Noirtier, sdegnoso dell'opinione di suo figlio, non si era occupato di schiarire i fatti agli occhi di Villefort, e che questi aveva sempre creduto che il generale Quesnel, o barone d'pinay, secondo che si vorr chiamare, o col nome che si era fatto, o con quello che gli era stato fatto, fosse morto assassinato, e non ucciso lealmente in duello. Questa lettera cos aspra da un giovine, fino allora tanto rispettoso, era mortale per l'orgoglio di un uomo come Villefort. Appena fu nel suo gabinetto entr sua moglie. L'uscita di Franz chiamato da Noirtier, aveva cos fattamente maravigliato tutti, che la posizione della signora de Villefort, rimasta sola col notaro ed i testimoni, divenne di momento in momento pi impacciante. Allora ella aveva presa la sua risoluzione ed era uscita annunciando che andava a raccogliere le notizie.
Il signor de Villefort si content di dirle, che in seguito di alcune spiegazioni tra lui, il signor Noirtier ed il signor Franz d'pinay, il matrimonio di Valentina con Franz era rotto.
Era difficile a riportar quest'ambasciata a coloro che aspettavano; cos, la signora de Villefort rientrando, si limit a dire, che il signor Noirtier avendo avuto nel principio della conferenza una specie di attacco di apoplessia, il contratto era naturalmente differito a qualche giorno.
Questa notizia, per quanto fosse falsa, giungeva tanto singolarmente al seguito delle altre due disgrazie dello stesso genere, che gli uditori si guardarono meravigliati, e si ritirarono senza dir parola. In questo mentre Valentina, felice ad un tempo e spaventata, dopo avere abbracciato e ringraziato il debole vecchio, che aveva in tal modo rotta una catena ch'ella riguardava gi come indissolubile, aveva domandato di ritirarsi nelle sue camere per rimettersi, e Noirtier le aveva accordato il permesso che sollecitava.
Ma invece di risalire da lei, Valentina, una volta uscita, prese il corridore, ed uscendo dalla piccola porta, si slanci nel giardino. In mezzo a tutti gli avvenimenti che venivano ad accatastarsi gli uni sugli altri, un sordo terrore le aveva costantemente compresso il cuore. Ella si aspettava da un momento all'altro di vedersi comparire Morrel, pallido e minaccioso, come il Laird di Ravenswood al contratto di Lucia di Lammermoor. Di fatto era tempo che andasse al cancello. Massimiliano, che aveva sospettato quel che sarebbe accaduto, quando vide Franz lasciare il cimitero in compagnia del signor de Villefort, lo aveva seguito; poi, dopo averlo veduto entrare, lo aveva pur anche veduto uscire e rientrare nuovamente in compagnia di Alberto e Chteau-Renaud. Per lui non vi era dunque pi alcun dubbio. Allora si era gettato nel recinto, pronto a qualunque avvenimento, ben certo che al primo momento di libert, che potrebbe afferrare, Valentina sarebbe corsa a lui.
Egli non s'era ingannato; il suo occhio attaccato alle assi, vide infatto comparir la giovanetta che senza prendere le usate cautele, correva al cancello. Al primo colpo d'occhio che gett sur essa, Massimiliano si fe' tranquillo; alla prima parola che pronunci, balz di gioia.
Salvi, disse Valentina.
Salvi! ripet Morrel non potendo credere a tanta felicit; ma da chi?
Da mio nonno. Oh! amatelo molto Morrel!
Questi giur d'amare il vecchio con tutta l'anima sua.
Ma com' accaduto? domand Morrel, quale strano mezzo ha egli impiegato? Valentina apr la bocca per raccontar tutto, ma pens che in fondo a tutto ci vi era un segreto terribile che non apparteneva soltanto a suo nonno.
Pi tardi, diss'ella, vi racconter tutto.
Ma quando?
Quando sar vostra moglie.
Questo era un mettere la conversazione sur un campo che rendeva facile a Morrel l'intendere tutto: egli per tal modo cap ancora che doveva contentarsi di ci che sapeva, e che ci era abbastanza per quel giorno. Per non acconsent a ritirarsi che sulla promessa che Valentina sarebbe ritornata la dimane a sera. Ella promise ci che volle Morrel. Tutto era cambiato ai loro occhi, e certo ora era men difficile a Valentina il credere che avrebbe potuto maritarsi con Morrel, di quel che un'ora prima non avrebbe sposato il signor Franz.
In questo tempo la signora de Villefort era salita dal signor Noirtier, il quale la guard con quell'occhio cupo e severo con cui era assuefatto a riceverla: Signore, gli diss'ella, non ho bisogno di dirvi che il matrimonio di Valentina  rotto poich qui si oper questa rottura.
Noirtier rimase impassibile. Ma ci che voi non sapete signor,  che io sono stata sempre contraria a questo matrimonio, e che si faceva mio malgrado. Noirtier guard sua nuora come uno che aspetti una spiegazione. Ora, poich questo matrimonio, pel quale conoscevo la vostra ripugnanza,  rotto, vengo a farvi una rimostranza che non possono farvi n il signor de Villefort, n Valentina.
Gli occhi di Noirtier chiesero qual fosse questa rimostranza.
Vengo per pregarvi, signore, come la sola che ne ha il diritto, perch sono la sola cui nulla frutter; vengo a pregarvi di rendere, non dir i vostri favori, ella li ha sempre goduti, ma la vostra fortuna a vostra nipote.
Gli occhi di Noirtier rimasero un momento incerti: essi cercavano evidentemente i motivi di questa rimostranza, e non li potevano ritrovare. Posso sperare, signore, disse la signora de Villefort, che le vostre intenzioni siano in armonia colla preghiera che vi faccio?
S, fece Noirtier.
In questo caso mi ritiro, riconoscente ad un tempo e felice. E, salutando il signor de Noirtier, si ritir.
In fatto il giorno dopo Noirtier fece venire il notaro; fu stracciato il primo testamento, ne fu fatto un secondo, nel quale lasciava tutta la sua fortuna a Valentina, sotto la condizione che non si fosse separata da lui.
Alcune persone allora calcolarono pel mondo, che madamigella de Villefort, ereditiera del marchese e della marchesa di Saint-Mran, e rientrata nella grazia di suo nonno, avrebbe un giorno potuto godere di una rendita di 300 mila franchi annui.
Mentre che si rompeva questo matrimonio presso i Villefort, il conte de Morcerf aveva ricevuta la visita di Monte-Cristo, e per far vedere la sua premura a Danglars, indoss la grande uniforme di luogotenente generale, cui aveva fatto ornare di tutte le decorazioni, ed ordin i suoi migliori cavalli. Morcerf cos abbigliato si fece condurre alla strada della Chausse-d'Antin, e si fe' annunziare a Danglars che stava facendo il bilancio della fine del mese.
Da qualche tempo non era quello il momento da scegliersi per ritrovare il banchiere di buon umore.
Cos, all'aspetto del suo antico amico, Danglars prese un'aria maestosa, e si stabil nel suo seggio.
Morcerf ordinariamente cos serio, aveva assunta un'aria ridente ed affabile; in conseguenza, quasi sicuro d'essere ben accolto fino dalle sue prime parole, non fece punto il diplomatico, ed and direttamente e di un sol tratto alla meta:
Barone, diss'egli, eccomi. Da lungo tempo ci aggiriamo attorno alle parole d'altra volta... Morcerf si aspettava, a questi detti, di vedere rasserenata la figura del banchiere, il cui sussiego egli attribuiva al proprio silenzio; ma al contrario questa figura divenne, cosa che pareva quasi impossibile, pi impassibile e pi fredda ancora.
Ecco perch Morcerf si era fermato a met della frase...
Quali parole, signor conte? domand il banchiere, come se cercasse invano nel suo spirito la spiegazione di ci che voleva dire il generale.
Oh! disse il conte, voi siete amante della formalit, e mi rammentate che il cerimoniale deve eseguirsi secondo tutti i riti. Benissimo! in fede mia. Perdonatemi, ma siccome non ho che un sol figlio, e questa  la prima volta, sono ancora novizio; andiamo, io mi adatto. E Morcerf, con un sorriso sforzato, si alz, fece una profonda riverenza a Danglars, e gli disse: signor barone, ho l'onore di domandarvi la mano di madamigella Eugenia Danglars, vostra figlia, per mio figlio il visconte Alberto de Morcerf.
Ma Danglars, invece di accogliere queste parole con quel fervore che Morcerf si aspettava da lui, aggrott il sopracciglio, e, senza invitare il conte, che era rimasto in piedi, a sedersi di nuovo: signor conte, diss'egli, prima di potervi rispondere avr bisogno di riflettervi.
Di riflettervi! riprese Morcerf di pi in pi meravigliato; non avete dunque avuto il tempo di riflettervi da otto anni circa che parliamo di questo matrimonio?
signor conte, tutti i giorni accadono cose per le quali le riflessioni che si credevano fatte sono da rifarsi.
E come? non vi comprendo pi, barone!
Voglio dire, che da 15 giorni nuove congiunture...
Permettetemi, disse Morcerf, non  gi questa una commedia che rappresentiamo? Ed in qual modo una commedia? S, spieghiamoci categoricamente.
Non chiedo di meglio.
Avete veduto il conte di Monte-Cristo?
Lo vedo spessissimo, disse Danglars,  uno de' miei amici.
Ebbene! una delle ultime volte che lo avete veduto, gli avete detto ch'io sembravo smemorato, irresoluto sul conto di questo matrimonio?  vero.
Ebbene! eccomi: non sono n irresoluto n smemorato, lo vedete, poich vengo a reclamare che mantenghiate la vostra parola. Danglars non rispose.
Avete voi cos presto cambiato d'avviso, soggiunse Morcerf, o non avete provocata la mia domanda che per darvi il piacere d'umiliarmi?
Danglars cap che, s'egli continuava la conversazione sul tuono col quale l'aveva incominciata, la cosa poteva voltarsi a male per lui. signor conte, dovete essere a buon dritto meravigliato della mia riserva, lo capisco, cos credetemi, sono il primo ad affliggermene; credetemi bene ch'ella mi  imposta da imperiose congiunture.
Queste sono parole in aria, e forse potrebbero soddisfare il primo arrivato; ma il conte di Morcerf non  un primo arrivato, e quando un uomo come lui viene a ritrovare un altr'uomo e gli ricorda la parola data, e questi manca alla sua parola, ha il diritto di esigere sul momento che almeno gli venga addotta una buona ragione.
Danglars era vile, ma non voleva comparirlo; fu punto dal tuono che aveva preso Morcerf: Non  certo una buona ragione quella che mi manca.
Che pretendete dire?
Che ho la buona ragione, ma che  difficile a darsi.
Capite frattanto, disse Morcerf, che io non posso appagarmi delle vostre reticenze, ed una cosa in ogni modo mi sembra chiara, ed  che voi rifiutate la mia alleanza.
No signore, sospendo la mia risoluzione, ecco tutto.
Ma non avrete per la pretensione, credo, che mi abbia a sottoscrivere ai vostri capricci, al punto d'aspettare tranquillamente ed umilmente il ritorno del vostro favore?
Allora signor conte, se non potete aspettare, consideriamo i nostri disegni come non fatti.
Il conte si morse le labbra fino al sangue per non irrompere, come lo avrebbe portato a fare la sua indole superba ed irritabile: per, conoscendo che in simile congiuntura il ridicolo sarebbe caduto dalla parte di lui, aveva gi cominciato ad accostarsi alla porta del salotto, allorch, pentendosi, ritorn addietro. Una fosca nube era passata sulla sua fronte, lasciandovi invece di offeso orgoglio una vaga inquietezza. Vediamo, diss'egli, caro Danglars, noi ci conosciamo da molti anni, e per conseguenza dobbiamo averci dei riguardi l'un per l'altro. Voi mi dovete una spiegazione, ed  che almeno io sappia a qual disgraziato avvenimento mio figlio debba la perdita delle vostre buone intenzioni a suo vantaggio.
Non  un affare personale al visconte, ecco tutto ci che posso dirvi, rispose Danglars, che ritornava impertinente vedendo Morcerf addolcirsi.
Ed a chi dunque  personale? domand con voce alterata Morcerf, la cui fronte si copr di pallore.
Danglars al quale non isfuggiva veruno di questi sintomi, fiss su lui uno sguardo pi sicuro di quello che non era solito di fare: Ringraziatemi, se non mi spiego maggiormente, diss'egli.
Un tremito nervoso, che senza dubbio veniva dalla collera trattenuta, agitava Morcerf:
Ho il diritto, rispose questi facendo un violento sforzo su se stesso, di esigere che vi spieghiate:  dunque contro la signora de Morcerf che avete qualche cosa?  la mia fortuna che non  sufficiente? Son forse le mie opinioni, che essendo contrarie alle vostre...
Niente di tutto queste, signore, disse Danglars; sarei imperdonabile, perch mi sono impegnato conoscendo tutto ci. No, non cercate di pi, son mortificato di costringervi a fare questo esame di coscienza; fermiamoci qui, credetemi. Prendiamo un termine medio di dilazione, che non sia n una rottura, n un impegno. Niente ne sollecita; mio Dio! mia figlia ha 17 anni, e vostro figlio ventuno. Nella nostra fermata il tempo passer; condurr gli avvenimenti, le cose che sembrano oscure oggi, possono divenir chiare domani; qualche volta con una parola in un giorno cadono le pi crudeli calunnie.
Calunnie, diceste, signore? grid Morcerf diventando livido. Son forse calunniato?
signor conte, vi dico di non spiegarci di pi.
Mi abbisogner soffrir tranquillamente questo rifiuto?
Penoso soprattutto per me, perch io contava sull'onore della nostra alleanza, ed un matrimonio andato a monte, fa sempre, pi torto alla fidanzata che al fidanzato.
Sta bene, signore, non ne parliamo pi, disse Morcerf. E, strofinando i guanti per la rabbia, usc dall'appartamento. Danglars not che neppure una sola volta Morcerf aveva osato di domandare, se il matrimonio andava a monte per causa sua. La sera egli ebbe una lunga conferenza con molti amici, ed il signor Cavalcanti, che si era costantemente fermato nel salotto delle signore, usc l'ultimo dalla casa del banchiere. La dimane svegliandosi, Danglars domand i giornali che gli furono tosto portati: egli ne scart tre o quattro, e prese l'Imparziale; quello di cui Beauchamp era il redattore. Ruppe rapidamente le fascette, l'apr con una precipitazione nervosa, pass sdegnosamente sul premier Paris, e giunto ai fatti diversi, si ferm col suo finissimo sorriso sopra un periodo fra-lineato, che cominciava con queste parole:
Ci scrivono da Giannina.
Buono, diss'egli dopo di averlo letto; ecco un piccolo principio d'articolo sul colonnello Fernando, che, secondo tutte le probabilit, mi dispenser dal dare delle spiegazioni al signor conte di Morcerf. Nello stesso momento, vale a dire mentre suonavano le nove del mattino, Alberto de Morcerf, vestito di nero, abbottonato metodicamente, col portamento agitato, si present alla casa dei Campi-Elisi.
Il signor conte  uscito, sar mezz'ora, disse il portinaro.
Ha egli condotto seco Battistino? domand Morcerf.
No, signore. Chiamate Battistino, voglio parlargli.
Il portinaro and in persona a cercare il cameriere, ed un momento dopo ritorn con lui. Vi chiedo scusa, disse Alberto, della mia indiscretezza, ma ho voluto domandare a voi stesso, se il vostro padrone  realmente uscito.
S, signore, riprese Battistino. Anche per me?
So quanto il mio padrone  contento di ricevere il signore, e mi guarderei bene di confonderlo in una misura generale.
Tu hai ragione, perch debbo parlargli di un affare serio. Credi che tarder a ritornare?
No, perch ha ordinata la colazione per le dieci.
Bene, vado a fare un giro ai Campi-Elisi, alle dieci sar qui; se il signor conte rientra prima di me, ditegli che lo prego di aspettarmi.
Non mancher, il signore pu stare tranquillo.
Alberto lasci alla porta del conte il cabriolet di piazza che aveva preso, ed and a passeggiare a piedi. Passando davanti al viale delle Vedove cred riconoscere i cavalli del conte, ch'erano fermi davanti alla porta del tiro di bersaglio di Gosset; si avvicin, e dopo aver riconosciuti i cavalli, riconobbe il cocchiere: Il signor conte  al tiro del bersaglio? gli domand Morcerf. S, signore, rispose il cocchiere. Infatto molti colpi regolari si eran fatti sentire da che Morcerf si era accostato al bersaglio. Egli entr. Nel primo giardino stava il servitore. Perdono, diss'egli, ma il signor Visconte abbia la bont di aspettare un momento.
E perch questo, Filippo? domand Alberto, ch'essendo uno di quelli che frequentavano spesso quel luogo, si meravigliava di questo ostacolo che non capiva.
Perch la persona che si esercita in questo momento, ha preso il bersaglio a s, e non tira mai in presenza di altri.
Neppure presente voi, Filippo?
Vedete, signore, sono alla porta.
E chi gli carica le pistole? Il suo domestico.
Un moro? S, un nero.
 lui. Voi dunque conoscete questo signore?
Vengo a cercarlo;  un mio amico.
Oh! allora  un'altra cosa; entrer per prevenirlo.
E Filippo spinto dalla propria curiosit, entr nella capanna di assi. Un secondo dopo Monte-Cristo comparve solo sulla soglia. Perdono di perseguitarvi fin qui, mio caro conte disse Alberto; ma comincio dal dirvi, che non  colpa della vostra servit, e che io solo sono l'indiscreto. Mi sono presentato alla vostra abitazione, e mi fu detto che eravate a passeggiare, ma che sareste rientrato alle dieci per fare colazione. Mi sono messo a passeggiare io pure per aspettare le dieci, e passeggiando ho riconosciuto i vostri cavalli e la vostra carrozza.
Ci che mi dite, mi fa sperare che venghiate a chiedermi una colazione. No, grazie, non si tratta di far colazione a quest'ora: forse la faremo pi tardi, ma in cattiva compagnia, per bacco!
Che diavolo mi dite? Mio caro conte, oggi mi batto.
Voi? e per far che? Per battermi, per bacco!
S, capisco bene, ma a cagione di che? Ci si batte per tante cause, capite bene.
Per causa d'onore.
Ah! quest' serio.
Tanto serio, che vengo a pregarvi di farmi un favore.
E quale? Quello di essere mio testimonio.
Allora ci diventa grave, non ne parliamo qui; ritorniamo a casa mia. Al, dammi dell'acqua.
Il conte rovesci le maniche, e pass nel piccolo vestibolo che precedeva il luogo del bersaglio, ed ove coloro che tiravano avevano l'abitudine di lavarsi le mani.
Entrate dunque, signor visconte, e vedete una cosa singolare, disse a bassa voce Filippo ad Alberto.
Morcerf entr. Sulla placca del bersaglio invece di esservi attaccati i segni, vi erano incollate delle carte da gioco.
In distanza, Morcerf cred che fosse un giuoco intero, v'era dall'asso fino al dieci.
Ah! ah! fece Alberto, eravate in voglia di giuocare al picchetto? No, era in voglia di fare un giuoco di carte. E in che modo?
Sono assi, e due, che voi vedete, e soltanto le mie palle li hanno convertiti in tre, in quattro, in cinque, in sei, in nove, e dieci. Alberto si avvicin.
In fatto le palle avevano, a linee egualmente distanti e perfettamente esatte, riempiti i segni mancanti, e forate le carte nel posto ove dovevano essere dipinte.
Andando alla placca, Morcerf raccolse diverse rondinelle che avevano avuta l'imprudenza di passare alla portata delle pistole del conte, e ch'egli aveva abbattute.
Diavolo! fece Morcerf.
Che volete, caro visconte, disse Monte-Cristo asciugandosi le mani con biancheria portata da Al, bisogna bene ch'io occupi i miei momenti d'ozio; ma venite, vi aspetto.
Entrambi montarono nel coup di Monte-Cristo, che in capo a pochi momenti li depose alla porta n. 30.
Monte-Cristo condusse Morcerf nel suo gabinetto, e gli mostr una sedia. Tutti e due sedettero.
Ora parliamo tranquillamente, disse il conte.
Vedete ch'io sono perfettamente tranquillo.
Con chi volete battervi? Con Beauchamp.
Uno dei vostri amici!  sempre con amici che uno si batte. Ma vi vuole almeno una ragione.
E ne ho una. E che vi ha fatto?
Vi  nel suo giornale di ieri sera... Ma prendete, leggete. Alberto stese a Monte-Cristo un giornale ove lesse queste parole;
Ci scrivono da Giannina: Un fatto fin qui ignorato, o per lo meno inedito,  giunto a nostra conoscenza: le fortezze che difendevano la citt sono state vendute ai Turchi da un uffiziale francese, nel quale il Visir Al-Tebelen aveva riposta tutta la sua confidenza, e che si chiamava Fernando.
Ebbene! disse Monte-Cristo, e che cosa vi  che vi urti? che importa a voi che i forti di Giannina siano stati venduti da un uffiziale francese per nome Fernando?
M'importa, perch mio padre, il conte de Morcerf, si chiama Fernando per nome di battesimo.
E vostro padre serviva Al-Pasci?
Vale a dire ch'egli combatteva per l'indipendenza della Grecia; ecco dov' la calunnia.
A noi, caro visconte, parliamo ragionevolmente; ditemi un po', chi diavolo sa in Francia che l'uffiziale Fernando  lo stesso nome del conte di Morcerf, o chi si occupa a quest'ora di Giannina che  stata presa nel 1822 o 1823, io credo?
Ecco precisamente dov' la perfidia: si  lasciato passarvi sopra il tempo, poi oggi si ritorna sur avvenimenti dimenticati per farne uscire uno scandalo che pu ledere un'alta posizione. Ebbene! erede del nome di mio padre, non voglio che vi ondeggi neppure un'ombra di sospetto: invier a Beauchamp, il cui giornale ha pubblicata questa nota, due testimoni, ed egli la ritratter.
Beauchamp nulla ritratter. Allora ci batteremo.
No, non vi batterete, perch Beauchamp vi risponder che nell'esercito greco potevano esservi cinquanta uffiziali che si chiamavano Fernando.
Noi ci batteremo ad onta di questa risposta... oh! voglio che questa sparisca... Mio padre, un s nobile soldato, una cos illustre carriera...
Ovvero, disse il conte, egli metter: Noi abbiamo tutto il fondamento di credere che questo Fernando non abbia niente di comune col conte di Morcerf, il cui nome di battesimo  egualmente Fernando.
Mi abbisogna una ritrattazione piena ed intera; io non mi contenterei di questa!
E volete mandargli i vostri testimoni? S.
Avete torto.
Vale a dire mi negate il favore che veniva a chiedervi.
Ah! conoscete le mie teorie sul duello, vi ho fatta la mia proposta a Roma: ve ne ricordate?
Per, caro conte, questa mattina, anzi poco fa, vi ho trovato nell'esercizio di una occupazione che non sta in armonia colle vostre teorie.
Perch, mio caro, non bisogna mai essere esclusivi. Quando si vive con pazzi, bisogna pur anche fare il noviziato da insensato; da un momento all'altro qualche cervello bollente, che non avr maggior ragione di muovermi querela di quel che voi ne abbiate di cercar querela con Beauchamp, mi verr a trovare per la prima frivolezza fatta, o mi mander i suoi testimoni, o m'insulter in un luogo pubblico: ebbene! questo cervello bollente bisogna bene che io lo uccida.
Ammettete dunque che voi stesso vi battereste? or dunque perch non volete ch'io mi batta?
Non dico che non vi dobbiate battere, dico soltanto che il duello  una cosa grave, ed alla quale bisogna riflettere.
Vi ha egli riflettuto per insultare mio padre?
S'egli non vi ha riflettuto, e ve lo confessa, non bisogna averla con lui. Ah! siete troppo indulgente.
E voi troppo rigoroso. Vediamo, suppongo... ascoltate bene questo, ma non andate in collera per ci che vi dico! suppongo che il fatto raccontato sia vero...
Un figlio non deve ammettere una simile supposizione contro l'onore di suo padre.
Siamo in un'epoca in cui si ammettono tante cose!
 precisamente il vizio dell'epoca. Avreste la pretensione di riformarla? S, in rapporto a ci che mi spetta.
Eh! mio Dio! che rigorista che siete.
Io sono cos. Siete inaccessibile ai buoni consigli?
No, quando mi vengono da un amico.
E mi credete vostro amico? S.
Ebbene, prima d'inviare i vostri testimoni a Beauchamp, informatevi. E da chi? Per bacco! da Hayde, per esempio. Immischiare una donna in questo affare! che pu ella farvi?
Per esempio, dichiarare che vostro padre non  entrato per niente nella disfatta e nella morte del suo, ovvero chiarirvi su questo argomento, nel caso che vostro padre avesse avuta la disgrazia.....
Vi ho gi detto, caro conte, che non posso ammettere una simile supposizione. Rifiutate dunque questo mezzo?
Lo rifiuto. Allora un ultimo consiglio.
Sia! ma l'ultimo. Voi non lo volete?
Al contrario ve lo domando.
Non mandate i vostri testimonii a Beauchamp.
Come? Andate voi stesso a ritrovarlo.
Ci  contro tutti gli usi.
Il vostro affare  al di fuori degli affari ordinari.
E perch debbo andarvi io stesso, sentiamo?
Perch in tal modo la cosa rester fra voi e Beauchamp: s'egli  disposto a ritrattarsi, bisogna lasciargli il merito della buona volont, la ritrattazione non per questo sar men fatta. S'egli rifiuta al contrario, vi sar tempo di ammettere due estranei al vostro segreto.
Non saranno due estranei, saranno due amici.
Gli amici di oggi sono i nemici di domani.
Oh! per esempio! Testimonio Beauchamp.
Cos?...
Cos, vi raccomando la prudenza.
Credete che debba andar io stesso a ritrovare Beauchamp? S, e solo. Solo?... credo che abbiate ragione.
Andate, ma farete anche meglio se non vi andate affatto.  impossibile. Fate dunque cos; sar sempre meglio di quel che volevate fare.
Ma, nel caso, che ad onta di tutte le mie cautele, di tutti i miei riguardi, avessi ad avere un duello, mi farete da testimonio?
Mio caro visconte, disse Monte-Cristo con una gravit suprema, avete esperimentato che a tempo e luogo son tutto a voi dedicato; ma il servigio che mi chiedete esce dal cerchio di quelli che possa rendervi.
E perch? Forse lo saprete un giorno.
E frattanto?...
Domando la vostra indulgenza pel mio segreto.
Sta bene. Prender Franz e Chteau-Renaud.
Prendete Franz e Chteau-Renaud, ed a meraviglia.
Ma infine, se avr a battermi, mi darete almeno una piccola lezione di spada o di pistola?
No, anche questa  una cosa impossibile.
Che uomo singolare che siete! andate! allora voi non volete immischiarvene per niente?
Per niente assolutamente. Non se ne parli pi. Addio conte. Addio, visconte. Morcerf prese il cappello ed usc.
Alla porta trov il suo cabriolet, e, contenendo il meglio che poteva la sua collera, si fece condurre da Beauchamp; questi era all'ufficio del suo giornale. Beauchamp era in uno studio oscuro e polveroso, come sono dalla fondazione tutti gli uffizii dei giornali. Gli fu annunciato Alberto de Morcerf. Si fece ripetere due volte l'annunzio; indi, non convinto ancora, grid: Entrate!
Alberto comparve. Beauchamp mand un'esclamazione di sorpresa vedendo il suo amico oltrepassare i pacchi del giornale, e pestare con un piede male esercitato i giornali di tutte le grandezze che tappezzavano non gi il piancito, ma le pietre rosse del suo uffizio.
Per di qui! caro Alberto! diss'egli stendendo la mano al giovine; qual diavolo vi conduce? siete perduto come il piccolo Poucet, o venite a chiedermi una colazione? Procurate di trovarvi una sedia; osservate, laggi, vicino a quel girannio.
Beauchamp,  del vostro giornale che vengo a parlarvi.
Voi, Morcerf? che desiderate? Una rettificazione.
Voi una rettificazione? A proposito di che? Ma sedete.
Grazie, rispose Alberto per la seconda volta, e con un leggero segno di testa. Spiegatevi.
Una rettificazione sopra un fatto che offende l'onore di un membro della mia famiglia, ripigli Morcerf.
Via! disse Beauchamp sorpreso. Che fatto? Non pu essere.
Il fatto che vi fu scritto da Giannina. Da Giannina?
S, da Giannina. Davvero avete l'aria d'ignorare ci che qui mi conduce?
Sul mio onore!... Battista, un giornale di ieri.
 inutile, vi porto il mio. Beauchamp lesse brontolando: Ci scrivono da Giannina etc. etc.
Comprenderete che il fatto  grave, disse Morcerf, quando Beauchamp ebbe finito.
Quest'uffiziale  un vostro parente?
S, disse Alberto arrossendo.
Ebbene! che volete che io faccia per aggradirvi? disse Beauchamp con dolcezza.
Vorrei, caro Beauchamp, che ritrattaste questo fatto.
Beauchamp guard Alberto con una attenzione, che annunziava certo molta benevolenza: Vediamo, diss'egli, ci andr ad impegnarci in una lunga diceria; perch una ritrattazione  sempre una cosa grave. Sedetevi; rilegger queste tre o quattro righe. Alberto si assise, e Beauchamp rilesse le linee incriminate dal suo amico con pi attenzione della prima volta: Ebbene! lo vedete, disse Alberto con fermezza ed asprezza ancora, si  insultato nel vostro giornale uno della mia famiglia, ed io voglio una ritrattazione.
Voi... volete? S, voglio.
Permettetemi di dirvi che non siete parlamentario.
Non voglio esserlo, replic il giovine alzandosi: esigo la ritrattazione del fatto che avete annunziato ieri, e l'otterr: siete abbastanza mio amico, continu Alberto colle labbra serrate, vedendo che dal canto suo Beauchamp cominciava ad alzare la testa sdegnosa, e come tale mi conoscete, io spero, per comprendere la mia tenacit in simile occasione.
Se son vostro amico, Morcerf, finirete per farmelo dimenticare, con parole come quelle di poco fa... ma vediamo, non ci disgustiamo, o almeno non ancora... siete inquieto, irritato e punto... vediamo, chi  questo parente che si chiama Fernando?
 mio padre, disse Alberto, egli stesso, e non altri, il signor Fernando Mondego, conte di Morcerf, un vecchio militare che ha veduto venti campi di battaglia, e del quale si vogliono coprire le nobili cicatrici col fango impuro raccolto nel ruscello.
Vostro padre! disse Beauchamp, allora  un altro affare; capisco la vostra indignazione. Rileggiamo adunque.
E torn a leggere la nota, pesando questa volta ciascuna parola. Ma dove vedete, domand Beauchamp, che il Fernando del giornale sia vostro padre?
In nessun luogo, lo so bene; ma altri lo vedranno. Ed  perci che voglio che il fatto sia smentito.
Alla parola voglio Beauchamp alz gli occhi su Morcerf, ed abbassandoli quasi subito, rest un momento pensieroso.
Voi smentirete questo fatto? ripet Morcerf con una collera crescente, quantunque sempre concentrata.
S, disse Beauchamp. Ah! alla buon'ora! disse Alberto. Ma quando mi sar assicurato che il fatto  falso.
In che modo? S, la cosa vale la pena d'essere rischiarata, ed io la rischiarer.
Ma che vedete dunque da rischiarare in tutto questo, signore? disse Alberto alterato fuori di ogni misura. Se non credete che sia mio padre, ditelo subito, se credete che sia lui, rendetemi ragione di questa opinione! Beauchamp guard Alberto con un sorriso che gli era particolare, e che sapeva prendere la gradazione di tutte le passioni. Signore, ripet egli (poich vi  un signore) se  per domandarmi ragione che siete venuto qui, bisognava farlo dal bel principio, e non venire a parlare di amicizia, e di altre cose oziose, come quelle che ho la pazienza di ascoltare da pi di mezz'ora.  su questo terreno che dobbiam d'ora in avanti camminare?
S, se non ritrattate l'infame calunnia!
Un momento! non fate minacce, se vi piace, signor Alberto Mondego visconte de Morcerf; non ne tollero dai nemici, molto meno dai miei amici; dunque volete che smentisca il fatto sul generale Fernando, fatto al quale non ho, sul mio onore, avuta alcuna parte.
S, voglio! disse Alberto, la cui testa cominciava ad esaltarsi. Senza di che ci batteremo? continu Beauchamp colla medesima calma. S, riprese Alberto alzando la voce.
Ebbene! disse Beauchamp, ecco la mia risposta, caro signore: questo fatto non  stato inserito da me, non lo conosceva; ma voi avete, colla vostra dimostrazione, attirata la mia attenzione su di esso; ella vi ci si attacca; sussister adunque fin che non sia smentito, o confermato da chi di diritto.
Signore! disse Alberto alzandosi, avr dunque l'onore di mandarvi i miei testimoni, discuterete con loro sul luogo e sulle armi. Perfettamente, caro signore.
E questa sera se vi piace, o domani mattina al pi tardi, c'incontreremo.
No! no! sar sul terreno quando abbisogner, ed a mio avviso (ho il diritto della scelta poich sono stato io che ho ricevuto la sfida) l'ora non  ancor giunta. So che tirate benissimo di spada, io la tiro passabilmente; so che cogliete tre colpi sopra cinque nel nero del bersaglio, questa forza  quasi eguale alla mia; so che un duello fra noi sar un duello serio, perch voi siete coraggioso, ed io... io lo sono altrettanto. Non voglio dunque espormi ad uccidervi, o ad essere ucciso io stesso da voi, senza una causa. Sono io, che vado, a mia volta a piantare la questione ca-te-go-ri-ca-men-te. Esigete voi questa ritrattazione al punto di uccidermi se non la faccio, quantunque vi ho detto, vi ho ripetuto, quantunque vi ho affermato sul mio onore che non conosceva il fatto, quantunque vi dichiaro finalmente che  impossibile a tutt'altro che a un don Japhet come voi d'indovinare il conte di Morcerf sotto questo nome di Fernando? Lo esigo assolutamente.
Ebbene! caro signore, acconsento a tagliarmi la gola con voi, ma voglio tre settimane; fra tre settimane mi troverete per dirvi... s, il fatto  falso, lo cancello, ovvero... s il fatto  vero, e cavo la spada dal fodero, o le pistole dall'astuccio a vostra scelta.
Tre settimane, grid Alberto, ma son tre secoli durante i quali son disonorato.
Se foste rimasto mio amico vi avrei detto: pazienza amico; voi vi siete fatto mio nemico, ed io vi dico: che importa a me, signore?
Ebbene! fra tre settimane, sia! disse Morcerf. Ma pensateci bene, non vi sar dilazione, n sotterfugio che possa dispensarvi...
signor Alberto de Morcerf, disse Beauchamp alzandosi anch'egli, non posso gettarvi dalla finestra, che fra tre settimane, vale a dire fra ventuno giorni, e voi non avete il diritto d'insultarmi che allora; siamo ai 29 agosto, ai 19 adunque del mese di settembre. Fin l, credetemi, ed  un consiglio da gentiluomo che vi do, risparmiamoci gli abbaiamenti di due cani mastini incatenati ad una certa distanza. E Beauchamp, salutando gravemente il giovine, gli volt le spalle ed entr nella stamperia. Alberto si vendic sopra una fila di giornali, che disperse frustandoli a colpi di bastone, dopo di che part, non senza essersi voltato due o tre volte verso la porta della stamperia. Mentre che frustava il davanti del suo cabriolet, dopo aver frustate le innocenti carte, Alberto scopr, traversando il baluardo, Morrel, che col naso all'aria, l'occhio svegliato, e le braccia sciolte, passava davanti ai bagni chinesi, venendo dalla parte di San Martino, e andando da quella della Maddalena. Ah! diss'egli sospirando, ecco un uomo felice.
Per caso Alberto non s'ingannava.
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Capitolo 78. LA LIMONATA.
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Infatto Morrel era molto felice. Il signor Noirtier lo aveva mandato a cercare, ed aveva tanta fretta di sapere ci che voleva, che non aveva preso il cabriolet, fidandosi molto pi delle sue gambe, che di quelle di un cavallo di piazza; egli dunque era partito correndo dalla strada Meslay, e si portava al sobborgo Sant'Onorato. Morrel camminava con un passo ginnastico, ed il povero Barrois lo seguiva alla meglio. Morrel aveva trentun'anno, Barrois ne aveva sessanta; Morrel era ebbro d'amore, Barrois era alterato dallo eccessivo calore. Questi due uomini, cos divisi d'interessi e di et, rassomigliavano alle due linee che formano un triangolo, allontanate alla base, e riunite alla sommit.
La sommit era Noirtier, il quale aveva inviato a cercare Morrel, raccomandandogli di far presto, raccomandazione che Morrel seguiva alla lettera con gran disperazione di Barrois. Giungendo, Morrel non era neppure riscaldato; l'amore somministra le ali; ma Barrois, che da lungo tempo non era pi innamorato, Barrois nuotava. Il vecchio servitore fece entrare Morrel dalla porta segreta, chiuse quella del gabinetto, e ben presto lo strofinare di una veste sul piancito annunzi la visita di Valentina, bella da incantare sotto il suo abito di lutto. Il sogno diveniva cos dolce, che Morrel avrebbe fatto anche a meno di conversare col signor Noirtier; ma la poltrona del vecchio rotol ben presto sul pavimento, ed egli entr. Noirtier accolse con uno sguardo benevolo, i ringraziamenti che Morrel gli prodigava per quella maravigliosa intervenzione che aveva salvati Valentina e lui dalla disperazione. Indi lo sguardo di Morrel andava a provocare, sul nuovo favore che gli veniva accordato, la giovinetta che, timida e assisa lungi da Morrel, aspettava di essere costretta a parlare. Noirtier la guard anch'egli.
Bisogna dunque che io dica ci di che mi avete incaricata? domand ella.
S, fece Noirtier.
signor Morrel, il mio buon pap Noirtier aveva mille cose a dirvi, che da tre giorni egli ha detto a me; oggi vi manda a cercare perch io ve le ripeta; ve le ripeter adunque, poich mi ha scelta per suo interprete, senza cangiare una parola alle sue intenzioni.
Oh! io ascolto con molta impazienza, rispose il giovine.
Valentina abbass gli occhi; questo fu un presagio che parve dolce a Morrel. Valentina non era debole che nella felicit. Mio padre vuol lasciare questa casa, diss'ella; Barrois si occupa di cercargli un appartamento conveniente.
Ma voi, madamigella, disse Morrel, voi che siete cos cara, e cos necessaria al signor Noirtier....?
Io, riprese la giovanetta, non lascer punto mio nonno,  una cosa gi convenuta fra lui e me. Il mio appartamento sar vicino al suo; o avr il consenso del signor de Villefort per andare ad abitare col nonno, o me lo rifiuter: nel primo caso parto fin da questo momento; nel secondo, aspetto la mia maggior et, che viene fra dieci mesi. Allora sar libera, avr una fortuna indipendente, e...
E?... domand Morrel. E colla autorizzazione del mio nonno, manterr la promessa che vi ho fatta.
Valentina pronunci queste ultime parole con voce s bassa, che Morrel non avrebbe potuto intenderle senza l'interesse che aveva a divorarle. Non  questo il vostro pensiero buon pap? aggiunse Valentina indirizzandosi a Noirtier. S, fece il vecchio.
Una volta in casa del mio nonno, il signor Morrel potr venire a vedermi in presenza di questo buono e degno protettore: se il legame che unisce i nostri cuori, forse ignoranti o capricciosi, che aveva cominciato a formare, sembra convenevole, e offre delle garenzie di futura felicit alla nostra esperienza (ahim! si dice, i cuori infiammati dagli ostacoli si raffreddano nella sicurezza) allora il signor Morrel potr domandarmi a me stessa, io lo aspetter.
Oh! grid Morrel, tentato d'inginocchiarsi davanti al vecchio, oh! che ho mai fatto di bene nella mia vita da meritarmi tanta felicit?
Fin l, continu la giovinetta con la sua voce pura e severa, rispetteremo le convenienze, la stessa volont dei nostri parenti, purch non tenda a separarci per sempre; in una parola, e io ripeto questa parola perch dice tutto, noi aspetteremo.
Ed i sacrifici che questa parola impone, disse Morrel, io giuro di compierli, non gi con rassegnazione, ma con felicit.
Cos, continu Valentina con uno sguardo dolce al cuore di Massimiliano, non pi imprudenze, amico mio, non mettete a cimento quella che da questo momento si considera come destinata a portare onorevolmente e degnamente il vostro nome. Morrel si appoggi la mano sul cuore.
Frattanto Noirtier li guardava entrambi con tenerezza. Barrois, che era rimasto nel fondo come un uomo a cui non si ha niente a nascondere, sorrideva asciugandosi le grosse gocce d'acqua che gli cadevano dalla calva fronte.
Oh! mio Dio, come  riscaldato questo buon Barrois, disse Valentina.
Ah! disse Barrois,  perch ho corso bene, ma il signor Morrel, debbo rendergli questa giustizia, correva ancor pi di me. Noirtier indic coll'occhio una sottocoppa sulla quale era preparata una bottiglia di limonata, ed un bicchiere.
Ci che mancava nella bottiglia era stato bevuto mezz'ora prima dal signor Noirtier.
Prendi, buon Barrois, disse la giovanetta, prendi che gi vedo che tu covi con gli occhi questa bottiglia smezzata.
Il fatto , disse Barrois, che muoio di sete, e che io bever ben volentieri un bicchiere di limonata alla vostra salute.
Bevi dunque, disse Valentina, e ritorna subito.
Barrois port via la sottocoppa, ed appena fu nel corridore, a traverso alla porta che aveva dimenticato di chiudere, fu veduto rovesciare indietro la testa per vuotare il bicchiere che Valentina gli aveva empito. Valentina e Morrel si facevano i loro addii in presenza di Noirtier, quando s'intese risonare il campanello della scala di Villefort.
Questo era il segnale di una visita. Valentina guard l'orologio a pendolo.  mezzogiorno, diss'ella, e oggi  sabato buon pap, questi senza dubbio  il dottore.
Noirtier fece segno indicante che di fatto doveva essere lui.
Egli vien qui, bisogna che il signor Morrel se ne vada, non  vero, buon pap? S, rispose il vecchio.
Barrois! chiam Valentina; Barrois! venite!
Barrois vi accompagner fino alla porta, disse Valentina a Morrel; ed ora ricordatevi una cosa, signor ufficiale, ed  che il mio buon pap vi raccomanda di non tentare alcuna dimostrazione capace di mettere a rischio la nostra felicit.
Ho promesso di aspettare, ed aspetter.
In questo momento entr Barrois.
Chi ha suonato? domand Valentina.
Il signor dottore d'Avrigny, disse Barrois traballando sulle gambe.
Ebbene che avete dunque, Barrois? domand Valentina.
Il vecchio non rispose, guardava il padrone con occhi stravolti, mentre che con la sua mano increspata cercava un appoggio per rimanere in piedi.
Ma egli sta per cadere! grid Morrel. In fatto il tremito da cui Barrois era preso aumentava gradatamente; i tratti del viso, alterati dai movimenti convulsivi dei muscoli della faccia, annunziavano un assalto nervoso assai intenso.
Noirtier, vedendo Barrois cos sconvolto, moltiplicava gli sguardi nei quali si dipingevano, intelligibili e palpitanti, tutte le emozioni che agitavano il cuore dell'uomo. Barrois fece qualche passo verso il padrone. Ah! mio Dio! mio Dio! signore! diss'egli, ma che ho dunque?... io soffro.... non ci vedo pi... mille punte di fuoco mi attraversano il cranio. Oh! non mi toccate, non mi toccate!
Infatto gli occhi divennero sporgenti ed incerti, la testa si rovesciava in dietro, mentre che la parte inferiore del corpo si irrigidiva. Valentina spaventata mand un grido, Morrel la prese nelle braccia come per difenderla da un qualche sconosciuto periglio.
signor d'Avrigny! signor d'Avrigny! grid Valentina con voce soffocata, a noi! al soccorso! Barrois gir su s stesso, fece tre passi in addietro, vacill, e venne a cadere ai piedi di Noirtier, sul ginocchio del quale appoggi la mano gridando: Mio padrone! mio padrone! In questo mentre il signor de Villefort, attirato dalle grida, comparve sulla soglia della camera. Morrel lasci Valentina a met svenuta, e gettandosi in addietro, si nascose nell'angolo della camera, e disparve dietro una tenda. Pallido come se avesse veduto uno spettro sorgere davanti a s, egli attacc uno sguardo di ghiaccio sull'infelice moribondo. Noirtier bolliva d'impazienza e di terrore; la sua anima volava in soccorso al povero vecchio, suo amico piuttosto che domestico. Si vedeva il combattimento terribile della vita e della morte tradursi sopra la sua fronte dal gonfiamento delle vene e la contrazione di qualche muscolo rimasto vivo intorno ai suoi occhi.
Barrois colla faccia agitata, gli occhi iniettati di sangue, il collo rovesciato in addietro, giaceva battendo il pavimento con le mani, mentre che al contrario le sue gambe intirizzite sembravano doversi rompere piuttosto che piegarsi.
Una leggera schiuma gli colava dalle labbra e respirava affannosamente. Villefort stupefatto rest un minuto cogli occhi fissi su questo quadro, che attir i suoi sguardi dal primo entrare nella camera. Egli non vide Morrel: Dottore! grid slanciandosi verso la porta, venite venite!
Signora! signora! grid Valentina chiamando sua matrigna, ed urtando nelle pareti della scala, venite! e portate la vostra boccettina di sali.
Che cosa ? domand la voce metallica e sostenuta della signora de Villefort. Oh! venite! venite!
Ma dov' dunque il dottore? grid Villefort; dov'?
La signora de Villefort discese lentamente; si sentivano scricchiolare le assi sotto i suoi piedi. Con una mano teneva il fazzoletto col quale si asciugava il viso, coll'altra la boccettina del sale inglese. Il suo primo sguardo giungendo alla porta fu per Noirtier, il suo sembiante, salva l'emozione ben naturale in una simile congiuntura annunziava una salute costante; il suo secondo colpo d'occhio si abbatt nel moribondo. Ha mangiato da poco? domand la signora de Villefort eludendo la domanda.
Ma in nome del cielo, signora; dov' andato dunque il dottore?  entrato da voi. Questa  una apoplessia, come vedete bene, che con una cavata di sangue si pu salvare. Ella impallid, ed il suo occhio trabalz, per cos dire, dal servitore sul padrone. Signora, disse Valentina, egli non ha fatto colazione, ma ha corso molto questa mattina per eseguire una commissione di cui l'avea incaricato mio nonno. Al ritorno soltanto ha preso una limonata.
Ah! fece la signora de Villefort, perch non ha preso del vino?  molto cattiva la limonata.
La limonata era l sotto la sua mano, nella bottiglia del buon pap; il povero Barrois aveva sete, ha bevuto ci che ha trovato. La signora de Villefort fremette, Noirtier la circond di uno sguardo profondo.
Egli ha il collo cos corto! disse ella.
Signora, disse Villefort, vi domando dov' il signor d'Avrigny, in nome del cielo, rispondete!
 nella camera di Edoardo che si trova un po' incomodato, disse la signora de Villefort che non poteva eludere pi lungamente. Villefort si slanci per la scala per andarlo a cercare egli stesso. Prendete, disse la giovane sposa dando la boccettina a Valentina, risalgo nelle mie stanze poich non posso sopportare la vista del sangue.
Ed ella segu suo marito. Morrel usc dall'angolo oscuro dove si era ritirato, ed ove non era stato veduto da alcuno, tanto era grande la preoccupazione.
Partite presto, Massimiliano! gli disse Valentina, ed aspettate che io vi richiami. Andate!
Morrel consult Noirtier con un gesto. Noirtier, che aveva conservato tutta la sua prontezza d'animo gli fece segno di s.
Egli si strinse la mano di Valentina contro il cuore, ed usc dal corridore nascosto. Nello stesso tempo Villefort ed il dottore rientravano dalla parte opposta.
Barrois cominciava a ritornare in s: la crisi era passata, la parola ritornava gemente, ed egli si sollevava sur un gomito. D'Avrigny e Villefort portarono Barrois sopra un sof. Che cosa ordinate, dottore? domand Villefort.
Che mi si porti dell'acqua, e dell'etere. Ne avete in casa? S. Che si corra a cercarmi dell'olio di trementina e dell'emetico.
Andate! disse Villefort.
E frattanto che tutti si ritirino, disse il dottore.
Io pure? domand timidamente Valentina.
S, madamigella, voi sopra tutti! disse bruscamente il dottore. Valentina guard il signor d'Avrigny con meraviglia, baci in fronte il signor Noirtier, ed usc. Dietro a lei il dottore chiuse la porta con aria cupa. Osservate! osservate dottore, eccolo che rinviene; questo non era che un attacco di poca importanza. D'Avrigny, sorrise con aria cupa:
Come vi sentite, Barrois?
Un poco meglio, signore.
Potete bere un bicchier di etere?
Mi prover, ma non mi toccate. Perch?
Perch mi sembra che se mi toccaste, foss'anche colla sola punta di un dito, l'accesso mi ritornerebbe.
Bevete. Barrois prese il bicchiere, se l'avvicin alle labbra violette, e ne vuot circa la met.
Dove soffrite? domand il dottore.
Da per tutto; provo spaventosissimi crampi.
Avete dei bagliori alla vista? S.
Del tintinnio alle orecchie? Spaventoso.
Quando vi  cominciato? Momenti sono.
Rapidamente? Come il fulmine!
Niente ieri? ieri l'altro? Niente.
Neppure sonnolenza? peso? No.
Che avete mangiato quest'oggi?
Non ho mangiato niente, ho bevuto soltanto un po' di limonata del signore, ecco tutto. E Barrois fece con la testa un segno per indicare Noirtier, che immobile, nel suo seggio, contemplava questa terribile scena, senza perderne un movimento, senza lasciare sfuggire una parola.
Dov' la limonata? domand vivamente il dottore.
Nella caraffa in cucina.
Volete che vada a cercarla? domand Villefort.
No, restate qui, e procurate di far bere al malato il restante di questo bicchier d'acqua. Ma questa limonata...
Vi vado io stesso. D'Avrigny fece un salto, apr la porta, si slanci dalle scale, e poco manc che non rovesciasse la signora de Villefort, che pur discendeva in cucina.
Ella mand un grido. D'Avrigny non vi fece neppure attenzione, trasportato come era dalla possanza di una sola idea; salt i tre o quattro ultimi scalini, e scoperse la bottiglia per tre quarti vuota sulla sua sottocoppa.
Vi piomb sopra, come un'aquila sulla sua preda.
Anelante, risal al pian terreno, e rientr nella camera.
La signora de Villefort risaliva lentamente la scala che conduceva da lei. Era veramente questa bottiglia quella che era qui? domand d'Avrigny. S, signor dottore.
Questa limonata  la stessa che avete bevuta?
Lo credo.
Che gusto ci avete sentito? Un gusto amaro.
Il dottore vers qualche goccia di limonata nel concavo della mano, l'aspir colle labbra, e dopo averne sciacquata le bocca come si fa quando si vuole gustare il vino, sput il liquido nel caminetto.
 la stessa, diss'egli. E voi signor Noirtier ne avete bevuto?
S, fece il vecchio. Avete trovato il medesimo gusto amaro? S, fece il vecchio.
Ah! signor dottore, grid Barrois, ecco che mi riprende! mio Dio, signore, abbiate piet di me!
Il dottore corse al malato: Questo emetico, Villefort, guardate se viene.
Villefort si slanci gridando: L'emetico! l'emetico! l'hanno portato? Nessuno rispose. Il terrore pi profondo regnava nella casa. Se io avessi un mezzo di soffiargli dell'aria nei polmoni, disse d'Avrigny, guardando intorno a lui, avrei il mezzo di prevenire l'asfissia. Ma no! niente, niente!
Ah! signore, gridava Barrois, mi lascerete morire senza soccorso, oh! io moro! mio Dio! io moro!
Una penna! una penna! domand il dottore; ne vide una sulla tavola. Egli tent d'introdurre la penna nella bocca del malato, che faceva in mezzo alle sue convulsioni, inutili sforzi per vomitare; le mascelle erano talmente strette che la penna non pot passarvi. Barrois era in preda ad un assalto nervoso anche pi intenso del primo. Era scivolato dal sof, e si contorceva sul pavimento.
Il dottore lo lasci in preda a questo accesso, al quale non poteva portare sollievo alcuno, e ritornando a Noirtier:
Come vi sentite? gli disse precipitosamente, e sotto voce; bene? S.
Leggero di stomaco, o pesante? leggero? S.
Come quando pigliate la pillola che vi fo dare tutte le domeniche? S.
Barrois ha fatto la vostra limonata? S.
Siete stato voi che l'avete sollecitato a beverne? No.
 stato il signor de Villefort? No.
La signora? No.
Fu dunque Valentina allora? S.
Un sospiro di Barrois, uno sbadiglio che gli faceva scricchiolare le ossa della mascella, richiamarono l'attenzione di d'Avrigny; egli lasci il signor Noirtier, e corse al malato: Barrois, gli disse, potete parlare?
Barrois balbett qualche parola inintelligibile.
Fate uno sforzo, amico mio. Barrois riapr gli occhi sanguinolenti. Chi ha fatto la limonata? Io.
L'avete subito portata al vostro padrone dopo di averla fatta? No. L'avete lasciata in qualche luogo allora.
In credenza; fui chiamato. Chi la port qui?
Madamigella Valentina.
D'Avrigny si batt la fronte: Oh! mio Dio! mio Dio!
Dottore! grid Barrois che sentiva avvicinarsi un terzo accesso.
Ma non porteran dunque l'emetico? grid il dottore.
Eccone un bicchiere gi preparato, disse Villefort rientrando. Da chi? Dal giovane della farmacia che  venuto con me. Bevete.
Impossibile dottore,  troppo tardi; ho la gola che si restringe! oh! il cuore! la testa... quale inferno!... e dovr soffrir lungamente cos?
No, disse il dottore, ben presto non soffrirete pi.
Ah! capisco! grid il disgraziato; mio Dio! abbiate piet di me! E gettando un grido, cadde rovesciato in addietro, come colpito dal fulmine. D'Avrigny gli mise una mano sul cuore, gli avvicin uno specchio alle labbra.
Ebbene? domand Villefort.
Andate a dire in cucina che mi portino subito dello sciroppo di viole. Villefort discese nel medesimo punto.
Non vi spaventate signor Noirtier, disse d'Avrigny; trasporto il malato in un'altra camera per cavargli sangue; davvero questa sorte d'accessi sono un tristo spettacolo da vedersi. E prendendo Barrois per sotto le braccia, lo trascin in una camera vicina; ma subito dopo rientr da Noirtier per prendere il resto della limonata.
Noirtier chiuse l'occhio dritto. Valentina, n' vero? volete Valentina? dico subito, che ve la mandino.
Villefort risaliva; d'Avrigny lo incontr nel corridoio.
Ebbene? domand egli. Venite, disse d'Avrigny.
E lo condusse nella camera.
Sempre svenuto? domand il procuratore del Re.
Egli  morto. Villefort dette addietro di due o tre passi, congiunse le mani al disopra della testa, e con una commiserazione non equivoca: Morto cos prontamente? diss'egli guardando il cadavere.
S, molto prestamente,  vero! disse d'Avrigny; ma ci non vi deve maravigliare: il signor e la signora di Saint-Mran sono morti essi pure cos prestamente. Oh! si muore presto in vostra casa, signor de Villefort.
Che! grid il magistrato con un accento d'onore e di costernazione, ritornate a questa terribile idea?
Sempre, disse d'Avrigny con solennit, perch essa non mi ha abbandonato un momento; e perch siate ben convinto che questa volta non m'inganno ascoltatemi bene.
Villefort tremava convulsivamente.
Vi  un veleno che ammazza senza quasi lasciare traccia veruna. Questo veleno io lo conosco bene, l'ho studiato in tutti gli accidenti che apporta, in tutti i fenomeni che produce. Questo veleno l'ho riconosciuto poco fa in questo povero Barrois, come lo aveva egualmente riconosciuto nella signora di Saint-Mran: vi  un modo di osservarne la presenza: egli ridona il colore blu alla carta di tornasole arrossita con un acido, e tinge in verde lo sciroppo di violette. Noi non abbiamo la carta di tornasole; ma osservate, ecco che portano lo sciroppo di violette che ho domandato.
Infatto si sentivano dei passi nel corridoio; il dottore apr alquanto la porta, prese dalle mani della cameriera un vaso nel fondo del quale vi erano due o tre cucchiai di sciroppo, e richiuse la porta. Guardate, diss'egli al procuratore del Re, a cui il cuore batteva s fortemente, che si sarebbe potuto sentire; ecco in questa tazza lo sciroppo di violette, ed in questa bottiglia il rimanente della limonata bevuta da Noirtier e Barrois. Se la limonata  pura ed inoffensiva, lo sciroppo conserver il suo colore; se  avvelenata, lo sciroppo deve diventar verde. Osservate!
Il dottore vers lentamente qualche goccia di limonata nella tazza, e si vide nello stesso punto formarsi nel fondo della stessa un cambiamento di colore che da prima prese la gradazione del blu; poi dal zaffiro pass all'opale, e dall'opale allo smeraldo. Giunto a quest'ultimo colore, per cos dire, si fiss; l'esperienza non lasciava pi alcun dubbio.
L'infelice Barrois  stato avvelenato colla falsa angustura, o con la noce di San Ignazio, disse d'Avrigny; ora lo asserirei davanti agli uomini, e davanti a Dio.
Villefort nulla disse; ma alz le braccia al cielo, apr gli occhi stravolti, e cadde annientato sopra una sedia.
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Capitolo 79. L'ACCUSA.
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Il signor d'Avrigny richiam ben presto a s stesso il magistrato che sembrava un secondo cadavere in questa funebre camera: Oh! la morte  nella mia casa, grid Villefort.
Dite pure il delitto, ripet il dottore.
signor d'Avrigny, grid Villefort, non posso esprimervi tutto ci che succede in me in questo momento:  spavento, dolore, follia.
S, disse d'Avrigny con una calma imponente, ma credo che sia tempo di mettere una diga a questo torrente di mortalit. In quanto a me, non mi sento capace di poter sopportare pi a lungo simile segreto senza la speranza di farne uscir ben presto la vendetta per la societ e per le vittime.
Villefort gir attorno a s un tetro sguardo: In casa mia!
Via, magistrato, disse d'Avrigny, siate uomo; interprete della legge, onoratevi con una completa immolazione.
Voi mi fate fremere, dottore! volete che io mi immoli? precisamente questa  la parola: sospettate dunque qualcuno?
Non sospetto alcuno; la morte batte alla vostra porta, entra, va, non cieca, ma intelligente com', di camera in camera. Ebbene io ne seguo la traccia, ne riconosco il passaggio; adotto la saggezza degli antichi, vado a tastoni, perch la mia amicizia per la vostra famiglia, il mio rispetto per voi, sono come due bende che mi siano state messe agli occhi; ebbene...
Oh! parlate, parlate, dottore, avr coraggio.
Ebbene! signore, voi avete in casa vostra, nel seno della vostra casa, forse nella vostra famiglia, uno di quegli orribili fenomeni come ciascun secolo ne produce qualcuno. Locusta ed Agrippina, perch vivevano nel medesimo tempo erano una eccezione che provava il furore della provvidenza per perdere l'impero Romano lordato da tanti delitti. Brunehault e Fredegonda sono i resultati del lavoro penoso di una civilizzazione alla sua genesi, nella quale l'uomo impara ad assopire lo spirito, fosse ancora per inviarlo nelle tenebre. Ebbene, tutte queste donne erano state, o erano ancora giovani e belle. Si era veduto fiorire sulla lor fronte, e sulla fronte fioriva ancora questo stesso fiore d'innocenza che si trova parimente sulla fronte della colpevole che  in vostra casa.
Villefort mand un grido, congiunse le mani, e guard il dottore con un gesto supplichevole. Questi per continu senza piet: Guarda a chi  vantaggioso il delitto, dice un assioma di giurisprudenza.
Dottore; grid Villefort, ahim! dottore, quante volte la giustizia degli uomini non si  ingannata sopra queste funeste parole? io non so, ma mi sembra che questo delitto...
Ah! voi confessate dunque finalmente che vi  delitto?
S, lo riconosco. Che volete? bisogna bene; ma lasciatemi continuare. Mi sembra, diceva, che questo delitto cada soltanto sopra di me, e non sulle vittime: sospetto qualche disastro per me sotto tutti questi strani disastri.
Oh! uomo, mormor d'Avrigny, che si mostra il pi egoista di tutti gli animali, che vuol credere sempre che la terra giri, che il sole brilli e che la morte si affatichi tutto per lui solo; formica che mormora della provvidenza dall'alto di un filo d'erba! e quelli che hanno perduta la vita, non han perduto qualche cosa? il signor di Saint-Mran, la signora di Saint-Mran, il signor Noirtier.
Come, il signor Noirtier...
S, credete che si sia voluto uccidere questo disgraziato servitore? no, no... come il Pollonio di Shakespeare, egli  morto per un altro. Il signor Noirtier doveva bere la limonata,  Noirtier che l'ha bevuta secondo l'ordine logico delle cose... l'altro non l'ha bevuta che per accidente; e quantunque sia stato Barrois quello che  morto, pure era Noirtier quegli che doveva morire.
Ma allora come va che mio padre non ha sofferto?
Ve l'ho gi detto una sera nel giardino, dopo la morte della signora di Saint-Mran, perch il suo corpo  divenuto a guisa di uno stesso veleno; perch la dose per lui insignificante, era mortale per un altro; perch finalmente nessuno sa, e neppure l'assassino, che da un anno io curo con la brucnina la paralisi del signor Noirtier, mentre che l'assassino non ignora, e se ne  assicurato con l'esperienza, che la brucnina  un veleno violento.
Mio Dio! mormor Villefort contorcendosi le braccia.
Seguitate la traccia del delinquente; egli uccide il signor di Saint-Mran... Oh! dottore!
Lo giurerei; ci che mi  stato detto dei sintomi si accorda troppo bene con ci che ho veduto coi miei proprii occhi.
Villefort cess di combattere, e mand un gemito.
Egli uccide il signore di Saint-Mran, ripet il dottore, egli uccide la signora di Saint-Mran, doppia eredit da raccogliere (Villefort asciug il sudore che gli colava dalla fronte).
Il signor Noirtier, ripet con la sua voce implacabile d'Avrigny, il signor Noirtier aveva non ha guari fatto un testamento contro la vostra famiglia in favore dei poveri; il signor Noirtier viene risparmiato perch non si aspetta niente da lui. Ma egli non appena ne ha fatto un secondo, che per timore che si penta e non ne faccia un terzo, vien colpito: il testamento fu fatto ier l'altro, credo; voi lo vedete, non si  perduto tempo.
Oh! grazia! signor d'Avrigny.
Nessuna grazia, signore! il medico ha una missione sacra sulla terra; e per adempirla egli risale fino alle sorgenti della vita, e discende nelle misteriose tenebre della morte. Quando il delitto  stato commesso, sta al medico il dire: eccolo l!
Grazia per mia figlia, signore! mormor Villefort.
Vedete bene che siete stato voi che l'avete nominata, voi, suo padre!
Grazia per Valentina! ascoltate,  impossibile! amerei meglio accusare me stesso! Valentina, un cuore di diamante, un giglio d'innocenza!
Nessuna grazia, signor procuratore del Re, il delitto  flagrante. Madamigella de Villefort ha impacchettati colle sue mani i medicamenti che furono inviati al signor di Saint-Mran, ed il signor di Saint-Mran  morto. Madamigella de Villefort ha preparato l'orzata alla signora di Saint-Mran, ed ella  morta. Madamigella de Villefort ha preso dalle mani di Barrois, che si  mandato fuori, la bottiglia di limonata che il vecchio ordinariamente vuota nella mattinata, ed il vecchio non  sfuggito, che per un miracolo. Madamigella de Villefort  la colpevole! ella  l'avvelenatrice! signor procuratore del Re, vi denunzio madamigella de Villefort; fate il vostro dovere!
Dottore, non resisto pi, non mi difendo pi, vi credo; ma risparmiate la mia vita, il mio onore!
signor de Villefort, riprese il dottore con una forza crescente, vi sono delle congiunture in cui sorpasso tutti i limiti della sciocca circospezione umana. Se vostra figlia avesse commesso soltanto un primo delitto, e la vedessi meditarne un secondo, vi direi: avvertitela, punitela, che ella passi il resto della sua vita in un qualche ritiro, in un qualche convento a piangere e pregare. Se avesse commesso un secondo delitto, vi direi: prendete, signor de Villefort, ecco un veleno che non conosce l'avvelenatrice, un veleno che non ha conosciuto antidoto, pronto come il pensiero, rapido come il lampo, mortale come il fulmine; datele questo veleno, raccomandate la sua anima a Dio, e salvate cos il vostro onore e i vostri giorni, perch ora sta a voi il divenire la vittima, ed io la vedo avvicinarsi al capezzale coi suoi sorrisi ipocriti, e le sue dolci esortazioni. Infelice voi, se non siete il primo a percuotere! ecco ci che vi direi se ella non avesse ucciso che due persone, ma, ella ha veduto l'agonia di tre, ella ha contemplato tre moribondi, si  inginocchiata vicino a tre cadaveri; al patibolo l'avvelenatrice! al patibolo! Voi parlate del vostro onore? fate ci che vi dico, e l'immortalit vi aspetta.
Villefort cadde in ginocchio: Aspettate, diss'egli, io non ho la forza che voi avete, o piuttosto che voi stesso non avreste se, invece di mia figlia Valentina, si trattasse di vostra figlia Maddalena. (Il dottore impallid.) Dottore, ogni uomo  figlio di donna,  nato per soffrire e morire; dottore, soffrir, ed aspetter la morte.
Ma, disse d'Avrigny, essa sar lenta... la vedrete avvicinarsi dopo che avr colpito vostro padre, vostra moglie, e forse vostro figlio ancora.
Villefort, soffocando, strinse il braccio del dottore.
Ascoltatemi! grid egli, compiangetemi, soccorretemi.... No, mia figlia.... non  colpevole... Trascinatela davanti ad un tribunale; dir sempre: no mia figlia non  colpevole... Non vi  delitto in casa mia; perch allorquando il delitto entra da qualche parte  come la morte: non entra mai solo. Ascoltate, che importa a voi che io muoia assassinato?... Siete mio amico, siete un uomo, avete un cuore?.. No, siete un medico!... Ebbene! ve lo dico, no, mia figlia non sar trascinata da me nelle mani del carnefice!... Ah! ecco un'idea che mi divora, che mi spinge come un insensato a lacerarmi il petto con le unghie!... E se voi v'ingannaste! se fosse un altro invece di mia figlia!.... Se un giorno venissi pallido come uno spettro a dirvi: Assassino! tu hai uccisa mia figlia! Vedete, se ci accadesse, son cristiano, signor d'Avrigny, e ci nonostante forse mi ucciderei!
Sta bene, disse il dottore dopo un momento di silenzio, aspetter. Villefort lo guard come se dubitasse ancora delle sue parole. Soltanto, continu d'Avrigny con voce lenta e solenne, se qualcuno della vostra casa cade malato, se voi stesso vi sentiste male, non mi chiamate, perch non verr pi. Io voglio divider con voi questo segreto terribile, ma non voglio che la vergogna ed i rimorsi vadano in me fruttificandosi ed ingrandendosi nella mia coscienza, come il delitto e l'infelicit s'ingrandiranno, e fruttificheranno nella vostra casa.
Per tal modo dottore, mi abbandonate?
S, perch non posso pi seguirvi, e non mi fermo che ai piedi del patibolo. Verr qualche altra rivelazione che porter la fine di questa terribile tragedia. Addio.
Dottore, ve ne supplico!
Tutti gli orrori che lordano il mio pensiero mi fanno la vostra casa odiosa e fatale. Addio, signore.
Una parola, una parola sola ancora dottore! vi ritirate, mi lasciate in tutto l'orrore della situazione, orrore che voi avete aumentato con ci che mi avete rivelato. Ma che si dir della morte subitanea di questo vecchio servitore?
 giusto, accompagnatemi. Il dottore usc pel primo, de Villefort lo segu, i domestici inquieti erano nel corridoio, e sulle scale da dove doveva passare il medico.
Signore, disse d'Avrigny a Villefort parlando ad alta voce ed in modo che tutti lo sentissero, il povero Barrois era da qualche anno troppo sedentario; abituato in altri tempi a correre col padrone, a cavallo o in carrozza, le quattro parti d'Europa, egli si  ucciso con questo servizio monotono intorno ad una poltrona. Il sangue  divenuto pesante. Egli era grasso, aveva il collo grosso e corto,  stato colpito da una apoplessia fulminante, ed io sono stato avvertito troppo tardi. A proposito, aggiunse egli a bassa voce, abbiate cura di gettare nelle ceneri quella tazza collo sciroppo di violette. Il dottore, senza toccar la mano di Villefort, senza ritornare su ci che aveva detto, usc accompagnato dalle lagrime e dai lamenti di tutte le persone di casa. La sera stessa, tutti i domestici di Villefort che si erano radunati in cucina, e che avevano lungamente parlato fra loro, vennero a domandare alla signora de Villefort il permesso di ritirarsi dal servizio. Nessuna istanza, nessuna proposizione di aumento di paga pot trattenerli; a tutte le parole, essi rispondevano: Vogliamo andarcene perch la morte  entrata nella casa. Essi partiron dunque ad onta delle preghiere che loro furono fatte, testimoniando i loro vivissimi dispiaceri, per dovere abbandonare cos buoni padroni, e particolarmente madamigella Valentina tanto buona, tanto benefattrice, tanto affabile; Villefort a queste parole guard Valentina. Ella piangeva.
Cosa strana! in mezzo all'emozione che gli fecero provare queste lagrime, guard ancora la signora de Villefort, e gli sembr che un sorriso fuggitivo e sinistro fosse passato sulle sue labbra sottili, come quelle meteore che si vedono strisciare, funeste fra due nubi nel fondo di un cielo tempestoso.
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Capitolo 80. LA CAMERA DEL FORNAIO IN RITIRO.
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La sera stessa del giorno in cui il conte de Morcerf era uscito da Danglars con una vergogna ed un furore, che il rifiuto del banchiere rend concepibile, il signor Cavalcanti, coi capelli arricciati e lucenti, i baffi appuntati, i guanti bianchi che si modellavano sulle unghie, era entrato, quasi in piedi sul suo phaton, nel cortile del banchiere della Chausse-d'Antin.
In capo a dieci minuti di presentazione nel salone, aveva ritrovato il mezzo di confinare Danglars nel vano di una finestra, e l dopo un destro preambolo, aveva esposto i tormenti della sua vita dopo la partenza del nobile suo padre. Dopo questa partenza egli aveva, nella famiglia del banchiere, ove era stato ricevuto come un figlio, trovato tutte le garenzie di felicit, che un uomo deve sempre cercare prima dei capricci della passione; ed in quanto alla passione stessa, aveva avuto la felicit di ritrovarla nei begli occhi di madamigella Danglars. Danglars ascoltava coll'attenzione pi profonda; erano gi due o tre giorni che aspettava questa dichiarazione, e quando finalmente giunse, il suo occhio si dilat di tanto, quanto si era corrugato ascoltando Morcerf. Ci non per tanto non volle accogliere la proposizione del giovine, senza fare qualche osservazione di coscienza: signor Andrea, gli disse, non siete ancora un po' troppo giovine per pensare ad ammogliarvi?
Ma no, signor, riprese Cavalcanti; almeno non lo trovo; in Italia i gran signori in generale, si maritano giovini; questo  un costume logico: la vita  cos piena di casi, che si deve afferrare la fortuna tosto che passa alla nostra portata.
Per, signore, disse Danglars, ammettendo che le vostre proposizioni, che mi onorano, siano aggradite da mia moglie e da mia figlia, con chi tratteremo gl'interessi? questo mi sembra un affare importante che i soli padri sanno convenevolmente trattare per la felicit dei loro figli.
Signore, mio padre  un uomo saggio, pieno di convenienza e di ragione. Egli ha preveduto il caso probabile che io potessi provare il desiderio di stabilirmi in Francia: egli dunque partendo, mi ha lasciato con tutte le carte che contestano la mia identit, ed una lettera, colla quale mi assicura, nel caso che io faccia una scelta che gli sia aggradita, 150 mila lire di rendita dal giorno del mio matrimonio. Da quanto posso giudicare, questo  il quarto delle rendite di mio padre.
Ma, disse Danglars, ho sempre avuto intenzione di dare a mia figlia 500 mila franchi maritandola; ella inoltre  la mia sola erede.
Ebbene! disse Andrea, vedete, la cosa sar per il meglio, supponendo che la mia domanda non sia respinta dalla baronessa Danglars, e da madamigella Eugenia, eccoci alla testa di 165 mila lire di rendita. Supponiamo che io ottenga dal marchese che invece di pagarmi la rendita, mi ceda il capitale (cosa che non sar facile, lo so bene, ma neppure impossibile), voi farete fruttare questi due o tre milioni, e due o tre milioni fra le vostre abili mani, possono sempre riportare il dieci per cento.
Io non prendo mai che al quattro, disse il banchiere, ed anche al tre e mezzo. Ma a mio genero prender al cinque, e poi divideremo i benefizi.
Ebbene! a meraviglia, suocero, disse Cavalcanti lasciandosi trasportare qualche poco da quella volgare natura che ad onta dei suoi sforzi, faceva a quando a quando oscurare la vernice aristocratica con cui cercava di coprirla. Ma ricomponendosi riprese: Oh! perdono, signore, diss'egli, vedete, la sola speranza mi rende quasi pazzo, che sarebbe dunque la realt?
Ma, disse Danglars, che, dal suo canto, non s'accorgeva quanto questa conversazione, disinteressata sulle prime, piegava prontamente all'agenzia d'affari, vi  senza dubbio una porzione della vostra fortuna che vostro padre non pu rifiutarvi?
E quale? domand il giovine.
Quella che vi proviene da vostra madre.
Certamente quella che viene da mia madre Oliva Corsinari.
E a quanto pu ammontare questa fortuna?
In fede mia, disse Andrea, vi assicuro, che non ho mai fermato il mio pensiero su questo argomento; ma stimo che possa essere per lo meno di due milioni.
Danglars risent quella specie di soffocamento inebriante che sente o l'avaro che ritrova un tesoro perduto, o l'uomo vicino ad annegarsi che sente sotto i suoi piedi la terra solida invece del vuoto nel quale stava per ingoiarsi.
Ebbene, signore, disse Andrea salutando il banchiere con un tenero rispetto, posso sperare?...
signor Andrea, disse Danglars, sperate, e credete bene che se nessun ostacolo per parte vostra non arresta l'andamento di questo affare, si pu ritenere concluso.
Ah! mi penetrate di gioia, signore! disse Andrea.
Ma, riprese Danglars riflettendo, come accade che il signor conte di Monte-Cristo, vostro protettore in questo mondo parigino, non sia venuto con voi a farmi questa domanda?
Andrea arross impercettibilmente: Io vengo dalla casa del conte, diss'egli:  incontrastabile che egli sia un uomo grazioso, ma  di una originalit inconcepibile; mi ha grandemente approvato, anzi mi ha detto che non credeva che mio padre esitasse a darmi il capitale invece della rendita; mi ha promesso la sua influenza per ottenere questo da lui; ma mi ha dichiarato che personalmente non aveva mai preso, e non prenderebbe mai sopra di s la garenzia di fare una domanda di matrimonio: debbo rendergli per questa giustizia, si  degnato di aggiungere che, se egli aveva mai deplorata questa repugnanza, era in mio riguardo, poich pensava che la ideata unione sarebbe felice e bene assortita. Del rimanente, se non vuol fare cosa alcuna officialmente, si riserva a rispondervi, mi ha detto, quando voi gli parlerete...
Benissimo. Ora, disse Andrea col suo grazioso sorriso, ho finito di parlare al suocero, e m'indirizzo al banchiere.
Che volete da lui, vediamo? disse ridendo Danglars.
Dopo domani devo riscuotere qualche cosa, come quattro mila franchi da voi, ma il conte ha capito che il mese nel quale siamo per entrare mi condurrebbe forse a fare un di pi di spese, per le quali la mia piccola rendita da celibe non mi sarebbe sufficiente, ed ecco un bono di ventimila franchi che egli mi ha, non dir regalato, ma offerto.  firmato dalla sua mano come vedete; vi conviene?
Portatemene come questo per un milione, ed io ve lo prendo, disse Danglars mettendolo nella saccoccia; ditemi a che ora domani vi fa comodo, ed il mio giovine di cassa passer da voi coll'ammontare di venti mila franchi.
Alle dieci del mattino, se volete; pi presto sar meglio; vorrei domani andare in campagna.
Sia; alle dieci; siete sempre all'albergo dei Principi?
S. La dimane, con una esattezza che faceva onore alla puntualit del banchiere, i 24 mila franchi erano dal giovine, che usc effettivamente, lasciando al portiere duecento franchi per Caderousse. Questa uscita, per parte di Andrea, aveva per scopo principale quello di evitare il pericoloso amico: per cui rientr la sera il pi tardi possibile.
Ma appena ebbe messo piede sul lastricato del cortile, che ritrov davanti a s il portinaro dell'Albergo, che lo aspettava col berretto in mano.
Signore, diss'egli, quell'uomo  venuto.
Qual uomo? domand negligentemente Andrea, come se avesse dimenticato colui, del quale al contrario si ricordava troppo bene.
Quello a cui Vostra Eccellenza ha fatto quel piccolo assegno.
Ah! s, disse Andrea, quell'antico servitore di mio padre. Ebbene, gli avete dati i 200 franchi che vi ho lasciati?
S, eccellenza, precisamente. (Andrea si faceva chiamare eccellenza) Ma, continu il portinaro, non ha voluto prenderli. Andrea impallid; ma essendo notte, nessuno lo vide impallidire: Come! non ha voluto prenderli? diss'egli con voce maggiormente commossa.
No, voleva parlare a Vostra Eccellenza Ho risposto che eravate uscito, egli insist, ma finalmente  sembrato convincersi, e mi ha data questa lettera che portava seco gi sigillata.
Vediamo, disse Andrea. Egli lesse al chiarore del fanale del phaton: Tu sai dove abito; domani ti aspetto alle nove del mattino. Andrea guard il sigillo per vedere se era stato forzato, e se sguardi indiscreti avevano potuto penetrare nell'interno della lettera; ma ella era piegata in tale modo, con un tal lusso di pieghe e di angoli, che per leggerla avrebbe abbisognato rompere il sigillo, il quale era perfettamente intatto. Benissimo, diss'egli. Povero uomo!  un eccellente creatura. E lasci il portinaro edificato da queste parole non sapendo chi dovesse ammirare di pi, se il giovine padrone, o il vecchio servitore.
Staccate presto, e salite da me, disse Andrea al groom.
Ed in due salti il giovine fu nella sua camera, e bruci la lettera di Caderousse, di cui fece sparire per fino le ceneri.
Egli terminava quest'operazione quando entrava il domestico. Tu sei della mia stessa corporatura, Pietro.
Ho questo onore, eccellenza, rispose il servitore.
Tu devi avere un'altra livrea nuova che ti fu portata ieri; siccome ho alcune cosucce da intendermi con una crestaia alla quale non posso dire n il mio nome, n la mia condizione; prestami la tua livrea, e dammi pure le tue carte affinch io possa, se fa bisogno, dormire in un albergo.
Pietro obbed. Cinque minuti dopo, Andrea compiutamente travestito prendeva un cabriolet, e si faceva condurre all'albergo del Caval Rosso, a Picpus. Il giorno dopo usc da quest'albergo senza essere osservato; discese il sobborgo Sant'Antonio, segu il baluardo fino alla strada Mnilmontant, e fermandosi alla porta della terza casa a sinistra, cercava in mancanza di portinaro, da chi prendere informazioni. Che cercate, mio bel giovinotto? domand la fruttaiola di faccia.
Il signor Pailletin, mia cara, rispose Andrea.
Un fornaio ritirato? domand la fruttaiola.
Precisamente.
Nel fondo del cortile a sinistra al terzo piano.
Andrea prese la strada indicata, ed al terzo piano ritrov una zampa di lepre, che tir a s con un sentimento di cattivo umore, di cui si risent lo stesso movimento precipitato del campanello. Un momento dopo la figura di Caderousse comparve sotto la gelosia praticata nella porta.
Ah! tu sei esatto. E nel dir cos tolse i catenacci.
Per bacco! disse Andrea entrando. E gitt avanti a s il berretto di livrea, il quale, non essendovi sedia, cadde a terra, e fece rotolando il giro della camera.
Andiamo, andiamo, disse Caderousse, non t'inquietare, mio piccolo, guarda un poco la colazione che avremo: niente di meno che tutte cose che ti piacciono, tuono dell'aria!
Andrea sent infatto un odore di cucina, i cui grossolani aromi non mancavano di una certa attrattiva per uno stomaco affamato: era la mescolanza dello strutto e dell'aglio che distinguevano la cucina provenzale di una classe inferiore: e soprattutto l'aspro profumo della noce moscata e del garofano. Tutto ci esalava da due piatti pieni e coperti, posti sopra due fornelli, e da una casseruola che arrostiva nel forno da campagna. Nella stanza vicina Andrea vide inoltre una tavola molto pulita, preparata con due piatti, due bottiglie di vino sigillate, l'una di verde, e l'altra di rosso, di una buona misura di acquavite in una bottiglia, ed una fruttiera in forma di una gran foglia di cavolo, posta con arte sopra una salvietta pulita. Che te ne sembra, mio piccolo? disse Caderousse; hein! come tutto ci imbalsama! ah diavolo! lo so bene, laggi io era cuoco: ti ricordi come si leccavano le dita alla mia cucina? e tu pel primo ne hai gustato dei miei intingoli, e non li disprezzavi, credo? E Caderousse si mise a preparare un supplemento di cipolle.
Sta bene, sta bene, disse Andrea col male umore; per bacco! se mi hai incomodato solo per venire a fare colazione con te, il diavolo ti porti!
Figlio mio, disse sentenziosamente Caderousse, mangiando si parla; e poi, ingrato che sei! non hai dunque piacere a vedere un poco il tuo amico? io ne piango dalla contentezza. Caderousse infatto piangeva realmente; solo sarebbe stato difficile dire, se era la gioia o le cipolle che portavano una leggera irritazione sulla glandula lagrimale dell'antico albergatore del Ponte di Gard.
Taci dunque ipocrita! disse Andrea, mi ami tu?
S, io t'amo, o il diavolo mi porti:  una debolezza, disse Caderousse, lo so bene, ma essa  pi forte di me.
Ci non ti ha impedito di avermi fatto venir qui con qualche perfidia.
Via dunque! disse Caderousse asciugando al suo grembiale il largo coltello; se non ti amassi, sopporterei forse la vita miserabile che mi fai fare? guarda un poco, tu hai sulle spalle l'abito del tuo domestico, dunque, hai un domestico, io non ne ho, e sono costretto di pulire i miei legumi da me stesso: tu disprezzi la mia cucina, perch pranzi, o alla tavola rotonda, o all'albergo dei Principi, o al caff di Parigi. Ebbene! io pure potrei avere un domestico, potrei avere un tilbury; potrei pranzare ove volessi; ebbene! perch dunque me ne privo? per non darti della pena, mio piccolo Benedetto. Parla, confessa soltanto che lo potrei, hein! Ed uno sguardo perfettamente chiaro di Caderousse termin il senso della frase.
Allora, disse Andrea, ammettiamo che mi ami: allora perch esigi che io venga a far colazione teco?
Ma per vederti, mio piccolo. Per vedermi, e a che serve? dappoich abbiamo gi fatto le nostre condizioni...
Eh! caro amico, disse Caderousse, vi sono forse testamenti senza codicilli? Ma tu sei venuto primieramente per far colazione, non  vero? ebbene! andiamo, sediamoci, e cominciamo con queste alici e questo butirro fresco che ho messo sopra delle foglie di vite espressamente per te, cattivo... Ah! s, tu guardi la mia camera, le mie quattro sedie di paglia, le mie stampe a tre franchi il quadro. Diavolo! questo non  l'albergo dei Principi.
Andiamo, sei gi disgustato del presente; non sei pi felice, tu che non domandavi che di avere l'aspetto di un fornaro in ritiro? Caderousse mand un sospiro. Ebbene, che hai a dirmi? hai veduto il tuo sogno effettuato.
Ho a dirti che fu un sogno; un fornaio in ritiro, mio povero Benedetto,  ricco, cio ha rendite.
Per bacco, tu ne hai delle rendite! Io?
S tu, poich ti ho assegnato duecento franchi
Caderousse si strinse nelle spalle:  una cosa umiliante, diss'egli, di ricevere in tal modo del danaro dato di mala voglia, che pu mancare da un giorno all'altro: vedi bene che sono obbligato di fare delle economie pel caso in cui la tua prosperit non durasse. Eh! amico mio, la fortuna  incostante, come diceva l'elemosiniere del... reggimento: io so bene, scellerato, che la tua prosperit  immensa; tu stai per isposare la figlia di Danglars.
Come! di Danglars?
Eh, certamente, di Danglars! vi  forse bisogno che dica del barone Danglars? sarebbe lo stesso che dicessi del conte Benedetto... Era un mio amico Danglars, e se non aveva la memoria cos debole, doveva invitarmi alle tue nozze, attesoch egli  venuto alle mie... S, s, s, alle mie! diavolo! egli non era cos superbo in quei tempi, era piccolo commesso presso l'ottimo signor Morrel. Ho pranzato pi di una volta con lui ed il conte di Morcerf... vedi che ho delle belle conoscenze, e che se volessi coltivarle un poco, ci potremmo incontrare nelle stesse conversazioni.
Su via! la tua gelosia ti fa vedere l'arcobaleno.
Sta bene, Benedetto mio, si sa ci che si dice. Forse un giorno si potr mettere il proprio abito da festa, e si andr a dire ad un gran portone: una decorazione, se vi piace! Mentre aspettiamo, siedi, e mangiamo.
Caderousse dette l'esempio, e si mise a far colazione con buon appetito, mentre faceva l'elogio di tutte le vivande che metteva in tavola davanti al suo ospite. Questi sembrava aver preso la sua risoluzione, stapp bravamente le bottiglie, ed attacc un arrostito merluzzo condito coll'aglio ed olio.
Ah! compare, disse Caderousse, sembra che tu ti raccomodi col tuo antico padrone di locanda?
In fede mia, s, rispose Andrea, presso il quale, giovine e vigoroso come era, sul momento l'appetito la vinceva sopra ogni altra cosa.
E trovi che questo  buono, birbo?
Tanto buono che non capisco, come un uomo che cucina e che mangia cos buoni bocconi, possa trovare che la vita  cattiva.
Vedi tu, disse Caderousse, egli  perch tutta la mia felicit  guastata da un sol pensiero. E quale?
Quello di vivere alle spese di un amico, io che ho sempre guadagnata la mia esistenza da me solo.
Oh! oh! che ci non ti dia pensiero, disse Andrea, ne ho abbastanza per due, non t'incomodare.
No, davvero: tu mi crederai se vuoi, ma alla fine di ogni mese, provo dei rimorsi. Buon Caderousse!
Al punto che ieri non ho voluto prendere i 200 franchi
S, perch volevi parlar meco; ma fu veramente per rimorsi, vediamo?
Il vero rimorso; e poi mi era venuta un'idea.
Andrea fremette; egli fremeva sempre quando venivano delle idee a Caderousse.  una cosa trista, vedi tu, continu, quella di essere sempre nell'aspettativa della fine del mese.
Eh! disse filosoficamente Andrea, risoluto di far parlare il suo amico, la vita non viene da noi passata in una continua aspettativa? io per esempio, faccio altra cosa? ebbene, ho pazienza, non  vero?
S, perch invece di aspettare duecento miserabili franchi ne aspetti cinque o sei mila, forse dieci mila, fors'anche dodici, mila; poich sei un misterioso; laggi avevi sempre qualche cosarella che cercavi di nascondere a questo povero amico Caderousse. Fortunatamente che l'amico Caderousse di cui si parla aveva il naso fino.
Andiamo, ecco che ti metti di nuovo a divergere il discorso, disse Andrea, a parlare, e riparlare sempre del passato! ma a che pro rivangare certe cose, te lo domando?
Ah!  perch tu hai ventun'anno, e puoi dimenticare il passato; io ne ho cinquanta e son costretto di ricordarmene. Ma non importa, ritorniamo agli affari. S.
Io voleva dire, che se fossi al tuo posto... Ebbene?
Io realizzerei... Come tu realizzeresti...
S, domanderei un semestre anticipato, sia sotto il pretesto di diventare elettore, e di voler comprare una fattoria, poi col mio semestre me ne scapperei.
Io? to, to, fece Andrea, questo forse non  mal pensato!
Mio caro amico disse Caderousse, mangia alla mia cucina, e segui i miei consigli; non te ne troverai male, n moralmente, n fisicamente.
Ebbene! ma, disse Andrea, perch non segui tu stesso il consiglio che mi dai? perch non realizzi tu un semestre, od anche un anno, e non ti ritiri a Bruxelles? invece di avere le sembianze di un fornaro in ritiro, avrai quelle di un fallito in esercizio delle sue funzioni: ci  pensato bene.
Ma come diavolo vuoi tu che mi ritiri con 1200 franchi?
Ah! Caderousse, disse Andrea, come diventi esigente, son due mesi che morivi dalla fame.
L'appetito viene mangiando, disse Caderousse mostrando i denti come una scimia quando ride, e come una tigre quando ruggisce. Cos, aggiunse egli troncando con questi medesimi denti, bianchi ed acuti ad onta dell'et, un'enorme boccata di pane, ho stabilito il mio disegno.
I disegni di Caderousse spaventavano Andrea ancora pi delle sue idee; le idee non erano che il germe, il disegno era la realizzazione.
Vediamo questo disegno, diss'egli, dev'esser bello!
E perch no? il disegno merc il quale abbiam lasciato lo stabilimento del signor Chose, da chi veniva, hein? da me, suppongo: non era cattivo, mi sembra, perch eccoci qua.
Io non dico, riprese Andrea, che qualche volta non ne abbia dei buoni; ma in fine vediamo la tua idea.
Vediamo, prosegu Caderousse, puoi tu, tu, senza sborsare un soldo, farmi avere un 15 mila franchi?... No, non  abbastanza 15 mila franchi non posso ritornare un uomo onesto per meno di trenta mila franchi
No, rispose seccamente Andrea, no, non lo posso.
Tu non mi hai capito, a quanto sembra, rispose freddamente Caderousse con aspetto tranquillo: ti ho detto, senza sborsare un soldo.
Tu certamente non vorrai che io rubi, per guastare tutto il mio affare, e col mio anche il tuo, e perch abbiano poi a ricondurci laggi?
Oh! io, disse Caderousse, per me,  lo stesso che mi riprendano, o no; ho un corpo furbo, un corpo particolare, mi annoio qualche volta perfino dei miei camerati; non sono come te, uomo senza cuore, che non vorresti rivederli pi!
Andrea fece pi che fremere, questa volta impallid, e disse:
Vediamo, Caderousse, non facciamo bestialit.
Eh! no, sta tranquillo, mio caro Benedetto; indicami piuttosto un piccolo mezzo di guadagnare questi trenta mila franchi senza mischiarti di niente; tu mi lascerai fare, ecco tutto!
Ebbene! vedr, cercher! disse Andrea.
Ma mentre si aspetta porterai la mia mesata almeno a 500 franchi non  vero? io ho una mana, vorrei prendermi una governante.
Ebbene, avrai i tuoi 500 franchi, disse Andrea; ma questo sar troppo pesante per me, povero Caderousse... Tu abusi....
Bah! giacch tu attingi in casse che non hanno fondo.
Questa  la verit, ed il mio protettore  eccellente per me.
Questo caro protettore, disse Caderousse, non ti fa dunque un assegno mensile di...?
Cinque mila franchi, disse Andrea.
Tante migliaia, quante centinaia vuoi darmi, riprese Caderousse; in verit non vi sono che i bastardi che abbiano fortuna. Cinque mila franchi il mese... Che diavolo puoi farti di tutta questa somma?
Eh! mio Dio!  ben presto spesa; cos io pure sono come te, amerei meglio avere il mio capitale.
Un capitale!... s... capisco, tutti desidererebbero avere un capitale. Ebbene! me ne verr fatto uno.
E chi  che te lo far? il tuo principe?
S, il mio principe; disgraziatamente bisogna che io aspetti. Che aspetti che cosa? domand Caderousse.
La sua morte. La morte del tuo Principe? S.
Ed in che modo? Perch sono stato notato nel suo testamento. Davvero? Parola d'onore! Per quanto? Per 500 mila franchi Niente altro che questo? grazia del poco! La cosa sta, come te la dico.
Su, via, non  possibile.
Caderousse; tu sei mio amico? Ed in che modo! per la vita, e per la morte. Ebbene ti dir un segreto. Di'.
Io credo... Andrea si ferm guardando intorno intorno. Che credi...? non aver paura, per bacco! siam soli.
Credo di aver ritrovato mio padre. Il tuo vero padre? S. Non il padre Cavalcanti?
No, poich quello  partito; il vero, come tu dici.
E questo padre ... Ebbene! Caderousse, questi  il conte di Monte-Cristo. Bah!
S; tu capisci; allora tutto si spiega. Egli non pu confessarmi ci ad alta voce, per quanto sembra, ma mi fa riconoscere dal signor Cavalcanti al quale regala 50 mila franchi per questo.
Cinquanta mila franchi per esser tuo padre! ma avrei accettato per la met del prezzo, forse per ventimila, per quindicimila; come non hai pensato a me?
E che sapeva tutto questo, io? tutto ci che si  combinato fu combinato nella mia assenza, mentre che eravam laggi.
Ah!  vero, e tu dici che nel suo testamento?...
Egli mi lascia 500 mila lire. Ne sei tu sicuro?
Egli me lo ha mostrato; ma questo non  il tutto.
Vi sar un codicillo, come ti diceva poco fa?
Probabilmente.
E in questo codicillo? Egli mi riconosce.
Oh! il buon uomo che  tuo padre! disse Caderousse facendo volare per l'aria una salvietta, che riprendeva dipoi con ambe le mani.
Ecco! di' ora che ho dei segreti per te.
No, e la tua confidenza ti onora ai miei occhi. E il tuo principe padre  dunque ricco, ricchissimo?
Lo credo bene. Egli non conosce a che cosa ammonti la sua fortuna  egli possibile?
Diamine! lo vedo bene, io che sono ricevuto ad ogni ora. L'altro giorno vi era un giovine di banca che gli portava 50 mila franchi in un portafoglio grosso come un piatto; ieri il suo banchiere che portava cento mila franchi in oro.
Caderousse era stupefatto; gli sembrava che le parole del giovine avessero il suono di metallo, e che egli sentisse precipitare delle cascate di luigi: E tu vai in quella casa? grid egli con ingenuit.
Quando io voglio. Caderousse rimase pensieroso un momento. Era facile vedere che egli ruminava nel suo spirito qualche pensiero. Poi d'improvviso:
Quanto amerei vedere tutto ci, grid egli, e come tutto ci deve esser bello!
Il fatto , disse Andrea, che  magnifico!
E non abita all'entrata dei Campi-Elisi? Al n. 30.
Ah! disse Caderousse, al n. 30? S, una bella casa isolata fra il cortile, ed il giardino, non vi  che quella.
 possibile, ma non  l'esterno che mi occupa,  l'interno: i bei mobili, hein! che cosa vi dev'esser mai l dentro?
Hai tu veduto qualche volta la Tuglierie? No.
Ebbene,  ancora pi bello.
Dici davvero, Andrea? dev'essere cosa buona l'abbassarsi quando questo buon signor di Monte-Cristo lascia cadere la sua borsa?
Ah! mio Dio, non val la pena di aspettare questo momento, disse Andrea, il danaro abbonda in quella casa come i frutti in un giardino.
Di', dunque, dovresti condurmivi un giorno con te...
 mai possibile, e con qual titolo?
Hai ragione, ma tu mi hai fatto venire l'acqua alla bocca, e bisogna assolutamente che io veda tutto ci; trover un mezzo.
Non facciamo sciocchezze, Caderousse!
Io mi presenter come spazzatore.
Non ne ha bisogno, perch vi son tappeti in ogni luogo.
Ah! peccato! allora bisogna che io mi contenti di vedere ci con l'immaginazione. Questo  ci che puoi fare di meglio, credimi. Cerca almeno di farmi comprendere quel che pu essere. Come vuoi tu? Niente di pi facile; il palazzo  grande? N troppo grande, n troppo piccolo. Ma come  distribuito? Diamine! avrei bisogno dell'inchiostro e della carta per fartene la pianta.
Eccone! disse avidamente Caderousse. Ed and a cercare sopra un vecchio scrittoio un foglio di carta bianca, l'inchiostro, ed una penna: Prendi, tracciamo tutto ci sulla carta, figlio mio.
Andrea prese la penna con un impercettibile sorriso, e cominci: La casa, come ti ho detto,  posta fra un giardino ed il cortile; vedi in questo modo. Ed Andrea fece la pianta del giardino, del cortile, e della casa. Le mura sono alte? No; otto, o dieci piedi tutto al pi.
Ci non  troppo prudente, disse Caderousse.
Nel cortile vi sono dei cassettoni d'aranci, dei praticelli, dei fiori, dei cespugli. Ma non dei lacci da lupo?
No. Le scuderie? Lateralmente alle due parti del cancello, vedi tu, l. Ed Andrea continuava la pianta.
Vediamo il pian terreno, disse Caderousse.
Al pian terreno, sala da pranzo, due salotti, sala del bigliardo, scala nel vestibolo, e piccola scala segreta.
Le finestre? Finestre magnifiche, s belle, e larghe che in fede mia, credo che un uomo della mia persona passerebbe per il vano di uno di quei cristalli.
E perch diavolo si fa uso delle scale quando si han simili finestre? Che vuoi tu? il lusso. Ma vi sono persiane? S, persiane, ma di cui non si servono mai.  un originale Monte-Cristo che ama vedere il cielo anche durante la notte. Ed i domestici dove dormono?
Oh! essi hanno la loro casa particolare. Figuratevi un buon padiglione entrando a dritta, dove si custodiscono le scale; ebbene! sopra questo padiglione vi  una quantit di camere per i domestici con campanelli corrispondenti alle camere. Oh diavolo, dei campanelli! Che dici?...
Io, niente. Dico che coster caro a situare i campanelli; ed a che servono? te lo domando? In altri tempi vi era un cane che passeggiava la notte nel cortile, ma lo hanno condotto alla casa d'Auteuil, tu sai a quella in cui sei venuto? S. Io glielo diceva anche ieri:  una cosa imprudente per parte vostra, signor conte; perch quando andate ad Auteuil, e conducete i vostri domestici, la casa resta sola. Ebbene? domand; e dopo? Ebbene! un qualche bel giorno vi ruberanno.
E che cosa ha egli risposto? Ha risposto: ebbene! che danno mi porta se qualcuno mi ruba?
Andrea, egli avr un qualche scrigno a macchina.
Ed in che modo? S, che prende il ladro per una briglia, e che lo giuoca in aria. Mi  stato detto che all'ultima esposizione ve ne erano di questo genere.
Egli non ha che un semplice scrigno di acacia, al quale ho sempre veduta attaccata la chiave. E non gli rubano mai?
No, le persone che lo servono gli sono tutte affezionate.
Quanto vi sar in quello scrigno, hein! quanta moneta?
Vi sar forse... non si pu sapere ci che vi sar.
E dove sta questo? Al primo piano.
Fammi dunque la pianta del primo piano, mio piccolo, come mi hai fatta quella del pian terreno.
 facile. Ed Andrea riprese la penna: Al primo piano, vedi vi  l'anticamera, gran salone; a destra del salone biblioteca e gabinetto da lavoro; a sinistra del salone una camera da dormire, e gabinetto da toletta, ed in questo precisamente sta il famoso scrigno.
Vi sono finestre al gabinetto di toletta?
Due, una qua, e una l. E Andrea disegn due finestre alla camera che, sul primo, faceva l'angolo, e che figurava come un quadrato meno grande, aggiunto al quadrato lungo della camera da dormire.
Caderousse divenne astratto: E va spesso ad Auteuil?
Due tre volte la settimana; domani per esempio deve passarvi la giornata e la notte.
Ne sei ben sicuro? Mi ha invitato ad andarvi a pranzo.
Alla buon'ora, ecco ci che si pu chiamare esistenza! disse Caderousse; casa in citt, casa in campagna.
Ecco ci che vuol dir esser ricchi.
E ci vai tu, a pranzo. Probabilmente.
Quando vi pranzi, vi dormi ancora?
Quando ci mi fa piacere; sono in casa del conte, come se fossi in casa mia. Caderousse guard il giovine come per strappargli la verit dal fondo del cuore. Ma Andrea cav un porta-sigari di saccoccia, ne prese uno d'Avana, l'accese tranquillamente, e cominci a fumarlo senza affettazione.
Quando vuoi i tuoi 500 franchi? domand a Caderousse.
Ma anche subito se tu li hai. Andrea tir fuori di saccoccia 25 luigi. Dei gialletti? disse Caderousse; no grazie.
Ebbene li disprezzi?
Al contrario li stimo; ma non ne voglio.
Tu guadagnerai nel cambio, imbecille: l'oro ha un aggio di cinque soldi.
Sar, e poi il cambia monete fa seguire l'amico Caderousse, e poi gli mettono le mani sopra, e poi bisogner che dica quali sono i suoi fattori che gli pagano queste rendite in oro. Non facciamo bestialit, mio piccolo; argento semplicemente, pezzi rotondi coll'effigie di un principe qualunque. Tutti al mondo possono avere una moneta da cinque franchi
Capisci bene che non posso avere 500 franchi d'argento in saccoccia; avrei avuto bisogno di un facchino.
Ebbene! lasciali dunque al tuo portinaro;  un bravo uomo, andr a prenderli. Oggi?
No, domani, oggi non ho il tempo.
Ebbene, sia domani, quando parto per Auteuil, li lascer. Posso contarci sopra? Perfettamente.
Egli  perch vado a fissare una governante.
Fissa pure, ma tutto sar finito, n' vero? non mi tormenterai pi? Giammai. Caderousse era diventato cos meditabondo, che Andrea tem di essere forzato ad accorgersi di questo cambiamento. Raddoppi adunque la sua allegria e la sua indifferenza.
Come sei allegro, disse Caderousse, si direbbe che gi possiedi la tua eredit.
No disgraziatamente!... ma il giorno in cui la ricever... mi ricorder degli amici, non ti dico che questo.
S, siccome tu hai buona memoria, giustamente...
Che vuoi? credeva che tu volessi rimproverarmi.
Io? oh! quale idea! io che al contrario ti voglio anche dare un consiglio da amico... E quale?
Quello di lasciar qui, quel diamante che tu hai al dito. E che! tu vuoi dunque farci prendere tutti e due, a fare simili bestialit?
E perch? disse Andrea.
Come! tu prendi una livrea, ti travesti da servitore, e conservi al dito un diamante di quattro in cinque mila franchi?
Peste! come stimi giusto! perch non ti fanno commissario-stimatore?
Conosco il valore dei diamanti perch ne ho avuti.
Ti consiglio a vantartene! disse Andrea, che, senza corrucciarsi, come lo temeva Caderousse per questa nuova estorsione, lasci con tutta compiacenza l'anello. Caderousse lo guard tanto da vicino, che fece chiaramente conoscere, che egli esaminava se gli spigoli del taglio erano ben vivi.
 un diamante falso, disse Caderousse.
Su via! fece Andrea, scherzi?
Oh! non ti affliggere, si pu provare. E Caderousse and alla finestra e strisciando il diamante sul vetro, l'intese crepitare: Confiteor! disse Caderousse mettendosi lo anello nel dito piccolo, mi sono sbagliato; ma questi ladri di gioiellieri imitano tanto bene le pietre vere, che non si ha pi coraggio di andare a rubare nelle loro botteghe, e questo  ancora un altro ramo d'industria paralizzato.
Ebbene! disse Andrea, hai finito? hai ancora qualche cosa da domandarmi? ti abbisogna il mio vestito, il mio berretto? Non ti prender pena fino a tanto che ci sei.
No, alla fine tu sei un bravo compagno. Non ti trattengo di pi, e cercher di guarire la mia ambizione.
Ma guardati che nel vendere questo diamante, non ti accada ci che temevi per le monete d'oro.
Io non lo vender, sta pure tranquillo.
No, da oggi a domani almeno, pens il giovine.
Furbo felice! disse Caderousse, tu te ne vai a trovare i tuoi servitori, i tuoi cavalli, la tua carrozza, e la tua fidanzata?
Ma, s, disse Andrea.
Di' dunque, spero che tu mi farai un bel regalo di nozze il giorno che sposerai la figlia dell'amico mio Danglars?
Ti ho gi detto, che  una immaginazione che ti sei messo in testa.
E quanto di dote? Ma ti dico... Un milione?
Andrea alz le spalle. Vada per un milione, disse Caderousse; tu non ne avrai mai tanti, quanti te ne desidero.
Grazie, disse il giovine.
Oh!  di buon cuore, aggiunse Caderousse ridendo del suo riso grossolano. Aspetta che ti accompagni.
Non ne val la pena. Tutt'altro.
E perch?
Oh! perch vi  un piccolo segreto alla porta; cautela che ho creduto di dover adottare; serratura Huret e Fichet, riveduta e corretta da Gaspero Caderousse: te ne fabbricher una simile, quando diventerai capitalista.
Grazie; ti far prevenire otto giorni prima.
Essi si separarono. Caderousse rest sul pianerottolo, fino a che ebbe veduto Andrea, non solo discendere dai tre piani, ma ancora traversare il cortile. Allora rientr precipitosamente, richiuse la porta con cura, e si mise a studiare, come un profondo architetto, la pianta che gli aveva lasciata Andrea.
Questo caro Benedetto, diss'egli, credo non sar dispiaciuto di ereditare, e che quegli che solleciter il giorno in cui deve palpare i suoi 500 mila franchi non sar il suo pi cattivo amico.
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Capitolo 81. LA ROTTURA.
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La dimane del giorno in cui ebbe luogo la conversazione che abbiam descritta, il conte di Monte-Cristo part effettivamente per Auteuil con Al, diversi domestici ed alcuni cavalli che voleva provare. Ci che particolarmente aveva determinata questa partenza, alla quale non pensava nemmeno il giorno innanzi, ed alla quale neppure Andrea pensava pi di lui, fu l'arrivo di Bertuccio, che ritornato dalla Normandia, portava le notizie della casa e della corvetta. La casa era in ordine, e la corvetta, giunta da otto giorni, era all'ncora in un piccolo seno, ove, dopo adempite tutte le formalit che si esigevano, era pronta, con i suoi sei uomini d'equipaggio, a riprendere il mare. Il conte lod lo zelo di Bertuccio, e lo invit a tenersi pronto ad una sollecita partenza, non dovendo il suo soggiorno in Francia prolungarsi al di l di un mese.
Ora, gli diss'egli, posso aver bisogno di andare da Parigi a Trport in una notte. Voglio dei cambii di cavalli stazionati sulla strada, che mi permettano di fare 50 leghe in dieci ore.
Vostra Eccellenza aveva gi manifestato questo desiderio, rispose Bertuccio, ed i cavalli sono gi appostati nei luoghi pi convenienti; vale a dire in quei villaggi ove ordinariamente non si ferma nessuno.
Sta bene, disse Monte-Cristo, io resto qui un giorno o due, per conseguenza preparatevi. Allorch Bertuccio stava per uscire e per ordinare tutto ci che aveva rapporto a questa soggiorno, Battistino apr la porta, portando una lettera sopra un vassoio d'argento dorato: Che venite a far qui? domand il conte vedendolo tutto coperto di polvere, non vi ho fatto chiamare, mi sembra?
Battistino senza rispondere si avvicin al conte, e gli present la lettera.
Importante e pressante, diss'egli.
Il conte apr la lettera e lesse. Il signor conte di Monte-Cristo  avvisato che in questa stessa notte, un uomo s'introdurr nella sua casa dei Campi-Elisi per sottrarre delle carte, ch'egli crede chiuse nel suo scrigno del gabinetto di toletta: si conosce il conte di Monte-Cristo abbastanza coraggioso, per non avere da ricorrere all'intervento della polizia, intervento che potrebbe mettere a rischio grandemente quegli che d questo avviso. Il signor conte, sia da un'apertura che metta dalla camera da letto nel gabinetto, sia nascondendosi nel medesimo gabinetto, potr farsi giustizia da s stesso. Molte persone e cautele apparenti allontanerebbero certamente il malfattore, e farebbero perdere al signor di Monte-Cristo l'occasione di conoscere un nemico, che il caso ha fatto scoprire alla persona che d questo avviso al conte, avviso che non avrebbe forse pi l'occasione di rinnovare, se, andando a vuoto questa prima impresa, il malfattore ne ritentasse un'altra.
Il primo movimento del conte fu quello di credere che fosse una furberia del ladro, laccio grossolano, che gli scuopriva un pericolo mediocre per esporlo ad uno pi grave. Stava dunque per far portare la lettera ad un commissario di polizia, ad onta della raccomandazione dell'anonimo, quando d'improvviso gli venne l'idea, che poteva essere effettivamente qualche suo nemico particolare, che egli solo poteva riconoscere, e dal quale, se la cosa era cos, egli solo poteva trarre partito, come aveva fatto Fiesque del Moro che aveva voluto assassinarlo. Noi conosciamo il conte, non abbiamo quindi bisogno di dire ch'era uno spirito pieno d'audacia e di vigoria, che si contorceva contro l'impossibile con quella energia ch' la caratteristica degli uomini superiori. Per mezzo della vita che aveva condotta, e per quella risoluzione presa di non addietrare avanti a cosa alcuna, il conte era giunto a gustare delle gioie sconosciute nelle lotte ch'egli imprendeva alle volte contro la natura, e contro il mondo. Essi non vogliono rubarmi le mie carte, disse Monte-Cristo, vogliono uccidermi; non sono ladri, ma assassini. Non voglio che il signor Prefetto di polizia si mischi nei miei affari particolari; sono abbastanza ricco, per sgravare in questo il preventivo della sua amministrazione. Il conte richiam Battistino, ch'era uscito dalla camera dopo aver data la lettera. Voi ritornerete a Parigi, e ricondurrete qui tutta la servit che  rimasta. Ho bisogno che tutti siano qui ad Auteuil.
Ma non rester dunque nessuno in casa, signor conte?
No, vi rimarr il portinaro.
Ma il signor conte rifletter, che vi  distanza fra il casotto del portinaro e la casa. Ebbene?
Ebbene! si potrebbero svaligiare tutti gli appartamenti, senza che il portinaro sentisse il pi piccol rumore.
E da chi si dovrebbe fare? Dai ladri.
Siete uno stupido, Battistino; che i ladri mi svaligino tutta la casa, non mi disgusteranno tanto, quanto un servizio fatto male. Battistino s'inchin. Voi mi avete inteso, disse il conte; conducete qui tutta la servit, dal primo fino all'ultimo; ma che tutto resti nello stato ordinario: chiuderete le persiane del pianterreno, e nient'altro.
E quelle del primo?
Sapete che non si chiudono mai. Andate. Il conte fece dire che pranzava nella sua camera, e che non voleva essere servito che da Al. Pranz con tranquillit e con la sua abituale sobriet, e, dopo il pranzo, facendo segno ad Al di seguirlo, usc dalla porticina, raggiunse il bosco di Boulogne come se passeggiasse, prese senza affettazione la strada di Parigi, ed al cader della notte si trov dirimpetto alla sua casa vicino ai Campi-Elisi. Tutto era oscuro: soltanto una debole lampada ardeva nell'alloggio del portinaro, distante circa una quarantina di passi dalla casa, come aveva detto Battistino. Frattanto Monte-Cristo si addossava ad un albero, con quel colpo d'occhio che sbagliava raramente, esplor il doppio viale, esamin quelli che passavano, ed affond uno sguardo nelle strade vicine. In capo a dieci minuti, fu perfettamente convinto che nessuno lo incomodava.
Corse alla porta con Al, entr precipitosamente, e per una piccola scala di servizio, di cui aveva la chiave, rientr nella sua camera da dormire senza aprire, n smuovere una sola tenda, senza che il portinaro potesse neppur dubitare che la casa, che egli credeva vuota, aveva ritrovato il suo principale abitante. Giunto nella camera da dormire, il conte fece segno ad Al di fermarsi, indi pass nel gabinetto, che esamin; tutto vi era nello stato abituale. Il prezioso scrigno era al suo posto, e la chiave di contro: egli lo chiuse a doppio giro, prese la chiave, e torn nella camera da dormire, asport la ribaditura degli occhielli del catenaccio, e rientr. In questo mentre, Al portava sopra una tavola le armi che il conte stesso gli aveva domandate, vale a dire una carabina corta, un paio di pistole a doppio tiro, le cui canne soprapposte permettevano di prendere la mira con tale certezza come se fossero state pistole da bersaglio. Armato in tal guisa, il conte poteva tenere fra le sue mani la vita di cinque uomini suoi nemici. Erano le nove e mezzo circa, il conte ed Al mangiarono in fretta del pane, e bevettero un bicchiere di vino di Spagna, indi Monte-Cristo fece scorrere uno di quei quadri mobili, che gli permettevano di vedere una stanza stando nell'altra; egli aveva assai vicine le pistole, la carabina; ed Al, in piedi vicino a lui, teneva alla mano una di quelle azze arabe, che non hanno ancora cangiato forma dall'epoca delle crociate.
Da una finestra della camera da dormire, simile a quella del gabinetto, il conte poteva vedere sulla strada. In tal modo passarono due ore; faceva l'oscurit pi profonda, e ci non pertanto Al, merc la sua natura selvaggia, ed il conte merc la facolt acquistata, distinguevano in questa notte fin la pi piccola oscillazione degli alberi nel cortile. Da lungo tempo, il lume dell'alloggio del portinaro era stato spento.
Era da presumersi che l'assalto, se pur vi doveva essere, si sarebbe effettuato per mezzo della scalata del pianterreno, e non per mezzo di una scalata data ad una finestra. Nelle idee di Monte-Cristo, i malfattori tentavano alla sua vita, non al suo danaro. Era dunque nella sua camera da dormire, ch'essi si attaccherebbero, e perverrebbero nella sua camera da dormire, sia per la segreta, sia per la finestra del gabinetto. Mise Al davanti la porta della scala; ed egli continu a sorvegliare il gabinetto. Le undici e tre quarti suonarono all'orologio degl'Invalidi; il vento di ponente portava col suo umido soffio la lugubre vibrazione dei tre colpi. Allorch stava per svanire il suono dell'ultimo tocco, il conte cred sentire un romore leggero dalla parte del gabinetto; questo primo romore, o piuttosto questo primo stridore, fu seguito da un secondo, poi da un terzo; al quarto, il conte sapeva di che trattavasi. Una mano ferma, ed esercitata era intenta a tagliare i quattro lati di un vetro per mezzo di un diamante. Il conte sent battersi pi rapidamente il cuore. Per quanto l'uomo sia indurito nel pericolo, per quanto sia ben prevenuto contro di esso, capisce sempre dal fremito del cuore e dal brivido della persona l'enorme differenza tra il sogno e la realt, fra il disegno e l'esecuzione. Ci non ostante Monte-Cristo non fece che un segno per prevenire Al; questi, comprendendo che il pericolo era dalla parte del gabinetto, fece un passo per avvicinarsi al padrone. Monte-Cristo era avido di sapere con quale e con quanti nemici aveva da fare. La finestra su cui si lavorava era dirimpetto all'apertura per la quale il conte penetrava col suo sguardo nel gabinetto. I suoi occhi adunque si fissarono verso la finestra: egli vide un'ombra disegnarsi pi densa nella oscurit; indi un vetro divent del tutto opaco, come se vi fosse stato incollato per di fuori un foglio di carta, poscia il vetro crepit senza cadere. Dall'apertura praticata s'introdusse un braccio che cercava il catenaccetto; un secondo dopo la finestra gir sui cardini, ed un uomo entr.
L'uomo era solo. Ecco un ardito birbante, mormor il conte! In questo momento egli sent che Al gli toccava leggermente la spalla; si volt ed Al gli mostr la finestra della camera ov'erano, la quale guardava sulla strada; Monte-Cristo fece tre passi verso questa finestra, egli conosceva la squisita delicatezza dei sensi del suo fedele servitore. Infatto vide un altro uomo che si staccava da una porta, e, montando sopra un rialto, sembrava cercasse di vedere ci che accadeva in casa del conte: Buono! diss'egli, sono in due; l'uno opera; l'altro sta alle vedette.
Fece segno ad Al di non perdere di vista l'uomo della strada, e ritorn a quello del gabinetto.
Il tagliatore di vetri era entrato, e si orizzontava con le braccia stese in avanti. Finalmente parve essersi reso conto di ogni cosa; vi erano due porte nel gabinetto, and a mettere il catenaccio ad entrambe. Allorch si avvicin a quella della camera da dormire, Monte-Cristo cred che venisse per entrare, e prepar una delle pistole; ma non intese semplicemente che il romore dei catenacci striscianti su i loro anelli di cuoio. Questa era una cautela e niente altro; il notturno visitatore ignorando l'operazione fatta dal conte di togliere le fermezze dei ganci, poteva ora mai credersi in casa sua, ed operare con tutta tranquillit. Solo e libero in tutti i movimenti, l'uomo cav allora dalla sua larga bisaccia qualche cosa che il conte non pot distinguere, la pos sopra un tavolino, indi and direttamente allo scrigno, lo palp nella direzione della serratura, e s'accorse che, contro la sua aspettativa, mancava la chiave. Ma il tagliatore di vetri era un uomo pieno di cautele, ed aveva tutto preveduto; il conte intese ben presto il rumore della collisione del ferro contro il ferro, che produce quando si manovra con pezzi di chiave informe, che portano i chiavettieri quando si mandano a chiamare per aprire una porta, e che appellansi comunemente grimaldelli, ma dai ladri hanno avuto il nome di rosignuoli, senza dubbio a cagione del piacere che essi provano nel sentire il loro canto notturno, allorch stridono contro i contrarii della serratura.
Ah! ah! mormor Monte-Cristo con un sorriso di sconcerto, non  che un ladro.
Ma l'uomo nella oscurit non poteva scegliere l'istrumento conveniente. Fu allora che ricorse a quel qualche cosa che aveva deposto sul tavolino; fece giuocare una molla, e subito una luce pallida, ma per abbastanza viva per poter vedere, invi il suo riflesso dorato sulle mani e sul viso di quest'uomo.
Guarda, fece d'improvviso Monte-Cristo addietrandosi con un movimento di sorpresa, ... Al alz l'azza.
Non ti muovere, gli disse Monte-Cristo a bassa voce, lascia l'azza, che qui non abbiam pi bisogno di armi.
Indi aggiunse qualche parola abbassando ancor pi la voce, perch l'esclamazione di sorpresa del conte, per quanto fosse stata debole, pure era bastata per fare rabbrividire l'uomo che era rimasto nell'attitudine dell'antico Arruotino.
Fu un ordine che dette il conte, perch subito dopo Al si allontan sulla punta dei piedi, stacc dai muri dell'alcova un vestito nero, ed un cappello triangolare. In questo mentre, Monte-Cristo si toglieva rapidamente l'abito, il gil, e la camicia, e si poteva, merc il raggio di luce che filtrava dalla fessura della parete, riconoscere che il conte portava sul petto una di quelle soffici e fine tuniche di maglia d'acciaio, le cui ultime, in questa Francia ove non si temono pi i pugnali, furono forse portate dal re Luigi XVI.
Questa tunica disparve ben presto sotto una lunga sottana, come i capelli del conte sotto una parrucca chiericale: il cappello posto su questa parrucca termin di cambiare il conte in un abate. Frattanto l'uomo non sentendo pi niente, si era rialzato, e, durante il tempo che impieg Monte-Cristo a fare la sua metamorfosi, era andato direttamente allo scrigno, la cui serratura cominciava di gi a scricchiare sotto il rosignuolo: Buono! mormor il conte, il quale certamente stava tranquillo per qualche segreto del fabbro ferraio che doveva essere sconosciuto allo sforzatore di serrature, per quanto si fosse abile, buono! tu ne hai ancora per qualche minuto. Egli and alla finestra. L'uomo che aveva veduto salire sul rialto ne era disceso, e passeggiava sempre sulla strada; ma, cosa singolare! invece di inquietarsi di quelli che potevano venire, sia dall'ingresso dei Campi-Elisi, sia dal sobborgo Sant'Onorato, non sembrava preoccupato che di ci che accadeva in casa del conte, e tutti i suoi movimenti avevano per iscopo di guardare ci che si faceva nel gabinetto. Monte-Cristo d'improvviso si batt la fronte, e lasci scorrere su le sue labbra semi-aperte un sorriso silenzioso. Indi avvicinandosi ad Al: Sta qui, gli disse a bassa voce, nascosto nella oscurit, e qualunque sia la cosa che succede, non entrare, e non farti vedere se non ti chiamo pel tuo nome. Al fece segno con la testa che aveva inteso, e che avrebbe obbedito; allora Monte-Cristo cav da un armadio una candela gi accesa, e nel momento in cui il ladro era pi che mai occupato alla serratura, apr dolcemente la porta, avendo cura che la luce del lume che teneva in mano cadesse tutta sul suo viso.
La porta gir cos dolcemente che il ladro non ne intese il rumore. Ma, con sua gran sorpresa, vide d'improvviso la camera illuminarsi. Egli si volt. Buona sera, caro signor Caderousse! disse Monte-Cristo; che diavolo venite voi a far qui in quest'ora? L'abate Busoni! grid Caderousse.
E non sapendo come fosse avvenuta questa strana apparizione fin presso lui, poich aveva chiuse le porte, lasci cadere il mazzo di chiavi false, e rest immobile, e come colpito da stupore. Il conte and a situarsi fra Caderousse e la finestra, togliendo per tal modo al ladro spaventato l'unico mezzo di ritirata. L'abate Busoni! ripet Caderousse fissando sul conte due occhi stravolti.
Ebbene! senza dubbio, l'abate Busoni, ripet Monte-Cristo, egli medesimo, in persona, ed io sono ben contento che mi riconosciate, caro signor Caderousse; ci prova che abbiamo buona memoria, perch, se non mi sbaglio, sono oramai dieci anni che non ci siam veduti.
Questa calma, quest'ironia, questa possanza colpirono lo spirito di Caderousse con un terrore vertiginoso.
L'abate!... l'abate... mormor egli stringendo i pugni, e stridendo i denti.
Voi volevate rubare al conte di Monte-Cristo?
signor abate, mormor Caderousse cercando di guadagnare la sinistra che gli veniva intercettata senza piet dal conte, signor abate, non so... vi prego di credere, vi giuro...
Un vetro tagliato, continu il conte, una lanterna cieca, un mazzo di grimaldelli, uno scrigno per met sforzato: l'affare  chiaro.
Caderousse si strangolava con la cravatta, cercava un angolo per nascondersi, un foro per cui passare.
Andiamo, vedo che siete sempre lo stesso, signor assassino.
signor abate, da poich sapete tutto, saprete che non sono stato io, ma Carconta; ci  stato riconosciuto dal processo, poich essi non mi hanno condannato che alla galera.
Voi dunque avete finito il vostro tempo, poich vi trovo sulla strada di farvici ricondurre?
No, signor abate, sono stato liberato da qualcuno.
Questo qualcuno ha reso un bel servizio alla societ!
Ah! disse Caderousse, io per aveva promesso...
In tal modo siete in rottura di bando?
Pur troppo! s, disse Caderousse inquietissimo.
Pessima recidiva... ci vi condurr, se non mi sbaglio, sulla piazza di Grve. Tanto peggio, tanto peggio, diavolo, come dicono i mondani del mio paese.
signor abate, ho ceduto ad una tentazione...
Tutti i delinquenti dicono cos. Il bisogno...
Cessate adunque! disse sdegnosamente Busoni, il bisogno pu strascinare a domandare l'elemosina, a rubare a un fornaio, non venire a sforzare uno scrigno in una casa che si crede disabitata. Ed allorquando il gioielliere Giovanni venne da voi per contarvi 45 mila franchi in cambio del diamante che io vi aveva dato, e che lo avete ucciso per avere il diamante ed il danaro, fu pure il bisogno?
Perdono, signor abate, disse Caderousse; voi mi avete salvato una volta, salvatemi ancora una seconda volta.
Ci non m'incoraggia.
Siete solo, domand Caderousse giungendo le mani, o avete di l i gendarmi gi pronti per prendermi?
Son solo, disse l'abate, ed avrei ancora piet di voi, e vi lascerei andare, col rischio di nuove disgrazie che possono esser procurate da questa mia debolezza, se mi diceste la verit.
Ah! signor abate, grid Caderousse congiungendo le mani, ed avvicinandosi di un altro passo a Monte-Cristo, posso ben dire che siete mio salvatore.
Pretendete di essere stato liberato dalla galera.
Oh! su questo, fede di Caderousse, signor abate!
Chi vi liber? Un inglese. Come si chiamava.
Lord Wilmore. Lo conosco: sapr dunque se mentite.
signor abate, dico la pura verit. Quest'inglese dunque vi proteggeva. Non proteggeva me, ma un giovine corso mio compagno di catena. Come si chiamava questo giovine corso? Si chiamava Benedetto.
Questo  un nome di battesimo?
Egli non ne avea altri, perch era bastardo.
Allora questo giovine,  evaso con voi? S.
Ed in che modo? Noi lavoravamo a Saint-Mandrier, vicino a Tolone. Conoscete Saint-Mandrier? S, lo conosco.
Ebbene! mentre che si dormiva, dal mezzogiorno ad un'ora... I forzati fanno la sesta! compiangete quei birbanti! disse l'abate. Diamine! disse Caderousse, non si pu sempre lavorare, non siam cani. Fortunatamente per i cani, riprese Monte-Cristo. Mentre adunque gli altri facevano la sesta, ci siamo allontanati un poco, abbiamo segate le nostre catene con una lima di cui ci aveva provveduti l'inglese, e ci siamo salvati a nuoto.
E che cosa  avvenuto di questo Benedetto?
Non ne so niente! Ci nonostante dovete saperlo.
No, in verit. Noi ci siamo separati a Hyres.
E per dare pi peso alla sua protesta, Caderousse fece ancora un passo verso l'abate, che rimase immobile al suo posto tuttora tranquillo, ed interrogando. Voi mentite! disse l'abate Busoni con un accento d'irresistibile autorit. signor abate!... Voi mentite! quest'uomo  ancora vostro amico, e vi servite di lui forse come di un complice. Oh! signor abate! Da che avete lasciato Tolone, come avete vissuto? Come ho potuto.
Mentite! riprese per la terza volta l'abate con un accento ancor pi imperativo. (Caderousse, spaventato, guard il conte). Voi avete vissuto, riprese questi, col danaro che vi  stato dato. Ebbene!  vero, disse Caderousse. Benedetto  diventato figlio di un gran signore.
In qual modo pu egli esser figlio di un gran signore?
Figlio naturale.
E chi  questo gran signore?
Il conte di Monte-Cristo, quello in casa di cui siamo.
Benedetto figlio del conte? riprese Monte-Cristo meravigliato a sua volta.
Diamine! bisogna ben crederlo, poich il conte gli ha trovato un falso padre, poich il conte gli passa 4 mila franchi il mese, poich il conte gli lascia 500 mila franchi nel suo testamento.
Ah! ah! fece il falso abate che cominciava a comprendere; e che nome porta questo giovine?
Si chiama Andrea Cavalcanti.
Allora questi  un giovine che il mio amico, il conte di Monte-Cristo, riceve in casa sua, e che sta per isposare la figlia del banchiere Danglars? Precisamente.
E voi tollerate ci, impossibile! voi che conoscete la sua vita ed i suoi delitti!
Perch volete che io impedisca al mio compagno di riuscire? disse Caderousse.  giusto, non sta a voi l'avvisare il signor Danglars, sta a me. signor abate, voi non lo farete....
E perch?
Perch in tal modo ci farete perdere il nostro pane.
E credete, che per conservare il pane a miserabili come voi, mi farei il fautore dei loro raggiri, il complice dei loro delitti.
signor abate... disse Caderousse avvicinandosi.
Io dir tutto. A chi? Al signor Danglars.
Tuono dell'aria! grid Caderousse cavando un coltello dal gil gi aperto, e percuotendo il conte nel mezzo del petto, tu non dirai niente, abate! A gran sorpresa di Caderousse, il pugnale, invece di penetrare nel petto del conte, ribalz smussato. Nello stesso tempo il conte afferr colla mano sinistra il polso dell'assassino, e lo contorse con tal forza, che il coltello gli cadde dalle dita intirizzite, e Caderousse mand un forte grido di dolore: ma il conte, senza fermarsi a questo grido, continu a contorcere, fino a che, col braccio quasi lussato, egli da prima cadde in ginocchio, indi colla faccia contro terra. Il conte gli appoggi un piede sulla testa, e gli disse: non so chi mi trattenga dallo schiacciarti il cranio, scellerato!
Ah! grazia! grazia! grid Caderousse.
Il conte ritir il piede: Sorgi! diss'egli.
Caderousse si rialz: Potenza di Dio! che mano avete voi signor abate! disse Caderousse, strofinandosi il braccio quasi morto per le tenaglie di carne che lo avevano stretto.
Silenzio, Dio mi d la forza di domare una bestia feroce come sei tu.
Ouf! fece Caderousse tutto addolorato.
Prendi questa penna e questa carta, e scrivi ci che ti detto. Io non so scrivere, signor abate.
Tu menti; prendi questa penna, e scrivi! Caderousse, soggiogato da questa forza superiore, si assise e scrisse.
Signore, l'uomo che voi ricevete in casa vostra, ed al quale voi destinate vostra figlia,  un antico forzato, sfuggito con me dalla galera di Tolone; egli portava il n. 59, ed io il n. 58. Si chiama Benedetto; ma egli stesso non sa il suo cognome, non avendo mai conosciuti i suoi genitori.
Firma! continu il conte.
Ma dunque volete perdermi.
Se volessi perderti, imbecille, ti strascinerei fino al primo corpo di guardia; d'altra parte, prima che il tuo biglietto sia recapitato all'indirizzo,  probabile che tu non abbia pi nulla a temere; firma dunque. Caderousse firm.
L'indirizzo: Al signor Barone Danglars banchiere, strada della Chausse-d'Antin.
Caderousse scrisse l'indirizzo. L'abate prese il biglietto:
Ora, diss'egli, sta bene, vattene.
Per dove? Per dove sei venuto.
Volete che io esca da questa finestra? Ci sei entrato.
Voi meditate qualche cosa contro di me, signor abate?
Imbecille, che vuoi che io mediti?
Perch dunque non aprirmi la porta?
Con qual vantaggio vuoi svegliare il portinaro?
signor abate, ditemi che volete la mia morte.
Voglio ci che vuole Iddio.
Ma giuratemi che non mi colpirete mentre discender.
Pazzo e vile che sei! Che volete far di me?
Lo domando a te! ho cercato di fare di te un uomo felice, e non ne ho fatto che un assassino!
signor abate, tentate una seconda prova.
Sia! disse il conte, ascolta, sai che sono uom di parola.
S, disse Caderousse.
Se tu rientri in casa tua sano e salvo...
A meno che ci non venga da voi, che ho a temere?
Se rientri in casa tua sano e salvo, lascia Parigi, lascia la Francia, ed in qualunque luogo sarai, fino a che tu ti condurrai onestamente, ti far passare una piccola pensione; poich se tu rientri in casa tua sano e salvo...
Ebbene? domand Caderousse fremendo. Ebbene! creder allora che Dio ti ha perdonato, e ti perdoner io pure.
Quanto  vero che sono cristiano, balbett rinculando Caderousse, voi mi fate morire di paura!
Andiamo, vattene! disse il conte mostrando col dito la finestra a Caderousse. Questi, ancora mal rassicurato da tale promessa, cavalc la finestra, e mise il piede sulla scala.
L si ferm tremando. Ora discendi, disse l'abate incrociando le braccia sul petto.
Caderousse cominci a capire che non aveva niente da temere da questo lato, e discese.
Allora il conte si avvicin colla candela, di modo che un altro uomo pot distinguere dai Campi-Elisi un uomo che discendeva da una finestra illuminata.
Che fate dunque signor abate, disse Caderousse; se passasse una pattuglia... E soffi sulla candela. Indi continu a discendere; ma non fu che allorquando sent il suolo del giardino sotto i suoi piedi, che si cred sufficientemente sicuro.
Monte-Cristo rientr nella sua camera da dormire, e gettando un rapido colpo d'occhio dal giardino alla strada, vide da prima Caderousse che, dopo essere disceso, faceva un giro nel giardino, poscia piantare la scala all'estremit del muro, affine di uscire da un altro posto diverso da quello pel quale era entrato. Indi passando dal giardino alla strada, vide l'uomo, che sembrava aspettare, correre parallelamente nella strada, e situarsi dietro l'angolo stesso, vicino al quale Caderousse stava per discendere.
Caderousse sal lentamente sulla scala, e giunto agli ultimi gradini, pass la testa per disopra la cresta del muro per assicurarsi che la strada era del tutto solitaria. Non si vedeva nessuno, non si sentiva alcun rumore. Suon un'ora all'orologio degl'Invalidi. Allora Caderousse si mise a cavallo sulla cresta della muraglia, e tirando a s la scala, la pass per disopra al muro, indi si mise a discendere, o piuttosto si lasci strisciare lungo i due montanti, manovra che oper con tale sveltezza, che provava l'abitudine che aveva in questo esercizio. Ma lanciato una volta sul pendio, non pot fermarsi. Invano vide un uomo scagliarsi fra l'ombre, al momento in cui era a mezza strada; invano vide un braccio alzarsi, al momento che toccava la terra; prima che avesse potuto mettersi in difesa, questo braccio lo colp tanto furiosamente nel dorso, che abbandon la scala, gridando.
Soccorso! Un secondo colpo gli giunse quasi subito nel fianco, ed egli cadde gridando: All'uccisore! Finalmente, siccome si rotolava per terra, l'avversario lo prese per i capelli, e gli port un terzo colpo nel petto. Questa volta Caderousse volle gridare ancora, ma non pot mandare che un gemito, e fremendo lasci scorrere i tre rivi di sangue che uscivano dalle sue tre ferite. L'assassino, vedendo ch'egli non gridava pi gli sollev la testa per i capelli; Caderousse aveva gli occhi chiusi e la bocca contorta. L'assassino lo cred morto, lasci ricadere la testa, e disparve. Allora Caderousse sentendolo allontanarsi, si raddrizz sul gomito; ed in un supremo sforzo, grid con voce morente:
All'assassino! io moro! signor abate venite a me!
Questa lugubre chiamata fend le ombre della notte.
La porta della scala segreta si apr, indi la piccola porta del giardino, ed Al ed il suo padrone accorsero coi lumi.
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Capitolo 82. LA MANO DI DIO.
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Caderousse continuava a gridare con voce lamentevole:
signor abate, soccorso! soccorso!
Che c'? domand Monte-Cristo.
Venite in mio soccorso; sono stato assassinato.
Eccoci! coraggio.
Ah!  finita, giungete troppo tardi; giungete per vedermi morire. Che colpi! quanto sangue! Ed egli svenne.
Al ed il suo padrone presero il ferito, e lo trasportarono in una camera. L Monte-Cristo fece segno ad Al di spogliarlo, e riconobbe le tre terribili ferite da cui era stato colpito. Mio Dio! diss'egli. Al guard il padrone come per domandargli ci che doveva fare.
Va a cercare il procuratore del Re Villefort, che dimora nel sobborgo Sant'Onorato, e conducilo qui; nel passare, sveglierai il portinaro, e gli dirai che vada a cercare un medico. Al obbed, e lasci il finto abate solo con Caderousse sempre svenuto. Allorch il disgraziato riapr gli occhi, il conte, assiso pochi passi da lui lontano, lo guardava con una tetra espressione di piet, e le sue labbra, che si agitavano, sembravano mormorare una preghiera.
Un chirurgo, signor abate, un chirurgo! disse Caderousse.
Si  mandato a cercarlo, rispose l'abate.
So bene che  inutile, in quanto alla vita, ma potr forse darmi forza, e voglio avere il tempo di fare la mia dichiarazione.
Su di che? Sul mio assassino.
Lo conoscete voi dunque?
S, io l'ho conosciuto! s lo conosco, fu Benedetto.
Quel giovine Corso? Egli stesso.
Il vostro compagno?
S. Dopo avermi dato il disegno della casa del conte, sperando senza dubbio che io l'uccidessi, e che per tal mezzo egli ne diventerebbe l'erede, o che egli uccidesse me, e sarebbe cos spacciato di me, mi aspett sulla strada, e mi ha assassinato.
Nello stesso tempo che ho mandato a cercare un medico ho pur fatto chiamare il procurator del Re.
Egli giunger troppo tardi, disse Caderousse, sento che tutto il sangue se ne va.
Aspettate, disse Monte-Cristo; ed usc: cinque secondi dopo rientr con una boccettina.
Gli occhi del moribondo, spaventosi per la loro immobilit, non avevano in quest'assenza lasciato un momento quella porta, dalla quale egli indovinava per istinto che stava per venirgli un qualche soccorso.
Spicciatevi, signor abate, sento che torno a svenire.
Monte-Cristo si avvicin, e vers sulle labbra paonazze del ferito tre o quattro gocce del liquido che conteneva la boccettina. Caderousse mand un sospiro. Oh! diss'egli, voi mi versate in seno la vita; ancora... ancora...
Due gocce di pi vi ucciderebbero, rispose l'abate.
Oh! che venga dunque qualcuno al quale io possa denunziare il miserabile. Volete che io scriva la vostra deposizione? voi la firmerete. S, disse Caderousse, i cui occhi brillavano per la speranza di questa postuma vendetta.
Monte-Cristo scrisse, Io moro assassinato dal Corso Benedetto, mio compagno di catena a Tolone sotto il n. 59.
Spicciatevi, spicciatevi, disse Caderousse, o io non potr pi firmarla. Monte-Cristo present la penna a Caderousse che raccolse tutte le sue forze, firm, e ricadde nel suo letto dicendo: Voi racconterete il resto, signor abate; direte che egli si fa chiamare Andrea Cavalcanti, ch'alloggia nell'albergo dei Principi, che... ah! mio Dio, ecco che moro!
E Caderousse svenne per la seconda volta. L'abate gli fece respirare l'odore della boccettina, il ferito riapr gli occhi. Il suo desiderio di vendetta non lo aveva abbandonato durante lo svenimento. Ah! direte tutto questo, non  vero, signor abate?
Tutto questo, s, ed altre cose ancora Che direte?
Io dir, che vi aveva dato la pianta di questa casa nella speranza che il conte vi uccidesse; dir ch'egli aveva prevenuto il conte con un biglietto; dir che il conte era assente, e che sono stato io che ho ricevuto questo biglietto, e che ho vegliato per aspettarvi.
Ed egli sar ghigliottinato, non  vero? disse Caderousse; me lo promettete, io muoio con questa speranza, questa mi aiuter a morire.
Dir, continu il conte, ch'egli  giunto dopo di voi, ch' stato all'agguato tutto il tempo che siete stato qui, che quando vi ha veduto uscire, egli  corso all'angolo del muro, si  nascosto...
Voi dunque avete veduto tutto ci?
Ricordatevi le mie parole: e se tu rientri in casa tua sano e salvo, creder che Dio ti abbia perdonato, e ti perdoner io pure.
E voi non mi avete avvertito, grid Caderousse cercando di sollevarsi sul gomito; sapevate che avrei corso pericolo di essere ucciso uscendo di qui, e non mi avete avvertito?
No, perch nella mano di Benedetto vedevo la Giustizia di Dio. Caderousse lo guard con istupore.
E poi, disse l'abate, Dio  pieno di misericordia per tutti, come lo  stato per te: egli  padre prima di essere giudice.
Ah! voi dunque credete in Dio? disse Caderousse.
Se avessi avuto la disgrazia di non averci creduto fino al presente, ci crederei vedendoti.
Caderousse alz le pugna serrate al Cielo.
Ascolta, disse l'abate stendendo la mano sul ferito, come per comandargli la fede, guarda ci che ha fatto per te questo Dio, che tu ricusi di riconoscere nel tuo ultimo momento: egli ti aveva data salute, lavoro sicuro, ed anche amici, la vita finalmente tale quale deve presentarsi all'uomo per esser docile colla calma della coscienza e la soddisfazione dei desideri, che non sono in opposizione alla legge divina; invece di essere contento di questi doni del signore, cos raramente accordati da lui nella loro pienezza, guarda ci che ne hai fatto: ti sei abbandonato al non far niente, ed alla ubbriachezza e nella ubbriachezza hai tradito uno dei tuoi migliori amici.
Soccorso! grid Caderousse, non ho bisogno di un prete, ma di un medico; forse non sono ferito mortalmente, forse non sono ancora per morire, forse mi potran salvare.
No, sei tanto ben ferito mortalmente che senza le tre gocce del liquore che ti ho dato, saresti gi spirato. Ascolta.
Ah! mormor Caderousse, che prete strano che siete, invece di consolare i moribondi, li fate disperare.
Ascolta, continu l'abate; quando hai tradito il tuo amico, Dio ha cominciato non a punirti, ma ad avvisarti; tu sei caduto nella miseria, hai sofferta la fame, tu eri passato ad invidiare la met di una vita, che potevi passare ad acquistarla, e gi pensavi al delitto scusandoti colla necessit, quando Dio fece per te un miracolo, quando Dio per le mie mani t'invi nel seno della tua miseria, una fortuna brillante per te, disgraziato, che non avevi mai posseduto niente. Ma questa fortuna inattesa, non isperata, inaudita non ti bast pi, dal momento che la possedevi, volesti raddoppiarla: con qual mezzo? quello di un omicidio: l'hai raddoppiata, e Dio allora te l'ha tolta, conducendoti avanti all'umana giustizia.
Non sono stato io, disse Caderousse, che ho voluto uccidere l'ebreo; fu la Carconta.
S, disse Monte-Cristo. Cos la misericordia di Dio non rivolse lo sguardo da te neppur questa volta, perch la sua giustizia ti avrebbe messo a morte; ma Dio sempre misericordioso, permise che i tuoi giudici si commovessero alle tue parole, e ti lasciassero la vita.
Per bacco! per inviarmi alla galera a vita; bella grazia.
Questa grazia, miserabile! tu per la considerasti come una vera grazia quando ti fu fatta. Il tuo cuore vile, che tremava davanti alla morte, balz di gioia all'annunzio della tua perpetua infamia, perch dicesti a te stesso come tutti i forzati: nella galera vi  una porta, non vi  una tomba. Ed avevi ragione, perch la porta della tua galera  aperta per te in un modo non isperato: un inglese visita Tolone, egli aveva fatto voto di togliere gli uomini dall'infamia, la sua scelta cadde sul tuo compagno, una seconda fortuna discende per te dal cielo, ritrovi danaro ad un tempo e tranquillit, puoi ricominciare a vivere la vita di tutti gli uomini, tu che eri stato condannato a vivere quella soltanto dei forzati; allora, miserabile, ti metti a tentare Dio una terza volta: non ne ho abbastanza, dicesti, quando avevi pi di quel che mai tu abbia posseduto, e commetti un terzo delitto, senza ragione, senza scusa. Dio si  stancato, Dio ti ha punito.
Caderousse si indeboliva a vista d'occhio: Da bere! diss'egli; io ho sete... io brucio! Monte-Cristo gli dette un bicchiere d'acqua: Scellerato Benedetto, disse Caderousse restituendo il bicchiere; egli per fuggir...
Nessuno sfuggir, sono io che te lo dico, Caderousse... Benedetto sar punito!
Allora sarete punito voi pure, disse Caderousse; perch non avete fatto il dovere del vostro ministero... voi dovevate impedire a Benedetto di uccidermi.
Io! disse il conte con un sorriso che agghiacci di spavento il moribondo, io impedire a Benedetto di ucciderti, al momento in cui tu spezzavi il tuo coltello contro la cotta di maglia che mi copriva il petto?... S, forse, se ti avessi ritrovato umile e pentito, avrei impedito a Benedetto di ucciderti; ma ti ho ritrovato orgoglioso e sanguinario.
Io non credo in Dio! url Caderousse, tu pure non vi credi... tu menti... tu menti!
Taci, disse l'abate, perch fai uscir fuori del tuo corpo le ultime gocce di sangue... Ah! tu non credi in Dio, mentre muori colpito dalla sua giustizia!... Ah! tu non credi in Dio, e Dio, che frattanto non chiede che una preghiera, una lagrima per perdonare... Dio che poteva dirigere il pugnale dell'assassino in modo che tu spirassi sul colpo... Dio ti ha dato un quarto d'ora per pentirti... Rientra dunque in te stesso disgraziato, e pentiti!
No, disse Caderousse, io non mi pento, non vi  Dio, non vi  Provvidenza.
Vi  Dio, vi  Provvidenza, disse Monte-Cristo, e la prova si , che tu sei l gemente, disperato, rinnegando Dio, e che io sono qui ritto davanti a te, ricco, felice, sano e salvo, e giungendo le mani davanti a questo Dio, al quale tu ti sforzi non credere, ma al quale pure tu credi nel fondo del tuo cuore.
Ma chi siete dunque allora? domand Caderousse fissando gli occhi moribondi sul conte.
Guardami bene, disse Monte-Cristo prendendo il lume, ed avvicinandolo al viso.
Ebbene! l'abate... Busoni. Monte-Cristo si lev la parrucca che lo sfigurava, e lasci ricadere i suoi bei capelli neri che inquadravano tanto armoniosamente il suo pallido viso.
Oh! disse Caderousse spaventato, se non fossero questi capelli neri, direi che siete l'Inglese, direi che voi siete Lord Wilmore.
Io non sono, n l'abate Busoni, n Lord Wilmore, disse Monte-Cristo; guarda meglio, guarda pi lontano, guarda nelle tue prime rimembranze.
In queste parole del conte vi era una vibrazione magnetica nella quale furon vivificati i sensi sfiniti del miserabile ferito.
Oh! in fatto, diss'egli, mi sembra di avervi veduto... di avervi conosciuto in altri tempi... ma chi dunque siete allora? e perch, se mi avete veduto e conosciuto, mi lasciate morire?
Perch non vi ha cosa alcuna che possa salvarti, Caderousse; perch le tue ferite sono mortali. Se tu avessi potuto essere salvato avrei veduto un'ultima misericordia del Signore, ed io pure sarei accorso per restituirti alla vita ed al pentimento, te lo giuro per la tomba di mio padre.
Per la tomba di tuo padre! disse Caderousse rianimato da un'ultima scintilla, e sollevandosi per vedere pi da vicino l'uomo che faceva questo giuramento, sacro a tutti gli uomini; eh! chi sei tu dunque? Il conte non aveva cessato dal seguire i progressi dell'agonia; egli cap che questo slancio della vita era l'ultimo, si avvicin al moribondo, e coprendolo con uno sguardo pacifico e tristo ad un tempo.
Io sono... gli disse all'orecchio, io sono... E le labbra appena aperte, lasciarono passare un nome pronunciato tanto a bassa voce, che il conte sembrava temesse di sentirlo egli pure.
Caderousse, che si era alzato sulle ginocchia stese le braccia, fece di tutto per indietreggiare, poi giungendo le mani, ed alzandole con un estremo sforzo: Oh! mio Dio! diss'egli, perdono per avervi rinnegato; voi esistete, s voi esistete, e nella vostra infinita misericordia e giustizia, voi siete il padre, il giudice degli uomini. Mio Dio, e Signore, non vi ho per lungo tempo conosciuto! mio Dio, e Signore perdonatemi, mio Dio, e Signore ricevetemi!
Caderousse chiuse gli occhi, cadde rovesciato in addietro con un ultimo sospiro. Il sangue si ferm subito sulle labbra delle sue larghe ferite. Egli era morto.
Uno! disse misteriosamente il conte, cogli occhi fissi sul cadavere gi sfigurato per questa morte terribile.
Dieci minuti dopo, il medico ed il procuratore del Re giunsero, condotti, l'uno dal portinaro, l'altro da Al, e furono ricevuti dall'abate Busoni, che pregava vicino al morto.
...
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...
Capitolo 83. BEAUCHAMP.
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Per quindici giorni in Parigi non si parl d'altro, che del tentativo di rubamento, fatto con tanta audacia, in casa del conte: il moribondo aveva firmata una dichiarazione che indicava Benedetto come il suo assassino. La polizia fu invitata a lanciare tutti i suoi messi sulle tracce dell'omicida.
Il coltello di Caderousse, la lanterna cieca, il mazzo di grimaldelli, e gli abiti, meno il gil che non pot ritrovarsi, furono deposti alla polizia, il corpo fu trasportato alla Morgue. Il conte rispondeva a tutti, che quest'avventura era accaduta mentre che egli era nella sua casa d'Auteuil, e che per conseguenza non sapeva che ci che gli aveva raccontato l'abate Busoni, che in questa sera, per una strana combinazione, aveva domandato di passare la notte in sua casa, affine di consultare alcuni libri preziosi, che aveva nella sua biblioteca. Bertuccio solo impallidiva tutte le volte che veniva pronunciato in sua presenza il nome di Benedetto; ma non vi era alcun motivo, perch qualcuno si accorgesse del pallore di Bertuccio. Villefort, chiamato a constatare il delitto, aveva reclamato a s l'affare, ed aveva impresa l'istruzione con quell'ardore appassionato, che egli metteva in tutte le cause criminali, nelle quali era chiamato a portare la parola. Ma tre settimane eran gi passate senza che le ricerche pi operose avessero condotto ad alcun resultato, e si cominciava a dimenticare il rubamento tentato alla casa del conte, e l'assassinio del ladro commesso dal suo complice, per occuparsi del vicino matrimonio di madamigella Danglars col conte Andrea Cavalcanti. Questo matrimonio era quasi dichiarato, ed il giovine veniva ricevuto in casa del banchiere col titolo di fidanzato.
Erasi scritto al signor Cavalcanti padre che aveva molto approvato questo matrimonio, e che, esprimendo tutto il suo dispiacere, perch il servizio gl'impediva assolutamente di lasciare Parma, ov'era di guarnigione, dichiarava acconsentire di dare un capitale di 150 mila lire di rendita. Era convenuto che i tre milioni sarebbero stati collocati nel banco Danglars, ov'egli li farebbe valere; alcune persone avevano tentato di dare dei dubbi al giovine sulla solidit della posizione del suo futuro suocero, che da qualche tempo provava alla borsa reiterate perdite; ma il giovine con un disinteressamento ed una confidenza sublime, rigett tutti questi vani propositi sui quali ebbe la delicatezza di non dire neppure una parola al barone. Per questo il barone adorava il conte Andrea Cavalcanti. Non era per lo stesso dal lato di madamigella Danglars. Nel suo odio istintivo contro il matrimonio, aveva accolto Andrea come un mezzo atto ad allontanare Morcerf; ma ora che Andrea si avvicinava troppo, incominciava a provare per lui una visibile repulsione. Forse il barone se ne era accorto; ma siccome non poteva attribuire questa ripulsione se non che ad un capriccio, aveva fatto sembiante di non accorgersene.
Frattanto la dilazione domandata da Beauchamp era quasi percorsa. Del rimanente, Morcerf aveva potuto apprezzare il valore del consiglio di Monte-Cristo, quando questi gli aveva detto di lasciar cadere le cose da s stesse. Nessuno aveva rilevato la nota sul generale, e nessuno aveva ravvisato nel generale che aveva venduta la fortezza di Giannina, il nobile conte che sedeva alla camera dei Pari. Alberto per non si credeva meno insultato, perch in quelle poche linee che lo avevano ferito vi era certamente l'intenzione di offenderlo. Inoltre, il modo con cui Beauchamp aveva terminata la conferenza, lasciava amare rimembranze nel suo cuore. Egli dunque accarezzava nel suo spirito l'idea di questo duello, del quale egli sperava, se Beauchamp voleva prestarvisi, di coprire la vera causa, anche ai suoi testimonii. In quanto a Beauchamp, nessuno lo aveva pi veduto dopo il giorno della visita, che gli aveva fatta Alberto, ed a tutti quelli che andavano a domandare di lui si rispondeva che era assente per un viaggio di qualche giorno. Ov'era, nessuno lo sapeva. Una mattina Alberto fu svegliato dal suo cameriere, che gli annunci Beauchamp. Alberto si strofin gli occhi, ordin che si facesse aspettare Beauchamp nella piccola sala da fumare nel pian terreno, si vest prestamente, e discese.
Trov Beauchamp che passeggiava in lungo ed in largo: come lo vide, Beauchamp si ferm. La dimostrazione che voi tentate, presentandovi in casa mia da voi stesso, e senza aspettare la visita che io contava di farvi in questo stesso giorno, mi sembra di buono augurio, signore, disse Alberto; vediamo, dite presto, debbo stendervi la mano dicendo: Beauchamp, confessate un torto, e conservatemi un amico? Ovvero debbo semplicemente domandarvi: Quali sono le vostre armi?
Alberto, disse Beauchamp con una tristezza che colp il giovine di stupore, sediamo da prima, e parliamo.
Ma mi sembra, che prima di sederci, dobbiate rispondermi?
Alberto, disse il giornalista, vi sono delle occasioni in cui la difficolt  precisamente nella risposta.
Io ve la render facile, signore, ripetendovi la domanda; volete ritrattarvi, s, o no?
Morcerf, non bisogna limitarsi a rispondere s o no alle domande che riguardano l'onore, la posizione sociale, la vita di un uomo, quale  il signor tenente generale conte de Morcerf, pari di Francia... E che si fa allora?
Si fa ci che ho fatto io, Alberto; si dice: il danaro, il tempo, e la fatica sono un nulla, allorch si tratta della riputazione e degl'interessi di una intera famiglia; si dice: se incrocio la spada, o se stringo lo scatto di una pistola sopra un uomo, al quale per due anni ho stretta la mano, bisogna che io sappia almeno perch faccio una cosa simile; finalmente per giungere sul terreno col cuore in riposo, e quella coscienza tranquilla di cui abbisogna un uomo, quando fa di mestieri, che col suo braccio si salvi la vita...
Ebbene? domand Morcerf con impazienza, che vuol dir ci?
Ci vuol dire, che io vengo da Giannina.
Da Giannina? voi! S: io. Impossibile!
Mio caro Alberto; eccovi il mio passaporto; guardate i visti: Ginevra, Milano, Venezia, Trieste, Delvino, Giannina; crederete alla polizia di una repubblica, di un regno, di un impero?
Alberto gett gli occhi sul passaporto, e li rialz meravigliati sopra Beauchamp; Voi siete stato a Giannina.
Alberto, se foste stato uno straniero, uno sconosciuto, un semplice lord, come quell'inglese che tre o quattro mesi fa venne a chiedermi soddisfazione, e che ho ucciso per ispacciarmene, capirete che non mi sarei dato una briga simile; ma ho creduto di dovervi dare questo contrassegno di stima. Ho impiegato otto giorni nell'andare, otto giorni a ritornare, pi quattro giorni di quarantina, e quarantotto ore di soggiorno; tutto questo forma le mie tre settimane. Sono giunto questa notte, ed eccomi qua.
Mio Dio, quanti giri di parole, Beauchamp, e quanto tardate a dirmi ci che aspetto da voi!
Egli  in verit, Alberto... Si direbbe che esitate...
S; io ho paura...
Voi avete paura di confessare che il vostro corrispondente vi aveva ingannato? Oh! lasciate l'amor proprio, Beauchamp; confessate: il vostro coraggio non pu essere messo in dubbio.
Oh! non  questo, mormor il giornalista; al contrario...
Alberto impallid spaventosamente: egli tent di parlare ma la parola spir sulle sue labbra.
Amico mio, disse Beauchamp col tuono pi affettuoso, credetemi, sarei felice di potervi fare le mie scuse, e ve le farei con tutto il cuore; ma ahim!...
Ma che? La nota aveva ragione, amico mio.
Come! quell'ufficiale francese... S.
Quel Fernando? S.
Quel traditore che ced la fortezza dell'uomo di cui era al servizio... Perdonatemi di dirvi ci che vi dico, amico mio, quest'uomo,  vostro padre!
Alberto fece un movimento furioso per slanciarsi su Beauchamp; ma questi lo trattenne, pi collo sguardo dolce che colla mano stesa.
Osservate, amico mio, diss'egli cavando di saccoccia un foglio, ecco la prova. Alberto apr il foglio; era un attestato di quattro dei pi notabili abitanti di Giannina, che contestavano qualmente il colonnello Fernando Mondego, colonnello istruttore, al servizio del Visir Al-Tebelen, aveva ceduto la fortezza di Giannina, ricevendone in compenso due mila borse. Le firme erano legalizzate dal console. Alberto vacill, e cadde atterrato sopra una sedia.
Questa volta non v'era pi alcun dubbio, il nome della sua famiglia vi era in tutte lettere. Cos, dopo un momento di mutuo silenzio e di dolore, il suo cuore si sgonfi, le vene del collo s'inturgidirono; un torrente di lagrime gli sgorg dagli occhi.
Beauchamp, che aveva guardato il giovine con una profonda piet, mentre cedeva al parossismo del dolore, si avvicin a lui. Alberto, diss'egli, voi ora mi capite, non  vero? io ho voluto veder tutto, giudicare tutto da me stesso, sperando che la spiegazione sarebbe stata favorevole a vostro padre, e che avrei potuto rendergli compiuta giustizia. Ma, al contrario, le informazioni prese contestano che questo ufficiale istruttore, che questo Fernando Mondego, elevato da Al-Pasci al titolo di generale governatore, non  altro che il conte Fernando de Morcerf; allora sono ritornato, ricordatevi l'onore che mi avete fatto di ammettermi alla vostra amicizia, e sono accorso a voi.
Alberto, sempre immobile sul seggio, si teneva le mani sugli occhi, come avesse voluto impedire alla luce di arrivare fino a lui: Io sono accorso, continu Beauchamp, per dirvi: Alberto, gli errori dei nostri padri, in quei tempi di azione e di reazione, non possono ricadere sui figli, Alberto, ben pochi hanno traversato quelle rivoluzioni, in mezzo alle quali siam nati, senza che qualche macchia di fango o di sangue abbia lordato la loro uniforme da soldato, o la loro toga da giudice. Alberto, nessuno al mondo, ora che ho tutte le prove, ora che sono padrone del vostro segreto, pu sforzarmi ad un combattimento che la vostra coscienza, ne sono certo, si rimprovererebbe come un delitto; ma ci che non potete esigere da me, io stesso vengo ad offrirvelo. Queste prove, queste rivelazioni, questi attestati che io solo posseggo, volete che spariscano? questo terribile segreto, volete che resti fra voi e me? confidate alla mia parola d'onore? egli non uscir mai dalla mia bocca; dite, lo volete Alberto?
Alberto si slanci al collo di Beauchamp:
Ah! nobile cuore!
Prendete, disse Beauchamp presentandogli il foglio.
Alberto lo afferr con mano convulsa, lo strinse, lo spiegazz, pens di stracciarlo; ma temendo che la pi piccola particella trasportata dal vento non venisse un giorno a percuoterlo sulla fronte, and alla candela, sempre accesa per i sigari, e ne consum fin l'ultimo frammento.
Che tutto ci si dimentichi come un sogno cattivo, disse Beauchamp, si sperda come queste ultime faville che corrono sulla carta annerita, che tutto ci svanisca, come quest'ultimo fumo che sfugge da queste mute ceneri.
S, s, disse Alberto, e che non vi rimanga che l'eterna amicizia che i miei figli trasmetteranno ai vostri, amicizia che mi ricorder sempre che il sangue delle mie vene, la vita del mio corpo, l'onore del mio nome, le debbo soltanto a voi; perch se una tal cosa fosse stata conosciuta, oh! Beauchamp, vi dichiaro che mi sarei bruciate le cervella... oh, no, povera madre! perch non avrei voluto ucciderla con lo stesso colpo... avrei espatriato.
Caro Alberto! disse Beauchamp. Ma il giovine si tolse ben presto da questa gioia inattesa, e per cos dire fatidica, e ricadde pi profondamente nella sua tristezza.
Ebbene, domand Beauchamp, vediamo, che vi  di nuovo, amico mio?
C', disse Alberto, che ho qualche cosa che mi lacera il cuore. Ascoltate, Beauchamp. Non so togliermi, cos in un secondo da quel rispetto, da quella confidenza, e da quell'orgoglio, che inspira ad un figlio il nome senza macchia di suo padre. Oh! Beauchamp come dovr ora presentarmi a lui? mander in addietro la mia fronte quando egli vi avviciner le labbra? ritirer la mia mano quando egli mi stender la sua?... Beauchamp, sono il pi infelice degli uomini. Ah! madre mia, mia povera madre, disse Alberto guardando, a traverso dei suoi occhi che nuotavano nelle lagrime il ritratto di sua madre, se aveste saputo ci, quanto avreste dovuto soffrire.
Coraggio, disse Beauchamp, coraggio, amico!
Ma di dove veniva questa prima nota inserita nel vostro giornale? grid Alberto; dietro a tutto ci vi  un odio sconosciuto, un nemico invisibile.
Ebbene! disse Beauchamp, ragione di pi. Coraggio, non fate comparire alcuna traccia d'emozione sul vostro viso; portate questo dolore in voi, come la nube porta in s la rovina e la morte; segreto fatale che non si comprende che al momento in cui scoppia la tempesta. Andate, amico, riserbate le vostre forze pel momento in cui verr fatto questo scoppio.
Oh! ma credete dunque che noi non siamo giunti a termine? disse Alberto spaventato.
Ma... non credo niente, amico mio; ma finalmente tutto  possibile. A proposito...
Che cosa? domand Alberto vedendo Beauchamp esitare.
Sposate sempre madamigella Danglars?
A qual proposito mi domandate questo in un simile momento, Beauchamp?
Perch nel mio spirito la rottura o il compimento di questo matrimonio, si riattaccano all'oggetto che ne occupa.
In che modo? disse Alberto, la cui fronte s'infiamm, credete che il signor Danglars...
Vi domando soltanto a che punto siete con questo matrimonio. Che diavolo! non vedete nelle mie parole altre cose che quelle che vi metto, e non date loro un'importanza maggiore di quella che non hanno.
No, disse Alberto, il matrimonio  rotto.
Bene, disse Beauchamp. Indi, vedendo che il giovine ricadeva nella sua melanconia: Osservate, Alberto, diss'egli, se credete a me, sarebbe bene che uscissimo; un giro al bosco in phaton, o a cavallo vi distrarr; indi ritorneremo per far colazione in qualche luogo, e voi andrete per i vostri affari ed io per i miei.
Volentieri, disse Alberto, ma usciamo a piedi, mi sembra che un poco di fatica mi far bene.
Sia, disse Beauchamp. Ed i due amici uscendo a piedi s'avviarono al baluardo. Giunti alla Maddalena: Sentite, disse Beauchamp, giacch siamo sulla strada, andiamo un poco a vedere il signor di Monte-Cristo, egli vi distrarr;  un uomo ammirabile per rimettere gli spiriti, in quanto che non fa mai domande; ora, a mio avviso, la gente che non fa interrogazioni  la pi abile consolatrice.
Andiamo pure da lui, disse Alberto, io lo amo.
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Capitolo 84. IL VIAGGIO.
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Monte-Cristo mand un grido di gioia vedendo i due giovani insieme. Ah! ah! diss'egli! ebbene! spero che tutto sar finito, spiegato, accomodato?
S, disse Beauchamp. Romori assurdi che sono caduti da s stessi, e che ora, se si rinnovassero, mi avrebbero per il loro primo antagonista. Non ne parliamo pi.
Alberto vi dir, riprese il conte, che questo era il consiglio ch'io stesso gli aveva dato. Osservate, voi mi vedete compire la pi esecrabile mattinata che abbia mai passata.
E che cosa fate? mi sembra che siate occupato a mettere in ordine le vostre carte?
Le mie carte? grazie a Dio no; vi  sempre ordine nelle mie carte, un ordine meraviglioso, atteso che non ho carte; sono le carte del signor Cavalcanti.
Del signor Cavalcanti? domand Beauchamp.
Eh! s, non sapete ch' un giovinotto ch' stato lanciato nella societ dal conte? disse Morcerf.
No, intendiamoci bene, riprese Monte-Cristo: non ho lanciato alcuno, ed il signor Cavalcanti molto meno.
E che sposer madamigella Danglars in vece mia, cosa che, continu Alberto sforzandosi di sorridere, come potete bene immaginare, mi addolora assaissimo, caro Beauchamp.
E che? venite forse dal confine del mondo? domand Monte-Cristo, voi, un giornalista il marito della Renomme! Tutto Parigi non parla che di questo.
E siete voi, conte, che avete fatto questo matrimonio?
Io? oh! silenzio, signor novellista, non raccontate simili cose; io! mio Dio! fare un matrimonio! No, voi non mi conoscete; mi vi sono anzi opposto con tutto il mio potere, ho ricusato di fare la domanda.
Ah! capisco, per causa del nostro amico Alberto?
Per causa mia? disse il giovine; oh! no, in fede mia! Il conte mi far giustizia di certificare, che l'ho sempre pregato al contrario di rompere questo matrimonio che fortunatamente  rotto. Il conte pretende per che io non debba ringraziare lui.
Ascoltate, disse Monte-Cristo, sono entrato tanto poco in questo affare, che ora sono trattato freddamente dal futuro genero; dal giovine. Non vi  che madamigella Eugenia la quale conoscendo a qual punto io era poco disposto a farle perdere la sua cara libert, mi abbia conservato un poco d'affezione.
E dite che questo matrimonio  sul punto d'effettuarsi?
Oh! mio Dio! s, ad onta di tutto ci che ho potuto dire: non conosco il giovine, lo si pretende ricco e di buona famiglia, ma per me tali cose non son che un semplice si dice: ho ripetuto tutto questo fino alla saziet al signor Danglars, ma egli si  ostinato col suo Lucchese. Sono perfino giunto a fargli parte di una particolarit, che per me  gravissima: il giovine  stato cambiato a balia, allevato dai zingari, o perduto dal suo precettore, non so troppo bene. Ma quello ch'io so, si  che suo padre lo ha perduto di vista per pi di dieci anni; ci che ha fatto durante questi dieci anni di vita errante, Dio solo lo sa; le sue carte, eccole. Io le mando a loro, ma me ne lavo le mani.
E madamigella d'Armilly, domand Beauchamp, che cera vi fa, che le portate via la sua allieva?
Diamine! non so troppo: ma sembra che ella parta per l'Italia. La signora Danglars mi ha parlato di lei, e mi ha domandate delle lettere per gl'impresarii: io le ho date due righe pel direttore del teatro Valle, che mi ha qualche obbligazione. Ma che avete dunque, Alberto? avete l'aria ben trista; sareste forse, senza accorgervene, innamorato di madamigella Danglars?
No, ch'io sappia, disse Alberto sorridendo amaramente.
Beauchamp si mise a guardare i quadri.
Ma finalmente, continu Monte-Cristo, non siete del solito umore. Sentiamo, che cosa avete?
Ho l'emicrania, disse Alberto.
Ebbene! caro visconte, disse Monte-Cristo, ho per questi casi un rimedio infallibile da proporvi; rimedio che  sempre riuscito a me stesso, ogni qualvolta ho sofferto qualche contrariet.
E quale? domand il giovine.
Il cambiar luogo.
Davvero? disse Alberto.
S, e sentite; siccome in questo momento soffro eccessive contrariet, cambio luogo. Vogliamo cambiarlo insieme?
Voi delle contrariet, disse Beauchamp; e su che?
Per bacco! voi ne parlate molto indifferentemente, vorrei vedervi con una causa criminale che si istituisse in casa vostra!
Una causa criminale! qual causa criminale?
Eh! quella che il signor de Villefort istituisce contro il mio amabile assassino, una specie di brigante fuggito dalla galera, a quanto sembra.
Ah!  vero, disse Beauchamp, ha fatto chiasso sui giornali. Che cosa  questo Caderousse?
Ebbene... mi sembra che sia un provenzale. Il signor de Villefort ne ha inteso parlare quando era a Marsiglia, ed il signor Danglars si ricorda di averlo veduto; ne risulta che il signor procuratore del Re prende l'affare molto a cuore, molto pi, ch'egli ha, a quanto sembra premurato al pi alto grado il prefetto di polizia, e che, merc questa premura di cui gli sono riconoscente che non si potrebbe dir di pi, mi s'inviano tutti i banditi, che da quindici giorni si possono raccogliere in Parigi, e nelle vicinanze, sotto il pretesto ch'essi sono gli assassini di Caderousse, d'onde ne risulta che in tre mesi, se continua, non vi sar pi un ladro o un assassino, in questo regno di Francia, che non conosca la pianta della mia casa sulla punta delle dita. Per cui prendo la risoluzione di abbandonarla loro interamente, e di andarmene tanto lontano, quanto mi potr portare la terra. Venite con me, visconte, io vi conduco.
Volentieri. Allora  convenuto? S, ma dove andremo? Ve l'ho detto, dove l'aria  pi pura, ed il rumore dorme; ove, per quanto uno sia orgoglioso, si sente umile, e si ritrova piccolo. Amo questa umiliazione io, che son chiamato padron dell'Universo come Augusto.
Ma infine ove andate?
Al mare, visconte, al mare: sono un marinaro, vedete; da fanciullo sono stato cullato fra le braccia del vecchio Oceano e sul seno della bella Amfitride; ho scherzato col mantello verde dell'uno, e colla gonna azzurra dell'altra. Amo il mare come si pu amare un amico, e quando  lungo tempo che non lo vedo, smanio per esso.
Andiamo, conte, andiamo! Al mare? S.
Voi accettate? Io accetto.
Ebbene! visconte, questa sera nel mio cortile vi sar una brisca da viaggio in cui potremo stenderci come nel proprio letto; a questa brisca saranno attaccati quattro cavalli di posta. signor Beauchamp, vi si sta in quattro comodamente, volete venire con noi?
Grazie, vengo ora dal mare. Come! venite dal mare?
S, o quasi; ritorno da un piccolo viaggio alle isole Borromee.
Che importa, venite egualmente! disse Alberto.
No, caro Morcerf, dovete capire dal modo che io rifiuto, che la cosa  impossibile. D'altra parte  importante ch'io resti a Parigi, disse parlando a bassa voce, non fosse per altro, che per sorvegliare la cassetta del giornale.
Ah! siete un ottimo ed eccellente amico, disse Alberto, s, avete ragione, vegliate, sorvegliate, Beauchamp, e cercate di scoprire l'inimico dal quale ebbe origine questa nota.
Alberto e Beauchamp si separarono; la loro ultima stretta di mano racchiudeva tutto ci che le loro labbra non potevano esprimere in faccia allo straniero.  un eccellente giovine Beauchamp, disse Monte-Cristo dopo la partenza del giornalista, non  vero, Alberto?
Oh! s, un uomo di cuore, ve lo garantisco; cos che io l'amo con tutta l'anima mia. Ma ora che siamo soli, quantunque la cosa per me sia la stessa, dove andiamo?
In Normandia, se a voi non dispiace.
A meraviglia: saremo del tutto in campagna, non  vero? nessuna societ, nessun vicino?
Saremo a quattro occhi, con cavalli per correre, cani per cacciare, barche per pescare, ed ecco tutto.
Questo  quello che mi abbisogna. Avviso mia madre, e sono ai vostri ordini.
Ma, disse Monte-Cristo, vi daranno il permesso?
Di che? Di venire in Normandia?
A me? e che non sono pi libero?
Di andare ove vi piace solo, lo so bene, poich vi ho incontrato scappato per l'Italia. Ebbene?
Ma di venire con l'uomo misterioso che si chiama il conte di Monte-Cristo...
Voi avete poca memoria, conte. In che modo?
Non vi ho detta tutta la simpatia che mia madre vi porta?
Spesso la donna cambia, ha detto Francesco I; la donna  un'onda, ha detto Shakespeare: l'uno fu un gran re, l'altro un gran poeta; ed entrambi dovevan conoscere la donna.
S, la donna, ma mia madre non  la donna,  una donna.
Permettete ad un povero straniero di non conoscere tutta la sottigliezza di questo giuoco di parole.
Voglio dire che mia madre  avara dei suoi sentimenti, ma una volta che li ha concessi,  per sempre.
Ah! davvero? disse sospirando Monte-Cristo; e credete ch'ella mi faccia l'onore di accordarmi un qualche sentimento di pi d'una perfetta indifferenza?
Ascoltate! ve l'ho gi detto e ve lo ripeto, riprese Morcerf; bisogna bene che siate un uomo molto straordinario e molto superiore agli altri, perch mia madre si  lasciata prendere, non dir dalla curiosit, ma dall'interessamento che avete saputo inspirarle. Quando siamo soli, non parla che di voi.
Vi dice ella di non fidarvi di questo Manfredi?
Al contrario mi dice: Morcerf, credo che il conte abbia un nobile naturale; cerca di farti amare da lui.
Monte-Cristo gir gli occhi e mand un sospiro:
Ah! da vero?
Di modo che capirete, continu Alberto, che invece di opporsi al mio viaggio, ella lo approver di tutto cuore, poich entra nelle raccomandazioni che mi fa ogni giorno.
Andate dunque, disse Monte-Cristo. Questa sera siate qui alle cinque, arriveremo laggi a mezza notte o ad un'ora.
Come, a Trport...? Trport, o nelle vicinanze.
Non ci abbisognano che otto ore per fare 48 leghe?
 anche molto, disse Monte-Cristo.
Siete davvero l'uomo dei prodigi, e giungerete non solo a superare le strade ferrate, che non  molto difficile particolarmente in Francia, ma eziandio a correre pi presto di una notizia pel telegrafo.
Frattanto, visconte; siccome ci occorrono sempre sette od otto ore per giungere laggi, siate esatto.
State tranquillo: non ho altro a fare che prepararmici.
Alle cinque adunque. Alle cinque. Alberto sorrise.
Monte-Cristo, dopo avergli fatto sorridendo un segno colla testa, rest un momento pensieroso, e come assorbito da una profonda meditazione. Finalmente, passando la mano sulla fronte come per allontanare una distrazione, and al campanello e batt due colpi. Non appena compiti i due colpi percossi da Monte-Cristo, entr Bertuccio: Bertuccio, diss'egli, non dopo domani, non domani, come da prima aveva pensato, ma questa sera stessa ho stabilito d'andare in Normandia: da ora alle cinque vi  gi maggior tempo di quello che vi abbisogna: farete preparare i cavalli del primo appostamento; il signor de Morcerf mi accompagna. Andate.
Bertuccio obbed, ed un corriere corse a Pontoise ad annunziare, che la carrozza di posta sarebbe passata alle sei precise; il palafreniere di Pontoise ne invi un altro al secondo appostamento, e questi un altro al terzo; e, sei ore dopo, tutti i cavalli di cambio disposti lungo la strada erano prevenuti. Prima di partire il conte sal da Hayde, le annunzi la sua partenza, le disse il luogo ove andava, e mise tutta la casa sotto i suoi ordini. Alberto fu esatto. Il viaggio, taciturno sul principio, si apr ben presto per l'effetto fisico della rapidit. Morcerf non aveva un'idea di s grande celerit.
In fatto, disse Monte-Cristo, colla vostra posta che fa due leghe l'ora, con quella stupida legge che proibisce al viaggiatore di sorpassare l'altro senza averne ottenuto il permesso, che fa s che un viaggiatore ammalato o catarroso ha il diritto di tenersi a seguito i viaggiatori allegri e che stanno bene, non vi  locomozione che sia possibile; io evito questo inconveniente, viaggiando col mio proprio postiglione ed i miei proprii cavalli, non  vero, Al? E il conte mise fuori la testa dallo sportello, ed emise un piccolo grido di eccitazione che pose le ali ai piedi dei cavalli; non correvano pi, volavano. La carrozza rote come un fulmine sul pavimento reale, e ciascuno si voltava per veder passare la meteora fiammeggiate. Al, ripetendo questo grido sorrideva, mostrando i denti bianchi, stringendo fra le sue robuste mani le redini spumeggianti, spronando i cavalli, le criniere dei quali andavano sparpagliate al vento; Al, il figlio del deserto, si ritrovava nel suo elemento.
Ma dove diavolo trovate simili cavalli? domand Alberto; li fate forse fare espressamente?
Precisamente, disse il conte; sono sei anni che ritrovai in Ungheria un famoso stallone rinomato per la sua celerit; lo comprai, non so bene per quanto, perch fu Bertuccio che lo pag. Nello stesso anno ebbe trentadue figli. Ora tutta passeremo in rivista la progenitura di questo medesimo padre. Essi sono tutti eguali, neri, senza alcuna macchia, fuorch una stella in fronte, poich a questa privilegiata razza furono destinate cavalle tutte scelte come si scelgono ai pasci tutte le favorite.
 ammirabile!... ma ditemi, che fate di tutti questi cavalli?
Lo vedete, viaggio con essi. Ma non viaggiate sempre! Quando non ne avr pi bisogno, Bertuccio li vender, e pretendo che vi guadagner 30 o 40 mila franchi
Ma in Europa non vi sar un principe cos ricco per comprarli.
Allora li vender ad un qualche semplice Visir d'Oriente, che vuoter il suo tesoro per comprarli, e che riempir il suo tesoro facendo amministrare delle bastonate sotto la pianta dei piedi dei suoi sudditi.
Conte, volete che vi comunichi un pensiero che mi  venuto? Fatelo pure.
 che, dopo voi, il signor Bertuccio deve essere il pi ricco privato d'Europa.
Ebbene vi sbagliate, visconte; sono sicuro, che se rovesciate le saccocce di Bertuccio, non ci ritroverete il valore di dieci soldi.
E perch? domand il giovine, Bertuccio  dunque un fenomeno?... Ah! mio caro conte; non vi ingolfate troppo nel meraviglioso, o ch'io non vi creder pi, ve ne prevengo.
Non ritroverete mai il meraviglioso vicino a me, Alberto: cifre e ragione, ecco tutto; ora ascoltate questo dilemma: un intendente ruba, ma perch ruba?
Diavolo! perch  nella sua natura, mi sembra, disse Alberto; ruba per rubare.
Ebbene! no, v'ingannate. Ruba perch ha moglie, figli, desiderii ambiziosi per lui e per la sua famiglia; egli ruba, perch non  sicuro di non pi lasciar il padrone, e vuol farsi un avvenire. Ebbene, Bertuccio  solo al mondo; usa della mia borsa senza rendermene conto,  sicuro di non lasciarmi mai. E perch?
Perch io non potrei ritrovarne uno migliore.
Vi aggirate in un circolo vizioso: quello delle probabilit.
Oh! no, sono in quello delle certezze; il buon servitore  per me quello, sul quale ho diritto della vita e della morte.
E voi avete sopra Bertuccio diritto di vita e di morte?
S, rispose freddamente il conte. Vi sono delle parole che chiudono la conversazione come una porta di ferro; il s del conte era una di quelle parole. Il rimanente del viaggio si comp colla stessa celerit; i trentadue cavalli divisi in otto appostamenti, fecero 47 leghe in otto ore. Si giunse nel mezzo della notte alla porta di un bel parco; il portinaro era in piedi, e teneva il cancello aperto, essendo stato avvertito dal palafreniere dell'ultimo appostamento.
Erano le due e mezzo del mattino, Alberto fu condotto nel suo appartamento. Ritrov preparato un bagno ed una cena. Il domestico che aveva fatta la strada nel seggio dietro la carrozza, fu messo a sua disposizione.
Battistino che aveva fatta la strada nel seggio davanti, stava agli ordini del conte. Alberto prese il bagno, cen, e se ne and a letto. Tutta la notte fu cullato dal melanconico rumore delle ondate. Alzandosi and direttamente alla finestra, l'apr, e si trov sur un piccolo terrazzo che guardava innanzi a s nel mare cio nell'immensit, mentre alla parte posteriore un bel parco conduceva in una piccola foresta. In un seno del lido di una certa grandezza, galleggiava una piccola corvetta, di stretta carena, con alberatura svelta, e che portava al corno una bandiera con lo stemma di Monte-Cristo, stemma che rappresentava una montagna d'oro sopra un mare azzurro. Intorno alla goletta eravi una quantit di piccole barchette che appartenevano ai pescatori dei villaggi vicini, e sembravano umili sudditi che aspettassero gli ordini della loro regina. L, come in tutti i luoghi in cui si fermava Monte-Cristo, fosse anche per due o tre giorni soltanto, la vita era ordinata al termometro di tutti i comodi e piaceri; in tal modo il vivere diveniva facile nello stesso momento. Alberto ritrov nella sua anticamera due fucili, e tutti gli attrezzi necessarii ad un cacciatore. Un'altra camera, nel piano terreno, era consacrata a tutti quegli utensili ed a quelle macchinette ingegnose che gl'Inglesi, grandi pescatori perch sono pazienti ed oziosi, non hanno ancora potuto fare adottare ai metodici pescatori francesi. Tutta la giornata si pass in questi diversi esercizii, nei quali Monte-Cristo era eccellente; furono uccisi una dozzina di fagiani nel parco, furono pescate delle trote nei ruscelli, si pranz in un padiglione chinese che dava sul mare, e fu servito il th nella biblioteca.
Verso la sera del terzo giorno, Alberto, spossato dalla fatica di questa laboriosa vita che sembrava uno scherzo per Monte-Cristo, dormiva sopra un sof vicino ad una finestra, mentre che il conte faceva con un architetto il piano di una stufa che voleva istituire nella casa, allorch il rumore di un cavallo tritando la breccia della strada fece alzare la testa al giovine; guard per la finestra, e, con una sorpresa delle pi disaggradevoli, scoperse nel cortile il suo cameriere, dal quale non aveva voluto farsi seguire per non impacciare troppo Monte-Cristo.
Florentin qui! grid egli balzando dal sof;  forse ammalata mia madre? E si precipit verso la porta della camera. Monte-Cristo lo segu cogli occhi, e lo vide fermare il suo cameriere che, tutto anelante, cav di saccoccia un piccolo piego sigillato: esso conteneva una lettera ed un giornale.
Di chi  questa lettera? domand con vivacit Alberto.
Del signor Beauchamp, rispose Florentin.
 dunque Beauchamp che vi manda qui?
S, signore. Mi ha dato il danaro necessario per viaggiare, mi ha fatto condurre un cavallo di posta, e mi ha fatto promettere che non mi sarei fermato fino a che non vi avessi raggiunto, signore: ho fatto la strada in quindici ore.
Alberto apr la lettera fremendo; alle prime righe mand un grido; afferr il giornale con un visibile tremito.
D'improvviso gli occhi gli si oscurarono, le gambe gli vennero meno, e, vicino a cadere, si appoggi a Florentin, che stese le braccia per sostenerlo. Povero giovine! mormor Monte-Cristo tanto sommessamente che neppure egli pot sentire il rumore di queste parole di compassione che pronunziava;  dunque fissato che le mancanze dei padri debbano ricadere sui figli fino alla terza od alla quarta generazione! In questo mentre Alberto aveva ricuperate le sue forze, e continuando a leggere si scuoteva i capelli bagnati di sudore sulla fronte, e scartazzando lettera e giornale:
Florentin, disse egli, il vostro cavallo  in istato di riprendere la strada di Parigi?
 un cattivo ronzino di posta, stroppiato.
Oh! e com'era la famiglia quando l'avete lasciata?
Molto tranquilla; ma ritornando dall'abitazione del signor Beauchamp, ho ritrovato la signora immersa nel pianto. Ella mi aveva fatto chiamare per sapere quando sareste stato di ritorno. Allora le ho detto che veniva a cercarvi per parte del signor Beauchamp. Il suo primo movimento  stato quello di stendere il braccio come per fermarmi, ma dopo un minuto di riflessione: s, andate, Florentin, ella ha detto, e ch'egli ritorni.
S, madre mia, s, disse Alberto, ritorno, sii tranquilla, e disgrazia all'infame!... Ma, prima di tutto bisogna che io parta. E riprese il cammino della camera ove aveva lasciato Monte-Cristo. Egli non era pi lo stesso uomo, e cinque minuti erano stati sufficienti per operare in Alberto una trista metamorfosi; era uscito dal suo stato ordinario, e rientrava colla voce alterata, il viso solcato da un rossore febbrile; l'occhio sfavillante sotto palpebre venate di blu, e l'andamento vacillante come quello di un uomo ubriaco.
Conte, diss'egli, grazie della vostra ospitalit, della quale avrei voluto godere pi lungamente, ma bisogna che io ritorni a Parigi.
E che cosa  dunque accaduto?
Una gran disgrazia; ma permettetemi di partire, si tratta di cosa molto pi preziosa della mia vita. Non mi fate domande, conte, ve ne supplico, ma datemi un cavallo!
Le mie scuderie sono al vostro servizio, visconte, disse Monte-Cristo; ma voi andate a morire di fatica correndo la posta a cavallo; prendete un calesse, un coup, una qualche carrozza.
No, sarebbe troppo lunga, e poi ho bisogno di questa fatica di cui voi temete; essa mi far del bene.
Alberto fece alcuni passi in tondo, come un uomo colpito da una palla, e and a cadere sopra una sedia vicina alla porta. Monte-Cristo non vide questo secondo colpo di debolezza; egli era alla finestra gridando:
Al, un cavallo per il signor de Morcerf! che si affrettino, egli ha premura.
Queste parole resero la vita ad Alberto; si slanci fuori della camera, il conte lo segu. Grazie, mormor il giovine balzando in sella. Voi ritornerete il pi presto che potrete, Florentin. Vi  nessuna parola d'ordine perch mi cambino il cavallo, conte?
Nient'altro che rilasciare quello che cavalcate; ve ne inselleranno sul momento un altro.
Alberto stava per islanciarsi e si ferm. Voi forse ritroverete strana, insensata la mia partenza, disse il giovine; non comprenderete come poche righe di un giornale possano mettere un uomo alla disperazione. Ebbene, aggiunse egli, gettandogli il giornale, leggete queste, ma solo quando sar partito, affinch non abbiate a vedere il mio rossore.
E mentre che il conte raccoglieva il giornale, egli piant gli speroni, che allora erano stati attaccati ai suoi stivali, nel ventre del cavallo, che, meravigliato che vi potesse essere un cavaliere che credesse esservi bisogno di simile istrumento per lui, part, come un dardo di freccia. Il conte segu il giovine cogli occhi e con un sentimento di compassione infinita, e non fu che allora quando fu intieramente sparito che, riportando gli occhi sul giornale, lesse ci che segue:
Quell'ufficiale francese al servizio di Al-Pasci di Giannina, di cui parlava tre settimane sono il giornale l'Impartial, e che non soltanto vend la fortezza di Giannina, ma ben anche il suo benefattore ai Turchi, si chiamava di fatto in quell'epoca Fernando, come lo ha detto il nostro onorevole confratello; ma d'allora, ha aggiunto al suo vero nome un titolo di nobilt, ed un nome di terra. In oggi si chiama il signor conte di Morcerf, e fa parte della Camera dei Pari.
In tal modo adunque, questo terribile segreto, che Beauchamp aveva seppellito con tanta generosit, ricompariva come un fantasma armato, ed un altro giornale, crudelmente informato, aveva pubblicato, il giorno dopo la partenza d'Alberto per la Normandia, le poche linee che poco mancarono a far divenir pazzo il giovine.
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Capitolo 85. IL GIUDIZIO.
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Alle otto del mattino, Alberto cadde come un fulmine in casa di Beauchamp. Il cameriere era prevenuto; egli introdusse Morcerf nella camera del suo padrone, ch'era allora entrato in bagno. Ebbene? gli disse Alberto.
Ebbene! io vi aspettava, rispose Beauchamp.
Eccomi, non vi dir, Beauchamp, che vi credo troppo leale e troppo buono, perch non abbiate parlato a chi che siasi di tutto ci; no, amico mio. D'altra parte il messaggio che mi avete spedito mi  una guarentigia della vostra affezione. Per cui, non perdiamo tempo in preamboli; avete voi qualche idea sulla parte da dove possa venire questo colpo?
Ve ne dir due parole in breve.
Ma prima, amico mio, dovete dirmi tutti i particolari della storia di questo abbominevole tradimento.
E Beauchamp raccont al giovine, schiacciato sotto il peso dell'onta e del dolore, i fatti che racconteremo in tutta la loro semplicit.
La mattina dell'antivigilia, l'articolo era comparso in un giornale, tutt'altro che l'Impartial, e ci che dava ancora maggior gravit all'affare, in un giornale molto diffuso per appartenere al governo. Beauchamp faceva colazione quando gli venne sott'occhi la nota; mand subito a prendere un cabriolet, senza finire il pasto, e corse alla direzione del giornale. Quantunque egli professasse sentimenti politici diametralmente opposti a quelli del gerente del giornale accusatore, Beauchamp, cosa che qualche volta accade, e diremo anche di sovente, era suo intimo amico. Allorch egli giunse da lui, il gerente leggeva il proprio giornale, e sembrava compiacersi per vedere in una prima colonna sotto la data di Parigi un articolo sullo zucchero di barbabietola, che probabilmente coincideva col suo modo di vedere.
Ah! per bacco! disse Beauchamp, poich voi avete fra le mani il vostro giornale, mio caro ***, non ho bisogno di dirvi ci che mi conduce a voi.
Sareste per caso parteggiano dello zucchero di canna? domand il gerente del giornale ministeriale.
No, sono estraneo alla questione; vengo per tutt'altro.
Per che cosa venite? Per l'articolo Morcerf.
Ah! s, davvero: non  un articolo curioso?
Tanto curioso, che correte il rischio d'essere citato per diffamazione, mi sembra, e che con ci arrischiate pure un processo molto pericoloso.
Niente affatto; colla nota abbiamo ricevuto tutti i documenti in appoggio, e siam perfettamente convinti, che il signor de Morcerf rimarr tranquillo: d'altra parte questo  un servigio che si rende al paese, col denunziare i nomi di coloro che sono immeritevoli degli onori che godono.
Beauchamp rimase interdetto: Ma chi dunque vi ha tanto bene informato? perch il mio giornale, che ha risvegliata l'attenzione del primo,  stato costretto dall'astenersi d'andar pi oltre per mancanza di prove. E non pertanto noi siamo pi interessati di voi di smascherare il signor de Morcerf, poich egli  della Camera dei Pari, e noi scriviamo per l'opposizione.
Oh! mio Dio, la cosa fu semplicissima: non siam noi che siam corsi dietro allo scandalo, fu esso che venne a ritrovarci; ci  giunto un uomo da Giannina portando il formidabile registro, e siccome esitavamo a gettarci sulla via delle accuse, ci ha manifestato che se ci fossimo ricusati, l'articolo sarebbe comparso sopra un altro giornale. In fede mia, lo sapete, Beauchamp, che cosa sia una notizia importante; e non abbiamo voluto lasciar perdere quella. Ora il colpo  dato; esso  terribile, e rimbomber fino ai confini di Europa.
Beauchamp cap che non v'era pi che abbassare la testa, ed usc disperato per mandare un corriere a Morcerf. Ma ci che aveva potuto scrivere ad Alberto, perch le cose che siamo per raccontare avvennero dopo la partenza del corriere, si fu, che alla Camera dei Pari, in quello stesso giorno regnava una grande agitazione, e si era manifestata nei gruppi di questa alta assemblea, ordinariamente tanto tranquilla. Quasi tutti erano giunti prima dell'ora e conversavano sul sinistro avvenimento che stava per occupare l'attenzione del pubblico, e per fissarla sopra uno dei membri pi distinti e pi conosciuti di quell'illustre corpo. Erano letture a bassa voce dell'articolo, commentarii e ricambii di rimembranze che precisavano ancor meglio i fatti. Il conte de Morcerf non era amato fra i suoi colleghi. Come tutti gl'innalzati da poco, era stato costretto, per mantenersi al suo rango, di osservare un eccesso di sostenutezza. L'antica nobilt rideva di lui; gl'ingegni lo ripudiavano; le glorie pure lo disprezzavano per istinto. Il conte era giunto a quell'estremo doloroso della vittima espiatoria. Il solo conte de Morcerf nulla sapeva. Egli non riceveva il giornale su cui era riportata la notizia infamatoria, ed aveva passata tutta la mattinata a scriver lettere, ed a provare un cavallo.
Giunse dunque all'ora solita, colla testa alta, l'occhio superbo, il portamento insolente; discese di carrozza, oltrepass i corridori, ed entr nella sala, senza notare la esitazione degli uscieri, ed i semisaluti dei colleghi. Quando Morcerf entr, la seduta era gi aperta da mezz'ora. Quantunque il conte ignorasse, come abbiam detto, tutto ci che era accaduto, e per conseguenza in nulla avesse cambiato il suo portamento, pure agli occhi di tutti parve pi superbo che d'ordinario, e la sua presenza in questa occasione parve talmente insultante a quest'assemblea tanto gelosa del proprio onore, che tutti osservarono una inconvenienza, molti una bravata, alcuni un insulto. Era evidente che tutta la Camera ardeva dal desiderio di impiantare una discussione. Si vedeva il giornale accusatore nelle mani di tutti; ma, come sempre, ciascuno esitava a prendere sopra di s la guarentigia dell'assalto. Finalmente uno di questi onorevoli pari, nemico dichiarato del conte de Morcerf, sal alla tribuna con una solennit che annunziava essere giunto il momento che si aspettava. Fu fatto uno spaventoso silenzio; Morcerf solo ignorava la causa della profonda attenzione, che questa volta si prestava ad un oratore che non si aveva sempre l'abitudine d'ascoltare con tanta compiacenza.
Il conte lasci passare tranquillamente il preambolo per mezzo del quale l'oratore stabiliva ch'egli era per parlare di cose talmente gravi, sacre, e vitali per la camera, ch'egli reclamava tutta l'attenzione dei suoi colleghi. Alle prime parole di Giannina e del colonnello Fernando, il conte de Morcerf impallid cos orribilmente, che non vi fu che un fremito in tutta l'assemblea, ove tutti gli sguardi si concentrarono sul conte. Le ferite mortali hanno questo di particolare, ch'esse si nascondono, ma non si chiudono; sempre dolorose, sempre pronte a grondare sangue quando si toccano, esse rimangono vive e sensibili nel cuore. Terminata la lettura dell'articolo sempre in mezzo allo stesso silenzio, interrotto allora da un fremito che cess al momento in cui si vide che l'oratore stava per riprendere nuovamente la parola, l'accusatore espose il suo scrupolo, e si mise a stabilire in qual modo la sua impresa era difficile; era l'onore del signor de Morcerf, era quello di tutta la camera intera che pretendeva di difendere eccitando un dibattimento che doveva attaccarsi ad argomenti personali che resultano sempre tanto rumorosi.
Finalmente concluse perch fosse ordinato un processo abbastanza rapido per confondere la calunnia, prima che avesse il tempo d'ingigantire, e per ristabilire il signor de Morcerf, vendicandolo, nel posto che la pubblica opinione gli aveva formato da lungo tempo. Morcerf era cos oppresso, cos tremante in faccia di questa immensa ed inattesa calamit, che appena pot balbettare alcune parole, guardando i suoi confratelli con occhio stravolto. Questa timidezza, che si poteva ancora spiegare per lo stupore che porta all'innocente l'onta del delitto, gli concili simpatia in alcuni. Gli uomini veramente generosi sono sempre pronti a divenir misericordiosi, quando la disgrazia del loro nemico oltrepassa i limiti della loro collera. Il presidente mise a voti se doveva aver luogo la causa; fu votato per mezzo dell'alzarsi e sedersi, e fu risoluto che si aprirebbe il giudizio. Fu domandato al conte quanto tempo gli abbisognava per prepararsi alla sua giustificazione. Era rientrato il coraggio in Morcerf, da che si era sentito essere ancor vivo dopo un cos orribile colpo. Signori Pari, rispose egli, non  gi col tempo che si respinge un assalto come quello che in oggi mi viene diretto da nemici, rimasti fra l'ombre della loro oscurit.  come un fulmine che devo rispondere al baleno che per un momento mi ha abbagliato! Ah! perch mai non mi  dato invece di questa giustificazione, di dover spargere il mio sangue per provare ai miei nobili colleghi che son degno di camminare al loro fianco! Queste parole produssero una favorevole impressione per l'accusato. Io domando dunque, diss'egli, che il processo abbia luogo il pi presto possibile, ed io somministrer alla camera tutte le prove necessarie per la sua efficacia.
Qual giorno fissate? domand il presidente.
Mi metto da oggi a disposizione della Camera.
Il presidente suon il campanello: La camera  di parere, domand egli, che esso abbia luogo oggi stesso?
S, fu l'unanime risposta dell'assemblea.
Fu nominata una commissione di dodici membri per esaminare i documenti che doveva presentare Morcerf. L'ora della prima seduta di questa commissione fu stabilita alle otto della sera, negli ufficii della Camera. Se fossero state necessarie diverse sedute sarebbero state fatte alla stessa ora, e nello stesso luogo. Presa questa risoluzione, Morcerf domand il permesso di ritirarsi. Egli doveva radunare i documenti gi da lui preparati da lungo tempo, per far fronte a questo uragano preveduto dalla sua astuta ed indomabile indole.
Beauchamp raccont all'amico tutto ci che fin qui abbiam narrato; solamente il suo racconto aveva sul nostro il vantaggio che hanno le cose vive sulle morte. Alberto lo ascolt ora fremendo di speranza, ora fremendo di collera, ora di vergogna; poich, dalla confidenza di Beauchamp, sapeva che suo padre era colpevole; e si domandava in che modo, da poich era colpevole, poteva giungere a provare la sua innocenza. Giunto al punto ove siamo, Beauchamp si ferm.
E in seguito? domand Alberto.
Amico mio, questa domanda mi trascina ad un'orribile necessit. Volete sapere il resto?
Bisogna necessariamente che io lo sappia, amico mio, e desidero saperlo piuttosto dalla vostra bocca che da qualunque altra.
Ebbene, riprese Beauchamp, preparate tutto il vostro coraggio, non ne avete mai avuto tanto bisogno.
Alberto si pass una mano sulla fronte per assicurarsi di tutto il suo coraggio, come un uomo che si prepara a difendere la propria vita, prova la sua corazza, e fa piegare la lama della sua spada. Si sent forte, perch prese la febbre per energia: Avanti! diss'egli.
Giunse la sera, continu Beauchamp. Tutto Parigi era nell'aspettativa di questo avvenimento. Molti pretendevano che vostro padre non avesse che a mostrarsi per far crollare tutta l'accusa; molti pure dicevano che il conte non si sarebbe presentato; ve ne erano certuni che assicuravano di averlo veduto partire per Bruxelles, altri andarono alla polizia per vedere se era vero, che il conte fosse andato a prendere il passaporto. Io vi confesser che feci tutto il possibile, continu Beauchamp, per ottenere da uno dei membri della commissione, un giovine Pari mio amico, di essere introdotto in una specie di tribuna. Alle sette egli venne a prendermi, e prima che alcuno fosse giunto, mi raccomand al portiere, che mi chiuse in una specie di palco. Io era nascosto da una colonna, e perduto nell'oscurit pi profonda; potei sperare che avrei veduta ed intesa la terribile scena che stava per svolgersi. Alle otto precise tutti erano giunti. Il signor de Morcerf entr all'ultimo tocco delle otto. Egli teneva in mano alcune carte e dal suo contegno sembrava essere tranquillo; contro il solito, il suo andamento era semplice, il vestire ricercato e severo, e, secondo il costume degli antichi militari, portava l'abito abbottonato d'alto in basso. La sua presenza produsse il migliore effetto: la commissione era lungi dall'essergli ostile, e molti dei suoi membri andarono incontro al conte, e gli strinsero la mano.
Alberto sent che il suo cuore era crivellato da tutti questi particolari, e ci non ostante in mezzo al suo dolore s'introduceva un sentimento di riconoscenza; avrebbe voluto potere abbracciare questi uomini che avevano dato a suo padre questa dimostrazione di stima in un tale impaccio pel suo onore.
In questo momento entr un usciere e rimise una lettera al presidente:
Voi avete la parola signor de Morcerf, disse il presidente mentre dissigillava la lettera.
Il conte incominci la sua apologia, e vi assicuro Alberto, continu Beauchamp, ch'egli spieg una eloquenza ed una abilit straordinaria. Egli produsse dei documenti che provavano che il visir di Giannina lo aveva, fino all'ultima sua ora, onorato della confidenza, poich lo aveva incaricato di una negoziazione di vita e di morte collo stesso imperatore. Mostr l'anello segnale del comando, e col quale Al-Pasci sigillava d'ordinario le sue lettere; e che questi gli aveva dato perch egli potesse, al suo ritorno, qualunque fosse stata l'ora del giorno e della notte, penetrare fino a lui, fosse pur stato nell'harem. Disgraziatamente, diss'egli, le sue trattative erano andate a vuoto, e quando era ritornato per difendere il suo benefattore, questi era gi morto. Ma, disse il conte, morendo, Al-Pasci, tanto era grande la sua fiducia, gli aveva confidata la sua favorita e la sua figlia.
Alberto rabbrivid a queste parole, poich a seconda che Beauchamp parlava, gli ritornava al pensiero tutto il racconto di Hayde. Egli si ricordava ci che la bella greca aveva detto del messaggio, di questo anello, e del modo con cui ella era stata venduta e condotta in ischiavit.
E qual fu l'effetto del discorso del conte? domand con ansiet Alberto.
Vi confesso ch'esso commosse me e tutta la commissione, continu Beauchamp.
Frattanto il presidente gett negligentemente gli occhi sulla lettera che gli era stata portata, ma le prime linee risvegliarono tutta la sua attenzione; egli la lesse, poi la rilesse, e fissando gli occhi sopra il signor de Morcerf: Signor conte, diss'egli, voi ci avete detto che il visir di Giannina vi aveva confidato sua moglie e sua figlia?
S, signore, rispose Morcerf, ma in ci come in tutto il rimanente, la sventura mi perseguitava. Al mio ritorno, Vasiliki e sua figlia Hayde erano sparite. Le conoscevate?
La mia intimit col Pasci, e la somma confidenza che aveva nella mia fedelt, mi avevano permesso di vederle pi di venti volte.
Avete nessuna idea di ci che sia di loro accaduto?
S, signore. Ho inteso dire ch'erano soggiaciute al loro dispiacere e fors'anche alla loro miseria. Io non era ricco, la mia vita era circondata da grandi pericoli, non potei mettermi alla loro ricerca, con mio sommo dispiacere.
Il presidente aggrott impercettibilmente il sopracciglio: Signori, diss'egli, avete inteso e tenuto dietro al signor conte de Morcerf nelle sue spiegazioni. signor conte, potete in appoggio del vostro racconto fornirci qualche testimonio?
Ahim! no, signore, rispose il conte; tutti quelli che circondavano il visir, e che mi hanno conosciuto alla sua corte, sono o morti o dispersi. Io solo, credo, io solo dei miei compatriotti sono sopravvissuto a questa spaventosa guerra; non ho che le lettere di Al-Tebelen, e le ho poste sotto i vostri occhi; non ho che l'anello, pegno della sua volont, ed eccolo; finalmente ho la prova pi convincente che possa fornire, cio, dopo un assalto anonimo, l'assenza di ogni testimonianza contro la mia parola d'onore; e la purezza di tutta la mia vita militare. Un mormorio d'approvazione corse per tutta l'assemblea in questo momento, Alberto, e se non fosse sopravvenuto alcun altro nuovo incidente la causa di vostro padre era vinta. Non restava pi che andare ai voti, allorch il presidente prese la parola.
Signori, diss'egli, e voi, signor conte de Morcerf, non sarete mal contenti, presumo, di sentire un testimonio importantissimo, a quanto assicura, e che viene ad offrirsi da s stesso: questo testimonio, non ne dubitiamo, dopo ci che ha detto il conte,  chiamato a provare la perfetta innocenza del nostro collega. Ecco la lettera che ho ricevuta a questo riguardo; desiderate che vi sia letta, o risolvete che sia passata oltre, senza fermarci a questo incidente? Il signor de Morcerf impallid, e raggrinz le mani sulle carte che aveva davanti, e che rumoreggiarono sotto le sue dita.
La risposta della commissione fu per la lettura: quanto al conte, egli era passivo, e non aveva opinione da emettere.
In conseguenza il presidente lesse la lettera seguente:
Signor Presidente.
Io posso fornire alla commissione giudicante, incaricata ad esaminare la condotta in Epiro ed in Macedonia del Luogotenente generale conte de Morcerf, le informazioni pi positive.
Il presidente fece una corta pausa. Il conte de Morcerf impallid, il presidente interrog collo sguardo gli uditori.
Continuate! fu gridato da tutte le parti.
Il presidente riprese:
Io era sul luogo alla morte d'Al-Pasci; assisteva ai suoi ultimi momenti; so che cosa  avvenuto di Vasiliki e di Hayde: mi metto a disposizione della commissione, ed anzi reclamo l'onore di farmi ascoltare. Sar nel vestibolo della Camera quando vi sar rimesso il presente biglietto.
E chi  questo testimonio, o piuttosto questo nemico? domand il conte con una voce in cui era facile notare la profonda alterazione.
Lo sapremo ben presto, signore, rispose il presidente. La commissione  di avviso di sentire questo testimonio?
S, s, dissero ad un tempo tutte le voci. Fu richiamato l'usciere. Usciere, domand il presidente, vi  qualcuno che aspetta nel vestibolo? S, signor presidente.
E chi? Una donna accompagnata da un servitore.
Tutti si guardarono in viso l'un l'altro.
Fate entrare questa donna, disse il presidente.
Cinque minuti dopo, ricomparve l'usciere; tutti gli occhi erano fissi sulla porta, ed io stesso, disse Beauchamp, io prendeva parte alla generale aspettativa ed ansiet.
Dietro all'usciere camminava una donna avvolta in un lungo velo che la nascondeva interamente. S'indovinava bene, alle forme che tradiva questo velo, ai profumi che ne esalavano, la presenza di una donna giovane ed elegante ma nient'altro. Il presidente la preg di alzare il velo, ed allora si pot vedere una donna vestita alla greca, ed inoltre una bellezza sorprendente.
Ah! disse Morcerf, era dessa. Come, essa?
S, Hayde. Chi ve lo ha detto?
Ahim! l'indovino. Ma continuate, Beauchamp, ve ne prego. Voi vedete ch'io sono tranquillo e forte. E frattanto dobbiamo accostarci allo scioglimento.
Il signor de Morcerf guardava questa donna, continu Beauchamp, con sorpresa mista a spavento. Per lui era la vita o la morte che stava per uscire da questa graziosa bocca. Per tutti gli altri era un'avventura cos strana e cos piena di curiosit, che la salvezza o la perdita del signor de Morcerf non entrava gi pi in questo avvenimento che come un elemento secondario.
Il presidente con un segno della mano offerse una sedia a questa giovane, ma ella fece un segno colla testa che restava in piedi. In quanto al conte, era ricaduto sul suo seggio, ed era manifesto che le gambe ricusavano di sostenerlo.
Signora, disse il presidente, avete scritto alla commissione per darle delle informazioni sull'affare di Giannina, e voi avete avanzato che siete stata testimone oculare di questi avvenimenti.
E lo fui di fatto, rispose la sconosciuta con una voce piena di vezzosa malinconia, e marcata da una sonorit particolare alle voci orientali.
Per, permettetemi di dirvi, che allora dovevate essere molto giovane.
Aveva quattr'anni; ma siccome allora gli avvenimenti avevano per me un'importanza sublime, non mi  sfuggita, n si  cancellata dalla mia mente una sola particolarit.
Ma quale importanza avevano dunque per voi questi avvenimenti? e chi siete perch questa catastrofe vi abbia prodotto una s grande impressione?
Si trattava della vita e della morte di mio padre, rispose la giovinetta, ed io mi chiamo Hayde, figlia d'Al-Tebelen, pasci di Giannina, e di Vasiliki sua moglie prediletta.
Il rossore modesto e fiero ad un tempo che imporpor le guance della giovane, il fuoco dello sguardo, e la maest della rivelazione produssero su tutta l'assemblea un effetto inesprimibile. In quanto al conte, non sarebbe stato pi annichilito, se il fulmine cadendo a lui dappresso gli avesse scavato un abisso ai suoi piedi. Signora, riprese il presidente, dopo essersi inchinato con rispetto, permettetemi una semplice domanda, che non  un dubbio, e questa domanda sar l'ultima, potete giustificare l'autenticit di ci che dite?
Lo posso, signore, disse Hayde cavando dal di sotto del suo velo una borsa profumata; perch ecco la fede della mia nascita redatta da mio padre, e soscritta dai suoi principali uffiziali; perch ecco qui la mia fede di battesimo, avendo mio padre acconsentito che venissi allevata nella religione di mia madre, atto firmato dal primate di Macedonia e dell'Epiro, munito del suo sigillo; ecco finalmente, e questo senza dubbio  il pi importante, l'atto di vendita che fu fatta di me e di mia madre al mercante armeno El-Kobbir dall'uffiziale francese, che nel suo infame mercato colla Porta, si era riservata per sua parte di bottino la figlia e la moglie del suo benefattore, che vend per la somma di mille borse, vale a dire per circa quattrocento mila franchi
Un pallore verdastro invadeva le guance del conte de Morcerf, gli occhi s'iniettavano di sangue all'annunzio di queste terribili imputazioni, che furono accolte dall'assemblea con un lugubre silenzio. Hayde, sempre tranquilla ma molto pi minacciosa nella sua calma, che non lo sarebbe stata nella sua collera, stendeva al presidente l'atto di vendita redatto in lingua araba. Siccome si era preveduto che qualcuno degli atti prodotti da Morcerf, sarebbero stati redatti in arabo, in greco, o in turco, l'interprete della Camera era stato prevenuto, e fu chiamato.
Uno dei nobili Pari, a cui la lingua araba era familiare, per averla appresa nella famosa campagna dell'Egitto, segu con gli occhi sulla carta velina la lettura che il traduttore ne faceva ad alta voce.
Io, El-Kobbir, mercante di schiavi, e fornitore dell'harem di Sua Altezza, riconosco di aver ricevuto per rimetterlo al sublime imperatore, dal signor franco conte di Monte-Cristo, uno smeraldo stimato del valore di mille borse, per prezzo di una giovine schiava cristiana, dell'et di undici anni, di nome Hayde, e figlia riconosciuta del defunto Al-Tebelen, pasci di Giannina, e di Vasiliki sua favorita; la quale mi era stata venduta sette anni sono unitamente a sua madre, che mor giungendo a Costantinopoli, da un colonnello franco, al servizio del Visir Al-Tebelen, chiamato Fernando Mondego. La suddetta vendita mi era stata fatta per conto di Sua Altezza, per la quale aveva il mandato, mediante la somma di mille borse.
Fatto a Costantinopoli coll'autorizzazione di Sua Altezza l'anno 1247 dell'egira.
Firmato El-Kobbir.
Per dare al presente atto ogni fede, ogni credenza ed ogni autenticit, sar munito del sigillo imperiale, che il venditore si obbliga di farvi apporre.
Vicino alla firma del mercante, si vedeva infatto il sigillo del sublime imperatore. A questa lettura, e a questa vista successe un terribile silenzio; il conte non aveva pi che lo sguardo, e questo sguardo, attaccato suo malgrado sopra Hayde, era di fiamma e di sangue.
Signora, disse il presidente, si potrebbe interrogare il conte di Monte-Cristo, che credo sia a Parigi e vicino a voi?
Signore, rispose Hayde, il conte di Monte-Cristo, mio secondo padre, trovasi da tre giorni in Normandia.
Ma allora, signora, disse il presidente, chi vi ha consigliato questa dimostrazione, di cui la corte vi ringrazia, e che d'altra parte  ben naturale per la vostra nascita e per le vostre disgrazie?
Signore, rispose Hayde, questa dimostrazione mi  stata consigliata dal mio rispetto e dal mio dolore. Dio mi perdoni! ho sempre pensato a vendicare il mio illustre padre. Ora, quando ho messo il piede in Francia, quando ho saputo che il traditore abitava Parigi, le mie orecchie ed i miei occhi sono rimasti costantemente aperti. Io vivo ritirata nella casa del mio nobile protettore, ma vivo cos, perch amo l'ombra ed il silenzio, che mi permettono di vivere col mio pensiero e col mio raccoglimento. Ma il signor conte di Monte-Cristo mi circonda di cure paterne, e niente mi  estraneo di ci che concerne la vita del gran mondo; io per ne accetto soltanto il lontano rumore. Cos, leggo tutti i giornali, come mi vengono inviati, tutti gli album, come ricevo tutte le melodie: ed  seguendo, senza prestarmivi, la vita degli altri, che ho saputo ci che  accaduto questa mattina alla Camera dei Pari, e ci che doveva accadere questa sera... allora ho scritto.
Per tal modo il signor conte di Monte-Cristo non entra per niente in questa dimostrazione?
Egli la ignora del tutto, signore, ed anzi non ho che un timore, ed  quello che la disapprovi; per  un bel giorno per me, continu la giovanetta alzando al cielo uno sguardo tutto ardente di fiamme, quello in cui finalmente ritrovo l'occasione di vendicare mio padre!
In tutto questo tempo il conte non aveva pronunciata una parola; i suoi colleghi lo guardavano, e senza dubbio compiangevano questa fortuna infranta sotto il soffio profumato di una donna; la sua disgrazia gli si andava a poco a poco scrivendo sulla fronte, a linee sinistre.
signor de Morcerf, disse il presidente, riconoscete la signora per figlia d'Al-Tebelen, pasci di Giannina?
No, disse Morcerf, facendo uno sforzo per alzarsi, ed  una trama ordita dai miei nemici.
Hayde che teneva gli occhi fissi verso la porta, come se aspettasse qualcuno, si volse all'improvviso, e, vedendo il conte in piedi, mand un grido terribile.
Tu non mi riconosci? diss'ella; ebbene! io, fortunatamente riconosco te! tu sei Fernando Mondego, l'uffiziale franco che istruiva le soldatesche del mio nobile padre. Sei tu che hai venduta la fortezza di Giannina! sei tu che, inviato a Costantinopoli per trattare direttamente della vita o della morte del tuo benefattore, hai riportato un falso firmano che accordava grazia intera! sei tu, che con questo firmano hai ottenuto da mio padre l'anello che doveva farti obbedire da Selim, il guardiano del fuoco! sei tu, che hai pugnalato Selim! sei tu, che hai venduto mia madre e me al mercante El-Kobbir! Assassino! assassino! assassino! Tu hai ancora sulla fronte il sangue del tuo padrone! Guardate tutti! Queste parole furono pronunciate con un tale entusiasmo di verit, che tutti gli occhi si voltarono verso la fronte del conte, e ch'egli stesso vi port la mano, come se avesse sentito, tiepido ancora, il sangue d'Al.
Riconoscete dunque positivamente il conte de Morcerf essere lo stesso, che l'ufficiale Fernando Mondego?
S, lo riconosco! grid Hayde. Ah! madre mia! tu mi hai detto: Tu eri libera, tu avevi un padre che ti amava, tu eri destinata ad essere quasi una regina! Guarda bene quest'uomo, egli ti ha fatta schiava, ha fatto innalzare sull'estremit di un'asta la testa di tuo padre, ci ha vendute, ci ha traditi tutti! Guarda bene la sua mano destra, quella che ha una larga cicatrice; se tu dimenticassi il suo viso, lo riconoscerai da questa mano, sulla quale sono cadute una ad una tutte le monete d'oro del mercante El-Kobbir! Se lo riconosco! oh! che dica se ora egli pure riconosce me!
Ciascuna parola cadeva come una falce su Morcerf, e strappava una parte della sua energia; alle ultime parole egli nascose prestamente, e suo malgrado, la mano nel petto, mutilata infatto da una ferita; e ricadde sul seggio, inabissato in una cupa disperazione. Questa scena aveva sconvolti gli spiriti di tutta l'assemblea, come vedonsi sconvolgere le foglie sotto il possente vento del nord.
signor conte de Morcerf, disse il presidente, non vi lasciate abbattere, rispondete; la giustizia della corte  suprema ed eguale per tutti, essa non vi lascer schiacciare dai vostri nemici, senza lasciarvi i mezzi di combatterli. Volete che io ordini a due membri de la commissione di andare a fare un viaggio a Giannina? parlate!
Morcerf nulla rispose. Allora tutti i membri della commissione si guardarono con una specie di terrore. Si conosceva l'indole energica e violenta del conte; abbisognava una prostrazione ben terribile per annichilire la difesa di quest'uomo; bisognava finalmente pensare, che a questo silenzio, che somigliava ad un sonno, sarebbe succeduto un risvegliamento, che somiglierebbe ad un fulmine.
Ebbene? gli domand il presidente, che risolvete?
Niente! disse il conte con voce sorda alzandosi.
La figlia d'Al-Tebelen, disse il presidente, ha dunque dichiarata realmente la verit? ella  dunque realmente quel testimonio terribile al quale, come sempre accade, il reo non ha coraggio di dire: NO? Voi dunque avete realmente fatte tutte quelle cose di cui siete accusato?
Il conte gir intorno a s uno sguardo disperato che avrebbe commosso le tigri, ma che non poteva disarmare i giudici; indi alz gli occhi verso la volta, ma li abbass tosto, come se avesse temuto che quella aprendosi, non facesse risplendere un altro tribunale, che si chiama cielo, ed un altro giudice che si chiama Dio. Allora, con un subitaneo movimento, strapp i bottoni di quell'abito chiuso che lo soffocava, ed usc dalla sala come un uomo insensato; i suoi passi ripercuoterono per un momento sotto la volta sonora; indi ben presto il rotearsi della carrozza che lo trascinava al galoppo rintron con fracasso sotto il portico del fiorentino edificio. Signori, disse il presidente, quando il silenzio fu ristabilito, il signor conte de Morcerf  convinto di fellonia, di tradimento, d'indegnit?
Si! risposero a voce unanime tutti i membri della commissione processante. Hayde aveva assistito fino alla fine della seduta; ella intese pronunciare la sentenza del conte, senza che un solo dei lineamenti del suo viso esprimesse o la gioia o la piet. Allora riportando il velo sul suo viso, salut maestosamente i consiglieri, ed usc di quel passo con cui Virgilio vedeva camminare le sue dee.
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Capitolo 86. LA PROVOCAZIONE.
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Allora, continu Beauchamp, approfittai del silenzio e dell'oscurit della sala per uscire senza essere veduto.
L'usciere che mi aveva introdotto mi aspettava alla porta. Egli mi condusse attraverso alcuni corridori fino ad una porticella che dava sulla strada Vaugirard: uscii coll'anima addolorata ad un tempo ed entusiasmata, perdonatemi questa espressione, Alberto, addolorata per ci che ha rapporto a voi, entusiasmata per la nobilt di questa giovanetta seguitando la vendetta paterna. S, ve lo giuro Alberto, qualunque sia la parte da cui viene questa rivelazione, dico che pu venire da un nemico, ma esso non  che l'istrumento della Provvidenza. Alberto si teneva la testa fra le mani; rialz il viso rosso per la vergogna e bagnato di lagrime, ed afferrando il braccio di Beauchamp: Amico, diss'egli, la mia vita  finita: mi rimane, non a dire come voi che la Provvidenza mi ha vibrato il colpo, ma a cercare chi  l'uomo che mi perseguita colla sua inimicizia; quando lo conoscer, o io uccider quest'uomo o egli uccider me; ora conto sulla vostra amicizia per aiutarmi, Beauchamp, se tuttavolta il disprezzo non l'ha gi uccisa nel vostro cuore.
Il disprezzo, amico mio! ed in che questa disgrazia vi riguarda? No, grazie a Dio! non siamo in quei tempi in cui un ingiusto pregiudizio rendeva i figli garanti delle azioni dei padri. Riandate tutta la vostra vita, Alberto; ella data da ieri,  vero; ma giammai aurora di un bel giorno fu pi pura della vostra alba. No, credetemi, voi siete ricco; lasciate la Francia, tutto si dimentica in questa grande Babilonia che ha un'esistenza agitata e gusti passaggieri; ritornerete fra tre o quattro anni, avrete sposata qualche principessa russa, e nessuno penser pi a quello che  accaduto da sedici anni.
Grazie, caro Beauchamp, grazie dell'eccellente intenzione che dettavano le vostre parole, ma la cosa non pu andar cos; vi ho spiegato il mio desiderio; ora se abbisogna, cambier la parola desiderio in quella di volont: capirete bene che interessato come sono in quest'affare, non posso veder la cosa con lo stesso occhio con cui la vedete voi. Ci che a voi sembra venir da una sorgente celeste, a me sembra sorger da un luogo men puro. La Provvidenza, vel confesso, mi sembra affatto estranea a tutto ci, e fortunatamente, perch invece dell'invisibile o dell'impalpabile messaggiere delle punizioni celesti, trover un essere palpabile e visibile su cui mi vendicher; oh! s, ve lo giuro, di quanto soffro da un mese; rientrer nella vita umana e materiale, e se siete ancor mio amico, Beauchamp, come lo dite, aiutatemi a ritrovar la mano, che ha scagliato il colpo.
Allora sia cos, disse Beauchamp, e se vi sta a cuore ch'io discenda sulla terra, lo far; se vi sta a cuore di mettervi in cerca di un nemico vi aiuter; e lo trover perch importa quasi tanto al mio onore che al vostro di ritrovarlo.
Ebbene, allora Beauchamp, in questo punto, senza ritardo, cominciamo le nostre investigazioni. Ciascun minuto di ritardo  una eternit per me, il denunciatore non  ancor punito, egli pu dunque sperare di non esserlo pi, e sul mio onore, s'egli lo spera, s'inganna.
Ebbene, ascoltatemi, Morcerf.
Ah! Beauchamp, vedo che voi sapete qualche cosa; sentite, voi mi ridate la vita.
Non vi dico che questa sia la realt, Alberto; ma per lo meno  un chiaror nelle tenebre; e seguendo questo chiarore saremo forse condotti alla meta.
Dite, vedete bene ch'io balzo d'impazienza.
Ebbene, vi racconter ci che non ho voluto dirvi al mio ritorno da Giannina. Io andai naturalmente dal primo banchiere della citt per prendere le mie informazioni; alla prima parola che dissi dell'affare, prima ancora che fosse stato pronunciato il nome di vostro padre: Ah! diss'egli, indovino che cosa qui vi conduce. Come! perch?
Perch sono appena quindici giorni che sono stato richiesto sullo stesso soggetto.
Da chi? Da un banchiere di Parigi mio corrispondente. Come si chiama? Il signor Danglars.
Egli! grid Alberto, infatto da lungo tempo ei perseguita il mio povero padre col suo odio, e colla sua gelosia; egli, l'uomo che si crede popolare, che non sa perdonare al conte de Morcerf d'essere Pari di Francia. E, sentite, questa rottura di matrimonio senza darne una ragione, s... dipende da ci.
Informatevi, Alberto, non vi lasciate da ora trasportare, e se la cosa  vera...
Oh! s, grid il giovine, e se la cosa  vera, egli mi pagher tutto ci che ho sofferto.
State in guardia, Morcerf, egli  un uom gi vecchio.
Avr riguardo all'onore della mia famiglia; s'egli odiava mio padre, perch non ha colpito mio padre? oh! no; ha avuto paura di ritrovarsi in faccia ad un uomo.
Alberto, io non vi condanno, ma operate con prudenza.
Oh! non abbiate paura; d'altra parte mi accompagnerete, Beauchamp; le cose solenni devono essere trattate davanti ad un testimonio. Prima della fine di questa giornata, se il signor Danglars  il reo, egli avr cessato di vivere, o io sar morto. Per bacco! Beauchamp, vo' fare dei bei funerali al mio onore.
Ebbene! allora quando si sono prese tali risoluzioni, Alberto, bisogna sul momento metterle ad esecuzione. Volete andare dal signor Danglars? partiamo. Fu mandato a chiamare un cabriolet di piazza. Nell'entrare nel palazzo del banchiere, videro alla porta il phaton ed il domestico del signor Andrea Cavalcanti. Ah! per bacco! ecco a chi va bene! disse Alberto con voce cupa. Se il signor Danglars non vuol battersi meco, gli uccider suo genero. Egli deve essere uomo da accettare una sfida, dovrebbe battersi,  un Cavalcanti! Fu annunciato il giovine al banchiere, che, al nome di Alberto, sapendo che cosa era accaduto il giorno innanzi, gli fece proibire l'ingresso. Ma era troppo tardi, Alberto aveva seguito il lacch; intese l'ordine dato, e violentando la porta, penetr, seguito da Beauchamp, fino nel gabinetto del banchiere. Ma signore, grid questi, non si  pi padroni in casa di ricevere chi si vuole, e ricusare chi non si vuole? mi sembra che voi lo dimentichiate in un modo strano.
No, signore, disse freddamente Alberto; vi sono delle occasioni, e voi siete in una di queste, in cui abbisogna, salvo il caso di vilt, vi offro questo rifugio, essere in casa sua almeno per certe persone.
Allora che volete dunque, o signore?
Voglio, disse Morcerf avvicinandosi senza sembrare di fare attenzione a Cavalcanti che si era appoggiato al caminetto, voglio proporvi un convegno in un luogo appartato, in cui nessuno possa disturbarci per dieci minuti, non vi domando di pi; ove di due uomini che si saranno incontrati, uno rimarr sul terreno. Danglars impallid, Cavalcanti fece un movimento, Alberto si volt verso il giovine:
Oh! mio Dio! diss'egli, venite voi pure, se vi piace, signor conte, avete il diritto di esservi, siete quasi della famiglia, e io do questa specie di convegno a quante persone si trovano per accettarlo. Cavalcanti guard con aria stupefatta Danglars, il quale, facendo uno sforzo, si lev, e si avanz fra i due giovani. L'assalto d'Alberto ad Andrea lo poneva sopra un altro terreno; e sperava che la visita d'Alberto avesse uno scopo diverso da quello che si era figurato sul principio. E che! signore, diss'egli ad Alberto: se venite qui a muover lite al signore, perch lo preferisco a voi, vi prevengo che ne far oggetto di causa davanti al procuratore del Re.
Vi sbagliate, signore, disse Morcerf con un tetro sorriso, non parlo di matrimonio, e non mi sono indirizzato al signor Cavalcanti se non perch mi  sembrato che per un momento abbia avuta l'intenzione d'intervenire nella nostra discussione. E poi sentite, voi avete ragione, diss'egli, io cerco contesa oggi con tutti; ma siate tranquillo, signor Danglars, l'anteriorit spetta a voi.
Signore, rispose Danglars pallido per la collera e per la paura, vi avverto che, allorquando ho la disgrazia d'incontrare sul mio sentiero un cane arrabbiato, lo ammazzo, e che lungi dal credermi colpevole, mi sembra di avere reso un servizio alla societ. Ora se siete arrabbiato, e tentate di mordermi, vi prevengo che vi ammazzer senza piet.  forse mia colpa, se vostro padre  disonorato?
S, miserabile! grid Morcerf,  colpa tua.
Danglars fece un passo indietro. Colpa mia? ma siete pazzo! forse conosco la storia greca? forse ho viaggiato in quei paesi? ho consigliato vostro padre di vendere la fortezza di Giannina? di tradire...?
Silenzio! disse Alberto con voce sorda. No, non siete stato voi che direttamente avete fatto questo strepito, e causato questa disgrazia, ma siete stato voi che ipocritamente l'avete instigata.
Io! S, voi! donde viene la rivelazione?
Mi sembra che il giornale ve lo abbia detto; da Giannina, per bacco! Chi ha scritto a Giannina?
Mi sembra, che tutti possano scrivere a Giannina.
Un solo per vi ha scritto, e questi siete voi.
Io ho scritto senza dubbio; mi sembra che quando uno marita sua figlia ad un giovine, possa prendere delle informazioni sulla famiglia di questo giovine; non  soltanto un diritto, ma un dovere.
Voi avete scritto, signore, disse Alberto, sapendo perfettamente la risposta che vi sarebbe venuta.
Io! Ah! vi giuro bene, grid Danglars, con una confidenza ed una sicurezza che venivano ancor meno dalla sua paura, forse che dalla premura che sentiva pel disgraziato giovine, vi giuro, che non avrei mai pensato a scrivere a Giannina. Conosco forse la catastrofe di Al-Pasci, io?
Allora qualcuno vi ha spinto a scrivere? Certamente.
Voi siete stato instigato? S.
Chi  stato?... terminate... dite...
Per bacco! niente di pi semplice, io parlava degli antecedenti di vostro padre, diceva che la sorgente della fortuna era sempre rimasta oscura. La persona mi domand in che luogo vostro padre aveva fatta questa fortuna: risposi, in Grecia. Allora mi disse ebbene, scrivete a Giannina.
E chi vi ha dato questo consiglio?
Per bacco! il conte di Monte-Cristo vostro amico.
Il conte di Monte-Cristo vi ha detto di scrivere a Giannina?
S, ed io ho scritto. Volete vedere la mia corrispondenza? ve la mostrer. Alberto e Beauchamp si guardarono.
Signore, disse allora Beauchamp che non aveva preso ancora la parola, mi sembra che voi accusiate il conte, che  assente da Parigi, e che non pu giustificarsi in questo momento.
Non accuso alcuno, signore, disse Danglars, racconto; e ripeter davanti al signor conte di Monte-Cristo, ci che ho detto davanti a voi.
Ed il conte sa qual  la risposta che avete ricevuta?
Io la mostrai a lui.
Sapeva che il nome di battesimo di mio padre era Fernando ed il suo cognome di famiglia Mondego.
S, glie lo aveva detto da lungo tempo; per soprappi, non ho fatto in ci che quel che avrebbe fatto qualunque al mio posto, e fors'anche molto meno. Quando la dimane di questa risposta, sollecitato dal signor di Monte-Cristo, venne vostro padre a domandarmi officialmente mia figlia, come si fa quando la si vuol finire, rifiutai brevemente,  vero, ma senza spiegazioni, senza rumori. Infatto, perch avrei dovuto far del rumore? che cosa poteva importarmi dell'onore o del disonore dei Morcerf? Ci non faceva n alzare, n abbassare le pubbliche rendite.
Alberto sent il rossore salirgli alla fronte; non v'era pi alcun dubbio. Danglars si difendeva colla bassezza, ma colla sicurezza di un uomo che dice, se non tutta la verit, almeno una parte di verit, non per coscienza, ma per terrore. D'altra parte che cercava Morcerf? non il pi o meno di reit di Danglars, o di Monte-Cristo, ma un uomo che rispondesse alla offesa grave o leggiera, un uomo che si battesse, ed era evidente che Danglars non si batterebbe.
E quindi ciascuna delle cose dimenticate o inosservate ritornavano visibili ai suoi occhi e presenti al suo pensiero. Monte-Cristo sapeva tutto, poich avea comprata la figlia di Al-Pasci; ora, sapendo tutto, aveva incaricato Danglars di scrivere a Giannina. Conosciuta la risposta, aveva acconsentito al desiderio, manifestato da Alberto, di essere presentato ad Hayde; una volta davanti ad essa, aveva lasciato cadere il discorso sulla morte d'Al senza opporsi al racconto di Hayde (ma avendo senza dubbio dato alla giovinetta, nelle poche parole che aveva pronunziato in greco, le sue istruzioni che non avevano permesso a Morcerf di riconoscere suo padre); del resto non aveva pregato Morcerf di non pronunciare il nome di suo padre davanti ad Hayde? Finalmente aveva condotto Alberto in Normandia nel momento in cui sapeva che doveva nascere il gran susurro. Non v'era pi da dubitarne, tutto ci era uno studio, e Monte-Cristo senza dubbio se la intendeva con i nemici di suo padre. Alberto prese Beauchamp in un angolo, e gli comunic tutte queste idee: Voi avete ragione, disse questi, il signor Danglars non entra in questo affare che per la parte brutale e materiale, ed al signor di Monte-Cristo voi dovete domandare una spiegazione.
Alberto si rivolt: Signore, disse egli a Danglars, capirete che io non prendo ancora da voi un congedo definitivo; mi resta a sapere se le vostre recriminazioni sono giuste, e vado sul momento ad assicurarmene presso il signor conte di Monte-Cristo. E salutando il banchiere, usc con Beauchamp, senza sembrare di occuparsi menomamente di Cavalcanti. Danglars li ricondusse fino alla porta, rinnovando ad Alberto l'assicurazione che nessun motivo di odio personale lo guidava contro il signor conte de Morcerf.
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Capitolo 87. L'INSULTO.
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Alla porta del banchiere, Beauchamp ferm Morcerf.
Ascoltate; or ora vi ho detto in casa Danglars, che al signor di Monte-Cristo dovevate domandare una spiegazione?
S: e noi andiamo da lui.
Un momento, prima di andare dal conte, riflettete.
A che cosa? Alla gravit del passo.
 forse pi grave, che andar dal signor Danglars?
S, il signor Danglars  un uomo di danaro, e, voi lo sapete, gli uomini di danaro sanno troppo bene il capitale che arrischiano per battersi facilmente. L'altro, al contrario,  un gentiluomo, almeno in apparenza; e non temete sotto il gentiluomo di ritrovare il bravo?
Temo solo di trovare un uomo che non si batta.
Oh! siate tranquillo, egli si batter. Ho anzi paura che si batta troppo bene; state in guardia!
Amico, disse Morcerf, con un bel sorriso, questo  ci che io domando, questo  ci che mi pu accadere di pi avventuroso, vale a dire di essere ucciso per mio padre: ci salver noi tutti.
Vostra madre ne morr.
Povera madre! disse Alberto passando la mano sopra i suoi occhi, lo so bene, ma vale meglio che io muoia per questo che morire di vergogna.
Siete ben risoluto, Alberto? Andiamo dunque!
Ma credete che lo troviamo?
Egli doveva ritornare poche ore dopo di me, e certamente sar arrivato. Essi salirono e si fecero condurre all'entrata dei Campi-Elisi n. 30. Beauchamp voleva discendere solo, ma Alberto fece osservare che questo affare, uscendo dalle regole ordinarie, gli permetteva di allontanarsi dall'etichetta del duello. Il giovine operava in modo che Beauchamp non aveva altro a fare, che a prestarsi a tutte le sue volont; egli ced dunque a Morcerf, e si content di seguirlo. Alberto non fece che uno slancio dal casotto del portinaro alla scalinata. Battistino lo ricevette. Il conte era effettivamente arrivato, ma era nel bagno, ed aveva proibito di ricevere chicchessia. Ma dopo il bagno? domand Morcerf.
Il signore pranzer.
E dopo il pranzo? Il signore dormir un'ora.
E dopo? Dopo ander all'Opera.
Ne siete sicuro? domand Alberto.
Perfettamente sicuro! il signore ha ordinato i cavalli per le otto precise.
Benissimo! replic Alberto, ecco quanto voleva sapere. Indi volgendosi a Beauchamp: Se avete qualche cosa da fare, Beauchamp, fatelo presto; se avete ritrovi per questa sera, aggiornateli a domani. Capirete che io conto su voi per andare all'Opera. Se potete, conducete con voi Chteau-Renaud.
Beauchamp approfitt del permesso, e lasci Alberto, dopo avergli promesso d'andarlo a prendere alle otto meno un quarto.
Rientrato in casa, Alberto avvis con un biglietto Franz, Debray, e Morrel, del desiderio che aveva di vederli in quella sera all'Opera. Indi and a visitare sua madre, che dopo l'avvenimento del giorno innanzi aveva fatto dire non essere visibile, e stava ritirata nella sua camera. Egli la ritrov in letto, oppressa dal dolore di quella pubblica umiliazione. La visita d'Alberto produsse quell'effetto che  da immaginarsi; ella strinse la mano al figlio, ed irruppe in singhiozzi. Per queste lagrime la sollevarono. Alberto rimase un momento in piedi e muto vicino al letto di sua madre. Si scorgeva dal suo pallido viso, e dal sopracciglio aggrottato, che il desiderio di vendetta andava sempre pi radicandosi nel suo cuore. Madre mia, proruppe Alberto, conoscete voi nessun nemico del signor Morcerf?
Merceds fremette; ella aveva osservato che il giovine non aveva detto di mio padre. Amico mio, diss'ella, gli uomini nella posizione del conte hanno molti nemici ch'essi non conoscono. D'altra parte i nemici che si conoscono, sapete, non sono i pi pericolosi.
S, lo so; ed  per questo che mi rivolgo a tutta la vostra perspicacia. Madre mia, siete una donna superiore alle altre, e cui niente sfugge!
Perch mi dite questo?
Perch avete notato, per esempio, che la sera che abbiamo dato il ballo, il signor di Monte-Cristo non ha voluto prender niente in casa nostra.
Merceds alzandosi tutta tremante sul suo braccio, ardente per la febbre: Il signor di Monte-Cristo! grid ella, e qual rapporto avrebb'egli colla domanda che mi fate?
Voi lo sapete, madre mia, il signor di Monte-Cristo  un uomo d'Oriente, e gli orientali per conservare la loro libert di vendetta non mangiano n bevono mai in casa dei loro nemici.
Il signor di Monte-Cristo nemico? riprese Merceds pi pallida del lenzuolo che la copriva. Chi vi ha detto questo? siete folle, Alberto. Il signor di Monte-Cristo non ha usato con noi che gentilezze. Il signor di Monte-Cristo vi ha salvata la vita, e voi stesso ce lo avete presentato. Oh! ve ne prego, figlio mio, se avete una simile idea, allontanatela, e se io ho una raccomandazione a farvi, anzi dir di pi, se ho una preghiera da indirizzarvi, quella si  che vi mantenghiate in armonia con quest'uomo.
Madre mia, replic il giovine con uno sguardo sinistro, avete le vostre ragioni per dirmi di usare de' riguardi a quest'uomo?
Io? grid Merceds arrossendo con quella rapidit con cui aveva impallidito, e ritornando quasi subito pi pallida ancora di prima.
S; senza dubbio, e questa ragione non , riprese Alberto, perch quest'uomo pu farci del male?
Merceds fremette, e fissando sopra suo figlio uno sguardo scrutatore: Voi mi parlate in un modo strano, e mi sembra che abbiate delle singolari prevenzioni. E che vi ha dunque fatto il conte? sono tre giorni che eravate con lui in Normandia, sono tre giorni che io lo riguardava, e lo riguardavate voi stesso, come uno dei vostri migliori amici..
Un sorriso ironico sfior le labbra d'Alberto. Merceds vide questo sorriso, e con il doppio istinto di donna e di madre, indovin tutto: ma prudente e forte seppe nascondere il suo turbamento ed i suoi fremiti. Alberto lasci cadere la conversazione; un momento dopo la contessa la riannod.
Voi siete venuto a chiedermi come stava, diss'ella; vi risponder francamente, amico mio, mi sento bene. Voi fermatevi qui, Alberto; mi dovreste tenere compagnia. Ho bisogno di non rimaner sola.
Madre mia, disse il giovine, mi presterei ai vostri ordini, e voi sapete con quale felicit, se un affare importante non mi obbligasse a dovervi lasciare tutta la serata.
Ah! benissimo, rispose Merceds con un sospiro, andate, non voglio rendervi schiavo della vostra piet filiale.
Alberto fece sembiante di non capire, salut sua madre ed usc. Appena il giovine ebbe chiusa la porta, Merceds fece chiamare un servitore di confidenza, e gli ordin di seguire Alberto ovunque andasse nella serata, e di venirlene a rendere conto sul momento. Indi suon per la sua cameriera, e quantunque fosse assai debole, si fece vestire per esser pronta ad ogni avvenimento.
La commissione data al lacch non era difficile ad eseguirsi. Alberto rientr nelle sue camere, e si rivest con una specie di ricercata severit. Beauchamp giunse alle otto meno dieci minuti; egli aveva veduto Chteau-Renaud che gli aveva promesso di trovarsi in orchestra prima dell'alzata del sipario. Salirono entrambi nel coup d'Alberto che, non avendo alcun motivo di nascondere ove andava, disse ad alta voce: All'Opera. Nella sua impazienza era entrato prima assai dell'alzata del sipario. Chteau-Renaud era al suo posto; avvisato di tutto da Beauchamp, Alberto non aveva alcuna spiegazione da dargli. La condotta di questo figlio che cercava di vendicare suo padre era cos semplice, che Chteau-Renaud non os neppure di dissuaderlo e si content di rinnovargli l'assicurazione ch'egli era a sua disposizione. Debray non era ancora giunto, ma Alberto sapeva che difficilmente mancava ad una rappresentazione. Alberto and errando pel teatro fino all'alzata del sipario. Egli sperava d'incontrare Monte-Cristo, o nei corridoi o per le scale; il campanello lo richiam al suo posto, ed and a sedersi in orchestra fra Beauchamp e Chteau-Renaud.
Ma Alberto non lev un momento gli occhi dal palco dell'intercolunnio, che durante tutto il primo atto sembrava ostinarsi a rimanere vuoto. Finalmente, mentre Alberto per la centesima volta guardava l'orologio, al principio del second'atto la porta del palco si apr, e Monte-Cristo vestito di nero, entr e si appoggi al parapetto per guardare in platea; Morrel lo segu, cercando cogli occhi sua sorella e suo cognato. Egli li scoperse in un palco del second'ordine e loro fece un segno. Il conte, gettando il suo colpo d'occhio circolare nella sala, scoperse una testa pallida, e due occhi scintillanti, che sembravano evidentemente attirare i suoi sguardi; egli riconobbe Alberto, ma l'espressione ch'egli not in questo viso contraffatto lo consigli senza dubbio di far sembiante di non averlo osservato. Senza far dunque alcun movimento che scoprisse il suo pensiero, si assise, cav l'occhialetto dall'astuccio, e guard da un'altra parte.
Ma senza sembrare di guardare Alberto il conte non lo perdeva di vista ed allora quando fu calato il sipario alla fine del secondo atto, il suo colpo d'occhio infallibile e sicuro segu il giovine che usciva dall'orchestra accompagnato dai suoi due amici. Indi la stessa testa ricomparve ai cristalli di un palco posto di rimpetto al suo. Il conte sent approssimarglisi la tempesta, e quando intese la chiave girare nella serratura del suo palco, quantunque in quello stesso punto parlasse a Morrel col viso pi ridente, il conte sapeva che cosa doveva aspettarsi, e si era preparato a tutto.
La porta s'apri. Monte-Cristo si volt soltanto allora, e vide Alberto livido e tremante; dietro a lui erano Beauchamp e Chteau-Renaud.
Osservate! grid egli con quella benevola gentilezza che distingueva il suo saluto dalla fatua civilt della societ, ecco il mio cavaliere giunto alla meta. Buona sera signor de Morcerf. Ed il viso di quest'uomo straordinariamente padrone di s stesso, esprimeva la pi perfetta cordialit. Morrel si ricord soltanto allora della lettera che aveva ricevuta dal visconte, e nella quale, senz'altra spiegazione, questi lo pregava di ritrovarsi all'Opera, e cap subito che stava per accadere qualche cosa di terribile.
Noi non veniamo qui per ricambiarci ipocrite gentilezze, o false apparenze d'amicizia, disse il giovine, veniamo a domandarvi una spiegazione signor conte.
La voce tremante del giovine durava fatica e passare fra i suoi denti stretti.
Una spiegazione all'Opera? disse il conte con un tuono cos tranquillo, ed un colpo d'occhio cos penetrante, che si riconobbe da questa doppia caratteristica l'uomo eternamente padrone di s stesso. Per quanto sia poco familiare alle costumanze parigine, non avrei creduto, signore, che qui si domandassero spiegazioni.
Per, quando le persone si tengono nascoste, disse Alberto, quando non si pu giungere fino a loro sotto il pretesto che son al bagno, a tavola, o a letto, bisogna bene indirizzarsi loro ove si trovano.
Io non sono difficile a ritrovare, perch ieri ancora, ho buona memoria, il signore era in casa mia.
Ieri, disse il giovine, cui incominciava a confondersi la testa, era in casa vostra, perch non sapeva chi foste.
E dicendo queste parole, Alberto aveva alzata la voce in modo da farsi sentire dalle persone dei palchi vicini, e da quelle che passavano pel corridoio. Per ci, le persone dei palchi si voltarono, quelle del corridoio si fermarono dietro Beauchamp e Chteau-Renaud al rumore di questo alterco.
E di dove venite adunque, signore? disse Monte-Cristo senza la menoma apparente emozione: non mi sembrate godere tutto il vostro buon senso.
Purch io capisca le vostre perfidie, signore, e giunga a farvi capire che io voglio vendicarmene, sar sempre abbastanza ragionevole, disse Alberto furioso.
Signore, non vi capisco, replic Monte-Cristo, e quand'anche vi capissi, parlereste sempre troppo forte; qui sono in casa mia, signore, ed io solo ho qui il diritto d'alzare la voce al di sopra degli altri; uscite, signore!
E Monte-Cristo mostr la porta ad Alberto con un ammirabile gesto di comando.
Ah! vi farei uscire di casa vostra? riprese Alberto spiegazzando un guanto colle sue mani convulse, che Monte-Cristo non perdeva di vista.
Bene, bene! disse flemmaticamente Monte-Cristo, voi mi cercate contesa, signore, lo vedo; ma voglio darvi un consiglio, visconte, e ritenetelo bene;  un cattivo costume quello di far del susurro nel provocare; il rumore non accomoda a tutti, signor de Morcerf. A questo nome, un mormorio di meraviglia pass come un fremito in tutti gli uditori di questa scena. Fin dal giorno innanzi il nome di Morcerf era nella bocca di tutti. Alberto, meglio degli altri, e prima di tutti, comprese l'allusione, e fece un gesto per gettare il guanto sul viso del conte; ma Morrel gli afferr il pugno, mentre che Beauchamp e Chteau-Renaud, temendo che la scena non oltrepassasse i limiti di una provocazione, lo ritenevano per di dietro. Monte-Cristo, senza alzarsi, inchinandosi sulla sedia, stese soltanto la mano, e prendendo dalle mani increspate del giovine il guanto umido e contorto: Signore, diss'egli con un accento terribile, ritengo il vostro guanto come gettato, e ve lo rimetter avvolto intorno ad una palla. Ora, uscite di casa mia, o chiamo i miei servitori, e vi faccio gettare alla porta.
Ebbro, atterrito, cogli occhi sanguinolenti, Alberto fece due passi in addietro. Morrel ne approfitt per chiudere la porta. Monte-Cristo riprese l'occhialino e si mise a guardare come se non fosse accaduto niente di straordinario. Quest'uomo aveva un cuore di bronzo ed un viso di marmo.
Morrel gli si accost all'orecchio: Che gli avete fatto?
Io? niente, almeno personalmente, disse Monte-Cristo.
Per questa scena deve avere una causa?
L'avventura del conte de Morcerf esaspera il giovine disgraziato. Vi avete forse qualche parte?
Fu per mezzo di Hayde che la Camera venne istruita del tradimento del padre di lui.
Di fatto, disse Morrel, mi fu detto; ma io non voleva credere, che questa schiava greca che ho veduto qui, in questo stesso palco, fosse la figlia d'Al-Pasci.
Eppure  la verit.
Oh! mio Dio! ora comprendo tutto, disse Morrel, questa scena era premeditata. In qual modo?
S, Alberto mi ha scritto di trovarmi questa sera all'Opera, era per farmi testimonio dell'insulto che voleva usarvi.
Probabilmente, disse Monte-Cristo colla sua imperturbabile tranquillit. Ma che farete di lui?
Di chi? D'Alberto!
D'Alberto, riprese Monte-Cristo collo stesso tuono, che ne far, Massimiliano? Tanto  vero che siete qui, e che vi stringo la mano, quanto che io lo uccider domani prima delle dieci a. m., ecco ci che io ne far. Morrel a sua volta prese fra le sue la mano di Monte-Cristo, e rabbrivid nel sentire questa mano placida e fredda.
Ah! conte, gli disse, suo padre lo ama tanto!
Non mi state a dire tali cose, altrimenti lo far soffrire! grid Monte-Cristo col primo movimento di collera che fino allora sembrasse provare. Morrel stupefatto lasci ricadere la mano di Monte-Cristo. Conte! Conte! diss'egli.
Caro Massimiliano, ascoltate dunque in che adorabile modo Duprez canta questo verso; O Matilde idolo del mio cor!
Morrel cap che non v'era pi niente da dire. Il sipario che si era alzato al finire della scena d'Alberto, torn a calare; quasi subito dopo fu battuto alla sua porta.
Entrate, disse Monte-Cristo, senza che la sua voce manifestasse la menoma emozione. Beauchamp comparve.
Buona sera, signor Beauchamp, disse Monte-Cristo, come se vedesse il giornalista per la prima volta nella serata; sedete adunque.
Beauchamp salut, entr, e si assise:
Signore, diss'egli a Monte-Cristo, or ora io accompagnava, come avrete potuto vedere, il signor de Morcerf.
Ci vuol dire, riprese Monte-Cristo ridendo, che voi probabilmente avrete pranzato insieme. Sono ben contento di vedere, signor Beauchamp, che siete pi sobrio di lui.
Signore, disse Beauchamp, Alberto ha avuto, ne convengo, torto nel lasciarsi trasportare, e vengo per proprio mio conto a farvene delle scuse. Ora che le mie scuse sono fatte, le mie, intendete bene signor conte? vengo a dirvi che vi credo troppo galantuomo per ricusarvi dal darmi delle spiegazioni sul soggetto delle vostre relazioni colle persone di Giannina! indi aggiunger due parole sul conto della giovine greca. Monte-Cristo fece con gli occhi e con le labbra, un piccolo gesto che comandava il silenzio: Andiamo, aggiunse egli ridendo, ecco tutte le mie speranze distrutte.
In qual modo? domand Beauchamp.
Senza dubbio, voi vi affannate di farmi un credito di eccentricit; io sono a parer vostro, un Lara, un Manfredi, un Lord Ruthwen; indi passato il momento di vedermi eccentrico, guastate il mio tipo, tentate di farmi diventare un uomo oscuro; mi volete comune volgare; infine mi domandate quelle spiegazioni. Su via! signor Beauchamp, voi volete ridere.
Frattanto, riprese Beauchamp con alterigia, vi sono delle congiunture in cui la probit ordina...
signor Beauchamp, interruppe l'uomo strano, chi comanda al conte di Monte-Cristo  il conte di Monte-Cristo. Cos dunque non dite una parola di pi su questo argomento, se vi aggrada; faccio ci che voglio, signor Beauchamp, e credetemi,  sempre fatto benissimo.
Signore, le persone oneste non si pagano con questa moneta; sono necessarie delle guarentigie all'onore.
Signore, sono una garanzia vivente, rispose Monte-Cristo impassibile, i cui occhi per s'infiammavano di lampi minacciosi. Entrambi abbiamo nelle vene del sangue, che abbiamo volont di versare, ecco la nostra mutua garanzia. Riportate questa risposta al visconte, e ditegli che domani alle dieci, avr veduto il colore del suo.
Non rimane adunque, disse Beauchamp, che di stabilire le condizioni del combattimento.
Ci ancora mi  del tutto indifferente, signore, disse il conte di Monte-Cristo; era dunque inutile di venirmi a disturbare allo spettacolo per una cosa di s poco momento. In Francia, uno si batte alla spada o alla pistola; nelle colonie si preferisce la carabina; nell'Arabia si adopera il pugnale. Dite al vostro cliente, che, quantunque sia io l'insultato, gli lascio la scelta delle armi, e che accetter tutto senza contestazione; tutto, intendete bene? tutto, anche il combattimento per mezzo della sorte, cosa che sempre  stupida. Ma per me  un affare diverso, sono sicuro di vincere.
Sicuro di vincere? ripet Beauchamp guardando il conte con occhio atterrito.
Eh! certamente, disse Monte-Cristo, alzando leggermente le spalle. Senza ci non mi batterei col signor de Morcerf. Lo uccider, ci  necessario, e sar fatto. Soltanto non fate neppure una parola di tutto ci in casa mia questa sera, indicatemi l'arme e l'ora, non amo di farmi sentire.
Alla pistola, alle otto del mattino, al bosco di Vincennes, disse Beauchamp sconcertato, non sapendo se aveva che fare con un fanfarone tracotante, o con un essere soprannaturale.
Sta bene, signore, disse Monte-Cristo; ora che tutto  in regola, lasciatemi sentire lo spettacolo, ve ne prego, e dite al vostro amico Alberto di non ritornare questa sera; egli si farebbe un torto con tutte le sue brutalit di cattivo gusto; che ritorni a casa, e che dorma. Beauchamp usc tutto maravigliato. Ora, disse Monte-Cristo voltandosi a Morrel, conto su voi, n' vero?
Certamente, disse Morrel, e potete disporre di me, conte; per... Che cosa?
Sarebbe importante, che conoscessi la vera causa...
Vale a dire che rifiutate? No.
La vera causa Morrel, disse il conte, il giovine che cammina alla cieca non la conosce neppur lui. La vera causa non  conosciuta che da me e dal cielo; ma vi do la mia parola d'onore, Morrel, che il cielo la conosce, e sar a nostro favore.
Basta cos, conte, disse Morrel. Chi  il vostro secondo testimonio?
Non conosco nessuno a Parigi cui dare questo onore, che voi Morrel e vostro cognato Emmanuele. Credete che egli vorr rendermi questo favore?
Vi garantisco per lui, come per me, conte.
Bene! ci  quanto mi abbisogna. Domattina alle sette sarete da me, non  vero? Vi saremo.
Zitto! ecco che si rialza il sipario, ascoltiamo. Ho il costume di non perdere una nota di quest'opera;  tanto adorabile la musica del Guglielmo Tell.
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Capitolo 88. LA NOTTE.
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Il signor di Monte-Cristo aspett, secondo il solito, che Duprez avesse cantato il suo famoso Seguitemi! e allora soltanto si alz ed usc.
Alla porta Morrel lo lasci, rinnovandogli la promessa di essere da lui, con Emmanuele, la dimane alle sette precise: indi mont nel suo coup, sempre tranquillo e sorridente.
Cinque minuti dopo era in casa sua. Bisognava soltanto non conoscere il conte per lasciarsi ingannare dalla espressione colla quale, entrando in casa, disse ad Al:
Datemi le mie pistole dalla incassatura d'avorio.
Al port il cassettino al suo padrone, e questi si mise ad esaminare le armi con quella premura tanto naturale ad un uomo che sta per affidare la sua vita ad un poco di ferro e di piombo. Erano pistole particolari, che Monte-Cristo aveva fatto costruire appositamente per tirare al bersaglio nel suo appartamento. Una capsula bastava per cacciare una palla, e, dalla camera vicina, non si sarebbe potuto credere che il conte stava, come si dice in termine di bersaglio, esercitandosi la mano. Stava brandendo l'arma colla mano, e cercando la mira sur un piccolo pezzetto di tela che serviva di bersaglio, allor quando si apr la porta del suo gabinetto ed entr Battistino. Ma prima ancora che avesse aperta la bocca, il conte si accorse dalla porta rimasta semi-aperta, di una donna velata in piedi, posta alla debole luce della camera vicina, e che aveva seguito Battistino.
Ella aveva scorto il conte colla pistola alla mano, vedeva due spade sopra una tavola, e si slanci dentro.
Battistino consult con uno sguardo il suo padrone.
Il conte fece un segno, Battistino si ritir, e chiuse la porta dietro a s.
Chi siete voi, signora? disse il conte alla donna velata.
L'incognita gett uno sguardo intorno a s per assicurarsi, se veramente erano soli; poi inchinandosi come se avesse voluto inginocchiarsi, congiunse le mani, e coll'accento della disperazione: Edmondo, diss'ella, voi non ucciderete mio figlio!
Il conte fece un passo in addietro, gett un debole grido, e lasci cadersi l'arme di mano: Che nome avete pronunciato, signora de Morcerf? diss'egli.
Il vostro! grid ella gettando il velo, il vostro che, sola io forse non ho dimenticato mai; Edmondo, non  la signora de Morcerf che viene da voi,  Merceds.
Merceds  morta, signora, disse Monte-Cristo, ed io non conosco pi alcuna che porti questo nome.
Merceds vive, signore, e Merceds vi ricorda, poich sola vi ha riconosciuto quando vi vide, ed anche senza vedervi alla vostra voce. Edmondo, al solo accento della vostra voce, e da quel tempo ella vi ha seguito passo passo, ella vi sorveglia, vi teme, non ha avuto bisogno di cercare la mano, da cui partiva il colpo che ha percosso il signor de Morcerf.
Fernando, volete dire, signora, riprese Monte-Cristo con un'amara ironia; poich siamo in corso di ricordarci i nostri nomi, ricordiamoceli tutti. E Monte-Cristo aveva pronunciato il nome di Fernando, con una tale espressione di odio, che Merceds sent il brivido dello spavento scorrerle per tutto il corpo.
Vedete bene, che non mi sono ingannata, grid Merceds, e che ho ragione di dirvi: risparmiatemi il figlio!
E chi vi ha detto, che io odio vostro figlio?
Nessuno, mio Dio! Ma una madre  dotata di una doppia vista: ho indovinato tutto: l'ho seguito questa sera all'Opera, e, nascosta in un baignoire4 ho veduto tutto.
Allora, se avete veduto tutto, signora, avrete veduto che il figlio di Fernando mi ha insultato pubblicamente?
Oh! per piet!
Avrete veduto, continu il conte, che mi avrebbe gettato il guanto in faccia, se uno dei miei amici, Morrel, non gli avesse fermato il braccio.
Ascoltatemi; anche mio figlio vi ha indovinato, ed attribuisce a voi tutta la disgrazia che opprime suo padre.
Signora, disse Monte-Cristo, voi confondete: non  gi una disgrazia,  un castigo. Non sono gi io che opprimo il signor de Morcerf,  la Provvidenza che lo colpisce.
Che importa a voi, Edmondo, di Giannina e del suo Visir? che torto ha fatto a voi Fernando Mondego, tradendo Al-Tebelen?
E tutto questo, rispose Monte-Cristo, tutto questo  un affare fra il capitano franco e la figlia di Vasiliki. Ci non mi riguarda, avete ragione; e se ho giurato di vendicarmi, non  del capitano franco, n del signor de Morcerf, ma bens del pescatore Fernando, marito della catalana Merceds.
Ah! signore, grid la contessa, qual terribile vendetta per una colpa, che la fatalit mi ha fatto commettere, poich la vera colpevole sono io, Edmondo, e se avete a vendicarvi di qualcuno,  di me, che ho mancato, costrettavi dalla vostra assenza, e dal mio isolamento.
Ma, grid Monte-Cristo, perch sono io stato assente? perch siete voi rimasta isolata?
Perch foste arrestato, perch eravate prigioniero.
E perch era io arrestato? perch era prigioniero?
Lo ignoro, disse Merceds.
S, voi lo ignorate, signora, almeno lo spero. Ebbene! ve lo dir. Io era arrestato, io era prigioniero, perch sotto il pergolato dell'osteria la Rserve, la stessa vigilia del giorno in cui doveva sposarvi, un uomo, chiamato Danglars, scrisse questa lettera che il pescatore Fernando s'incaric di rimettere da s stesso alla posta. E Monte-Cristo, andando allo scrigno fece uscire un cassettino, da cui estrasse un foglio che aveva perduto il suo primitivo colore, e la cui scrittura aveva preso quello della ruggine, ch'egli mise sotto gli occhi di Merceds. Era questa la lettera di Danglars al procuratore del re, che il giorno in cui aveva pagati i 200 mila franchi al signor de Boville, il conte di Monte-Cristo, travestito da commesso della casa Thomson e French, aveva sottratto dalla filza di Edmondo Dants.
Merceds lesse con ispavento le linee seguenti.
Il signor Procuratore del Re  avvisato da un amico del Trono e della Religione, che il nominato Edmondo Dants secondo nel bastimento il Faraone, giunto questa mattina da Smyrne, dopo aver toccato Napoli e Porto Ferrajo,  stato incaricato da Murat di una lettera per l'Usurpatore, e dall'Usurpatore di una lettera pel Comitato Bonapartista di Parigi. Si avr la prova del suo delitto arrestandolo, poich si trover questa lettera, o nelle sue tasche, o presso suo padre, o nel suo gabinetto a bordo del Faraone.
Oh! mio Dio! fece Merceds passando la mano sulla sua fronte bagnata di sudore; e questa lettera...
L'ho comprata per 200 mila franchi signora, disse Monte-Cristo; ma  ancora a buon mercato, perch ella in oggi mi permette di giustificarmi ai vostri occhi.
E il resultato di questa lettera?
Voi lo sapete, signora, fu il mio arresto. Quello per che non sapete , che io sono stato per quattordici anni ad un quarto di lega distante da voi, in una prigione segreta del castello d'If. Ci che non sapete , che ogni giorno di questi quattordici anni ho rinnovato il mio giuramento di vendetta che avevo fatto il primo giorno, e non pertanto ignorava, che voi aveste sposato Fernando, il mio denunziatore, e che mio padre fosse morto, e morto di fame!
Giusto Iddio! grid Merceds vacillando.
Ecco ci ch'io ho saputo nell'uscire di prigione, quattordici anni dopo esservi entrato, ed ecco quello che mi ha indotto a giurare su Merceds viva e su mio padre estinto, di vendicarmi, e... e io mi vendico.
E siete sicuro che il disgraziato Fernando ha fatto ci?
Sull'anima mia, egli ha fatto quel che vi ho detto: d'altra parte ci non  molto pi odioso che, francese di adozione, essere passato nelle file degl'inglesi; spagnuolo di nascita, aver combattuto contro gli spagnuoli; stipendiato da Al, avere tradito ed assassinato Al. In faccia a simili cose, che  la lettera che avete or letta? una mistificazione galante che deve perdonare, lo vedo e lo confesso, la donna che ha sposato quest'uomo, ma che non perdona l'amante che doveva sposarla. Ebbene! i francesi non si sono vendicati del traditore; gli spagnuoli non hanno fucilato il traditore; Al, sepolto nella sua tomba, ha lasciato impunito il traditore; ma io, tradito, assassinato, gettato vivo in una tomba, dalla quale sono uscito per un miracolo, io debbo vendicarmi.
La povera donna lasci ricadere la testa e le mani; le gambe le si piegarono sotto, e cadde in ginocchio.
Perdonate, Edmondo, diss'ella, perdonate per me che vi amo ancora! La dignit della sposa mise un freno allo slancio dell'amante e della madre. La sua fronte s'inchin fino a toccare il tappeto. Il conte si slanci davanti a lei, e la rialz. Allora assisa sopra una sedia, ella pot, a traverso le sue lagrime, guardare il pallido viso di Monte-Cristo, al quale il dolore e l'odio imprimevano ancora un'indole minacciosa: Che io non ischiacci questa razza maledetta! mormor egli, impossibile, signora, impossibile!
Edmondo, disse la povera madre tentando tutti i mezzi, mio Dio! quando vi chiamo Edmondo, perch non mi chiamate Merceds?
Merceds! ripet Monte-Cristo, Merceds! Ebbene! s, avete ragione, questo nome mi  dolce ancora a pronunziare, ed ecco la prima volta, dopo lunghi anni, ch'egli risuona cos chiaro all'uscir dalle mie labbra. Ah! Merceds! il vostro nome io l'ho pronunciato coi sospiri della malinconia, coi gemiti del dolore, colla rabbia della disperazione; l'ho pronunciato agghiacciato pel freddo, attrappito sulla paglia della mia prigione; l'ho pronunciato, divorato dal caldo; l'ho pronunciato rotolandomi sul pavimento del mio carcere. Merceds, bisogna ch'io mi vendichi, perch ho sofferto per quattordici anni, per quattordici anni ho maledetto, per quattordici anni ho pianto, ho maledetto. Or, ve lo ripeto, Merceds, bisogna che mi vendichi!
Ed il conte temendo di cedere alle lagrime di quella che aveva amata tanto, chiamava in soccorso del suo odio la rimembranza del passato.
Vendicatevi, Edmondo, grid la povera madre, ma vendicatevi sui colpevoli, vendicatevi su di me, ma non vi vendicate sul figlio mio!
Edmondo, continu Merceds colle braccia stese verso il conte, da che vi ho conosciuto ho adorato il vostro nome, ho rispettata la vostra memoria; Edmondo, amico mio, non mi costringete a cancellare questa immagine nobile e pura, che incessantemente ha riverberato sul mio cuore. Edmondo! se sapeste tutte le preghiere che ho innalzato a Dio per voi, fino a che vi ho sperato vivo, e dopo che vi ho creduto morto! s, morto, ahim! io credeva il vostro cadavere sepolto nel fondo di qualche torre; credeva il vostro corpo precipitato in qualcuno di quegli abissi, in cui i carcerieri rotolano i morti, ed io vi piangeva! Io, che poteva per voi, Edmondo, se non pregare e piangere? Ascoltatemi: per dieci anni ho fatto ogni notte lo stesso sogno. Si disse che voi avevate tentato di fuggire, che avevate preso il posto di un altro prigioniero, che vi eravate introdotto nel sacco mortuario, e che allora quando avevano gettato il cadavere vivente dall'alto al basso del castello d'If, e che il grido che avevate emesso nell'infrangervi sugli scogli, aveva solo rivelata la sostituzione ai vostri becchini, divenuti i vostri carnefici. Ebbene! Edmondo, ve lo giuro sulla testa di questo figlio pel quale io v'imploro, Edmondo, per dieci anni ho veduto ogni notte gli uomini che libravano qualche cosa d'informe e di sconosciuto dall'alto della roccia; per dieci anni ho inteso ogni notte un grido terribile che mi ha risvegliata, rabbrividita, agghiacciata. Ed io pure, credetemi, per quanto sia rea, io pure ho sofferto molto!
Avete sentito morire vostro padre nella vostra assenza? grid Monte-Cristo, cacciandosi le mani fra i capelli; avete veduta la donna che amavate, stendere la sua mano al vostro rivale, nel tempo che gorgogliavate nell'abisso di un vortice?...
No, interruppe Merceds, ma ho veduto colui che amava pronto a divenire l'uccisore di mio figlio!
Merceds pronunci queste parole con un dolore cos possente, con un accento cos disperato, che a questo accento un singhiozzo sfugg dalla gola del conte. Il leone era domato, il vendicatore era vinto: Che chiedete da me, diss'egli, che vostro figlio viva? Ebbene, egli vivr!...
Merceds mand un grido che fece scaturire due lagrime dalle pupille di Monte-Cristo, ma queste due lagrime disparvero quasi tosto, poich senza dubbio si stacc dal cielo un angiolo per raccoglierle, essendo esse assai pi preziose al Signore che le pi ricche perle di Guzarate e di Ofir.
Oh! grid ella, afferrando la mano del conte ed appressandosela alle labbra, oh! grazie, Edmondo, grazie! Eccoti tal quale ti ho sempre sognato, tal quale ti ho sempre amato. Oh! ora posso dirlo.
Tanto pi, rispose Monte-Cristo, che il povero Edmondo non avr molto tempo da essere amato. La morte rientra nella tomba, il fantasma rientra nella notte.
Che intendete di dire, Edmondo?
Dico che, poich l'ordinate, bisogna morire.
Morire! e chi  che dice questo? chi parla di morire? d'onde vi ritornano simili idee di morte?
Voi non supporrete che, oltraggiato pubblicamente, in faccia a tutto un teatro, in presenza dei vostri amici e di quelli di vostro figlio, provocato da un giovinetto che si glorierebbe del mio perdono come di una vittoria, non supporrete, diceva, che io abbia il desiderio di vivere un sol momento. Ci che io ho amato di pi, dopo di voi, Merceds,  me stesso, vale a dire la mia dignit, vale a dire quella forza che mi rendeva superiore agli altri uomini; ch'era la mia vita. Con una parola, voi la rompete. Io moro.
Ma questo duello non avr luogo, Edmondo, poich voi perdonate...
Avr luogo, signora, disse solennemente Monte-Cristo. Soltanto, invece del sangue di vostro figlio che doveva bagnare il terreno, sar il mio che sgorgher.
Merceds mand un grido, e si slanci verso Monte-Cristo; ma d'improvviso ella si ferm. Edmondo, diss'ella, vi  un Dio al di sopra di noi, poich io vi ho riveduto, ed io confido in Lui dal pi profondo del mio cuore. Aspettando il suo appoggio, mi affido alla vostra parola. Voi avete detto che mio figlio vivr; egli vivr, non  vero?
Egli vivr, s, signora, disse Monte-Cristo sorpreso che senz'altra esclamazione, senza altra meraviglia, Merceds avesse accettato l'eroico sacrificio che le faceva.
Merceds stese la mano al conte. Edmondo, diss'ella, mentre i suoi occhi si bagnavano di lagrime guardando quello a cui indirizzava queste parole, quanto  bello dal canto vostro, come  grande ci che avete fatto! quanto  sublime l'avere avuto piet di una povera donna che si offriva a voi con tutte le probabilit contrarie alla speranza? Ahim! sono invecchiata pei dispiaceri pi ancora che per gli anni; non posso neppur pi rammentare al mio Edmondo con uno sguardo quella Merceds d'altravolta ch'egli passava tante ore a contemplare. Ah! credetemi, Edmondo, vi ho detto che io pure ho sofferto molto; ve lo ripeto;  ben tristo il vedersi passare la vita senza ricordarsi una sola gioia, senza conservare una sola speranza; ma ci prova che tutto non  finito sulla terra. No! tutto non  finito, lo sento da ci che mi rimane ancora nel cuore. Oh! ve lo ripeto. Edmondo,  cosa bella, grande, sublime il perdonare come voi fate!
Voi dite ci, Merceds? e che direste se sapeste tutta l'estensione del sacrificio che vi faccio? Voi non ne avete una idea, o piuttosto, no, no, voi non potrete mai farvi una idea di ci ch'io perdo perdendo la vita in questo momento.
Merceds guard il conte con un'aria che dipingeva ad un tempo la sua meraviglia, la sua ammirazione, e la sua riconoscenza. Monte-Cristo si appoggi la fronte sulle mani ardenti, come se essa non potesse pi da s sola sostenere il peso dei suoi pensieri. Edmondo, disse Merceds, non ho pi che una parola a dirvi. Il conte sorrise amaramente. Edmondo, continu ella, voi vedrete che se la mia fronte  impallidita, se i miei occhi sono spenti, se la mia bellezza  perduta, se finalmente non rassomiglio pi a quella stessa Merceds per le forme del viso, voi vedrete ch'ella  sempre la stessa nel cuore!... Addio dunque, Edmondo; non ho pi nulla da chiedere al cielo... vi ho riveduto, e riveduto egualmente nobile e grande come in altri tempi. Addio, Edmondo... e grazie! Ma il conte non rispose.
Merceds aveva riaperta la porta del gabinetto, ed era partita prima ancora ch'egli fosse rinvenuto dalla dolorosa e profonda distrazione in cui lo aveva immerso la sua fallita vendetta. Suonava un'ora all'orologio degl'Invalidi quando la carrozza che trasportava la signora de Morcerf, scorrendo sul terreno dei Campi-Elisi, fece rialzare la testa al conte di Monte-Cristo: Insensato, io mi doveva svellere il cuore il giorno in cui risolvetti di vendicarmi.
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Capitolo 89. L'INCONTRO.
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Dopo la partenza di Merceds tutto ricadde nell'ombra presso Monte-Cristo. Intorno a lui ed entro lui il suo pensiero si ferm; il suo spirito energico si addorm, come fa il corpo dopo una eccessiva fatica. Che! disse a s stesso, mentre la lampada e le candele si consumavano tristamente, e che i servitori aspettavano con impazienza nell'anticamera; che! ecco l'edificio cos lentamente preparato, elevato con tante pene e tanti affanni, che crolla ad un colpo, con una sola parola, sotto un soffio! Ebbene! sono io che mi credeva qualche cosa? sono io di cui andava tanto superbo? sono io che mi era veduto s piccolo nel carcere d'If, e che era riuscito a rendermi cos grande? sono io la cui salma domani sar un poco di polvere? Ahim, non  gi la morte del corpo quella che io piango; questa distruzione della materia non  il riposo cui tutto tende, cui aspira ogni infelice? quella calma della materia alla quale m'incamminava per la strada dolorosa della fame quando Faria comparve nel mio carcere? che cosa  la morte per me? un grado di pi nella calma, e forse due nel silenzio. No, non  dunque la cessazione della esistenza che io piango, che il mio spirito sopravvivr; ma la rovina dei miei disegni cos lentamente elaborati, cos faticosamente costrutti,  questo che amaramente io piango. La Provvidenza, che io aveva loro creduta favorevole,  dunque ad essi contraria? Dio non vuol dunque che si compiano? Questo fardello che io aveva sollevato quasi tanto pesante quanto il mondo, e che io aveva creduto di poter portare fino al termine, era secondo i miei desideri, ma non secondo la mia forza; secondo la mia volont, ma non secondo il mio potere. Bisogner che io lo deponga giunto appena alla met della mia corsa? Oh! diventerei io forse fatalista, che quattordici anni di disperazione e dieci di speranze avevan formato previdente? E tutto questo, tutto questo, mio Dio! perch il mio cuore, che credeva morto, non era che assopito; perch si  risvegliato, perch ha battuto, perch ho ceduto al dolore che questo battito sollevava dal fondo del mio petto per mezzo della voce di una donna! E frattanto, continu il conte, inabissandosi sempre pi nelle previsioni di questo domani terribile che aveva accettato Merceds; e frattanto  impossibile che questa donna, che ha un cuore s nobile, abbia in tal modo per egoismo, acconsentito a lasciarmi uccidere... io cos pieno di forza d'esistenza!  impossibile ch'ella spinga a questo punto, l'amore, o piuttosto il delirio materno! Vi sono delle virt in cui l'esagerazione sarebbe un delitto. Ma, ella avr immaginato qualche scena poetica; verr a gettarsi fra le spade, e sar una cosa ridicola per la posizione sublime da me fattami.
E il rossore dell'orgoglio sal alla faccia del conte.
Ridicolo, ripet egli, e il ridicolo ricadr su di me... io ridicolo! andiamo, amo ancor pi il morire.
E a forza di esagerarsi in tal modo le combinazioni che potevano accadere il dimane nel quale si era condannato promettendo a Merceds che lascerebbe vivere suo figlio, il conte termin col dirsi: Pazzie! pazzie! pazzie! il mettersi come una meta inerte davanti alla mira del giovine!  necessario, lo far. E prendendo una penna, e cavando un foglio dall'armadio, scrisse alcune linee in pi di questo foglio, che altro non era che il suo testamento fatto dal suo arrivo in Parigi, ed estese una specie di codicillo nel quale faceva capire la sua morte anche agli uomini meno creduli.
Io faccio questo, pel solo onor mio, e per umiliare me stesso agli occhi miei.  indispensabile che questi miserabili, che un Danglars, un Villefort, un Morcerf non si figurino d'essersi spacciati di me per opera del solo caso, che il solo caso li abbia liberati del loro nemico. Che sappiano, al contrario, che se la deliberata punizione non ha avuto luogo, fu perch  stata corretta dalla mia sola volont; che il castigo evitato in questo mondo li aspetta nell'altro, e ch'essi non hanno fatto altro cambio che quello del tempo colla eternit.
Mentre ondeggiava in queste cupe incertezze, sogni cattivi di un uomo svegliato dal dolore, venne il giorno ad imbiancare i vetri ed a rischiarare sotto le sue mani la carta azzurra sulla quale trascinava l'ultima sua giustificazione. Erano le cinque del mattino. D'improvviso giunse al suo orecchio un leggero rumore. Monte-Cristo cred avere inteso qualche cosa, come un sospiro soffocato; volse la testa, guard intorno a s, e non vide alcuno. Soltanto il rumore si ripet molto distintamente, perch al dubbio successe la certezza. Allora il conte si alz, apr dolcemente la porta del salotto, e sopra una sedia, colla sua bella testa pallida ed inclinata in addietro, vide Hayde che si era posta a traverso alla porta, affinch egli non potesse uscire senza vederla; ma il sonno cos possente nella giovent, l'aveva sorpresa dopo la fatica di una lunga veglia.
Il rumore che fece la porta nell'aprirsi non pot scuotere Hayde dal suo sonno. Monte-Cristo fiss su di lei uno sguardo pieno di dolcezza e di dolore. Ella si  ricordata che aveva un figlio, ed io ho dimenticato che ho una figlia!
Indi scuotendo tristamente la testa:
Povera Hayde! diss'egli, ha voluto vedermi, ha voluto parlarmi, ella ha temuto o indovinato qualche cosa... Oh! io non posso partire senza dirle addio, non posso morire senza confidarla a qualcuno.
E raggiunse dolcemente di nuovo il suo posto, e scrisse sotto alle linee gi vergate.
Faccio legato a Massimiliano Morrel, capitano degli Spahis e figlio del mio antico padrone Pietro Morrel armatore in Marsiglia della somma di venti milioni, di cui ne sar da lui offerta una parte a sua sorella Giulia ed a suo cognato Emmanuele, quando per non creda che questo aumento di fortuna possa nuocere alla loro felicit. Questi venti milioni sono sepolti nella mia grotta dell'isola di Monte-Cristo, di cui Bertuccio conosce il segreto.
Se il suo cuore  libero, e voglia sposare Hayde, figlia d'Al pasci di Giannina, che io ho allevata coll'amore di un padre, e ch'ha avuto per me l'amore e la tenerezza di una figlia, egli esaudir, non dir l'ultima mia volont, ma l'ultimo mio desiderio.
Il presente testamento ha gi fatta Hayde erede del resto della mia fortuna, consistente in terre, rendite sull'Inghilterra, l'Austria, e l'Olanda, mobili dei miei diversi palazzi e case, e che, prelevati i venti milioni, altri legati fatti ai miei servitori ecc. former una somma che potr ammontare a sessanta milioni.
Terminava appena di scrivere quest'ultima linea, quando un grido emesso dietro a lui gli fece cadere la penna dalla mano: Hayde; diss'egli; voi avete letto.
In fatto la giovanetta, risvegliata dal chiarore del giorno che aveva colpito le sue pupille, si era alzata e si era avvicinata al conte senza che i suoi passi leggeri, ed assorbiti dal tappeto, fossero stati intesi: Oh! mio signore, diss'ella giungendo le mani, perch scrivete cos a quest'ora? Perch mi lasciate cos la vostra fortuna? Mio signore, mi abbandonate forse?
Vado a fare un viaggio, cara fanciulla, disse Monte-Cristo con espressione di malinconia e di tenerezza infinita, e se mi accadesse qualche disgrazia... Il conte si ferm.
Ebbene?.... domand la giovanetta con un accento di autorit che il conte non le conosceva che lo fece fremere.
Ebbene! se mi accade qualche disgrazia, riprese Monte-Cristo, voglio che mia figlia sia felice.
Hayde sorrise tristamente scuotendo la testa.
Voi pensate a morire, mio signore? diss'ella.
 un pensiero salutare, figlia mia, ha detto il saggio.
Ebbene, se voi morite, disse ella, lasciate pure la vostra fortuna in legato ad altri eredi; perch se voi morite... io non avr pi bisogno di niente. E prendendo il foglio ella lo stracci in quattro pezzi che gett in mezzo al salotto. Indi spossata da questo tratto di energia tanto poco comune ad una schiava, cadde non pi addormentata ma svenuta sul pavimento. Monte-Cristo si chin vers'ella, la sollev fra le sue braccia; e vedendo questa bella tinta impallidita, questi begli occhi chiusi, questo bel corpo inanimato e come abbandonato, gli venne per la prima volta l'idea che ella lo amasse ben altrimenti che una figlia ama suo padre.
Me lasso! mormor egli con un profondo scoraggiamento, avrei ancora potuto esser felice.
Indi port Hayde fino all'appartamento di lei, la rimise sempre svenuta, fra le mani delle sue donne e, rientrando nel gabinetto, che questa volta chiuse attentamente, ricopi il distrutto testamento. Mentre terminava, si fece sentire il rumore di un cabriolet che entrava nel cortile.
Monte-Cristo si avvicin alla finestra, e vide discendere Massimiliano ed Emmanuele. Buono! diss'egli,  giunta l'ora! Sigill il suo testamento con triplo sigillo.
Un momento dopo intese un rumore di passi nella sala, ed and ad aprire egli stesso. Morrel comparve sulla soglia. Egli aveva anticipata l'ora di venti minuti.
Io vengo forse troppo presto, signor conte, diss'egli; ma vi confesso francamente che non ho potuto dormire un minuto, e che  accaduto lo stesso a tutta la famiglia. Io aveva molto bisogno di vedere la vostra coraggiosa fermezza per ricuperarla io pure.
Monte-Cristo non pot contenersi a questa prova di affezione, e non fu la sua mano che stese al giovine, ma le braccia che gli apr. Morrel, gli disse con voce commossa,  per me un bel giorno quello in cui mi sento amato da un uomo come voi. Buon giorno, signor Emmanuele. Voi dunque venite con me, Massimiliano?
Per bacco! disse il giovine capitano, ne avete dubitato?
Ma pure se avessi torto...
Ascoltate, vi ho guardato ieri durante tutta la scena di sfida, ho pensato alla vostra fermezza tutta questa notte, e ho detto che la giustizia doveva essere dalla parte vostra o che non si doveva fare pi alcun calcolo sul viso degli uomini.
Per, Morrel, Alberto  vostro amico?
Una semplice conoscenza, conte.
Voi lo avete veduto per la prima volta lo stesso giorno che vedeste me?
S,  vero; ma che volete? bisogna che voi me lo ricordiate, perch io me ne sovvenga.
Grazie, Morrel, indi battendo un colpo sul campanello: Prendi, disse egli ad Al che comparve subito, fa portare questo al mio notaro;  il mio testamento, Morrel. Quando sar morto andrete a prenderne conoscenza.
Come! grid Morrel, voi morto?
E non bisogna sempre preveder tutto, amico caro? Ma che cosa avete fatto ieri sera dopo avermi lasciato?
Sono stato al caff Tortoni, ove, come me lo aspettava, vi ho ritrovato Beauchamp e Chteau-Renaud; vi confesso che li cercava.
Per farne che, quando tutto era gi convenuto?
Ascoltate, conte; l'affare  grave ed inevitabile.
Ne dubitavate voi? No, l'offesa  stata pubblica e ciascuno gi ne parla. Ebbene?
Ebbene! io sperava far cambiare le armi, sostituire la spada alla pistola. La pistola  cieca.
Vi siete riuscito? domand vivamente Monte-Cristo con una impercettibile luce di speranza.
No, perch si conosce la vostra forza alla spada.
Bah! chi mi ha dunque tradito? I maestri di scherma che voi avete battuti.
E voi non vi siete riuscito?
Essi hanno ricusato positivamente. Morrel, disse il conte, mi avete voi mai veduto tirare alla pistola? Mai.
Ebbene! noi abbiamo il tempo; guardate.
Monte-Cristo prese le pistole che aveva in mano quando Merceds entr, ed attaccando un asso di fiori contro il muro, in quattro colpi port via successivamente le quattro branche del fiore.
A ciascun colpo Morrel impallidiva. Esamin le palle colle quali Monte-Cristo eseguiva questo esercizio, e vide che esse non erano pi grosse dei pallini da lepre.
 cosa spaventosa, disse egli; guardate dunque Emmanuele! Indi voltandosi verso Monte-Cristo:
Conte, disse egli, in nome del cielo, non uccidete Alberto! il disgraziato ha una madre!
 giusto, disse Monte-Cristo, io non l'ho.
Queste parole furono pronunciate con un tuono che fece fremere Morrel. Voi siete l'offeso, conte.
Senza dubbio, e che volete dire con ci?
Voglio dire che siete il primo a tirare. Io tiro pel primo?
Oh! questo io l'ho preteso; noi facciamo loro abbastanza concessioni perch essi ci facciano questa.
E a quanti passi? A venti.
Uno spaventoso sorriso pass sulle labbra del conte. Morrel, diss'egli, non dimenticate quel che or ora avete veduto.
Cos, disse il giovine, io conto sulla vostra emozione per salvare Alberto. Io commosso? disse Monte-Cristo.
O sulla vostra generosit, amico mio; sicuro come siete del vostro colpo, posso dirvi una cosa che sarebbe ridicola se la dicessi ad un altro. E quale?
Rompetegli un braccio, feritelo, ma non lo uccidete.
Morrel, ascoltate anche questo, disse il conte, io non ho bisogno di essere incoraggiato per avere dei riguardi a Morcerf; il signor de Morcerf, ve lo avviso prima, sar ben trattato, egli ritorner tranquillamente ed intatto, nel mentre che io... Ebbene! voi?
Oh!  un'altra cosa, sar trasportato...
Su via, dunque! grid Morrel fuor di s.
La cosa accadr come ve l'annunzio, mio caro Morrel, il signor de Morcerf mi uccider.
Morrel guard il conte come uomo che non capisce pi.
Conte, che  dunque accaduto da ier sera in qua?
Ci che accadde a Bruto la vigilia della battaglia di Filippi; ho veduto un fantasma.
E questo fantasma? Questo fantasma, Morrel, mi ha detto che ho vissuto abbastanza.
Massimiliano ed Emmanuele si guardarono; Monte-Cristo cav l'orologio; Partiamo, disse egli; sono le sette e cinque minuti, ed il ritrovo  per le otto precise.
Una carrozza li aspettava coi cavalli di gi attaccati. Monte-Cristo vi sal con i suoi due testimoni.
Traversando il corridore, Monte-Cristo si era fermato per ascoltare avanti di una porta, e Massimiliano ed Emmanuele che per discrezione avevano fatto qualche passo in avanti, crederono sentire rispondere con un sospiro ed un singhiozzo. Ott'ore suonarono al punto in cui giungevano al convegno: Eccoci arrivati, disse Morrel mettendo la testa fuori dello sportello, e noi siamo i primi.
Il signore mi scuser, disse Battistino che aveva seguito il suo padrone con un indicibile terrore, ma credo di scorgere una carrozza laggi sotto quegli alberi.
Monte-Cristo salt leggermente a basso dal calesse, e dette la mano ad Emmanuele e a Massimiliano per aiutarli a smontare. Massimiliano trattenne la mano del conte fra le sue. Alla buon'ora, diss'egli, ecco una mano come io desidero vederla in un uomo la cui vita riposa sulla bont della sua causa.
Infatto, disse Emmanuele, scorgo due giovani che passeggiano, e che sembrano aspettare. Monte-Cristo tir Morrel, non a parte, ma un passo o due dietro suo cognato. Massimiliano, gli domand egli, avete il cuor libero? Morrel guard Monte-Cristo con meraviglia.
Io non vi domando una confidenza, amico caro, vi indirizzo una semplice domanda; rispondete s o no, ci  quanto vi chiedo.
Io amo una giovinetta, conte. L'amate voi molto?
Pi della mia vita. Andiamo, disse Monte-Cristo, ecco un'altra speranza che mi sfugge. Poi dopo un sospiro:
Povera Hayde! mormor egli.
In verit, conte, grid Morrel, se vi conoscessi meno, vi crederei men bravo di quel che siete.
Perch io penso a qualcuno che lascer e che sospiro? Andiamo dunque, Morrel,  un soldato che deve intendersi cos poco di coraggio,  forse la morte che io temo? e che cosa mi fa mai, a me che ho passato venti anni fra la vita e la morte, il vivere ed il morire? d'altra parte siate tranquillo, Morrel, questa debolezza, se pure  tale,  per voi solo.
Alla buon'ora, disse Morrel, ecco quel che si chiama parlare. A proposito, avete portate le vostre armi?
Io, per farne che? spero bene che questi signori avranno le loro. Vado ad informarmene, disse Morrel.
S, ma non fate negoziazioni, capite? Oh! siate tranquillo. Morrel si avanz verso Beauchamp e Chteau-Renaud. Questi vedendo il movimento di Massimiliano fecero qualche passo incontro a lui. I tre giovani si salutarono, se non con affabilit, almeno con cortesia.
Perdono, signori, disse Morrel, ma io non iscorgo il signor de Morcerf.
Questa mattina, rispose Chteau-Renaud, ci ha fatto avvisare che ci raggiungerebbe soltanto sul terreno.
Ah! fece Morrel. Beauchamp cav l'orologio:
Ott'ore e cinque minuti, non vi  tempo perduto, signor Morrel, diss'egli.
Oh! rispose Massimiliano, non  con questa intenzione che io lo diceva.
Del resto, interruppe Chteau-Renaud, ecco una carrozza. Infatto una carrozza si avanzava al gran trotto da uno dei viali che mettevano capo allo spiazzo ove essi si trovavano. Signori, disse Morrel, senza dubbio vi sarete muniti delle pistole? il signor di Monte-Cristo dichiara di renunciare al diritto che aveva di servirsi delle sue.
Noi abbiamo preveduto questa delicatezza per parte del conte, signor Morrel, rispose Beauchamp, e io ho portato delle armi che ho comprato otto o dieci giorni sono, credendo di dovermene servire per un affare di questo genere. Esse sono perfettamente nuove e non hanno ancora servito ad alcuno, volete visitarle?
Oh! signor Beauchamp, disse Morrel inchinandosi, quando voi assicurate che il signor de Morcerf non conosce quest'armi, crederete bene, non  vero, che mi basta la vostra parola?
Signori, disse Chteau-Renaud, non  Morcerf che arriva in questa carrozza, in fede mia! sono Franz e Debray.
Infatto i due giovani enunciati si avanzavano.
Voi qui, signori! disse Chteau-Renaud cambiando con ciascuno una stretta di mano; e per quale combinazione?
Perch, disse Debray, Alberto ci ha fatto dire questa mattina di ritrovarci sul terreno. Beauchamp e Chteau-Renaud si guardarono con aria di stupore.
Signori, disse Morrel, io credo di capire come va la faccenda. Sentiamo!
Jeri, dopo il mezzo giorno, ho ricevuto una lettera dal signor de Morcerf, che mi diceva di trovarmi all'Opera.
Ed io pure, disse Debray. Ed io pure, disse Franz.
E noi pure, dissero ad un tempo Chteau-Renaud e Beauchamp.
Voleva che fossimo presenti alla sfida, disse Morrel: oggi vuole che siamo presenti al duello.
S, dissero i giovani,  cos, signor Massimiliano, e secondo ogni probabilit, avete indovinato giustamente.
Ma con tutto ci, mormor Chteau-Renaud, Alberto non si vede, ed  gi in ritardo di dieci minuti.
Eccolo, disse Beauchamp, egli  a cavallo; osservate, viene a tutta carriera, seguito dal suo domestico.
Che imprudenza! disse Chteau-Renaud, venire a cavallo per battersi alla pistola! gli aveva tanto bene insegnata la lezione!
E poi osservate, disse Beauchamp, col goletto alla cravatta, coll'abito aperto, con un gil bianco; e perch non si  fatto ancora disegnare un bersaglio nello stomaco? sarebbe stata pi semplice, e tutto sarebbe finito pi presto!
Frattanto Alberto era giunto a dieci passi dal gruppo che formavano i cinque giovani; salt a terra e gett le redini sulle braccia del domestico, indi si avvicin.
Egli era pallido, i suoi occhi erano rossi e gonfi, si vedeva che non aveva dormito un minuto in tutta la notte.
Su tutta la sua fisonomia era sparsa una nube di tristezza che non gli era naturale; Grazie, signori, diss'egli, di aver voluto portarvi al mio invito; credetemi, vi sono cos riconoscente per questa dimostrazione di amicizia, che non si pu dir di pi. Morrel, all'avvicinarsi d'Alberto, aveva fatto una dozzina di passi in addietro, e si teneva in disparte.
A voi pure, Morrel, disse Alberto, sono diretti i miei ringraziamenti; avvicinatevi pure, non vi siete di pi.
Signore, disse Massimiliano, voi forse non sapete che io sono il testimonio di Monte-Cristo?
Io non ne era sicuro, ma ne dubitava. Tanto meglio! Pi uomini d'onore vi saranno e pi sar soddisfatto.
signor Morrel; disse Chteau-Renaud, voi potete annunziare al signor conte di Monte-Cristo che il signor Morcerf  giunto, e che siamo a sua disposizione.
Morrel fece un movimento per adempiere la commissione.
Nello stesso tempo Beauchamp cav dalla carrozza la cassetta delle pistole. Aspettate, signori, disse Alberto; io ho due parole da dire al signor di Monte-Cristo.
In segreto? domand Morrel.
No, signore, in presenza di tutti.
I testimoni d'Alberto si guardarono con sorpresa; Franz e Debray si scambiarono alcune parole a bassa voce, e Morrel, contento di questo inatteso accidente, and a cercare il conte che passeggiava in un altro viale con Emmanuele.
Che cosa vuole da me? domand Monte-Cristo.
Non lo so, ma chiede di parlarvi.
Oh! disse Monte-Cristo, che non si arrischi ad oltraggiarmi di nuovo!
Non credo che questa sia la sua intenzione.
Il conte s'inoltr, accompagnato da Massimiliano e da Emmanuele. Il suo viso tranquillo e pieno di serenit faceva un contrasto assai strano col viso sconvolto d'Alberto, che dal suo lato si avvicinava seguito dai quattro giovani.
A tre passi l'uno dall'altro, Alberto ed il conte si fermarono:
Signori, disse Alberto, avvicinatevi; desidero che non vada perduta una parola di quanto avr l'onore di dire al signor conte di Monte-Cristo; perch quel che avr l'onore di dirgli deve essere ripetuto da voi a chi vorr sentirlo, per quanto strano vi possa sembrare il mio discorso.
Io aspetto, signore, disse il conte.
Signore, disse Alberto con voce da prima tremante, ma che poi and sempre pi a farsi sicura: signore, io vi rimproverava di avere divulgata la condotta di mio padre nell'Epiro; perch, per quanto fosse colpevole il signor de Morcerf, non credeva che voi aveste il diritto di punirlo. Ma oggi io so, signore, che voi avete questo diritto. Non  gi il tradimento che Fernando Mondego fece ad Al-Pasci quello che mi rende cos pronto a scusarvi, ma il tradimento che us a voi il pescatore Fernando; sono le disgrazie inudite che hanno fatto seguito a questo tradimento. Per questo io lo dico, e lo proclamo ad alta voce: s, signore, voi avete avuto ragione di vendicarvi di mio padre, ed io, suo figlio, vi ringrazio di non avergli fatto di pi. Se fosse caduto un fulmine in mezzo agli spettatori di questa scena inattesa, non li avrebbe tanto stupefatti quanto questa dichiarazione di Alberto. In quanto a Monte-Cristo, i suoi occhi erano rivolti al cielo con una espressione d'infinita riconoscenza, e non poteva abbastanza ammirare come questa natura focosa d'Alberto, di cui aveva ammirato il coraggio fra i banditi di Roma, si fosse potuta cos d'improvviso piegare ad una tanta umiliazione. Tosto riconobbe l'influenza di Merceds, e cap come questo nobile cuore non si era opposto al suo sacrificio, sapendo gi che sarebbe riuscito vano.
Ora, signore, disse Alberto, se voi ritrovate che siano sufficienti le scuse che vi ho fatte, datemi la vostra mano, vi prego. Dopo il merito cos raro dell'infallibilit, che sembra appartenervi, il primo di tutti gli altri meriti, a mio avviso,  quello di sapere confessare i suoi torti. Ma questa confessione appartiene a me solo. Io operava bene, secondo il parere degli uomini, ma voi operavate bene secondo il volere della Provvidenza. Un angelo solo poteva salvare l'uno di noi dalla morte certa omai o per l'uno o per l'altro, e l'angiolo  comparso, se non per fare di noi due amici (che pur troppo la fatalit rende la cosa impossibile) almeno per fare di noi due uomini che si stimino.
Monte-Cristo, coll'occhio umido, il petto anelante, la bocca semi-aperta, stese una mano ad Alberto ch'egli strinse con un sentimento che rassomigliava ad un rispettoso spavento.
Signori, diss'egli, il signor di Monte-Cristo aggradisce ed accetta le mie scuse. Io aveva operato troppo precipitosamente contro di lui, la precipitazione d cattivi consigli: io aveva operato male. Ora il mio sbaglio  riparato. Spero bene che la societ non mi taccer di vile, perch ho fatto ci che la mia coscienza mi ha ordinato di fare. Ma, in ogni caso, se qualcuno si sbagliasse sul conto mio, soggiunse il giovine rialzando la testa con orgoglio, e come se indirizzasse la sfida ai suoi amici ed ai suoi nemici, cercher di rettificare le opinioni.
Che cosa  dunque accaduto in questa notte? domand Beauchamp a Chteau-Renaud, mi sembra che noi ci facciamo una gran trista parte.
Infatto ci che ora ha fatto Alberto, o dev'essere molto meschino o molto bello, rispose il barone.
Ah! vediamo, domand Debray a Franz, che significa tutto ci? Come! il conte di Monte-Cristo disonora il signor de Morcerf, ed ha ragione agli occhi del figlio!
In quanto a Monte-Cristo, colla fronte chinata, le braccia inerti, oppresso dal peso di ventiquattr'anni di reminiscenze, non pensava n ad Alberto, n a Beauchamp, n a Chteau-Renaud, n ad alcuno di quelli che si trovavano l: pensava a quella coraggiosa donna ch'era venuta a chiedergli la vita del figlio, alla quale egli aveva offerta la sua, ch'ella salvava con lo avere scoperto un segreto terribile di famiglia capace di togliere per sempre dal cuore del giovine qualunque sentimento di piet filiale.
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Capitolo 90. LA MADRE ED IL FIGLIO.
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Il conte di Monte-Cristo salut i giovani con un sorriso pieno di malinconia e di dignit, e risal nella sua carrozza con Massimiliano ed Emmanuele. Alberto, Beauchamp, e Chteau-Renaud rimasero soli sul campo di battaglia.
Il giovine fiss sui suoi testimoni uno sguardo che, senz'essere timido sembrava per ci non ostante chiedere il loro parere sull'accaduto. In fede mia! mio caro amico disse Beauchamp pel primo, sia che avesse maggiore sensibilit, sia che avesse minore dissimulazione, permettetemi di congratularmi con voi; ecco uno scioglimento molto inatteso ad un dispiacevole affare.
Alberto rest muto e concentrato nella sua astrazione.
Chteau-Renaud si content di battere contro lo stivale col suo bastoncino: Non partiamo? diss'egli dopo questo impacciante silenzio.
Quando vi piacer, rispose Beauchamp; lasciatemi soltanto il tempo di fare i miei complimenti a Morcerf; egli ha fatto in quest'oggi una cos gran prova di cavalleresca generosit, tanto rara...
Oh! s, disse Chteau-Renaud.
 cosa magnifica, continu Beauchamp, il poter conservare su s stessi un impero cos grande!
Certamente; in quanto a me ne sarei stato incapace, disse Chteau-Renaud con una freddezza espressiva.
Signori, interruppe Alberto, credo che non abbiate capito che fra il signor conte di Monte-Cristo e me  accaduto qualche cosa di molto grave...
Sia pure, sia pure, disse subito Beauchamp, ma tutti i nostri rodomonti non sarebbero a portata di conoscere il vostro eroismo, e presto o tardi sareste costretto di spiegarlo con un poco pi d'energia di quello che convenga alla salute del vostro corpo, ed alla durata della vostra vita. Volete ch'io vi dia un consiglio da amico? Partite per Napoli, per l'Aja, o per Pietroburgo, paesi tranquilli in cui gli uomini se la intendono di pi sul vero punto d'onore che presso noi teste ardenti di parigini. Una volta l, esercitatevi molto a tirare al bersaglio colla pistola, e a fare delle finte di terza e di quarta colla spada; rendetevi o abbastanza dimenticato per ritornare pacificamente in Francia fra qualche anno, o abbastanza rispettabile negli esercizii accademici per conquistare la vostra tranquillit. Non  cos signor Chteau-Renaud, non ho io ragione?
Questo precisamente  pure il mio parere. Non vi  niente che procuri i veri duelli, quanto un duello che non ha avuto luogo.
Grazie, signori, rispose Alberto con un sorriso; seguir il vostro consiglio, non perch me lo avete dato, ma perch era la mia intenzione quella di lasciare la Francia. Io vi ringrazio egualmente del favore che mi avete reso, onorandomi da testimonii. Esso  profondamente impresso nel mio cuore, poich, dopo le parole che ho sentito, non mi ricordo pi che di esso. Chteau-Renaud e Beauchamp si guardarono. L'impressione era eguale sopra entrambi, e l'accento col quale Alberto aveva pronunciato il suo ringraziamento era marcato di una tale risoluzione, che la posizione si sarebbe fatta impacciante per tutti, se la conversazione si fosse continuata. Addio Alberto, disse tosto Beauchamp stendendo negligentemente la sua mano al giovine, senza che questi dasse a divedere di uscire dalla sua letargia.
Infatto egli non rispose all'offerta di questa mano.
Addio, disse a sua volta Chteau-Renaud, tenendo colla mano sinistra il bastoncino, e salutando con la destra.
Le labbra del giovine mormorarono appena: addio! il suo sguardo era pi esplicito; egli racchiudeva un poema intero di collere trattenute, d'orgogliosi sdegni, di generose indignazioni. Quando i due testimoni furono risaliti in carrozza, conserv per qualche tempo la sua posizione immobile e malinconica. Indi d'improvviso, staccando il suo cavallo dal piccolo albero intorno al quale era stata annodata la redine, salt leggermente in sella, e riprese al galoppo la strada di Parigi. Un quarto d'ora dopo rientrava nel palazzo della strada Helder.
Discendendo da cavallo, gli sembr, dietro la cortina della finestra della camera da letto del conte, di scorgere la pallida figura di suo padre; Alberto gir la testa con un sospiro, e rientr nel suo padiglione.
Giunto l, gett un ultimo sguardo sopra tutte queste ricchezze che gli avevano resa la vita cos dolce e cos felice fin dall'infanzia, guard ancora una volta questi quadri, le figure dei quali gli sembravano sorridergli, e tutti i paesaggi gli sembrarono animarsi di vivi colori.
Stacc poscia dalla sua intelaiatura di quercia il ritratto di sua madre, che arrotol, lasciando vuoto e nero il quadro d'oro che lo circondava. Poscia mise in ordine le sue belle armi turche, i suoi bei fucili inglesi, le sue porcellane del Giappone, le sue coppe cisellate, i suoi bronzi artistici, marcati Feuchres o Barye, visit gli armadii e pose le chiavi a ciascuno d'essi; gett in un cassetto del suo scrigno che lasci aperto, tutto il danaro che portava seco in saccoccia, vi aggiunse i mille gioielli di fantasia, che riempivano le sue coppe, i suoi scrigni, le sue scansie; fece un inventario esatto e preciso di tutto, e situ questo inventario nel luogo pi esposto della tavola, dopo averla spacciata da tutti i libri e da tutte le carte che la ingombravano. Al principio di questo lavoro, il suo domestico, ad onta dell'ordine che gli aveva dato Alberto di lasciarlo solo, era entrato nella sua camera. Che volete? gli chiese Alberto con un accento pi tristo che corrucciato.
Perdono, signore, rispose il cameriere;  vero che mi avevate proibito di incomodarvi, ma il signor conte de Morcerf mi ha fatto chiamare.
Ebbene? domand Alberto.
Non ho voluto portarmi presso il signor conte, senza ricevere i vostri ordini, signore.
E perch questo?
Perch il signor conte sapr senza dubbio, che io, signore, vi ho accompagnato sul terreno.
 probabile, disse Alberto.
E se mi fa chiamare,  senza dubbio per interrogarmi su ci che  accaduto laggi. Che devo io rispondere?
La verit. Allora debbo dirgli ancora che il duello non si  effettuato?
Voi gli direte che io ho chiesto scusa al signor di Monte-Cristo. Andate. Il cameriere s'inchin e part.
Allora Alberto si rimise a fare il suo inventario. Mentre compiva il lavoro, lo scalpito di due cavalli nel cortile, ed il rumore delle ruote di una carrozza attirarono la sua attenzione; si avvicin alla finestra e vide suo padre salire nel calesse e partire. Non appena il portone fu richiuso dietro al conte, che Alberto si diresse verso l'appartamento di sua madre, e siccome non ritrov nessuno in sala per annunziarlo, penetr fin nella camera da dormire di Merceds, e, col cuore gonfio per quanto vedeva e quanto indovinava, si ferm sulla soglia. Come se la medesima anima avesse animato questi due corpi, Merceds faceva nelle sue camere ci che Alberto aveva fatto nelle proprie.
Tutto era stato messo in ordine; i merletti, le guarnizioni, i gioielli, la biancheria, il danaro, erano schierati nel fondo dei cassetti, dei quali la contessa metteva insieme le chiavi con cura. Alberto vide tutti questi preparativi; egli comprese tutto, e gridando Madre mia! and a gittare le sue braccia intorno al collo di Merceds. Quel pittore che avesse potuto copiare l'espressione di queste due figure, avrebbe certamente fatto un bel quadro. Infatto tutti questi preparativi, prodotti da un'energica risoluzione che non avevano fatto paura ad Alberto per s stesso, lo spaventavano per sua madre: Che fate voi dunque? domand egli.
Che avete fatto voi? rispose ella.
Oh! madre mia, grid Alberto commosso al punto di non poter parlare, non pu essere di voi come di me; no, voi non potete aver risoluto ci che io ho stabilito, poich vengo a prevenirvi che dico addio alla vostra casa, ed a voi.
Io pure, Alberto, rispose Merceds, io pure parto. Aveva contato, lo confesso, che mio figlio mi avrebbe accompagnata; mi sono io ingannata?
Madre mia, disse Alberto con fermezza, non posso farvi dividere la sorte che destino a me stesso; bisogna che da ora innanzi io viva senza nome e senza fortuna; per cominciare il noviziato di questa cruda esistenza, fa d'uopo che io chieda in prestito ad un amico il pane che manger da questo momento fino a quello in cui potr guadagnarmene. Cos mia buona madre, me ne vado diritto da Franz a pregarlo di prestarmi quella piccola somma che ho calcolato essermi necessaria.
Tu, mio povero figlio, grid Merceds, soffrire la fame! non dirlo, infrangeresti tutte le mie risoluzioni.
Ma non parliamo delle mie, madre mia, rispose Alberto. Io sono giovine, sono forte, credo di essere coraggioso, e fin da ieri ho imparato che cosa pu la mia volont. Ahim! madre mia, vi sono degli esseri che hanno sofferto tanto, e che non solo non sono morti, ma che ancora hanno edificato una nuova fortuna, sugli avanzi di tutte le speranze che Dio avea loro date! Io ho saputo questo, madre mia, ho veduto questi uomini; so che dal fondo dell'abisso in cui li aveva immersi il loro nemico, essi si sono rialzati con tanto vigore e tanta gloria, che hanno dominato il loro antico vincitore e lo hanno a sua volta precipitato. No, madre mia, no: io ho rotto da quest'oggi col passato, e non ne accetto pi niente, neppure il mio nome, perch, voi lo capite, non  vero madre mia? vostro figlio non pu portare il nome di un uomo che deve arrossire davanti ad un altro uomo.
Alberto, figlio mio, disse Merceds, se io avessi avuto un cuore pi forte, sarebbe stato questo il consiglio che ti avrei dato; la tua coscienza ti ha parlato quando la mia spenta voce taceva; ascolta la tua coscienza, figlio mio. Tu avevi degli amici, Alberto, tronca momentaneamente ogni rapporto con loro, ma non disperare, in nome di tua madre! La vita  ancor bella alla tua et, mio caro Alberto, perch tu hai appena ventidue anni; e siccome ad un cuore cos puro quale  il tuo abbisogna un nome senza macchia, prendi quello di mio padre: egli si chiamava Herrera. Io ti conosco, Alberto mio; qualunque sia la carriera che tu segua, in breve tempo renderai questo nome illustre. Allora, amico mio, ricomparisci nel mondo pi splendido ancora pel lustro delle tue passate disavventure; e se non avesse da accadere cos ad onta di tutte le mie previsioni, lasciami almeno questa speranza, a me che non avr pi altro pensiero, a me che non ho pi un avvenire e per la quale la tomba comincia dalla soglia di questa casa.
Io far secondo i vostri desiderii, madre mia, disse il giovine; s, io divido la vostra speranza: la collera del cielo non perseguiter voi cos pura, me cos innocente. Ma poich noi siamo risoluti, si operi prontamente. Il signor de Morcerf ha lasciato il palazzo sar circa mezz'ora; l'occasione, come vedete,  favorevole per evitare il rumore e le spiegazioni.
Io vi aspetto, figlio mio, disse Merceds.
Alberto corse tosto sul baluardo da dove ritorn in una vettura da nolo che doveva condurli fuori del palazzo; si ricord di una certa piccola casa ammobiliata, nella strada dei Santissimi Padri, ove sua madre troverebbe un alloggio modesto ma decente; ritorn adunque a prender la contessa.
Nel momento in cui la carrozza si fermava davanti alla casa, e quando Alberto ne discendeva, un uomo si avvicin a lui e gli consegn una lettera. Alberto riconobbe l'intendente di Monte-Cristo. Dal conte, disse Bertuccio.
Alberto prese la lettera, l'apr, la lesse. Dopo averla letta, cerc cogli occhi Bertuccio; ma questi era sparito mentre il giovine leggeva.
Allora Alberto colle lagrime agli occhi, il petto gonfio dall'emozione rientr nella camera di Merceds, e senza pronunziare una sola parola le present la lettera.
Merceds lesse:
Alberto.
Nel farvi conoscere che io ho penetrato il disegno al quale siete sul punto di abbandonarvi, credo di dimostrarvi egualmente che ne comprendo la delicatezza. Eccovi libero, voi lasciate il palazzo del conte, vi ritirate con vostra madre, libera al par di voi; ma riflettetevi, Alberto; voi le dovete pi di quel che potete pagarle, povero e nobil cuore che siete. Conservate per voi la lotta, reclamate per voi le sofferenze, ma risparmiatele quella prima miseria che accompagner inevitabilmente i vostri primi sforzi; poich ella non merita nemmeno il riverbero della disgrazia che in oggi la colpisce, e la provvidenza non vuole che l'innocente paghi pel colpevole.
Io so che voi lasciate entrambi la casa della strada Helder senza portarvi via niente. Non cercate scoprire in qual modo l'ho saputo. Io lo so: e basta. Ascoltate, Alberto.
Ventiquattro anni or sono, io ritornava molto fiero nella mia patria. Aveva una fidanzata, Alberto, una santa giovinetta che io adorava, e portava alla mia fidanzata 150 luigi accumulati penosamente colle mie fatiche senza riposo. Questo danaro era per lei, io lo destinava a lei, e sapendo quanto il mare  perfido, aveva seppellito il nostro tesoro in un piccolo giardino della casa che mio padre abitava a Marsiglia sopra i viali di Meillan. Vostra madre, Alberto, conosce bene questa povera casa. Ultimamente, venendo a Parigi, sono passato da Marsiglia. Sono andato a vedere questa casa dei dolorosi ricordi, e la sera, con una vanga alla mano, ho esplorato l'angolo ove era sepolto il mio tesoro. La cassetta di ferro era ancora nel medesimo posto, nessuno l'aveva toccata; ella  presso un bel fico, piantato da mio padre il giorno della mia nascita, che la ricopre colla sua ombra.
Ebbene! Alberto, questo danaro, che in altro tempo doveva provvedere alla vita ed alla tranquillit di questa donna che io adorava, ecco che oggi, per una strana e dolorosa combinazione, ha ritrovato lo stesso uso.
Oh! capite bene il mio pensiero; io che potrei offrire dei milioni a questa povera donna, le rendo soltanto il tozzo di pane nero dimenticato sotto il mio povero tetto, dal giorno in cui fui separato per sempre da lei.
Voi siete un uomo generoso, Alberto, ma ci non ostante siete forse acciecato dall'orgoglio o dal risentimento; se ricusate, se domandate ad un altro ci che io ho il diritto di offrirvi, dir che siete poco generoso nel ricusare la vita di vostra madre offerta da un uomo a cui vostro padre ha fatto morire il padre suo negli orrori della fame e della disperazione.
Finita questa lettura, Alberto rest pallido ed immobile aspettando ci che avrebbe risoluto sua madre. Merceds alz al cielo uno sguardo di una ineffabile espressione.
Io accetto, disse ella; egli ha il diritto di pagare la dote che io porter in un convento, e mettendo la lettera sul suo cuore, prese il braccio di suo figlio, e con un passo pi sicuro di quel che forse ella stessa si aspettava, prese la via delle scale.
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Capitolo 91. IL SUICIDIO.
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Frattanto Monte-Cristo, egli pure, era rientrato in citt con Emmanuele e Massimiliano. Il ritorno fu allegro. Emmanuele non dissimulava la gioia di aver veduto succedere la pace alla guerra, e confessava altamente i suoi gusti filantropici. Morrel, in un angolo della carrozza, lasciava evaporare in parole l'allegria di suo cognato, e conservava per s una gioia altrettanto sincera, ma che brillava soltanto dai suoi occhi. Alla barriera del Trono fu incontrato Bertuccio; egli aspettava l, immobile come una sentinella al suo posto. Monte-Cristo cav la testa dallo sportello, cambi con lui qualche parola a bassa voce, e l'intendente disparve. signor conte, disse Emmanuele, giungendo vicino alla piazza Reale, fatemi smontare, vi prego, alla mia porta affinch mia moglie non abbia ad avere anche un momento di pi di pena n per voi n per me.
Se non fosse ridicolo l'andare a far mostra del proprio trionfo, disse Morrel, inviterei il signor conte ad entrar da noi; ma il signor conte senza dubbio ha egli pure dei cuori tremanti da tranquillare. Eccoci arrivati, Emmanuele, salutiamo il nostro amico, e lasciamolo continuare la sua strada.
Un momento, disse Monte-Cristo, non mi private cos in un sol punto dei miei due compagni; voi Emmanuele rientrate presso la vostra graziosa moglie, alla quale v'incarico di presentare i miei complimenti; e voi, Morrel, accompagnatemi fino ai Campi-Elisi.
A meraviglia, disse Massimiliano; tanto pi che ho alcune faccende nel vostro quartiere, conte.
Dobbiamo aspettarvi per fare la colazione? domand Emmanuele.
No, rispose il giovine. Lo sportello si richiuse, e la carrozza continu la sua strada. Guardate come io vi ho portato fortuna! disse Morrel quando fu solo col conte. Non vi avete pensato?
S, certo, disse Monte-Cristo, ed ecco perch vorrei sempre tenervi vicino a me.
 miracoloso! continu Morrel, rispondendo al suo proprio pensiero.
Che cosa? disse Monte-Cristo.
Quel che  accaduto.
S, rispose il conte con un sorriso, voi avete usato del termine conveniente, Morrel,  miracoloso!
Perch, riprese Morrel, Alberto  coraggioso.
Coraggiosissimo, disse Monte-Cristo; l'ho veduto dormire mentre gli stava sospeso sul capo il pugnale.
Ed io so ch'egli si  battuto due volte, e si  battuto molto bene, disse Morrel; conciliate dunque ci colla sua condotta di questa mattina!
 stata la vostra influenza, riprese sorridendo Monte-Cristo.  fortuna per Alberto che non sia soldato.
E perch? Fare delle scuse sul terreno! fece il giovine Capitano scuotendo la testa.
Andiamo, disse il conte con dolcezza, non andate a cadere nei pregiudizi degli uomini ordinari, Morrel. Non converrete, poich Alberto  coraggioso, che egli non pu esser vile? che bisogna ch'egli abbia avuto una forte ragione per operare come ha fatto questa mattina, e che, non pertanto, la sua condotta  piuttosto eroica che tutt'altro?
Senza dubbio, rispose Morrel; ma dir come lo spagnuolo: oggi  stato meno coraggioso di ieri.
Voi farete colazione meco, n' vero Morrel? disse il conte per troncare la conversazione.
No, io vi lascio alle dieci.
Il vostro ritrovo  dunque per far colazione?
Morrel sorrise e scosse la testa. Eppure bisogner bene che facciate colazione in qualche luogo? riprese il conte.
E se non avessi fame? disse il giovine.
Oh! fece il conte, non conosco che due sentimenti che tolgono in tal modo l'appetito; il dolore (ma siccome vi vedo abbastanza allegro, fortunatamente non  questo) e l'amore. Ora, dopo ci che mi avete detto in proposito del vostro cuore, mi  permesso di credere...
In fede mia! replic gaiamente Morrel, non dico di no.
E voi non mi raccontate nulla, Massimiliano? riprese il conte con un tuono cos vivo che si scorgeva il piacere che avrebbe preso a conoscere questo segreto.
Questa mattina vi ho fatto conoscere che aveva un cuore?
Per tutta risposta Monte-Cristo stese la mano al giovine.
Ebbene! continu questi, dappoich questo cuore non  pi con voi al bosco di Vincennes, egli  andato ad un'altra parte, ed io vado a cercarlo.
Andate, disse lentamente il conte, andate, amico caro; ma di grazia, se provaste qualche ostacolo, ricordatevi che ho qualche potere in questo mondo, e che sono felice d'impiegarlo a profitto delle persone che amo, ed io v'amo moltissimo, Morrel.
Bene, disse il giovine, me ne sovverr (come i fanciulli egoisti si sovvengono dei loro parenti quando hanno bisogno di loro); quando avr bisogno di voi, e forse questo momento verr, m'indirizzer a voi, conte.
Bene, io ritengo la vostra parola. Addio dunque.
A rivederci. Erano giunti alla porta della casa dei Campi-Elisi. Monte-Cristo apr lo sportello, Morrel balz sul pavimento, Bertuccio aspettava sulla scalinata.
Morrel disparve all'ingresso di Marigny, e Monte-Cristo cammin incontro a Bertuccio. Ebbene? domand egli.
Ebbene! rispose l'intendente; ella lascia la casa.
E suo figlio? Florentin, suo cameriere, crede che faccia altrettanto. Venite. Monte-Cristo condusse Bertuccio nel suo gabinetto, scrisse la lettera che conosciamo, e la rimise all'intendente.
Andate, diss'egli, e fate con diligenza... A proposito fate avvisare Hayde ch'io sono ritornato.
Eccomi, disse la giovinetta, che al rumore della carrozza era gi discesa, e di cui il viso raggiava di gioia, nel rivedere il conte salvo.
Bertuccio usc. Tutti i trasporti di una figlia nel rivedere un padre prediletto, tutti i delirii di un'amica nel rivedere l'amante adorato, Hayde li prov nei primi momenti del ritorno da lei atteso con tanta impazienza.
Certamente, quantunque meno espansiva, la gioia di Monte-Cristo non era men grande; la gioia, pei cuori che hanno lungamente sofferto,  simile alla rugiada delle terre disseccate dal sole; come le terre assorbono la pioggia benefattrice che cade sovr'esse, e niente ne appare al di fuori. Da qualche giorno Monte-Cristo capiva una cosa, che da qualche tempo non osava credere, ed era, che v'erano due Merceds al mondo, e ch'egli poteva ancora essere felice su questa terra; il suo occhio avido di felicit si immergeva avidamente negli umidi sguardi d'Hayde, quando d'improvviso la porta si apr. Il conte aggrott il sopracciglio. Il signor de Morcerf! disse Battistino, come se questa sola parola racchiudesse tutta la sua scusa.
In fatto il viso del conte si rischiar. Quale? domand egli, il visconte o il conte? Il conte.
Mio Dio! grid Hayde, non  ancora dunque finita?
Non so se sia finita, fanciulla mia diletta, disse Monte-Cristo prendendo le mani della figlia adottiva; ma ci che so si  che tu non hai nulla a temere.
Oh! se frattanto il miserabile...
Quest'uomo non ha alcun potere sopra di me Hayde, disse Monte-Cristo; n quando aveva a che fare con suo figlio vi era di che temere.
Oh! ci che io ho sofferto, disse la giovinetta, tu non lo saprai mai, mio signore.
Monte-Cristo sorrise. Per la tomba di mio padre! ti giuro, Hayde, che se accade disgrazia a qualcuno, non sar a me.
Io ti credo, mio signore, come se mi parlasse una voce dal cielo, disse la giovinetta.
Oh! mio Dio! mormor il conte, permettereste voi che io potessi ancora amare? Fate entrare il signor conte de Morcerf nel salotto, diss'egli a Battistino mentre riconduceva la bella greca nelle sue camere per la scala segreta.
Una parola di spiegazione su questa visita, attesa forse da Monte-Cristo, ma inaspettata senza dubbio dai nostri lettori. Mentre che Merceds, come abbiamo detto, faceva nelle sue camere l'inventario che Alberto aveva gi fatto nelle proprie; mentre classificava i suoi gioielli, chiudeva i cassetti, riuniva le chiavi, affine di lasciar tutto nell'ordine pi perfetto, ella non si era accorta che una testa pallida e sinistra era comparsa alla invetriata di una porta che lasciava passare la luce ad un corridore; di l non solo si poteva vedere, ma si poteva ancora sentire. Questi che guardava cos, senza essere, secondo tutte le probabilit, n veduto n inteso, vide dunque ed intese tutto ci che accadeva presso la signora de Morcerf.
Da questa porta con vetri, l'uomo dal viso pallido si port nella camera da dormire del conte di Morcerf, e giunto l, sollev con una mano contratta la tendina della finestra che guardava nel cortile. Per dieci minuti rest cos immobile e muto, ascoltando i battiti del proprio cuore. Per lui dieci minuti erano molto lunghi. Fu allora che Alberto ritorn dal suo ritrovo, scoperse suo padre che stava alle vedette sul suo ritorno dietro la tendina, e volt la testa. L'occhio del conte si dilat: sapeva che l'insulto d'Alberto a Monte-Cristo era stato terribile, che un simile insulto, in tutti i paesi del mondo, trascinava ad un duello a morte. Ora, Alberto ritornava sano e salvo, dunque il conte era vendicato. Un lampo di gioia indicibile illumin quel lugubre viso, come fa un ultimo raggio di sole prima di perdersi nelle nubi, che sembrano meno il suo letto di quello che la sua tomba. Ma, noi lo abbiamo detto, egli aspettava invano che il giovine salisse nel suo appartamento per rendergli conto del suo trionfo. Che suo figlio, prima di andarsi a battere, non avesse voluto vedere suo padre di cui andava a vendicare l'onore, ci si comprende; ma, una volta questo onore vendicato, perch questo figlio non veniva a gettarsi fra le braccia di suo padre? Fu allora che il conte, non vedendo venire Alberto, invi a cercare il suo domestico. Si sa che Alberto lo aveva autorizzato a non tener nascosta la verit a suo padre. Dieci minuti dopo si vide comparire sulla scalinata il generale de Morcerf, vestito in abito nero, col goletto alla militare, i calzoni neri, e i guanti neri. A quanto pare, aveva gi dati degli ordini anteriori, poich appena aveva egli toccato l'ultimo gradino della scala, che la sua carrozza di gi attaccata usc dalla rimessa, e venne a fermarsi dinanzi a lui: il suo cameriere vi gett dentro un mantello alla militare, instecchito per le due spade che avvolgeva; quindi, chiuso lo sportello, si assise vicino al cocchiere, che s'inchin davanti al calesse per domandar l'ordine. Ai Campi-Elisi, disse il generale, al palazzo del conte di Monte-Cristo.
I cavalli si slanciarono sotto il colpo di frusta che li circond; cinque minuti dopo essi si fermarono alla casa del conte. Il signor de Morcerf apr da s lo sportello, la carrozza andava ancora, ed egli salt come un giovine, al cancello, suon, e disparve dalla porta aperta in compagnia del cameriere. Un minuto secondo dopo Battistino annunciava al signor conte di Monte-Cristo, il conte de Morcerf, e Monte-Cristo, riconducendo Hayde, dava l'ordine che il conte de Morcerf fosse introdotto nel salotto. Il generale misurava coi passi per la terza volta tutta la lunghezza del salotto, quando, rivoltandosi, vide Monte-Cristo in piedi sulla soglia!
Ah!  il signor de Morcerf, disse tranquillamente Monte-Cristo; credeva di aver male inteso.
S, son io: disse il conte con una spaventevole contrazion di labbra che gli impediva di articolar le parole.
Ora dunque non mi resta che a sapere la causa, disse Monte-Cristo, che mi procura il piacere di vedere il signor de Morcerf cos di buon'ora.
Questa mattina avete avuto un incontro con mio figlio?
Voi sapete questo? rispose il conte.
So pure che mio figlio aveva buone ragioni per desiderar di battersi con voi, e di far tutto ci che poteva per uccidervi.
In fatto, signore, egli ne aveva di buonissime; ma voi vedete che, ad onta di queste ragioni, non mi ha ucciso, ed anzi non si  neppure battuto.
E ci non pertanto vi considerava come la causa del disonore di suo padre, non meno che la causa della terribile rovina che in questo momento opprime la mia famiglia.
 vero, riprese Monte-Cristo colla sua calma spaventosa; causa secondaria, per esempio, e non principale.
Senza dubbio voi gli avrete fatta qualche scusa, e data qualche spiegazione?
Io non gli ho data nessuna spiegazione, ed  stato lui che mi ha chiesto scusa.
Ma a che cosa attribuite questa sua condotta?
Probabilmente alla convinzione che in tutto questo affare vi era un uomo pi colpevole di me.
E chi  quest'uomo? Suo padre.
Sia, disse il conte impallidendo; ma sapete che anche il pi colpevole non ama sentirsi convincere della sua reit.
Lo so... cos, io mi era preparato a ci che accade in questo momento. Voi vi eravate preparato a ritrovare in mio figlio un vile? grid il conte.
Alberto de Morcerf non  un vile! disse Monte-Cristo.
Un uomo che tiene in mano una spada, un uomo che, alla portata di questa spada, ha un nemico mortale; quest'uomo, se non si batte,  un vile! A che non  egli qui? che io glie lo dica!
Signore, rispose freddamente Monte-Cristo, io non presumo che voi siate venuto a ritrovarmi per raccontarmi i vostri piccoli affari di famiglia. Andate a dire tutto questo ad Alberto, forse sar egli che vi risponder.
Oh! no! no! replic il generale con un sorriso che spar non s tosto comparso; a noi! voi avete ragione, io non sono venuto qui per questo! Io sono venuto per dirvi, che io pure vi riguardo per un mio nemico! Sono venuto per dirvi che vi odio per istinto! che mi sembra d'avervi sempre conosciuto, sempre odiato! e che finalmente, poich i giovani di questo secolo non si battono pi, sta a noi il batterci...  questo pure il vostro parere signore?
Precisamente. Cos, quando vi ho detto che mi era preparato a quanto accade, m'intendeva di parlare dell'onore della vostra visita.
Tanto meglio... i vostri preparativi son dunque fatti?
Essi lo sono sempre, signore.
Sapete che noi ci batteremo fino alla morte di uno di noi due! disse il generale con i denti stretti per la rabbia.
Fino alla morte di uno di noi due, ripet il conte di Monte-Cristo facendo un leggiero movimento di testa.
Partiamo allora, non abbiamo bisogno di testimoni.
In fatto,  inutile, ci conosciamo tanto bene!
Al contrario, disse il conte, non ci conosciamo.
Bah! disse Monte-Cristo colla stessa flemma da disperare, vediamo un poco. Non siete voi il soldato Fernando che disert la vigilia della battaglia di Waterloo? Non siete voi il sotto-tenente Fernando che ha servito di guida e di spia all'esercito francese in Ispagna? Non siete voi il capitano Fernando che ha tradito, venduto, assassinato il suo benefattore, Al? E tutti questi Fernandi riuniti non hanno essi formato il tenente generale conte de Morcerf, pari di Francia?
Oh! grid il generale colpito da queste parole come da un ferro arroventato; oh! miserabile che mi rimproveri la mia onta, nel momento forse in cui tu stai per uccidermi! no, non ti ho detto d'esserti sconosciuto; so bene, demonio, che tu hai penetrato nella notte del passato, e che tu hai letto al chiarore di qual fiaccola, io l'ignoro! tutte le pagine della mia vita; ma forse ho ancora pi onore, nel mio obbrobrio, che tu sotto le tue pompose apparenze. No, no, io ti sono conosciuto, lo so, ma sei tu che io non conosco, avventuriere ricoperto d'oro e di gemme: tu ti sei fatto chiamare a Parigi conte di Monte-Cristo; in Italia Sindbad il marinaio; a Malta che so io? l'ho dimenticato. Ma  il tuo vero nome quello che ti domando,  il tuo vero nome quello ch'io voglio sapere, fra i tuoi cento nomi, affinch io lo pronunci sul terreno del combattimento, nel punto in cui t'immerger la mia spada nel cuore.
Il conte di Monte-Cristo impallid in un modo terribile, il suo occhio bieco s'infuoc, fece uno sbalzo nel gabinetto attinente alla sua camera, ed in men di un secondo, si strapp la cravatta, l'abito ed il gil, indoss una piccola giacca da marinaro, si mise un cappello da un uomo di bastimento, sotto il quale si sciolsero i suoi lunghi capelli neri. Ritorn cos, spaventevole, implacabile, camminando colle braccia incrociate incontro al generale, che l'aspettava, e che sentendo i suoi denti stridere, e le sue gambe piegarglisi sotto, rincul di un passo, e non si ferm che trovando in una tavola un punto d'appoggio per la sua mano increspata.
Fernando, gli grid il conte, dei miei cento nomi, non avrei bisogno che di dirtene un solo per fulminarti: ma questo nome tu lo indovini, non  vero? o piuttosto tu te lo ricordi? poich ad onta di tutti i miei dispiaceri, di tutte le mie torture, io oggi ti mostro un viso che la felicit dalla vendetta ringiovanisce, un viso che tu devi aver veduto molte volte nei tuoi sogni dopo il tuo matrimonio... con Merceds, mia fidanzata!
Il generale rimase colla testa rovesciata in addietro, le mani stese, lo sguardo fisso, divorando in silenzio questo terribile spettacolo; indi andando a cercare il muro, come per ritrovare un punto d'appoggio, vi si strisci lentamente fino alla porta, dalla quale usc all'indietro, lasciando sfuggire questo solo grido lugubre, lamentevole, dilaniante.
Edmondo Dants! Indi, con dei sospiri che nulla avevano dell'umano, si trascin fino al peristilio della casa, travers il cortile come un uomo ubbriaco, e cadde fra le braccia del suo cameriere mormorando soltanto con voce inintelligibile: A casa! a casa!
Cammin facendo, la freschezza dell'aria, e l'onta che gli causava l'attenzione della sua servit, lo rimisero in istato di raccogliere le sue idee; ma il tragitto fu corto, e a seconda che si avvicinava alla sua abitazione, il conte sentiva rinnovarsi tutte le sue angosce. A qualche passo dalla casa fece fermare e discese. La porta del palazzo era aperta in tutta la sua grandezza; una vettura da nolo sorpresa di essere chiamata in quella magnifica dimora, stazionava in mezzo al cortile; il conte la guard con terrore, ma senza aver coraggio d'interrogare alcuno, e si slanci verso il suo appartamento. Due persone discendevano la scala; egli non ebbe che il tempo di gettarsi in un gabinetto per evitarle. Era Merceds appoggiata al braccio di suo figlio che abbandonavano la casa.
Essi passarono a due linee dal disgraziato, che nascosto dietro la portiera di damasco, fu sfiorato in qualche modo dalla veste di seta di Merceds, e sent il tiepido alito di queste parole pronunciate da suo figlio:
Coraggio, madre mia! venite, venite, noi qui non siamo pi in casa nostra. Le parole si estinsero, i passi si allontanarono. Il generale si raddrizz tenendosi sospeso colle mani increspate alla portiera di damasco; egli comprimeva il pi orribile singulto che fosse mai uscito dal petto di un padre, abbandonato ad un tempo dalla moglie, e dal figlio. Ben presto intese sbattere lo sportello della carrozza, poi la voce del cocchiere; indi la pesante macchina rintron nei vetri; allora si slanci nella sua camera da dormire per vedere anche una volta tutto ci che aveva amato nel mondo; ma la carrozza part, senza che la testa di Merceds o quella d'Alberto fosse comparsa al finestrello per dare alla casa solitaria, per dare al padre ed allo sposo abbandonato, l'ultimo sguardo, l'addio ed il rammarico, vale a dire il perdono. Cos, al momento stesso in cui le ruote della carrozza rintronavano sul pavimento posto sotto la volta, s'intese un colpo di arme da fuoco, ed un tetro fumo usc da uno dei vetri di quella finestra della camera da dormire, infranto dalla forza di quella esplosione.
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Capitolo 92. VALENTINA.
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S'indoviner facilmente che cosa aveva da fare Morrel, e con chi aveva ritrovo. Morrel dunque, lasciando Monte-Cristo, s'incammin lentamente verso la casa di de Villefort. Noi diciamo lentamente, perch Morrel aveva pi di mezz'ora, per fare cinquecento passi; ma ad onta di questo tempo pi che sufficiente, si era affrettato a lasciare Monte-Cristo, avendo desiderio di rimaner solo coi suoi pensieri. Egli sapeva bene la sua ora: l'ora nella quale Valentina, assistendo alla colazione di Noirtier, era sicura di non essere disturbata in questo pietoso dovere. Noirtier e Valentina gli avevano accordato due visite la settimana, ed egli veniva ad approfittar dei suoi diritti: alla per fine giunse, Valentina lo aspettava. Inquieta, quasi astratta, lo prese per la mano e lo condusse davanti a suo nonno.
Questa inquietudine spinta, come lo diremo, fin quasi alla follia, veniva dal rumore che aveva fatta l'avventura di Morcerf; nel gran mondo, si sapeva (il gran mondo sa sempre tutto) l'avventura dell'Opera. In casa di de Villefort nessuno dubitava che questa non fosse seguita da un duello; Valentina, col suo istinto di donna, aveva indovinato che Morrel sarebbe stato il testimonio di Monte-Cristo, e col coraggio ben cognito del giovine, con quell'amicizia profonda, che ella conosceva in lui pel conte, temeva, che non si sarebbe limitato alla semplice parte passiva di testimonio, che gli era stata assegnata. Si comprender adunque con quale avidit furono domandati i particolari, dati e ricevuti, e Morrel pot leggere una indicibile gioia negli occhi della sua diletta, quando ella seppe che questo terribile affare aveva avuto uno scioglimento non meno felice che inatteso.
Ora, disse Valentina facendo segno a Morrel di sedersi accanto al vecchio, e sedendo ella stessa sullo scanno ove riposavano i piedi di lui, ora parliamo un poco dei nostri affari. Voi sapete Massimiliano che il mio buon nonno aveva avuto per un momento l'idea di abbandonare la casa, e di prendere un appartamento fuori del palazzo del signor de Villefort?
S, certo, disse Massimiliano, io mi ricordo questo disegno, e vi aveva ancora molto applaudito.
Ebbene! disse Valentina, applaudite ancora, Massimiliano, poich il buon nonno lo rinnova.
Bravo! disse Massimiliano.
E sapete, disse Valentina, qual ragione d il buon nonno per lasciare la casa? Noirtier guardava la fanciulla per imporle silenzio con l'occhio; ma Valentina non guardava punto Noirtier; i suoi occhi, il suo sguardo, il suo sorriso erano tutti per Morrel. Oh! qualunque sia la ragione che addurr il signor Noirtier, grid Morrel, dichiaro che ella  buona.
Eccellente, disse Valentina; egli pretende che l'aria del sobborgo Sant'Onorato non val niente per la mia salute.
Infatto, disse Morrel, ascoltate, Valentina; il signor Noirtier potrebbe realmente aver ragione; da quindici giorni ritrovo che la vostra salute si  alterata.
S, un poco,  vero, rispose Valentina; cos il buon nonno si  costituito mio medico, e siccome sa di tutto, ho la pi gran confidenza in lui.
Ma finalmente  dunque vero che voi soffrite, Valentina? domand sollecitamente Morrel.
Oh! mio Dio, questo non si chiama soffrire: risento un mal essere generale, ecco tutto; ho perduto l'appetito e mi sembra che il mio stomaco sostenga una lotta per abituarsi a qualche cosa. Noirtier non perdeva una delle parole di Valentina. E quale  la cura che seguite per questa sconosciuta malattia?
Oh! semplicissima, disse Valentina, prendo tutte le mattine una cucchiaiata della mistura che si porta a mio nonno; quando dico una cucchiaiata, intendo che ho incominciato col prenderne una; ora per ne prendo di gi quattro; mio nonno pretende che questa sia una panacea universale. Valentina sorrideva; ma vi era qualche cosa di tristo e sofferente in questo sorriso. Massimiliano ebbro di amore la guardava in silenzio: ella era bella, ma il suo pallore aveva preso una tinta pi bianca, i suoi occhi brillavano di un fuoco ardente pi che d'ordinario, e le sue mani, che ordinariamente erano di un bianco d'avorio, sembravano di cera con una velatura giallastra, che le copriva nello stesso tempo.
Da Valentina il giovine port gli occhi su Noirtier; questi considerava con quella strana e profonda intelligenza la giovinetta assorbita nel suo amore; ma egli pure, come Morrel, scorgeva queste tracce di un sordo soffrire, cos poco visibile che era sfuggito agli occhi di tutti, eccetto che a quelli dell'amante e del nonno.
Ma, disse Morrel, questa mistura di cui siete giunta a prender quattro cucchiai, io la credeva un medicamento per il signor Noirtier?
Io so che  molto amara, rispose Valentina, tanto amara, che tutto ci che bevo dopo di essa, mi sembra avere lo stesso gusto. Noirtier guard sua nipote in modo da interrogarla. S, buon nonno, disse Valentina,  cos, come vi diceva. Or ora, prima di venire da voi, ho bevuto un bicchier d'acqua inzuccherata; ebbene! ne ho lasciata la met, tanto quest'acqua mi  sembrata amara.
Noirtier impallid, e fece segno che voleva parlare.
Valentina si alz per andare a cercare il dizionario.
Noirtier la seguiva cogli occhi, e con una visibile angoscia. Difatto il sangue saliva alla testa della giovinetta, e le guance le si coloravano. Osserva! diss'ella senza perder nulla della sua allegria,  singolare: un abbagliamento!  dunque il sole che mi ha percosso negli occhi?...
Ed ella si appoggi al parapetto della finestra.
Non vi  sole, disse Morrel inquieto anche pi della espressione del viso di Noirtier, che della indisposizione di Valentina. Egli corse a Valentina.
La giovinetta sorrise. Rassicuratevi, buon pap, disse ella a Noirtier, rassicuratevi, Massimiliano, non  niente, e la cosa  gi passata; ma ascoltate!... non  il rumore di una carrozza quello che io sento nel cortile?
Ella apr la porta di Noirtier, corse ad una finestra del corridoio, e ritorn precipitosamente. S, disse ella,  la signora Danglars con sua figlia che vengono a farci una visita. Addio, mi salvo, perch verrebbero a cercarmi qui, o piuttosto, a rivederci, restate presso il nonno, signor Massimiliano, vi prometto di non far nulla per trattenerle.
Morrel la segu con gli occhi, la vide chiudere la porta, e la sent salire la piccola scala che metteva ad un tempo nella camera della signora de Villefort e nelle sue. Dal momento che disparve, Noirtier fece segno a Morrel di prendere il dizionario. Morrel obbed; guidato da Valentina, si era prestamente abituato a capire il vecchio. Per, per quanto si fosse abituato, siccome bisognava passare in rivista una gran parte delle lettere dell'alfabeto e ritrovare ciascuna parola nel dizionario, non fu che in capo a dieci minuti che il pensiero del vecchio fu tradotto in queste parole.
Cercate il bicchier d'acqua e la bottiglia che sono in camera di Valentina. Morrel suon subito pel domestico che aveva sostituito Barrois, ed in nome di Noirtier gli dette quest'ordine. Il domestico ritorn un momento dopo.
La bottiglia ed il bicchiere erano completamente vuoti.
Noirtier fece segno che voleva parlare: Perch il bicchiere e la bottiglia son vuoti? domand egli. Valentina ha detto che non avea bevuto che la met.
La traduzione di questa nuova domanda occup ancora altri cinque minuti: Io non so, disse il domestico; ma la cameriera  nell'appartamento di madamigella Valentina, forse sar stata ella che l'avr vuotata.
Domandatele il perch, disse Morrel, traducendo questa volta il pensiero di Noirtier collo sguardo.
Il domestico usc, e quasi subito dopo rientr.
Madamigella Valentina  passata per la sua camera per portarsi in quelle della signora de Villefort, disse egli; e nel passare, siccome aveva sete, ha bevuto ci che rimaneva nel bicchiere; in quanto alla bottiglia, il signor Edoardo l'ha vuotata per fare un laghetto alle sue anitre.
Noirtier alz gli occhi al cielo come fa un giuocatore che giuoca in un punto tutto ci che possede.
Da quel momento gli occhi del vecchio si fissarono sulla porta e non lasciarono pi questa direzione.
Era difatto la signora Danglars e sua figlia che Valentina avea vedute; erano state condotte nella camera della signora de Villefort, che aveva detto di riceverle nel suo appartamento; ecco perch Valentina era passata per le stanze di lei, essendo la sua camera allo stesso piano di quella di Valentina, e le due camere non erano divise che da quella di Edoardo.
Le due signore entrarono nel salotto con quella sostenutezza officiale che presagisce una comunicazione.
Fra persone della stessa societ una gradazione  presto presa. La signora de Villefort rispose a questa solennit con altrettanta solennit. Ed in questo momento Valentina entr, e le riverenze ricominciarono da capo:
Cara amica, disse la baronessa, mentre che le due giovinette si prendevano per la mano, vengo con Eugenia ad annunziarvi per la prima il vicinissimo matrimonio di mia figlia col principe Cavalcanti. Il banchiere popolare aveva ritrovato che questo titolo stava meglio che quello di conte.
Allora permettete che io vi faccia i miei sinceri rallegramenti, rispose la signora de Villefort. Il signor principe Cavalcanti sembra un giovine di rare qualit.
Ascoltate, disse la baronessa sorridendo; se noi parliamo come due amiche, debbo dirvi che il principe non ci sembra ancora quel che sar. Egli ha in s un po' di quella stravaganza, che a noi francesi ci fa riconoscere al primo colpo d'occhio un gentiluomo italiano o tedesco. Per annunzia molto buon cuore, molta acutezza di spirito, ed in quanto alle convenienze, il signor Danglars pretende che la sua fortuna sia maestosa: questa  la sua parola.
E poi, disse Eugenia nello sfogliare l'album della signora de Villefort, aggiungete, signora, che voi avete una inclinazione particolare per questo giovine.
Eh, disse la signora de Villefort, non ho bisogno di domandarvi se voi prendete parte a questa inclinazione?
Io! rispose Eugenia colla sua seriet ordinaria, oh! niente affatto, signora; la mia propria vocazione non  d'incatenarmi colle cure di famiglia, e coi capricci di un uomo qualunque si sia. La mia vocazione era di essere artista, e per conseguenza libera nel cuore, nel pensiero, e nelle azioni.
Eugenia pronunzi queste parole con un accento cos vibrato e cos fermo, che il rossore sal al viso di Valentina. La timida fanciulla non poteva comprendere questa natura vigorosa, che null'aveva di comune colle solite timidezze della donna. Del resto, continu ella, poich sono destinata ad essere maritata di buona o di cattiva voglia, debbo ringraziare la Provvidenza che mi abbia procurato il disprezzo del signor Alberto de Morcerf; senza questa Provvidenza, oggi sarei la moglie di un uomo perduto nell'onore.
 pur troppo vero, disse la baronessa con quella strana ingenuit che qualche volta si ritrova nelle gran signore;  pur troppo vero, senza questa esitanza dei Morcerf, mia figlia avrebbe sposato il signor Alberto; il generale vi aveva molta premura; era anzi venuto per costringere il signor Danglars a dare la sua parola; noi l'abbiamo scappata bella.
Ma, disse timidamente Valentina, forse che l'onta del padre ricade sul figlio? Il signor Alberto mi sembra innocente di tutti questi tradimenti del generale.
Perdono, cara amica, disse l'implacabile giovinetta, il signor Alberto ne reclama, e ne merita la sua parte: pare che dopo avere ieri sera provocato Monte-Cristo all'Opera, oggi gli abbia fatto le sue scuse sul terreno.
Impossibile! disse la signora de Villefort.
Ah! mia cara, disse la signora Danglars, con quella stessa ingenuit che abbiamo segnalata; la cosa  certa, io la so dal signor Debray, che era presente alle spiegazioni.
Valentina pure sapeva la verit, ma non rispose. Respinta da una parola nelle sue rimembranze, si ritrovava col pensiero nella camera di Noirtier, ove Morrel l'aspettava.
Immersa in questa specie di contemplazione, Valentina aveva da qualche minuto cessato di prender parte alla conversazione; le sarebbe stato perfino impossibile di ripetere ci ch'ella aveva detto pochi minuti prima, quando d'improvviso la mano della signora Danglars, appoggiandosi sur un braccio di lei la tolse da questa distrazione.
Che c' signora? disse Valentina rabbrividendo al contatto delle dita della signora Danglars.
C', che voi, disse la baronessa, state senza dubbio male.
Io? fece la giovinetta passandosi la mano sull'ardente fronte.
S; guardatevi in questo specchio, avete arrossito ed impallidito tre o quattro volte nello spazio di un minuto.
Infatto, grid Eugenia, tu sei molto pallida.
Oh! non te ne inquietare, Eugenia, io sono cos da qualche giorno. E per quanto la giovinetta fosse poco astuta, cap che quella era una buona occasione per uscire. D'altra parte la signora de Villefort venne in suo soccorso:
Ritiratevi, Valentina, diss'ella, voi soffrite realmente e queste signore vorranno perdonarvi; bevete un bicchiere d'acqua e ci vi rimetter. Valentina abbracci Eugenia, salut la signora Danglars di gi in piedi per partire, ed usc.
Questa povera ragazza, disse la signora de Villefort quando Valentina and via, mi tiene in grandissima pena per la sua salute, e non mi meraviglierei che le accadesse qualche grave accidente. Frattanto Valentina, con una specie d'esaltazione di cui non sapeva rendersi conto, aveva traversata la camera d'Edoardo senza rispondere non so a quale impertinenza del fanciullo, e dalla sua camera aveva raggiunta la scaletta. Aveva gi discesi tutti gli scalini, meno gli ultimi tre; ella sentiva gi la voce di Morrel, allorquando una nube le pass davanti gli occhi, il piede irrigidito sbagli lo scalino, le mani non ebbero pi forza per sostenersi al mantegno, e, rasente la ringhiera, rotol anzi che discendere dall'alto dei tre ultimi gradini. Morrel non fece che uno sbalzo, apr la porta, e trov Valentina stesa sul pianerottolo.
Rapido come il lampo, l'alz fra le braccia, ed and a deporla sopra un seggio. Valentina riapr gli occhi.
Oh! quanto sono mal destra, diss'ella con una febbrile volubilit; non so io dunque pi tenermi ritta! dimenticava che vi sono tre scalini prima del pianerottolo.
Vi siete forse ferita, Valentina? grid Morrel, oh! mio Dio! mio Dio!... Valentina guard intorno a s; vide il pi profondo spavento espresso dagli occhi di Noirtier.
Rassicurati, nonno mio, diss'ella sforzandosi di sorridere; non  niente, non  niente... ho avuto un capo giro.
Anche un altro sbalordimento! disse Morrel giungendo le mani, fateci attenzione, Valentina, ve ne supplico.
Ma no, disse Valentina, ma no, vi dico che tutto  passato, e che non  niente. Ora lasciate, che vi dia una notizia: fra otto giorni Eugenia si marita, e fra tre giorni vi  una specie di gran festino, un trattenimento di sponsali. Noi siamo tutti invitati, mio padre, la signora de Villefort, ed io... Almeno a quanto mi  sembrato di capire.
E quando avverr che tocchi a noi l'occuparci di questi particolari? Oh! Valentina, voi che avete tanto potere sul vostro buon nonno, cercate che vi risponda: ben presto.
Cos, domand Valentina, contate su di me, per stimolare la lentezza, e per risvegliare la memoria del nonno?
S, grid Morrel, mio Dio! mio Dio! fate presto. Fino a che voi non sarete mia, Valentina, mi sembrer sempre che possiate sfuggirmi.
Oh! rispose Valentina con un movimento convulsivo, oh! in verit, Massimiliano, siete troppo timoroso per essere un uffiziale, per essere un soldato che, dicesi, non ha mai conosciuto che cosa sia paura. Ah! ah! ah! Ed ella scoppi in una risata stridula e dolorosa, le braccia si torsero e si contorsero, la testa si rovesci sul seggio, e rimase senza movimenti: il grido di terrore che Iddio incatenava sulle labbra di Noirtier, scatur dal suo sguardo.
Morrel lo comprese, si trattava di chiamare soccorso. Il giovine si attacc al campanello, la cameriera che era nell'appartamento di Valentina, ed il domestico accorsero simultaneamente. Valentina era cos pallida, cos fredda, cos inanimata, che senza ascoltare ci che loro dicevasi, la paura che vegliava in questa maledetta casa li assalse, ed essi si slanciarono nel corridoio gridando soccorso.
La signora Danglars ed Eugenia uscivano in questo momento, esse furono in tempo da essere informate della causa di tutto questo susurro. Se lo aveva predetto! grid la signora de Villefort; povera ragazza!
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Capitolo 93. LA CONFESSIONE.
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Nello stesso punto s'intese la voce del signor de Villefort che gridava dal suo gabinetto. Che  stato?
Morrel consult con uno sguardo Noirtier, che allora aveva ripreso tutta la prontezza d'animo, e con un colpo d'occhio gli indic il gabinetto ove gi un'altra volta, in una occasione presso a poco simile, si era rifugiato. Non ebbe che il tempo di prendere il cappello, e di gettarvisi anelante. Si sentivano gi i passi del procuratore del Re nel corridoio. Villefort si precipit nella camera, corse a Valentina e la prese fra le sue braccia: Un medico! un medico! il signor d'Avrigny, grid Villefort; o piuttosto vi andr io stesso. E si slanci fuori dell'appartamento.
Dall'altra porta si slanci Morrel. Egli era stato colpito nel cuore da una spaventevole rimembranza. La conversazione fra il signor de Villefort ed il dottore, che aveva inteso nel giardino la notte in cui mor la signora de Saint-Mran, gli ritorn tutta alla memoria, questi sintomi portati ad un grado meno spaventoso, erano gli stessi che avevano preceduta la morte di Barrois. Nello stesso tempo gli era sembrato di sentire un rumore al suo orecchio, quella voce di Monte-Cristo che gli aveva detto, erano circa due ore appena: Qualunque cosa possiate avere bisogno, venite da me, io posso molto. Pi rapido del pensiero corse dunque dal sobborgo Sant'Onorato nella strada Matignon, e dalla strada Matignon all'ingresso dei Campi-Elisi.
In questo mentre il signor de Villefort giungeva in un cabriolet di piazza alla porta del signor d'Avrigny; suon con tanta violenza che il portinaro venne ad aprirgli tutto spaventato. Villefort balz sulle scale senza aver la forza di dire una parola. Il portinaro lo conosceva e lo lasci passare gridando soltanto: Nel suo gabinetto, signor procuratore del Re, nel suo gabinetto! Villefort ne spingeva gi, anzi ne sfondava la porta: Ah! disse il dottore, siete voi?
S, disse Villefort richiudendo la porta dietro a s; s, dottore, sono io che vengo a chiedervi a mia volta se siamo soli; dottore, la mia casa  una casa maledetta?
Che! disse questi con apparente freddezza, ma con profonda emozione interna, avete ancor qualche altro malato?
S, dottore, grid Villefort afferrandosi con mano convulsa un pugno di capelli, s! Lo sguardo d'Avrigny significava: Io ve lo aveva predetto. Indi le sue labbra articolarono lentamente queste parole: Chi sta dunque per morire in casa vostra? e qual nuova vittima va ad accusarvi di debolezza avanti a Dio?
Un doloroso singhiozzo scatur dal cuore di Villefort, s'avvicin al medico, ed afferrandolo pel braccio: Valentina. Vostra figlia! grid d'Avrigny preso da dolore e da sorpresa.
Vedete che vi sbagliavate, mormor il magistrato; venite a vederla, e sul suo letto di dolore chiedetele scusa di averla sospettata.
Ciascuna volta che voi mi avete chiamato, disse il signor d'Avrigny, era sempre troppo tardi; non importa, vengo, ma affrettiamoci, signore; coi nemici che battono in casa vostra non vi  tempo da perdere.
Oh! questa volta, dottore, non mi rimprovererete pi la mia debolezza; riconoscer l'assassino e lo colpir.
Tentiamo prima di salvare la vittima, poi penseremo a vendicarla, disse d'Avrigny. Venite!
Ed il cabriolet che aveva condotto Villefort lo riaccompagn al gran trotto in unione al signor d'Avrigny, nello stesso tempo in cui dal canto suo Morrel batteva al portone di Monte-Cristo. Il conte era nel suo gabinetto, e, molto pensieroso, leggeva una parola che Bertuccio gli aveva inviato in tutta fretta. Per lui come pel conte erano passate molte cose in queste due ore; poich il giovine che lo aveva lasciato col sorriso sulle labbra, adesso ritornava col viso tutto sconvolto. Egli si alz, e corse davanti a Morrel.
Che cosa c' dunque, Massimiliano? gli domand; siete pallido, e la vostra fronte  irrigata dal sudore.
Morrel cadde sopra un seggio: S, disse egli, io sono venuto in fretta; ho bisogno di parlarvi.
Stanno tutti bene in casa vostra? domand il conte con una benevolenza affettuosa sulla sincerit della quale nessuno avrebbe potuto ingannarsi.
Grazie, conte, grazie, disse il giovine impacciato visibilmente per cominciare la conversazione; s, nella mia famiglia tutti stanno bene.
Tanto meglio; per voi avete qualche cosa a dirmi?
S, disse Morrel,  vero, esco da una casa dove  entrata la morte, per ricorrere a voi.
Uscite forse dalla casa del signor Morcerf?
No,  morto qualcuno in casa del signor Morcerf?
Il generale si  bruciato le cervella, rispose freddamente Monte-Cristo.
Oh! disgrazia orribile! grid Massimiliano.
Non per la contessa, non per Alberto, disse Monte-Cristo; val meglio un padre ed uno sposo morto, che un padre ed uno sposo disonorato; il sangue laver l'infamia.
Povera contessa! disse Massimiliano,  lei che compiango soprattutto, una donna cos nobile!
Compiangete egualmente Alberto, Massimiliano, poich, credetelo, egli  un figlio degno della contessa. Ma ritorniamo a voi; voi accorrevate a me, avete detto; avrei la fortuna che voi aveste bisogno di me?
S, ho bisogno di voi, cio ho corso come un insensato per vedere se mi poteste portar soccorso in una congiuntura in cui Dio solo pu soccorrermi.
Dite pure, disse Monte-Cristo.
Oh! disse Morrel, in verit non so se mi  permesso di rivelare un tal segreto ad orecchie umane; ma la fatalit mi vi spinge, la necessit mi vi costringe; conte...
Morrel si ferm esitando.
Credete voi che io vi ami? disse Monte-Cristo prendendo affettuosamente la mano del giovine fra le sue.
Oh! voi m'incoraggiate! e poich qualche cosa mi dice qui (Morrel pose la mano sul suo cuore) che io non debbo aver segreti per voi...
Avete ragione,  Dio che parla al vostro cuore, ed il cuore parla a voi. Riditemi ci che vi dice il cuore.
Conte, volete permettermi di inviare Battistino a domandare per parte vostra le notizie di una persona che conoscete?
Io mi sono messo a vostra disposizione, a pi forte ragione vi metto i miei domestici.
Ah!  che io non vivr fino a tanto che non avr la certezza che ella sta meglio.
Volete che io suoni per Battistino?
No, vado a parlargli io stesso. Morrel usc, chiam Battistino, e gli disse alcune parole a bassa voce. Il cameriere part correndo.
 fatto? domand Monte-Cristo vedendo ricomparire Morrel.
S, ed io sono un poco pi tranquillo.
Voi sapete che aspetto, disse Monte-Cristo sorridendo.
S, ed io parlo. Ascoltate. Una sera mi ritrovava in un giardino; era nascosto dietro un gruppo di alberi; nessuno si pensava che io potessi esser l. Due persone passarono vicino a me, permettetemi che provvisoriamente vi taccia i nomi; esse parlavano a bassa voce, e pure io aveva una tale premura a sentire le loro parole, che non perdetti un accento di quanto esse dissero.
Ci si annunzia lugubremente, a giudicarne dal vostro pallore e dal vostro fremito, Morrel.
Oh! s, molto lugubremente amico mio; era morto qualcuno in casa del padrone del giardino in cui mi ritrovava; uno di questi due personaggi di cui ascoltava la conversazione, era il padrone del giardino e l'altro un medico. Ora il primo confidava al secondo i suoi timori ed i suoi dolori, poich questa era la seconda volta in un mese che la morte piombava rapida ed imprevista su questa casa, che si credeva designata da qualche angiolo sterminatore alla collera di Dio.
Ah! ah! disse Monte-Cristo guardando fissamente il giovine, e girando il suo seggio, con un movimento impercettibile, in modo da situarsi nell'ombra mentre che la luce cadeva sul viso di Massimiliano.
S, continu questi, la morte era entrata due volte in questa casa in meno di un mese.
E che rispondeva il dottore? domand Monte-Cristo.
Egli rispondeva... egli rispondeva che questa morte non era naturale, e che bisognava attribuirla...
A che? Al veleno!
Davvero! disse Monte-Cristo con quella tosse leggera che nei momenti di somma emozione, gli serviva a mascherare sia il suo rossore, sia il suo pallore, sia l'attenzione stessa con la quale ascoltava; davvero, Massimiliano, avete inteso tali cose?
S, caro conte, le ho intese, ed il dottore aggiungeva che se simili avvenimenti si fossero rinnovati, egli si credeva obbligato di appellarne alla giustizia. Monte-Cristo ascoltava o sembrava ascoltare con la pi gran calma.
Ebbene! disse Massimiliano, la morte ha colpito una terza volta, conte, e a che cosa credete voi che m'impegni la conoscenza di questo segreto?
Mio caro amico, disse Monte-Cristo, mi sembra che raccontiate un'avventura che ciascuno di noi sa a memoria. La casa in cui voi avete sentito questo discorso, la conosco, una casa in cui vi ha un giardino, un padre di famiglia, un dottore, una casa in cui vi sono state tre strane morti ed inattese. Ebbene! guardatemi, io che non ho intercettata alcuna confidenza, e che ci nonostante so tuttoci tanto bene quanto voi, ho forse degli scrupoli di coscienza? No! ci non mi riguarda. Voi dite che un angiolo sterminatore sembra designare questa casa alla collera del Signore; ebbene! chi vi dice che la vostra supposizione non sia una realt? Non vedete le cose che non vogliono vedere quelli che han premura a vederle. Se  la giustizia e non la collera di Dio che passeggia in questa casa, Massimiliano, voltate la testa, e lasciate passare la giustizia di Dio.
Morrel fremette. Vi era qualche cosa ad un tempo di lugubre, di solenne e di terribile negli accenti del conte.
D'altra parte, continu egli con un cambiamento di voce cos marcato che si sarebbe detto che queste ultime parole non uscivano dalla bocca del medesimo uomo; chi vi dice che ci dovr ricominciare?
Ci ricomincia, conte, ed ecco perch accorro a voi.
Ebbene! che volete che vi faccia, Morrel? vorreste per caso che prevenissi il procuratore del Re?
Monte-Cristo articol queste ultime parole con una tal chiarezza, ed un accento cos vibrato, che Morrel, alzandosi ad un colpo, grid: Conte! conte! voi sapete di che voglio parlarvi, non  vero?
Perfettamente, mio buon amico, ed io ve lo prover mettendo il punto sull'i, e piuttosto i nomi sugli uomini. Voi siete stato a passeggiare una sera nel giardino del signor de Villefort; da quanto mi dite, presumo che fosse la sera in cui mor la signora de Saint-Mran. Voi avete inteso il signor de Villefort parlare col signor d'Avrigny, sulla morte del signor de Saint-Mran, e su quella non meno meravigliosa della baronessa. Il signor d'Avrigny diceva di credere ad un avvelenamento, ed anzi a due avvelenamenti; ed ecco voi, uomo onesto per eccellenza, ecco voi da quel momento occupato a palpare il vostro cuore, a gettare la sonda nella vostra coscienza per sapere se dovete rivelare questo segreto oppure tacerlo. Noi non siamo pi nel medio evo, caro amico, non vi sono pi i franchi giudici; che diavolo volete domandare a queste genti? coscienza, che vuoi tu da me? come disse Sterne. Eh! mio caro, lasciateli dormire se dormono, lasciateli impallidire nelle loro veglie se non dormono, e, per l'amor di Dio, dormite voi che non avete rimorsi che v'impediscano di poter dormire. Un orribile dolore si diffuse sui lineamenti di Morrel; egli afferr la mano di Monte-Cristo.
Ma ci ricomincia! vi dico io.
Ebbene! disse il conte meravigliato di questa insistenza della quale non capiva niente, e guardando Massimiliano pi attentamente, lasciate ricominciare: questa  una famiglia di Atridi; Dio li ha condannati, ed essi soffriranno la loro sentenza; spariranno tutti come quelle casette che fabbricano i fanciulli con le carte piegate, e che cadono le une dopo le altre sotto il soffio del loro creatore, ve ne fosse ancora duecento. Fu il signor de Saint-Mran tre mesi sono; fu la signora di Saint-Mran due mesi sono; fu Barrois l'altro giorno; oggi sar il vecchio Noirtier o la giovane Valentina.
Voi lo sapevate? grid Morrel in un tal parosismo di terrore che Monte-Cristo ne rabbrivid, cui la caduta del cielo avrebbe ritrovato impassibile; lo sapevate, e non dicevate niente?
E che m'importa! riprese Monte-Cristo stringendosi nelle spalle, conosco forse quella gente? bisogna forse che salvi l'uno per perder l'altro? in fede mia no, poich fra il colpevole e la vittima non ho alcuna preferenza.
Ma io, grid Morrel urlando dal dolore, io l'amo!
Voi amate chi? grid Monte-Cristo balzando in piedi, ed afferrando le due mani che Morrel alzava, contorcendosi, verso il cielo.
Io amo perdutamente, amo da insensato; amo come un uomo che darebbe tutto il suo sangue per risparmiarle una lagrima, amo Valentina de Villefort, che si assassina in questo momento, intendete bene? l'amo, e domando a Dio ed a voi, in qual modo posso salvarla!
Monte-Cristo mand un grido cos selvaggio che appena se ne possono fare un'idea coloro che hanno inteso il ruggito del leone ferito: Infelice! grid egli torcendosi a sua volta le mani, infelice! tu ami Valentina! tu ami questa figlia di una razza maledetta! Giammai Morrel aveva veduto una simile espressione; giammai un occhio cos terribile aveva balenato avanti il suo viso, giammai il genio del terrore, che egli aveva veduto tante volte comparire, sia sui campi di battaglia, sia nelle notti omicide dell'Algeria, non aveva scosso intorno a lui dei fuochi pi sinistri.
Egli rincul spaventato. In quanto a Monte-Cristo, dopo questo scoppio e questo susurro, chiuse un momento gli occhi, come abbagliato dai lampi interni; durante questo momento, si raccolse con tanta possanza, che si vedeva poco a poco tranquillarsi il movimento ondulatorio del suo petto gonfio dalla tempesta, come si vedono dopo il temporale fondersi sotto il sole i flutti turbolenti e schiumeggianti.
Questo silenzio, questo raccoglimento, questa lotta, durarono venti secondi circa. Indi il conte rialz la sua pallida fronte: Voi vedete, disse egli con voce appena alterata, mio caro amico, in qual modo Iddio sa punire della loro indifferenza gli uomini pi fanfaroni e pi freddi davanti ai terribili spettacoli che loro si offrono. Io che guardava assistendo impassibile e curioso: che guardava lo sviluppo di questa lugubre tragedia; io che, simile all'angiolo del male, rideva del male che fanno gli uomini al sicuro dietro il segreto (il segreto  facile a custodirsi dai ricchi e dai possenti), ecco che a mia volta mi sento morso da questo serpente di cui guardava la marcia tortuosa, e morso al cuore.
Morrel mand un sordo gemito. Andiamo, andiamo, continu il conte, bastano i pianti fin qui, siate uomo, siate forte, siate pieno di speranza, poich io son qui, poich io veglio su voi. Morrel scosse tristamente la testa.
Io vi dico di sperare, mi capite? grid Monte-Cristo. Sappiate che non ho mai mentito, e che non mi sbaglio mai.  mezzogiorno, Massimiliano; ringraziate il cielo di essere venuto a mezzogiorno invece di venire questa sera, invece di venire domattina. Ascoltate dunque ci che sono per dirvi, Morrel:  mezzogiorno, se Valentina non  morta a quest'ora, ella non morr pi.
Oh! mio Dio! grid Morrel, l'ho lasciata moribonda, e Monte-Cristo appoggi una mano sulla fronte.
Che cosa bolliva in quella testa carica di segreti? che cosa diceva a quello spirito, implacabile ad un tempo ed umano, l'angiolo luminoso, o l'angiolo delle tenebre?
Dio solo lo sa! Monte-Cristo rilev la fronte anche una volta, e questa volta essa era placida come quella di un fanciullo che si sveglia: Massimiliano, diss'egli, ritornate tranquillamente in casa vostra; vi ordino di non fare una dimostrazione, di non lasciare fluttuare sul vostro viso l'ombra di una preoccupazione, vi dar le notizie; andate.
Mio Dio! mio Dio! disse Morrel, voi mi spaventate, conte, colla vostra pacatezza. Potete dunque qualche cosa di pi che un uomo? Siete un angelo? E il giovine che non aveva mai addietrato di un passo davanti ad alcun pericolo, addietrava in faccia a Monte-Cristo, vinto da un indicibile terrore.
Monte-Cristo lo guard con un sorriso cos malinconico e cos dolce che Massimiliano si sent spuntare le lagrime sugli occhi. Io posso molto, amico mio, rispose il conte, andate: ho bisogno di restar solo. Morrel soggiogato da quel prodigioso ascendente che Monte-Cristo esercitava su tutti quelli che lo circondavano, non cerc neppure di sottrarvisi, strinse la mano del conte e part. Alla porta soltanto si ferm per aspettare Battistino, che vide comparire dal fondo della strada Matignon, e che ritornava correndo.
Frattanto Villefort e d'Avrigny si erano affrettati. Al loro ritorno Valentina era ancora svenuta, ed il medico aveva esaminata l'ammalata con tutta quella cura che esigevano le cose, e con una profondit che era raddoppiata dalla conoscenza del segreto. Villefort sospeso dalle sue labbra e dal suo sguardo aspettava con ansiet il resultato del suo esame. Noirtier, pi pallido della giovinetta, pi avido di uno scioglimento che Villefort stesso, aspettava egli pure, e tutto si faceva in lui sensibilit ed intelligenza.
Finalmente d'Avrigny lasci sfuggirsi lentamente queste parole: Ella vive ancora.
Ancora? grid Villefort: che terribile parola avete pronunziata!
S, ella vive ancora, e ne son ben sorpreso.
Ma ella  salva? domand il padre.
S, poich vive. In questo momento lo sguardo di d'Avrigny s'abbatt in quello di Noirtier. Esso scintillava di una gioia cos straordinaria, di un pensiero talmente ricco e fecondo, che il medico ne rimase colpito. Egli lasci ricadere sul seggio la giovinetta, le cui labbra appena si distinguevano, tanto eran pallide e bianche, ed all'unisono con tutto il rimanente del viso, e rest immobile guardando Noirtier, da cui ogni movimento del dottore era atteso e commentato.
Signore, disse allora d'Avrigny a Villefort, chiamate la cameriera di madamigella Valentina, se vi aggrada.
Villefort lasci la testa di sua figlia che sosteneva e corse egli stesso a chiamare la cameriera. Tosto che Villefort ebbe chiusa la porta, d'Avrigny si accost al vecchio:
Avete qualche cosa da dirmi?
Il vecchio strinse con espressione gli occhi, nel modo, come ben si ricorder, con cui voleva indicare l'affermativa. A me solo? S, fece Noirtier. Bene, io rester con voi. In questo momento Villefort rientr, seguito dalla cameriera; e dietro questa la signora de Villefort.
Ma che cosa ha dunque questa cara fanciulla? grid ella;  uscita dalle mie camere, lagnandosi di essere indisposta, ma non avrei creduto che fosse una cosa cos seria.
E la giovane sposa, colle lagrime agli occhi, e con tutti i segni dell'affezione di una vera madre, si avvicin a Valentina, di cui prese la mano. D'Avrigny continuava a guardare Noirtier; egli vide gli occhi del vecchio dilatarsi ed arrotondarsi, le guance rilasciarsi e tremare; il sudore gli stillava dalla fronte. Ah! fece egli involontariamente seguendo la direzione degli sguardi di Noirtier, cio fissando i suoi occhi sulla signora de Villefort che ripeteva:
Questa povera fanciulla star meglio nel suo letto. Venite, Fanny, noi ve l'adageremo.
Il signor d'Avrigny che vedeva in questa proposizione un mezzo di restar solo con Noirtier, fece segno colla testa che questo era effettivamente ci che v'era di meglio a farsi, ma ordin che non prendesse che quel che le avrebbe ordinato.
Fu trasportata Valentina, che aveva ricuperato l'uso dei sensi, ma che era incapace di fare e quasi di parlare, tanto le sue membra erano infrante dalla scossa che aveva sofferta. Per ebbe la forza di salutare con una mossa d'occhi suo nonno, a cui sembrava che strappassero l'anima nel trasportarla. D'Avrigny segu l'ammalata, termin le sue prescrizioni, ordin a Villefort di prendere un cabriolet, di andare in persona dal farmacista per far preparare alla sua presenza le pozioni ordinate, di riportarle egli stesso, ed aspettarlo nella camera di sua figlia. Indi, dopo di aver rinnovata l'ingiunzione di non lasciar prender niente a Valentina, ritorn a discendere da Noirtier, chiuse accuratamente le porte, e dopo essersi assicurato che nessuno lo ascoltava: Vediamo, diss'egli; sapete qualche cosa sulla malattia di vostra nipote? S, fece il vecchio.
Ascoltate, non abbiamo tempo da perdere; v'interrogher e voi mi risponderete. Noirtier fece segno ch'era pronto a rispondere: Avete preveduto l'accidente che oggi accade a Valentina? S. D'Avrigny riflett un momento; poi riavvicinandosi a Noirtier: Perdonatemi ci che io sto per dirvi, soggiunse, ma non deve essere trascurato nessun incidente nella situazione terribile in cui siamo: avete veduto morire il povero Barrois? Noirtier lev gli occhi al cielo.
Sapete voi di che cosa  morto? domand d'Avrigny posando la mano sulla spalla del vecchio. S.
Credete che la morte sia stata naturale?
Qualche cosa come un sorriso si abbozz sulle inerti labbra di Noirtier. Allora vi  venuta l'idea che Barrois sia stato avvelenato? S.
Credete che il veleno di cui rimase vittima fosse destinato per lui? No.
Credete che la stessa mano che colp Barrois, volendo colpire un altro, sia quella che colpisce Valentina? S.
Ella dunque ander a soccombere nello stesso modo? domand d'Avrigny fissando il suo sguardo profondo sopra Noirtier. Ed aspett l'effetto di questa frase sul vecchio.
No! rispose egli con un'aria di trionfo che avrebbe potuto divergere tutte le congetture del pi abile indovino.
Allora sperate? disse d'Avrigny con sorpresa. S.
Che cosa sperate? Il vecchio fece comprendere cogli occhi che non poteva rispondere: Ah! s,  vero, mormor d'Avrigny. Indi ritornando a Noirtier.
Sperate che l'assassino si stancher? No.
Allora sperate che il veleno non far il suo effetto sopra Valentina? S.
Poich io non vi manifesto niente di nuovo, non  vero, aggiunse d'Avrigny, col dirvi che si  tentato di avvelenarla. Il vecchio fece segno con gli occhi che egli non aveva alcun dubbio su questo argomento.
Allora, come sperate voi che Valentina si salver?
Noirtier tenne gli sguardi fissi sempre sulla stessa direzione; d'Avrigny la segu, e vide che si dirigeva sopra una bottiglia contenente la pozione che gli veniva data tutte le mattine.
Ah! ah! disse d'Avrigny colpito da una subitanea idea, avreste avuto il pensiero... Noirtier non lo lasci terminare.
S, fece egli. Di premunirla contro il veleno... S.
Abituandola a poco a poco...
S, s, s, fece Noirtier incantato d'essere inteso.
Infatto mi avete inteso dire che entrava della brucnina nella pozione che vi do? S.
Ed accostumandola a questo veleno avete voluto neutralizzare gli effetti di un veleno simile?
La stessa gioia trionfante di Noirtier.
E voi ci siete arrivato di fatto, grid d'Avrigny. Senza questa cautela, Valentina oggi sarebbe stata uccisa, uccisa senza nessun soccorso, uccisa senza misericordia; la scossa  stata violenta, ma non ne  rimasta che spossata, e per questa volta almeno Valentina non morr.
Una gioia sovrumana appannava gli occhi del vecchio, alzati con un'espressione d'infinita riconoscenza.
In questo momento entr Villefort. Prendete, dottore, ecco ci che avete ordinato.
Questa pozione  stata preparata in vostra presenza?
S, rispose il procuratore del Re.
Essa non  uscita dalle vostre mani? No.
D'Avrigny prese la bottiglia, vers qualche goccia del contenuto nel cavo della mano, e l'assapor:
Bene, diss'egli, andiamo da Valentina, dar le mie istruzioni a tutti, e voi sorveglierete, voi stesso signor de Villefort, perch nessuno se ne allontani. Nel momento in cui d'Avrigny entrava nella camera di Valentina, accompagnato dal signor de Villefort, un prete italiano, di aspetto severo, con parole placide e risolute prendeva a pigione per suo uso, la casa attigua al palazzo abitato dal signor de Villefort.
Non si pot sapere in virt di quale traslocazione i tre inquilini di questa casa sgombrarono due ore dopo; ma la voce che corse generale nel quartiere fu, che la casa non era abbastanza sicura nelle fondamenta, e minacciava di rovinare; cosa per che non imped al nuovo pigionale di stabilirvisi col suo modesto mobilio, il giorno stesso verso le cinque. Questo fitto fu fatto per tre, sei o nove anni col nuovo locatario, che, secondo l'abitudine stabilita fra i proprietari, pag sei mesi anticipati; ei si chiamava Giacomo Busoni.
Furono immediatamente chiamati gli operai, e la notte stessa, quei pochi passeggeri che avendo fatto tardi e che passarono per di l, videro con sorpresa i falegnami ed i muratori occupati a puntellare colle loro opere la casa vacillante.
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Capitolo 94. IL PADRE E LA FIGLIA.
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Abbiamo veduto nel precedente capitolo, la signora Danglars venire ad annunciare officialmente alla signora de Villefort il vicino matrimonio di madamigella Eugenia Danglars col signor Andrea Cavalcanti. Questo annunzio officiale, che indicava o sembrava indicare una risoluzione presa da tutte le parti interessate a questo grande affare, era per stato preceduto da una scena di cui dobbiamo render conto ai nostri lettori; li pregheremo dunque di fare un passo indietro, e di trasportarsi la mattina stessa della giornata delle grandi catastrofi, in quel bel salotto cos ben dorato che loro abbiamo fatto conoscere, e che formava l'orgoglio del suo proprietario, il barone Danglars. In questo salotto, infatto, verso le dieci del mattino, passeggiava da qualche minuto, pensieroso e visibilmente agitato, il banchiere stesso, guardando a ciascuna porta, e fermandosi a ciascun rumore.
Allora quando la somma della sua pazienza fu esausta, chiam il cameriere. Stefano, gli disse, guardate dunque perch madamigella Eugenia mi ha detto di aspettarla in questo salotto, e sappiatemi dire perch mi fa aspettare tanto tempo. Dopo ch'ebbe esalata questa sbuffata d'impazienza, il barone riprese un po' di calma.
Infatto madamigella Danglars, al suo svegliarsi, aveva fatto chiedere una udienza a suo padre, ed aveva designato il salotto dorato come luogo di questa udienza. La singolarit di tale capriccio, e soprattutto il suo carattere ufficiale, non avevano mediocremente sorpreso il banchiere, che aveva subito obbedito ai desiderii di sua figlia portandosi pel primo nel salotto. Stefano ritorn ben presto dalla sua ambasciata:
La cameriera di madamigella, diss'egli, mi ha annunziato che madamigella compiva la toletta, e che non avrebbe tardato molto a giungere. Danglars fece un segno con la testa che indicava ch'egli era soddisfatto. Danglars in faccia alla societ, ed in faccia ancora alle sue persone di servizio, affettava la bonomia, ed il padre affettuoso e debole: era un brano della parte che si era imposto nella commedia popolare che rappresentava; era una fisonomia che aveva adottato, e che sembrava convenirgli, come conveniva ai profili delle maschere di padre del teatro antico di avere a destra il labbro rivoltato e ridente, nel mentre che a sinistra avevano il labbro abbassato e petulante.
Sollecitiamoci di dire che, nella intimit, il labbro rialzato e ridente ricalava a livello del labbro abbassato e petulante; di modo che, nella maggior parte del tempo, la bonomia spariva per dar posto al marito brutale ed al padre assoluto. Perch diavolo questa pazza, che vuole parlarmi, a quanto pretende, mormorava Danglars, non viene semplicemente nel mio gabinetto, pensava egli, e perch soprattutto vuole parlarmi? Egli ravvolgeva per la ventesima volta questo pensiero inquietante nel cervello, quando la porta si apr, e comparve Eugenia, vestita di seta nera broccata con fiori pallidi dello stesso colore, coi capelli acconciati, e coi guanti, come se si fosse trattato d'andare a sedere sopra il suo buon seggio del Teatro Italiano.
Che vi  dunque, Eugenia, e perch nel salotto di visita, mentre si sta egualmente bene nel mio gabinetto?
Voi avete perfettamente ragione, signore, rispose Eugenia, facendo segno a suo padre che poteva sedersi, impiantando le due questioni che riassumono tutta la conversazione che avremo. Io dunque risponder ad entrambe, e, contro le leggi dell'abitudine, dapprima alla seconda essendo la meno complessiva; ho scelto il salotto, signore, per luogo di convegno per evitare le impressioni disaggradevoli e le influenze del gabinetto di un banchiere. Quei libri di cassa, per quanto siano ben dorati, quei cassetti chiusi come le porte di una fortezza, quelle masse di biglietti di banca che vengono non si sa di dove, e quella quantit di lettere che vengono dall'Inghilterra, dalla Olanda, dalla Spagna, dalle Indie, dalla China, e dal Per, in generale operano stranamente sullo spirito di un padre, e gli fanno dimenticare che nel mondo vi  un interesse pi grande e pi sacro di quello della posizione sociale e l'opinione dei suoi committenti: ho dunque preferito questo salotto dove voi vedete, sorridenti e felici nei loro quadri magnifici, il vostro ritratto, il mio, quello di mia madre, e molte specie di paesaggi villerecci e pastorali che inteneriscono. Io mi fido molto al potere delle impressioni esterne; forse, a vostro riguardo particolarmente, m'inganno; ma che volete? non sarei artista se non mi restasse qualche illusione.
Benissimo, rispose il signor Danglars che aveva ascoltata tutta questa tirata con un'imperturbabile pacatezza, ma senza comprenderne una parola, assorto come era, a guisa d'ogni altro uomo pieno di affari, a cercare il filo della propria idea nelle idee del suo interlocutore.
Ecco dunque il secondo punto spiegato, o presso a poco, disse Eugenia senza il minimo turbamento e con quella sostenutezza maschile che distingueva il suo gesto e la sua parola, e voi mi sembrate soddisfatto della spiegazione. Ora veniamo al primo: mi domandate perch vi ho chiesta questa udienza, ve lo dir in due parole, signore; eccole: non voglio sposare il conte Andrea Cavalcanti.
Danglars fece un salto sulla sedia, e per la scossa alz ad un tempo e braccia ed occhi al cielo.
Mio Dio, s signore, continu Eugenia, sempre egualmente tranquilla; siete meravigliato, lo vedo bene; poich da quando tutta questa piccola faccenda  in trattativa, io non ho mai manifestata la pi piccola opposizione, certa come era sempre, giunto il momento, d'opporre francamente alle persone che non mi hanno consultato, ed alle cose che mi hanno dispiaciuto, una volont franca ed assoluta. Per questa volta, la tranquillit, la passivit, come dicono i filosofi veniva da un'altra sorgente: veniva da ci che, figlia sottomessa ed affezionata... (un leggiero sorriso si disegn sulle labbra purpuree della giovanetta) mi voleva accostumare all'obbedienza.
Ebbene? domand Danglars.
Ebbene! signore, riprese Eugenia, ho provato fino all'estremo delle mie forze, ed ora che  giunto il momento, ad onta di tutti gli sforzi che ho tentati su me stessa, mi sento incapace di obbedire.
Ma finalmente, disse Danglars che, spirito secondario, sembrava dapprima tutto assorbito dal peso di questa implacabile logica, la cui flemma accusava tanta premeditazione e forza di volont, la ragione di questo rifiuto, Eugenia? la ragione?
La ragione, replic la giovanetta, oh! mio Dio! non  gi perch egli sia pi brutto, pi stolido, o pi disaggradevole di un altro, no; il signor Andrea Cavalcanti pu anzi passare, per quelli che guardano gli uomini dal viso e dalla persona, per essere un bel modello. Non  neppure perch il mio cuore sia stato toccato meno da lui che da tutt'altro; questa sarebbe una ragione da giovanetta che esce di conservatorio, che io riguardo del tutto al di sotto di me; non amo assolutamente alcuno, signore, lo sapete bene, non  vero? non vedo dunque perch, senza un'assoluta necessit, andr a legare eternamente la mia vita ad un compagno. Il saggio non ha egli detto in un luogo: Niente di troppo; e in un altro: portate tutto con voi stesso? Mi hanno ancora fatto apprendere questi due aforismi in latino ed in greco; l'uno, credo,  di Fedro, l'altro di Bias. Ebbene! caro padre, nel naufragio della vita, poich la vita  un naufragio eterno delle nostre speranze, getto in mare tutto quanto ho di inutile nel mio bagaglio, ecco tutto, e resto con la mia volont, disposta a vivere perfettamente sola, e per conseguenza perfettamente libera.
Disgraziata! disgraziata! mormor Danglars impallidendo, poich conosceva da una lunga esperienza la solidit dell'ostacolo che cos d'improvviso incontrava.
Disgraziata! riprese Eugenia, disgraziata! dite voi, signore? Ma no, in verit l'esclamazione mi sembra del tutto affettata e teatrale. Felice, al contrario, poich ve lo domando, che cosa mi manca? Il mondo mi trova bella, ci  gi qualche cosa per essere accolta favorevolmente! amo le buone accoglienze; esse rallegrano il viso; e quelli che mi ascolteranno mi sembreranno allora meno brutti. Io sono dotata di qualche poco di spirito, e di una certa sensibilit relativa, che mi permette di tirare dalla esistenza generale, per farlo entrare nella mia, ci che vi trovo di buono, come fa la scimmia allorquando rompe la noce verde per cavare ci che essa contiene. Io sono ricca, poich voi avete una delle pi belle fortune di Francia, perch io sono figlia unica, e voi non siete cos tenace al punto in cui lo sono i padri del quartiere Saint-Martin e della Gaiet, che diseredano le loro figlie, perch esse non vogliono dar loro dei nipoti; d'altra parte la legge previdente vi ha tolto il diritto di diseredarmi, almeno del tutto, come vi toglie il potere di costringermi a sposare un signore tale o tal altro. Cos, bella, spiritosa, adorna di qualche dote, come si dice all'Opera Comica, e ricca, ma questa  felicit, signore, perch dunque mi chiamate disgraziata?
Danglars, vedendo sua figlia sorridente e fiera fino all'insolenza, non pot reprimere un momento di brutalit che si trad con uno scoppio di voce, ma questo fu il solo. Sotto lo sguardo interrogatore di sua figlia, dirimpetto a questo bel sopracciglio nero increspato per l'interrogazione, si rivolt con prudenza e si calm tosto, domato dalla mano di ferro della circospezione: Infatto, figlia mia, rispose egli con un sorriso, voi siete tutto ci che vi vantate di essere, ad eccezione di una sola cosa, non voglio dirvi rozzamente qual sia, desidero piuttosto di lasciarvela indovinare.
Eugenia guard Danglars, molto sorpresa che le venisse contestato uno dei fiori della corona d'orgoglio che ella si era posta superbamente sulla testa.
Figlia mia, continu il banchiere, voi mi avete perfettamente spiegati quali sono i sentimenti che presiedano alle risoluzioni di una figlia come voi, quando ella ha risoluto di non maritarsi; spetta ora a me il dirvi quali sono i motivi di un padre, come sono io, quando ha risoluto che sua figlia si mariter. Eugenia s'inchin, non gi come una figlia sottomessa che ascolta, ma come un avversario pronto a discutere su ci che ascolta. Figlia mia, continu Danglars, quando un padre domanda a sua figlia di prendere uno sposo, ha sempre una qualche ragione per desiderare questo matrimonio. Gli uni sono presi dalla mana che voi dicevate or ora di vedersi rivivere nei loro nipoti. Io comincer dal dirvi che non ho questa debolezza: le gioie di famiglia mi sono quasi del tutto indifferenti: posso confessar questo ad una figlia che so essere abbastanza filosofa per comprendere questa indifferenza e per non farmene un delitto.
Alla buon'ora, parliamo francamente, ci mi piace.
Oh! disse Danglars, vedete che senza dividere in tesi generali la vostra simpatia per la franchezza, mi vi sottometto quando credo che la occasione mi v'inviti: continuer adunque: vi propongo un marito, non per voi, poich, in verit, non pensava a voi menomamente in questo momento (voi amate la franchezza, e mi sembra che questa lo sia); ma perch io aveva bisogno che voi prendeste questo sposo il pi presto possibile, per certe combinazioni commerciali che sono in questo momento a portata di stabilire.
Eugenia fece un movimento. La cosa  precisamente come ho l'onore di dirvi, figlia mia, e non per questo dovete essere meco inquieta; perch siete voi che mi vi costringete;  mio malgrado, lo capirete bene, che entro in queste spiegazioni aritmetiche, con un'artista come voi, che teme d'entrare in un gabinetto di un banchiere per timore di ricevervi, i filosofi dicono cos, per timore di ricevervi delle impressioni o delle sensazioni disaggradevoli o antipoetiche. Ma in questo gabinetto di banchiere, nel quale per vi siete compiaciuta di entrare ieri l'altro per venire a domandarmi i mille franchi che accordo ogni mese alle vostre fantasie, sappiate, mia cara signorina, che s'imparano molte cose anche per l'uso delle giovanette che non vogliono maritarsi. Vi si impara, per esempio, e per riguardo alla vostra suscettibilit nervosa, ve lo insegno in questo salotto, vi si impara che il credito di un banchiere  la sua vita fisica e morale, che il credito sostiene l'uomo come il soffio anima il corpo; ed il signor Monte-Cristo mi fece un giorno un discorso su questo proposito che non dimenticher giammai. Vi si impara, che a seconda che il credito si ritira, il corpo diviene cadavere, e che ci  quanto deve accadere in brevissimo tempo al banchiere che si onora di essere il padre di una figlia che ha s buona logica.
Ma Eugenia, invece di curvarsi, si raddrizz d'improvviso:
Rovinato! disse ella.
Voi avete ritrovato la giusta espressione, figlia mia, la buona espressione, disse Danglars grattandosi il petto con le unghie, continuando a conservare sulla rozza figura il sorriso dell'uomo senza cuore, ma non senza spirito; rovinato! precisamente.
Ah! fece Eugenia.
S, rovinato! ebbene! eccolo dunque conosciuto questo segreto pieno d'orrore! Ora, figlia mia, imparate dalla mia bocca in qual modo questa disgrazia pu, per mezzo vostro, divenir minore non dir per me, ma per voi.
Oh! grid Eugenia, siete un cattivo fisonomista, signore, se vi figurate che per me io deploro la catastrofe che mi esponete. Io rovinata! e che m'importa? non mi resta il mio ingegno? non posso come la Pasta, come la Malibran, come la Grisi, procurarmi ci che voi mi avreste potuto dare, qualunque fosse la vostra fortuna, cento o cento cinquantamila lire di rendita che non dovrei che a me sola, e che invece di giungermi come mi giungono questi poveri dodicimila franchi che mi date con dei sguardi arrabbiati e delle parole di rimprovero sulla mia prodigalit, mi verrebbero accompagnati dalle acclamazioni, dai bravo, e dai fiori? e quando non avessi questa virt della quale il vostro sorriso mi fa vedere che dubitate, non mi resterebbe ancora questo furioso amore per la indipendenza che mi terrebbe sempre le veci di tutti i tesori, e che domina in me fin pi dell'istinto della conservazione? no, non  per me che mi rattristo, saprei sempre cavarmi bene d'impaccio; i miei libri, i miei pennelli, il mio piano-forte, tutte cose che non costano molto care e che potrei sempre procurarmi, mi resteranno sempre: crederete forse che io mi affligga per la signora Danglars? disingannatevi pure; o io mi inganno all'ingrosso, o mia madre ha gi prese tutte le cautele contro la catastrofe che vi minaccia e che passer senza toccarla; ella si  messa al sicuro lo spero; e non fu vegliando su di me che ha potuto distrarsi dalle sue preoccupazioni di fortuna; poich, grazie a Dio ella mi ha lasciata tutta la mia indipendenza sotto il pretesto che io amava la mia libert. Oh! no, signore, dalla mia infanzia, ho veduto accadere troppe cose intorno a me, le ho tutte troppo bene capite, perch la disgrazia faccia su di me maggiore impressione di quel che meriti di fare; da che mi conosco, non sono stata amata da alcuno; tanto peggio! Ci mi ha condotto naturalmente a non amare nessuno, tanto meglio! Ora voi avete la mia professione di fede.
Allora, disse Danglars, pallido di un dolore che non prendeva la sua sorgente dall'offeso amore paterno, allora, madamigella, persistete a voler consumare la mia rovina?
La vostra rovina? Io, disse Eugenia, consumare la vostra rovina? Che intendete di dire? Non capisco.
Tanto meglio, mi lasciate un raggio di speranza; ascoltate.
Ascolto, disse Eugenia guardando cos fissamente suo padre, che gli bisogn uno sforzo per non abbassare gli occhi sotto lo sguardo possente della giovanetta.
Il signor Cavalcanti, continu Danglars, vi sposa, e sposandovi porta tre milioni di dote che deposita nella mia cassa.
Ah! benissimo, fece con supremo disprezzo Eugenia, mentre lisciava i guanti uno sull'altro.
Credete che io voglia abusarmi di questi tre milioni? disse Danglars, niente affatto. Questi tre milioni sono destinati a produrne almeno dieci: ho ottenuto, con un banchiere mio confratello, la concessione di una strada ferrata, sola industria, che ai nostri giorni, presenta la favolosa eventualit di successo immediato che altra volta Law applic per i buoni parigini, quelle eterne goffaggini della speculazione, ad un Mississip fantastico. Col mio calcolo si deve possedere un milionesimo di rail, come si possedeva in altri tempi un iugero di terra incolto sulle rive dell'Ohio. Questa  una investitura ipotecaria, che  un progresso come vedete, poich si avr almeno quindici, venti, cento libre di ferro in cambio del proprio danaro! Ebbene! devo di qui ad otto giorni depositare per conto mio quattro milioni, questi quattro milioni, ve lo dico, ne produrranno almeno dieci o dodici.
Ma durante la visita che vi ho fatta ier l'altro, signore, e di cui vi dovete ben ricordare, vi ho veduto incassare, mi pare che questo sia il termine, non  vero? cinque milioni e mezzo. Voi anzi mi avete mostrata la somma in due boni sul tesoro, e vi maravigliavate come un pezzo di carta che aveva un s gran valore, non abbagliasse i miei sguardi come avrebbe fatto un lampo.
S, ma questi cinque milioni e mezzo non son miei, eran soltanto una gran prova della fiducia che si aveva in me; il mio titolo di banchiere popolare mi ha meritata la confidenza degli ospedali, ed i cinque milioni e mezzo sono degli ospedali; in tutt'altri tempi non esiterei un momento a servirmene, ma oggi si sanno le grandi perdite che ho fatte, e come vi dissi, il credito comincia ad allontanarsi da me. Da un momento all'altro l'amministrazione pu reclamarmi il deposito, e se io l'avessi impiegato in altre cose, sarei costretto di fare un fallimento vergognoso: non disprezzo i fallimenti, ma quelli che arricchiscono, intendiamoci bene, non quelli che rovinano. Ora se voi sposate il signor Cavalcanti, e che io tocchi i tre milioni della dote, o che per lo meno si creda che io li tocchi, il mio credito si ristabilisce, e la mia fortuna, che da un mese o due si  ingolfata in abissi scavati sotto i miei piedi da una fatalit inconcepibile, si rinnova, mi capite ora?
Perfettamente; mi mettete in pegno per tre milioni?
Pi la somma  forte, pi essa  lusinghiera, e vi d una idea del vostro valore.
Grazie. Anche un'ultima parola, signore; mi promettete di servirvi di quanto vorrete della cifra di questa dote che deve portarvi il signor Cavalcanti, ma di non toccare la somma? Questo non  un affare d'egoismo,  un affare di delicatezza: voglio cooperare a riedificare la vostra fortuna, ma non voglio essere la complice della rovina degli altri.
Ma vi ho detto, grid Danglars, che questi tre milioni...
Credete di togliervi d'impaccio, signore, senza aver bisogno di toccare questi tre milioni?
Io spero, ma sempre alla condizione che, facendosi il matrimonio, esso rassodi il mio credito.
Potrete pagare al signor Cavalcanti i 500 mila franchi che mi assegnate nel contratto?
Al ritorno dall'uffizio del Maire, gli saranno contati.
Bene! In che modo, bene? che volete dire?
Vo' dire che, chiedendomi la firma, mi lasciate perfettamente libera della mia persona? Assolutamente.
Allora, bene, come vi diceva, signore; son pronta a sposare il signor Cavalcanti. Ma qual  la vostra idea?
Ah! questo  un mio segreto. Dove sarebbe la mia superiorit su voi, se, avendo il vostro segreto, vi svelassi il mio?
Danglars si morse le labbra: Cos, diss'egli, siete pronta a fare tutte le visite officiali che sono indispensabili, assolutamente.
S, rispose Eugenia.
Ed a sottoscrivere il contratto fra tre giorni? S.
Allora io pure vi dico, bene! E Danglars prese la mano della figlia e la strinse con ambo le sue. Ma cosa straordinaria, durante questa stretta di mano, il padre non os di dire: Grazie, figlia mia! e la figlia non ebbe un sorriso per suo padre. La conferenza  finita? domand Eugenia alzandosi. Danglars fece segno con la testa che non aveva pi niente da dire. Cinque minuti dopo, il pianoforte risuon sotto le dita di madamigella d'Armilly, e madamigella Danglars cantava la maledizione di Barbantino nella Desdemone. Alla fine del pezzo, entr Stefano ed annunzi ad Eugenia che i cavalli erano attaccati alla carrozza, e che la baronessa l'aspettava per fare le visite.
Abbiamo vedute le due donne passare dalla signora de Villefort; di dove uscirono per continuare le loro corse.
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Capitolo 95. IL CONTRATTO.
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Tre giorni dopo la scena che abbiam raccontata, vale a dire verso le 5 p. m. del giorno fissato per la sottoscrizione del contratto di matrimonio fra madamigella Eugenia Danglars, ed Andrea Cavalcanti, che il banchiere si era ostinato a mantenere principe; quando una fresca brezza faceva tremolare tutte le foglie del piccolo giardino, posto davanti alla casa del conte di Monte-Cristo, nel momento in cui questi si preparava ad uscire, e nel mentre che i cavalli lo aspettavano battendo le zampe, trattenuti dalla mano del cocchiere gi a cassetta da un quarto d'ora, l'elegante phaton col quale abbiam gi pi volte fatta conoscenza, e particolarmente nella serata d'Auteuil, venne a girare rapidamente intorno all'angolo della porta d'entrata, e lanci anzi che deporre sulla scalinata il signor Andrea Cavalcanti, cos splendido, cos raggiante, come se dal canto suo, fosse stato sul punto di sposare una principessa.
Egli s'inform della salute del conte con quella famigliarit che gli era abituale, e montando leggermente al primo piano, lo incontr sull'alto della scala. Alla vista del giovine il conte si ferm. In quanto al giovine era lanciato, e quando lo era, niuna cosa lo tratteneva. Eh! buon giorno, caro signor conte di Monte-Cristo, diss'egli al conte.
signor Andrea! fe' questi con voce per met beffarda, come state?
A meraviglia! come vedete; vengo a parlare con voi di mille cose; ma prima di tutto, voi uscivate?
Io usciva, signore.
Allora, per non farvi ritardare, monter, nel vostro calesse, e Tom ci seguir conducendo il phaton.
No, disse con un impercettibile sorriso di disprezzo il conte, che non si curava di essere veduto in compagnia del giovine; no, preferisco di darvi udienza qui, caro signor Andrea; si parla meglio in una camera, e non si ha il cocchiere che pu sorprendervi a volo le parole. Il conte rientr dunque in un piccolo salotto che faceva parte del primo piano; si assise, ed incrociando le gambe, fece segno al giovine di sedere egli pure. Andrea prese l'aspetto pi ridente. Voi sapete, caro conte, che la cerimonia deve aver luogo questa sera? alle nove si firma il contratto in casa del suocero.
Ah! da vero? disse Monte-Cristo. Come!  forse una notizia che vi do? e non eravate prevenuto dal signor Danglars?
S, disse il conte, ieri ho ricevuto una sua lettera; ma parmi non vi fosse indicata l'ora.
 possibile, il suocero avr contato sulla pubblica notoriet.
Ebbene! disse Monte-Cristo, eccovi felice, signor Cavalcanti:  una delle alleanze meglio assortite, quella che incontrate; e poi madamigella Danglars  bella.
Ma s, rispose Cavalcanti con accento pien di modestia.
Ella  soprattutto ricca, almeno a quanto io credo.
Molto ricca, credete? ripet il giovine.
Senza dubbio; si dice che il signor Danglars nasconda per lo meno la met della sua fortuna.
Ed egli confessa quindici o venti milioni, disse Andrea con uno sguardo sfavillante di gioia.
Senza contare, aggiunse Monte-Cristo, che  alla vigilia d'entrare in un genere di speculazione, di gi un poco in uso negli Stati-Uniti ed in Inghilterra, ma del tutto nuovo in Francia.
S, s, so di che volete parlare; la strada di ferro che gli  stata aggiudicata, non  vero?
Egli guadagner almeno,  la voce universale, almeno dieci milioni in quest'affare.
Dieci milioni,  magnifico! disse Cavalcanti che s'inebriava a questo rumore metallico di parole dorate.
Senza contare, riprese Monte-Cristo, che tutta questa fortuna riverr su voi, e che  giustizia, poich madamigella Danglars  figlia unica. D'altra parte la vostra propria fortuna, vostro padre almeno me l'ha detto,  quasi uguale a quella della vostra fidanzata. Ma lasciamo un poco gli affari monetari. Sapete, signor Andrea, che voi avete maneggiato questo affare molto abilmente e molto prestamente?
Non c' male, io era nato per essere diplomatico.
Ebbene! vi si far entrare in diplomazia. La diplomazia, lo sapete, non s'impara;  una cosa d'istinto... Il cuore  dunque preso?
In verit, ne ho paura, rispose Andrea col tuono con cui aveva veduto al teatro francese Dorante o Valeria rispondere ad Alceste.
Siete dunque un poco amato?
Bisogna bene poich ella mi sposa, disse Andrea con un sorriso vincitore. Ma per non dimentichiamo il punto principale. E quale?
Ed  che in tutto questo sono stato particolarmente aiutato. Bah! Certamente. Dalle congiunture.
No, da voi.
Da me? lasciate dunque, principe, disse Monte-Cristo calcando con affettazione su questo titolo. E che ho potuto far io per voi? forse che non bastavano il vostro merito e la vostra posizione sociale?
No, disse Andrea, no; e voi avete un bel dire, signor conte, io sostengo, che la posizione di un uomo quale voi siete, ha fatto di pi che il mio nome, la mia posizione sociale ed il mio merito.
V'ingannate compiutamente, signore, disse con freddezza Monte-Cristo che sentiva la perfida furberia del giovine, e che cap la portata delle sue parole; non acquistaste la mia protezione che dopo che ebbi prese le mie informazioni della influenza del vostro signor padre; poich finalmente chi ha procurato a me, che non aveva mai veduto n voi n l'illustre autore dei vostri giorni, la fortuna di fare la vostra conoscenza? Sono stati due miei buoni amici, lord Wilmore, e l'abate Busoni. Chi mi ha intonato, non gi ad esservi garante, ma a proteggervi? Fu il nome di vostro padre cos conosciuto e cos onorato in Italia; personalmente io non vi conosco. Questa calma, questa perfetta sicurezza, fecero conoscere ad Andrea che pel momento era trascinato da una mano pi muscolosa della sua, e che la conversazione non poteva facilmente rompersi. Sia; ma, diss'egli; mio padre ha dunque realmente una cos gran fortuna, signor conte?
Pare di s, signore, rispose Monte-Cristo.
Sapete se la dote che mi ha promessa sia giunta?
Io ne ho ricevuta la lettera d'avviso.
Ma i tre milioni?
Saranno per viaggio, secondo tutte le probabilit.
Io dunque li toccher realmente?
Ma, diamine! riprese il conte, mi sembra che fino adesso, signore, il danaro non vi sia mancato.
Andrea fu talmente sorpreso, che non pot far a meno di rimanere astratto per qualche minuto.
Allora, diss'egli, uscendo dalla sua distrazione, mi rimane a farvi una domanda, e questa, lo capirete, quand'anche vi riuscisse disaggradevole...
Parlate, disse Monte-Cristo.
Mi sono messo in relazione, merc la mia fortuna, con molte persone distinte, ed ho eziandio, pel momento almeno, una folla d'amici. Ma, ammogliandomi, come faccio, in faccia a tutta la societ parigina, devo essere sostenuto da un nome illustre, ed in mancanza della mano paterna,  una mano possente che deve condurmi all'altare. Ora, mio padre non viene a Parigi, non  vero?
Egli  vecchio, coperto di ferite, e soffre: corre pericolo di morire ogni volta che viaggia.
Capisco. Ebbene! io vengo a farvi una domanda.
A me? S, a voi.
E quale, mio Dio? Ebbene!  di sostituirlo.
Eh! mio caro signore! che! dopo le numerose relazioni che ho avuto l'onore di avere con voi, mi conoscete tanto male da farmi una simile domanda? domandatemi un prestito di mezzo milione, e quantunque esso sia molto difficile, pure, parola d'onore! m'incomodereste meno. Sappiate dunque, credeva d'avervelo gi detto, che nella sua partecipazione morale, particolarmente alle cose di questo mondo, giammai il conte di Monte-Cristo non ha cessato di apportare gli scrupoli, e dir di pi le superstizioni degli uomini d'Oriente. Io, che ho un serraglio al Cairo, uno a Smirne, ed uno a Costantinopoli, presiedere ad un matrimonio? mai!
Cos, voi ricusate?
Nettamente; foste pur mio figlio, mio fratello.
Ah! grid Andrea sconcertato, ma come fare allora?
Voi avete cento amici, lo avete detto voi stesso.
Son d'accordo, ma voi mi presentaste al signor Danglars.
Niente affatto, ristabiliamo i fatti in tutta la loro verit: sono stato io che vi ho fatto pranzare con lui ad Auteuil, e foste voi che vi presentaste da voi stesso; diavolo! questo  ben diverso.
S, ma il mio matrimonio voi l'avete aiutato.
Io! in alcun modo, vi prego di crederlo; ma ricordatevi dunque ci che vi dissi quando siete venuto a chiedermi di fare la domanda: Oh! io non faccio mai matrimonii, mio caro principe, questo  un principio da me stabilito.
Andrea si morse le labbra: Ma finalmente, diss'egli, voi almeno vi ritroverete l?
Vi sar tutta Parigi? Oh! certamente!
Ebbene! vi sar io come tutta Parigi, disse il conte.
Voi firmerete il contratto? Oh! non vi vedo alcun inconveniente, ed i miei scrupoli non vanno fin l.
Infine, giacch non volete accordarmi di pi, debbo contentarmi di ci che mi date: un'ultima parola, conte.
Come dunque? Un consiglio.
State in guardia; un consiglio  peggio di un servizio.
Oh! questo potete darmelo senza cimentarvi. Dite.
La dote di mia moglie  di 500 mila lire?
Questa almeno  la cifra annunziatami da Danglars.
Debbo riceverla, o lasciarla nelle mani del notaro?
Ecco, in generale, come si trattano queste cose quando si vuole che succedano con una certa galanteria. I vostri due notari prendono nota del contratto per la dimane o il dopo domani: poi si scambiano le doti, delle quali si danno mutuamente ricevuta; indi, celebrato il matrimonio, mettono i milioni a vostra disposizione, come capo della comunit.
Gli  perch, disse Andrea con una certa inquietudine mal dissimulata, mi sembrava di avere inteso dire dal mio futuro suocero, che egli aveva intenzione d'investire i nostri fondi in quel famoso affare delle strade ferrate di cui voi mi parlavate or ora.
Ebbene! ma, riprese Monte-Cristo, questo , a quanto assicurasi da tutti, il mezzo che i vostri capitali siano triplicati in un anno. Il signor barone Danglars  un buon padre, e sa far bene i suoi conti.
Andiamo dunque, disse Andrea, tutto va bene, salvo il vostro rifiuto che tuttavolta mi ferisce il cuore.
Non lo attribuite che a scrupoli molto naturali in simili congiunture. Andiamo, sia dunque fatto come volete. A questa sera alle nove.
A questa sera. E non ostante una leggera resistenza per parte di Monte-Cristo, le cui labbra impallidirono, ma che conservarono per il loro sorriso di cerimonia, Andrea prese la mano del conte, la strinse, salt nel suo phaton e disparve. Le quattro o cinque ore che gli restavano fino alle nove, Andrea le impieg in corse, in visite che interessavano questi amici di cui aveva parlato, a comparire dal banchiere con tutto il lusso dei loro equipaggi, abbagliandoli colle promesse di quelle azioni che in seguito fecero girare tutte le teste, e di cui Danglars in quel momento aveva l'iniziativa. Infatto alle otto e mezzo della sera la gran sala di Danglars, la galleria attigua a questa sala, e le tre altre sale di quel piano, eran piene di una folla profumata, poco attirata dalla simpatia, ma molto da quell'irresistibile bisogno di ritrovarsi l ove si sa che accade qualche cosa di nuovo. Un accademico direbbe che le serate di societ sono una collezione di fiori che attirano le incostanti api affamate, insetti irrequieti. Non fa mestieri di dire che le sale erano risplendenti di cera, che la luce scorreva ad onde dai candelabri d'oro, alle tende di seta e su tutti quei mobili di cattivo gusto, che non avevano per loro che la ricchezza sfolgorante in tutto il suo splendore.
Madamigella Eugenia era vestita con la semplicit pi elegante: una rosa bianca perduta per met nei suoi capelli neri ebano, componeva tutto il suo abbigliamento, che non era arricchito dal pi piccolo gioiello. Soltanto si poteva leggere su gli occhi di lei quella perfetta sicurezza destinata a smentire ci che questa candida toletta aveva di volgarmente verginale ai proprii occhi. La signora Danglars, a trenta passi da lei, parlava con Debray, Beauchamp e Chteau-Renaud. Debray aveva fatto il suo ritorno in quella casa nell'occasione di questa grande solennit, ma come tutti gli altri, e senza alcun privilegio particolare.
Il signor Danglars, circondato da deputati e da uomini di finanze, spiegava una nuova teoria di contribuzioni, che contava di mettere in esercizio quando la forza delle cose avrebbe costretto il governo di chiamarlo al ministero.
Andrea, tenendo sotto il braccio i pi noti dandys dell'Opera, spiegava loro abbastanza impertinentemente, atteso che aveva bisogno di essere ardito per sembrare disinvolto, i suoi disegni della sua futura vita, ed i progressi che contava di far fare nel lusso, con le sue 175 mila lire di rendita, alla moda parigina. La folla generale si aggirava nelle sale come un flusso e riflusso di turchine, di rubini, di smeraldi, d'opali e di diamanti. Come da pertutto, si osservava che le pi vecchie donne erano le meglio abbigliate, e le pi brutte quelle che si mostravano con maggiore ostinazione. Se v'era qualche bel giglio bianco, qualche rosa soave e profumata, bisognava cercarla e scoprirla nascosta in qualche angolo da una madre col turbante, o da una zia coll'uccello del paradiso. A ciascun momento, in mezzo a questa calca, a questo mormorio, a queste risa, un cameriere lanciava un nome conosciuto nelle finanze, rispettato nell'esercito, o illustre nelle lettere; allora un debole movimento nei gruppi accoglieva questo nome. Ma per uno che aveva il privilegio di far fremere queste orde umane, quanti ne passavano o accolti dalla indifferenza, o derisi dallo sdegno! Al momento in cui la sfera della pendola massiccia, che rappresentava Endimione addormito, marcava le nove sul suo quadrante d'oro, ed in cui la molla, fedele riproduttrice del pensiero della macchina, scoccava le nove, il nome del conte di Monte-Cristo risuon esso pure, e come spinta da una fiamma elettrica, tutta l'assemblea si volt verso la porta. Il conte era vestito di nero, e colla sua solita semplicit, il gil bianco delineava il suo vasto e nobile petto, la cravatta nera sembrava di una freschezza singolare, tanto spiccava sotto il languido pallor della sua pelle; per solo gioiello portava una catena da gil cos sottile, che appena si scorgeva il piccolo filetto d'oro staccarsi sul picch bianco. Fu fatto un cerchio intorno alla porta. Il conte con un sol colpo d'occhio scoperse la signora Danglars ad una estremit della sala, il signor Danglars all'altra, e madamigella Eugenia davanti a lui. Egli si avvicin da prima alla baronessa che parlava colla signora de Villefort, venuta sola, Valentina era sempre malata; e senza deviare, tanto il sentiero si apriva davanti a lui, pass dalla baronessa ad Eugenia, cui compliment con termini cos rapidi e cos riservati, che l'orgogliosa artista ne fu tocca. Vicino a lei era madamigella Luigia di Armilly, che ringrazi il conte delle lettere di raccomandazione che le aveva graziosamente date per l'Italia, e di cui ella contava, gli disse, di far presto uso. Lasciando queste signore, si volt, e si ritrov presso a Danglars, che si era avvicinato per stringergli la mano.
Compiti questi tre doveri sociali, Monte-Cristo si ferm movendo intorno a s quello sguardo sicuro, pieno di quella particolare espressione delle genti di gran societ e particolarmente di una certa portata, sguardo che sembra dire: ho fatto ci che doveva, ora gli altri facciano a me ci che mi  dovuto. Andrea, che era in un salotto attiguo, sent quella specie di fremito che Monte-Cristo aveva impresso alla folla, e corse a salutare il conte. Lo ritrov compiutamente circondato; si disputavano le sue parole, come accade generalmente alle persone che parlano poco, e che non dicono mai una parola senza significato. I notari fecero la loro entrata in quel momento, e vennero ad installare le loro scritture bollate sui velluti ricamati in oro, che coprivano la tavola preparata per la soscrizione, tavola di legno dorato intagliata a zampe di leone. Uno dei notari si mise a sedere, l'altro rimase in piedi; si stava per procedere alla lettura del contratto, che la met di Parigi, presente questa solennit, doveva sottoscrivere. Ciascuno prese posto, o piuttosto le donne fecero un circolo, mentre che gli uomini, pi indifferenti sul punto dello stile energico, come dice Boileaux, fecero i loro comentarii sull'agitazione febbrile di Andrea, sulla attenzione del signor Danglars, sulla impassibilit di Eugenia, e sul modo lesto e giocoso con cui la baronessa trattava questo importante affare.
Il contratto fu letto in mezzo al pi profondo silenzio: ma terminata la lettura il rumore ricominci subito nelle sale, raddoppiato da quello che era prima; queste somme brillanti, questi milioni rotolanti nell'avvenire dei due giovani, e che venivano a completare l'esposizione che se ne era fatta, in una camera esclusivamente consacrata a questo oggetto, del corredo della maritata e dei diamanti della giovane sposa, avevano risuonato con tutto il loro prestigio nella gelosa assemblea. Le grazie di madamigella Danglars ne venivano raddoppiate agli occhi dei giovani, e pel momento esse eclissavano lo splendore del sole.
In quanto alle donne, non vi  bisogno di dirlo, mentre invidiavano questi milioni, credevano di non averne bisogno per esser belle. Andrea, stretto fra i suoi amici, complimentato, adulato cominciava a credere alla realt del sogno che faceva; era sul punto di perdere la testa.
Il notaro prese solennemente la penna fra due dita, l'alz al di sopra della testa e disse: Signori, si passa a sottoscrivere il contratto. Il barone doveva firmare pel primo; indi il rappresentante dei poteri del signor Cavalcanti padre, poi la baronessa, in seguito i futuri coniugi, come si dice in questo abominevole stile che ha il suo corso sulla carta bollata. Il barone prese la penna e sottoscrisse, poi il rappresentante del padre. La baronessa si avvicin tenendo sotto il braccio la signora de Villefort. Amica mia, disse ella, prendendo la penna, non  una cosa disperante? un inatteso incidente, giunto in questo affare dell'assassinio e del rubamento, di cui il signor conte di Monte-Cristo per poco non  rimasto vittima, ci priva del piacere di avere il signor de Villefort.
Oh! mio Dio! fece Danglars collo stesso tuono con cui avrebbe detto: Ci mi  del tutto indifferente.
Mio Dio! disse Monte-Cristo nell'avvicinarsi, credo di esser io la causa involontaria di questa assenza.
Come! voi conte? disse la signora Danglars sottoscrivendo. Se fosse cos, guardatevi, non vel perdoner mai.
Andrea tendeva le orecchie. Non  certamente per colpa mia, disse il conte; cos desidero di constatarlo.
Si ascolt avidamente: Monte-Cristo, che tanto raramente schiudeva le labbra, stava per parlare.
Voi vi ricorderete, disse il conte in mezzo al pi profondo silenzio, che fu in mia casa che mor quel disgraziato che era venuto per rubarmi, e che uscendo di mia casa fu ucciso, a quanto si crede, dal suo complice?
S, disse Danglars.
Ebbene! per arrecargli soccorso fu spogliato, e i suoi abiti furono gettati in un angolo da dove la giustizia li raccolse; ma la giustizia, prendendo l'abito ed i calzoni per depositarli al tribunale, aveva dimenticato il gil.
Andrea impallid visibilmente e si ritir dolcemente dalla parte della porta; vedeva comparire una nube sull'orizzonte, e questa gli sembrava racchiudere nei suoi fianchi una tempesta. Ebbene, oggi si  ritrovato questo disgraziato gil, tutto ricoperto di sangue e perforato nella direzione del cuore. Le dame mandarono un grido, e due o tre di loro si prepararono a svenire. Mi fu portato. Nessuno poteva indovinare di dove veniva questo cencio; io solo pensai che era probabilmente il gil della vittima, il mio cameriere per frugando con ribrezzo e cautela questa funebre reliquia, ha sentito una carta nella saccoccia, e l'ha cavata: questo era un biglietto diretto a chi? a voi, barone.
A me? grid Danglars.
Oh! mio Dio s, a voi; son pervenuto a leggere il vostro nome sotto il sangue di cui  macchiato questo biglietto, rispose Monte-Cristo in mezzo alla irruzione della sorpresa generale.
Ma, domand la signora Danglars, guardando suo marito con inquietudine, in che modo ci impedisce il signor de Villefort?...
 semplicissimo, signora, rispose Monte-Cristo, questo gil e questa lettera erano ci che si chiamano pezzi di convinzione; la lettera e il gil io l'ho inviati al signor procuratore del Re: capite, mio caro barone, la via legale  pi sicura in materia criminale, era forse qualche macchinazione contro di voi. Andrea guard fissamente Monte-Cristo, e disparve nella seconda sala.  possibile, quest'uomo assassinato non era un antico forzato?
S, rispose il conte, un antico forzato, Caderousse.
Danglars impallid leggermente, Andrea lasci la seconda sala ed entr nell'anticamera. Ma firmate dunque, disse Monte-Cristo; mi accorgo che il mio racconto ha messa tutta la societ in azione, e ne domando umilmente perdono a voi, signora baronessa, ed a madamigella Danglars.
La baronessa, che aveva firmato, rimise la penna al notaro. signor principe Cavalcanti; disse il notaro, signor principe Cavalcanti, dove siete?
Andrea! Andrea! ripeterono molte voci di quei giovani che erano di gi arrivati a quel grado di intimit col nobile italiano da chiamarlo col suo nome di battesimo.
Chiamate dunque il principe! prevenitelo dunque che sta a lui il firmare! grid Danglars ad un cameriere.
Ma nel medesimo punto riflu la folla degli assistenti spaventata, nella sala principale, come se qualche terribile mostro fosse entrato negli appartamenti, cercando quello che doveva divorare. Vi era infatto qualche cosa di che rinculare, spaventarsi, gridare. Un ufficiale di gendarmeria situava due gendarmi alla porta di ciascuna sala, e si avanzava verso Danglars, preceduto da un commissario di polizia cinto della sua sciarpa. La signora Danglars gett un grido e svenne. Il signor Danglars, che si credeva minacciato (certe coscienze non sono mai tranquille) offr agli occhi dei suoi convitati un viso sconvolto dal terrore.
Che vi  dunque, signore? domand Monte-Cristo avanzandosi verso il commissario.
Chi di voi signori, domand il magistrato senza rispondere al conte, si chiama Andrea Cavalcanti?
Un grido di stupore part da tutti gli angoli della sala.
Si cerc; si interrog. Ma che cosa  dunque questo Andrea Cavalcanti? domand Danglars quasi fuor di s.
Un antico forzato sfuggito dalle galere di Tolone.
E che delitto ha commesso?
Egli  prevenuto, disse il commissario colla sua voce impassibile, di avere assassinato il nominato Caderousse, suo compagno di catena, al momento in cui questi usc dal conte di Monte-Cristo. Monte-Cristo gett uno sguardo rapido intorno a s... Andrea era sparito.
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Capitolo 96. LA STRADA DEL BELGIO.
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Alcuni minuti dopo la scena di confusione prodotta nelle sale del signor Danglars per la comparsa inattesa del brigadiere di gendarmeria e per la rivelazione che ne era stata la conseguenza, il vasto palazzo si era vuotato, con una rapidit simile a quella che avrebbe prodotto l'annunzio di un caso di peste o di colera-morbus accaduto in mezzo ai convitati: in pochi minuti da tutte le porte, da tutte le uscite, ciascuno si era affrettato di ritirarsi, o piuttosto di fuggire; perch questa era una di quelle congiunture nelle quali non bisogna neppure tentare di dare quelle cerimoniose consolazioni che sono solite a rendersi nelle grandi catastrofi dai migliori amici tanto importuni. Non era rimasto nel palazzo del banchiere che Danglars, chiuso nel suo gabinetto, e facendo la sua deposizione fra le mani del sotto-ufficiale di gendarmeria; che la signora Danglars, spaventata, nel gabinetto che conosciamo, ed Eugenia, che, coll'occhio altero ed il labbro sdegnoso, si era ritirata nella sua camera colla sua inseparabil compagna, madamigella Luigia d'Armilly. In quanto ai numerosi domestici, pi numerosi ancora in quella sera, che d'ordinario, perch vi erano stati aggiunti, in occasione della festa, i sorbettieri, i cerimonieri e i maestri di casa del Caff di Parigi, voltando contro il loro padrone la collera di ci ch'essi chiamavano il loro affronto stazionavano a gruppi nell'officio, nelle cucine, nelle loro camere inquietandosi molto poco del servizio, che del resto si ritrovava naturalmente interrotto. In mezzo a questi differenti personaggi, frementi per interessi diversi, due soli meritano che ci occupiamo di loro: madamigella Eugenia Danglars, e madamigella Luigia d'Armilly. La giovane fidanzata, lo abbiamo detto, si era ritirata con aria altera, col labbro sdegnoso, e con l'andamento di una regina oltraggiata, seguita dalla sua compagna pi pallida e pi commossa di lei. Giungendo nella sua camera, Eugenia chiuse la porta per di dentro, mentre che Luigia cadeva sur una sedia.
Oh! mio Dio! mio Dio! che cosa orribile! disse la giovane cantante; e chi poteva dubitare di questo? il signor Andrea Cavalcanti... un assassino... un forzato fuggito dalla galera.... un forzato!... Un sorriso ironico incresp le labbra di Eugenia.
In verit, io era predestinata, diss'ella: sfuggo da Morcerf per cadere in Cavalcanti.
Oh! non confondiamo l'uno con l'altro, Eugenia.
Taci, tutti gli uomini sono infami, son felice di poter far di pi che detestarli: or li disprezzo.
Che faremo? domand Luigia.
Ci che dovevamo fare fra tre giorni... partire.
Cos, quantunque non ti mariti pi, tu vuoi sempre...
Ascolta, Luigia; ho in orrore questa vita della societ sempre ordinata, misurata, regolata come un nostro foglio di musica. Ci che sempre ho desiderato, voluto, ci che ha formato la mia ambizione,  stata sempre la vita dell'artista, la vita libera, indipendente, in cui non si ha a render conto che a s. Restare, per far che? perch si tenti fra un mese di maritarmi nuovamente; a chi, al signor Debray forse come ne  stato per un momento parola? No, Luigia, no; l'avventura di questa sera mi servir di scusa; io non ne cercava, non ne domandava, Dio mi ha inviato questa, essa sia la benvenuta.
Come tu sei forte e coraggiosa!
Non mi conosci ancora? Andiamo, Luigia, parliamo dei nostri affari. La carrozza di posta...
 fortunatamente comprata da tre giorni.
L'hai fatta condurre dove dobbiam prenderla?
S. Il nostro passaporto? Eccolo.
Ed Eugenia colla sua abituale freddezza, spieg la carta bollata e lesse.
signor Leone d'Armilly, dell'et di venti anni, professione artista; capelli neri, occhi neri; viaggiando con sua sorella.
A meraviglia! con che mezzo tel sei procurato?
Andando dal signor di Monte-Cristo a chiedere delle lettere di raccomandazione per gl'impresari dei teatri di Roma e di Napoli, gli ho espresso i miei timori di viaggiare da donna; egli li ha perfettamente capiti, si  messo a mia disposizione per procurarmi un passaporto da uomo, e due giorni dopo ho ricevuto questo, al quale ho aggiunto di mia propria mano: viaggiando con sua sorella.
Ebbene, disse allegramente Eugenia, non si tratta pi che di fare i nostri bauli; partiremo la sera della sottoscrizione del contratto, invece di partire la sera delle nozze; ecco tutto.
Rifletteteci bene, Eugenia.
Oh! tutte le mie riflessioni sono fatte; sono stanca di non sentire parlare che di riporti, di fine del mese, dell'alzarsi e abbassarsi dei fondi spagnuoli, dei boni di Hati. Invece di tutto ci, l'aria, la libert, il canto degli uccelli, la pianura della Lombardia, i canali di Venezia, i palazzi di Roma, la spiaggia di Napoli. Quanto possediamo, Luigia?
La giovanetta che s'interrogava cav da uno scrigno intarsiato un piccolo portafogli colla serratura che apr, e nel quale cont 23 biglietti di banca.
Ventitremila franchi, diss'ella.
E per altrettanto almeno di perle, di diamanti, e di gioielli, disse Eugenia: siamo ricche. Con 45mila franchi abbiam di che vivere da principesse per due anni, o convenevolmente per quattro. Ma prima di sei mesi, tu colla musica, io colla voce, avrem raddoppiato il capitale. Andiamo, incaricati del danaro, io m'incarico del bauletto dei gioielli, dimodoch se una di noi due avesse la disgrazia di perdere il suo tesoro, l'altra avrebbe sempre il suo. Ora, la valigia, sollecitiamoci; la valigia.
Aspetta, disse Luigia andando ad ascoltare alla porta della signora Danglars. Che temi tu?
Che qualcuno non ci sorprenda.
La porta  chiusa.
Che non ci ordinino d'aprire.
Che l'ordinino se vogliono, noi non apriremo.
Tu sei una vera amazzone, Eugenia! E le due giovanette, con una prodigiosa attivit, si misero ad affastellare in un baule tutti gli oggetti da viaggio di cui esse credevano di aver bisogno.
Ecco fatto, disse Eugenia; or mentre io cambio di costume, tu chiudi la valigia.
Ma io non posso, non ho forza; chiudila tu.
Ah!  giusto, disse ridendo Eugenia, dimenticava che io sono Ercole, e tu la pallida Omfale.
E la giovanetta appoggiando il ginocchio sul coperchio del baule, contrasse le braccia bianche e muscolose fin che le due parti furon riunite, e madamigella d'Armilly passasse il lucchetto negli anelli delle due spranche. Terminata questa operazione, Eugenia apr un cassetto, del quale portava indosso la chiave, e ne cav un mantello da viaggio di seta violetta ovattato: Prendi, diss'ella, tu vedi che ho pensato a tutto, con questo mantello tu non avrai freddo.
Ma tu? Oh! io non ho mai freddo, tu lo sai bene; d'altra parte con questi abiti da uomo...
Tu ti vesti qui? Senza dubbio.
Ma ne avrai il tempo?
Non aver la minima inquietudine, poltrona; tutte le nostre genti sono occupate dal grande affare. D'altra parte, vi  niente di maraviglioso, quando si pensa alla grande disposizione, in cui devo essere, e che io mi sia rinchiusa?
S,  vero, tu mi tranquilli...
Vieni dunque, aiutami. E dal medesimo cassetto dal quale aveva tolto il mantello, che aveva regalato a madamigella d'Armilly, e col quale questa si era coperte le spalle, cav un abbigliamento completo da uomo, dagli stivaletti fino al cappello, con una provvisione di biancheria in cui non vi era niente di superfluo, ma in cui nulla mancava del necessario. Allora, con prestezza che faceva conoscere che senza dubbio, non era la prima volta che vestiva gli abiti di un altro sesso, Eugenia calz gli stivaletti, infil i pantaloni, si annod la cravatta, abbotton fino al collo un gil a due petti, ed indoss un soprabito che delineava la sua corporatura svelta e ben fatta.
Oh! benissimo! in verit benissimo! disse Luigia guardandola con ammirazione; ma questi bei capelli neri, queste trecce magnifiche, che facevano sospirare d'invidia tutte le donne, potranno essere contenute sotto un cappello da viaggio come questo?
Tu starai a vedere, disse Eugenia. Ed afferrando colla mano sinistra la folta treccia, sulla quale appena arrivavano a riunirsi le sue lunghe dita, colla destra prese una forbice, e ben presto sentissi stridere l'acciaro in mezzo della lunga e splendida chioma, che cadde tutta intera ai piedi della giovanetta, rovesciata in addietro per allontanarla dal soprabito. Indi, abbattuta la treccia superiore, pass a quelle sulle tempia, che abbatt successivamente senza lasciarsi sfuggire il minimo atto di dispiacere: al contrario, gli occhi brillarono pi vivi e pi allegri del consueto sotto le sopracciglia nere come l'ebano: Oh! che capelli magnifici! disse Luigia con rincrescimento.
E non sto cento volte meglio cos? grid Eugenia lisciandosi gli sparsi boccoli della sua pettinatura divenuta mascolina, e non mi trovi ancor pi bella cos?
Oh! tu sei sempre bella! ma ora dove andiamo?
A Bruxelles, se vuoi,  la frontiera pi vicina; raggiungeremo Bruxelles, Liegi, Aix-la-Chapelle; risaliremo il Reno fino a Strasburgo, traverseremo la Svizzera, e discenderemo in Italia per il San-Gottardo; ti accomoda cos?
S. Ma che cosa guardi?
Io guardo te. In verit, tu sei cos adorabile, si direbbe che mi hai rapita.
E poffar di bacco! si avrebbe ragione.
Oh! io credo che tu abbia ragione, Eugenia!
E le due giovanette, che ciascuno avrebbe credute immerse nelle lagrime, l'una per conto proprio, l'altra per affezione alla sua amica, scoppiarono in una risata, facendo sparire tutte le tracce pi visibili del disordine che naturalmente aveva accompagnato gli apparecchi della loro evasione. Indi, avendo spenti i lumi, coll'occhio interrogatore, l'orecchie all'erta, il collo teso, le due fuggitive aprirono la porta di un gabinetto di toletta che metteva in una sala interna e di l fino al cortile, Eugenia camminando la prima, e sostenendo con un braccio l'ansa della valigia, dall'altra parte sostenuta da madamigella Armilly sollevandola appena con ambe le mani. Suonava mezza notte, il cortile era vuoto. Il portinaro vegliava ancora. Eugenia si accost dolcemente, e vide dai vetri il degno svizzero che dormiva in fondo al casotto sdraiato sul sof.
Ella ritorn verso Luigia, riprese il baule che per un momento aveva deposto a terra, ed entrambe, seguendo l'ombra proiettata dal muro, raggiunsero la volta. Eugenia fe' nascondere Luigia in un angolo della porta, in modo che il portinaro, se per caso avesse voluto alzarsi, non avesse veduta che una persona. Indi offrendosi al pieno raggio del lampione che illuminava il cortile: La porta! grid ella colla sua pi bella voce da contralto, battendo sulla invetriata. Il portinaro si alz, come lo aveva preveduto Eugenia, e fece ancora qualche passo per riconoscere la persona che usciva, ma vedendo un giovinotto che batteva impazientemente il bastoncino sui calzoni, apr sul momento. Luigia tosto si strisci come un serpente dalla porta semi-aperta, e balz leggermente di fuori. Eugenia, tranquilla in apparenza, quantunque, secondo ogni probabilit, il suo cuore contasse pi pulsazioni che d'ordinario, usc a sua volta. Passava un commissionario, fu incaricato di portare il baule; indi le due giovanette gl'indicarono come meta della loro corsa la strada della Vittoria n. 36. Esse camminarono dietro a quest'uomo, la cui presenza tranquillava Luigia; in quanto ad Eugenia, era forte come Giuditta, o come Dalila. Si giunse al numero indicato. Eugenia ordin al commissionario di depositare il baule, gli regal alcune monete, e dopo aver battuto ad una persiana, lo licenzi. Questa persiana era quella di una piccola curandaia di gi prevenuta, che non era ancora andata a dormire. Ella apr. Madamigella, disse Eugenia, fate cavare dal portinaro la carrozza dalla rimessa, e mandate a prendere i cavalli al palazzo della posta. Ecco cinque franchi per l'incomodo che gli diamo.
In vero, disse Luigia, ti ammiro, e direi quasi, ti rispetto. La curandaia guardava con meraviglia; ma siccome era stato convenuto che vi sarebbero venti luigi per lei, non fece la pi piccola osservazione. Un quarto d'ora dopo, il portinaro ritornava conducendo il postiglione ed i cavalli che, in un giro di mano, furono attaccati alla carrozza, sulla quale il portinaro assicur il baule per mezzo di una corda e di uno strettoio.
Ecco il passaporto, disse il postiglione; che strada prendiamo?
Quella di Fontainebleau, rispose Eugenia con voce quasi maschile.
Ebbene! che dici dunque? domand Luigia.
Rendo il cambio, disse Eugenia; questa donna alla quale diamo venti luigi pu tradirci per quaranta: sul baluardo prenderemo un'altra direzione. E la giovanetta si slanci nella brisca, preparata con tutti i comodi, senza neppure toccare il montatore. Un quarto d'ora dopo, il postiglione, rimesso nel diritto sentiero, oltrepassava, facendo schioppettare la frusta, il cancello della barriera Saint-Martin. Ah! disse Luigia respirando, eccoci dunque uscite di Parigi.
S, mia cara, e il ratto  bello e bene combinato.
S, ma senza violenza.
Far valere questo, come circostanza attenuante, rispose Eugenia. Queste parole si perderono col rumore che facea la carrozza sul selciato della Villette.
Il signor Danglars non avea pi figlia.
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Capitolo 97. L'ALBERGO DELLA CAMPANA E DELLA BOTTIGLIA.
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Ed ora lasciamo madamigella Danglars e la sua amica scorrere sulla strada di Bruxelles, e ritorniamo al povero Andrea Cavalcanti, cos disgraziatamente fermato nello scatto della sua fortuna. Ad onta della sua giovane et, Andrea Cavalcanti era un uomo molto destro ed intelligente. Cos ai primi rumori che penetrarono nelle sale, lo abbiam veduto gradatamente accostarsi alla porta, traversare una o due camere, e finalmente sparire. Una cosa che abbiam dimenticato di ricordare, e che, non pertanto, non deve essere omessa, si  che in una di queste due camere, che dov traversare, stava esposto il corredo della sposa: scrigni di diamanti, scialli di casimiro, merletti di Valencienne, veli di Inghilterra, e tutto ci infine, che in questo mondo vi  di oggetti tentatori, il cui nome soltanto fa balzare di gioia il cuore delle giovanette, e che concorre a formare ci che i francesi chiamano corbeille. Ora, passando da questa camera, cosa che prova che non solo il giovine era molto destro e molto intelligente, ma ancor molto previdente, egli afferr l'astuccio che conteneva il pi ricco adornamento in brillanti di quanti erano l esposti. Munito di questo compagno Andrea si era sentito di met pi leggero, per saltare dalla finestra, e sfuggir dalle mani dei gendarmi. Grande e snello come l'antico giostratore, muscoloso come uno spartano, Andrea aveva fatta una corsa di un quarto d'ora senza sapere ove andava, e nello scopo soltanto d'allontanarsi dal luogo, ove per poco non era stato arrestato. Partendo dalla strada Mont-Blanc, con quell'istinto dei ladri per le barriere, che i lepri hanno per i cespugli, si era ritrovato in capo alla strada Lafayette.
L, soffocato, anelante, si ferm: era perfettamente solo, ed aveva alla sinistra il recinto di San Lazzaro, vasto deserto; alla destra Parigi in tutta la sua profondit.
Sono io perduto? domand a s stesso. No, posso usare un'attivit superiore a quella dei miei nemici. La mia salvezza  dunque divenuta semplicemente una questione di miriametri. In quel momento scopr, salendo l'alto del sobborgo Poissonire, un cabriolet di piazza, il cui cocchiere meditabondo, fumando la pipa, sembrava voler raggiungere l'estremit opposta del sobborgo Saint-Denis ove senza dubbio faceva la sua stazione ordinaria.
Ehi! amico! disse Benedetto. Che c'? domand il cocchiere. Il vostro cavallo  stanco?
Stanco! ah s davvero! non ha fatto niente in tutta la santa giornata. Quattro cattive corse e venti soldi di mancia; in tutto sette franchi ed io devo darne dieci al padrone!
Volete aggiungere a questi sette franchi altri venti?
Con piacere, venti franchi non sono da disprezzarsi. Che si deve fare? sentiamo.
Una cosa facilissima, semprech il cavallo non sia stanco.
Vi dico che andr come un zeffiro; il tutto sta di dire da qual parte volete che io vada.
Dalla parte del Louvres.
Ah! ah! lo conosco: il paese del ratafi!
Precisamente. Si tratta semplicemente di raggiungere un amico, col quale domani mattina debbo andare alla caccia a Chapelle-en-Serval. Doveva aspettarmi qui fino alle undici e mezzo,  mezza notte; egli si sar stancato di aspettarmi, e sar partito solo.
 probabile. Ebbene, volete tentare di raggiungerlo? Non chiedo di meglio. Ma se noi non lo raggiungiamo di qui a Bourget, avrete venti franchi Se non lo raggiungiamo di qui a Louvres, trenta.
E se lo raggiungiamo?
Quaranta, disse Andrea che aveva avuto un momento di esitazione, ma che aveva riflettuto che non arrischiava niente a promettere.
Cos va bene! disse il cocchiere. Montate, e in cammino!
Andrea mont nel cabriolet che, con una rapida corsa, travers il sobborgo Saint-Denis, costeggi il sobborgo Saint-Martin, travers la barriera, e infil nella interminabile Villette. Si aveva un bel fare a raggiungere questo amico chimerico; per a quando a quando ai passaggieri in ritardo, alle bettole ancora aperte, Cavalcanti chiedeva informazioni di un cabriolet verde, attaccato ad un cavallo baio-scuro; e, siccome sulla strada dei Paesi-Bassi circola un buon numero di cabriolet dei quali nove decimi son verdi, le informazioni piovevano ad ogni passo. Tutti lo avevano sempre poco prima veduto passare; non aveva pi di 500 passi di vantaggio, non ne aveva pi di 200, non ne aveva pi di cento; finalmente si raggiungeva, si sorpassava, non era quello. Una volta il cabriolet fu passato egli pure, da un calesse rapidamente trasportato al galoppo da due buoni cavalli da posta: Ah! disse a s stesso Cavalcanti, se avessi quel calesse, quei due buoni cavalli, e soprattutto il passaporto che abbisogna per prenderli!
Ed egli sospir profondamente. Questo calesse era quello che trasportava madamigella Danglars e madamigella d'Armilly. Andiamo! andiamo! disse Andrea, non possiamo tardare a raggiungerlo. Il povero cavallo riprese il trotto arrabbiato che aveva continuato dalla barriera, e giunse fumante a Louvres. Ah! disse Andrea, vedo bene che non raggiunger il mio amico, e che ammazzerei il vostro cavallo. Cos adunque val meglio che mi fermi. Ecco i vostri trenta franchi, io me ne vado a dormire al Cavallo-Rosso, e nella prima carrozza nella quale trover un posto, lo prender. Buona sera, amico mio. Ed Andrea, dopo aver messe sei monete da 5 franchi nella mano del cocchiere, salt lestamente sul battuto della strada. Il cocchiere mise allegramente la somma in saccoccia, e riprese al passo la strada di Parigi; Andrea finse di andare al Cavallo-Rosso; ma dopo essersi fermato un momento alla porta, aspettando che il rumore del cabriolet si perdesse all'orizzonte, riprese la sua strada, e con un passo ginnastico molto svelto, comp una corsa di due leghe. L egli si ripos; doveva essere vicino alla Chapelle-en-Serval ove aveva detto di andare. Non era la fatica che fermava Andrea Cavalcanti, ma il bisogno di prendere una risoluzione, la necessit di adottare un disegno. Montare in diligenza era impossibile; prendere la posta egualmente. Per viaggiare nell'uno o nell'altro modo il passaporto  di prima necessit.
Dimorare nel dipartimento dell'Oise, vale a dire in uno dei dipartimenti pi scoperti, e pi sorvegliati della Francia era egualmente impossibile, soprattutto ad un uomo come Andrea, esperto in materia criminale. Egli si sed sulle rive del fosso, lasciossi cader la testa fra le mani e riflett. Dieci minuti dopo rialz la testa: la risoluzione era gi presa. Copr di polvere una parte del palett che aveva avuto il tempo di staccare dall'anticamera, e di abbottonarsi al di sopra del suo abito da ballo, e giungendo alla Chapelle-en-Serval and a battere arditamente alla porta del solo albergo del paese. L'oste venne ad aprire.
Amico mio, disse Andrea, io andava da Morte-Fontaine a Senlis, quando il mio cavallo, che  un animale cattivo, ha fatto una scartata, e mi ha cacciato a dieci passi. Questa notte mi necessita di giungere a Compigne sotto pena di causare le pi vive inquietudini alla mia famiglia, avreste un cavallo da darmi in fitto? Buono o cattivo, un albergatore ha sempre un cavallo. L'albergatore della Chapelle-en-Serval chiam il garzone di stalla, gli ordin d'insellare il Bianco, e risvegli suo figlio, ragazzo di sette anni, il quale doveva montare in groppa del signore, per ricondurre il quadrupede. Andrea pag venti franchi all'albergatore e, cavandoli di saccoccia, lasci cadere un biglietto di visita. Questo biglietto era quello di uno dei suoi amici del caff di Parigi, dimodoch l'albergatore, quando Andrea fu partito, ed ebbe raccolto il biglietto di saccoccia, fu convinto di aver dato infatto il suo cavallo al signor conte de Maulion strada San Domenico n. 25: erano il nome e l'indirizzo che si trovavano sul biglietto.
Il Bianco non andava presto, ma andava con un passo uguale e continuo; in tre ore e mezzo Andrea fece le nove leghe che lo separavano da Compigne; suonavano le quattro all'orologio del Palazzo di Citt, quando giunse sulla piazza dove si fermano le diligenze. A Compigne vi  un eccellente albergo, di cui si ricordano quelli stessi che non vi hanno alloggiato che una sola volta. Andrea, che vi aveva fatta una fermata in una delle sue corse nei dintorni di Parigi, si risovvenne dell'albergo della Campana e della Bottiglia: si orizzont, vide al chiaror del lampione la tabella indicatrice, e dopo aver congedato il fanciullo, al quale regal quanto aveva di piccola moneta, and a battere alla porta riflettendo con molta aggiustatezza, che egli aveva tre o quattro ore di vantaggio, e che il meglio era di premunirsi con un buon sonno, ed una buona cena, contro le fatiche future. Il cameriere gli venne ad aprire.
Amico mio, disse Andrea, vengo da San Giovanni del Bosco, ove ho pranzato; contava prendere la carrozza che passa a mezza notte, ma mi son perduto come uno stupido, e son gi quattro ore che passeggio nella foresta. Datemi una di queste belle camerine che danno sul cortile, e fatemi portare un pollo freddo ed una bottiglia di vino di Bord.
Il cameriere non ebbe alcun sospetto: Andrea parlava con la pi perfetta tranquillit; il sigaro in bocca e le mani nelle saccocce del palett; i suoi abiti erano eleganti, la barba fatta di recente, gli stivali irreprensibili; aveva l'aspetto di un vicino che avesse fatto tardi, ecco tutto.
Mentre il cameriere preparava la sua camera l'ostessa si alz; Andrea l'accolse col pi grazioso sorriso, e le domand se poteva avere la camera n. 3 in cui aveva gi dormito l'ultima volta che era passato da Compigne; disgraziatamente il n. 3 era preso da un giovine che viaggiava con sua sorella. Andrea parve disperato; egli non si consol che allorquando l'ostessa lo ebbe assicurato che il n. 7, che si stava preparando, aveva assolutamente la medesima disposizione del n. 3, e scaldandosi i piedi, e parlando delle ultime corse di Chantilly, aspett che gli venisse annunziato che la camera era in ordine. Non era senza ragione che Andrea aveva parlato di quei belli appartamenti che davano sul cortile; il cortile dell'albergo della Campana aveva una triplice fila di galleria che gli dava l'aspetto di un anfiteatro, con i suoi gelsomini e le sue clematidi, che salivano lungo le colonne leggiere come una decorazione naturale e uno dei pi graziosi ingressi d'albergo che sieno al mondo. Il pollo era fresco, il vino vecchio, il fuoco chiaro e favillante; Andrea cenando si sorprese del suo buon appetito, come se nulla gli fosse accaduto, indi and a letto, e si addorment subito con quel sonno implacabile che l'uomo di trent'anni trova sempre, anche quando ha dei rimorsi. Ora noi siamo sforzati di confessare che Andrea avrebbe potuto avere dei rimorsi, ma che non ne aveva. Ecco qual era l'idea di Andrea, idea che gli aveva portata la maggior parte della sua sicurezza.
Col giorno si sarebbe alzato, uscirebbe dall'albergo dopo aver pagato scrupolosamente i suoi conti; s'internerebbe nella foresta, comprerebbe, sotto pretesto di fare degli studii di pittura, l'ospitalit di un contadino; si procurerebbe un abito da campagnuolo spogliandosi della pelle di leone per prendere quella dell'artista; indi colle mani terrose, i capelli imbruniti da un pettine di piombo, colla tinta della pelle alterata da una preparazione di cui i suoi antichi camerati gli avevan data la ricetta, di foresta in foresta giungerebbe alla frontiera pi vicina, camminando la notte, dormendo il giorno nel bosco, senza avvicinarsi ai luoghi abitati che per comprare a quando a quando del pane. Superata una volta la frontiera, Andrea avrebbe fatto denari coi suoi diamanti, riunito il prezzo che ne avrebbe ricavato, ad una diecina di biglietti di banca che portava sempre indosso per qualunque accidente, si ritroverebbe ancora padrone di un 50 mila franchi che non sembravano alla sua filosofia un peggio andare troppo rigoroso. D'altra parte egli contava molto sulla premura che avevano i Danglars ad estinguere il rumore della loro disavventura.
Ecco perch, oltre la stanchezza, Andrea dorm cos presto e cos bene. D'altra parte per esser sveglio di buon mattino, Andrea non aveva chiuse le persiane, si era soltanto contentato di mettere il catenaccio alla porta, e di tenere aperto, sulla sua tavola da notte, un certo coltello molto puntuto, di cui conosceva la eccellente tempra, e che non lasciava mai. Circa alle sette del mattino fu svegliato da un raggio di sole che gli veniva tiepido e brillante sul viso.
In tutti i cervelli bene organizzati l'idea dominante, (ve ne  sempre una)  quella che dopo essersi addormita per l'ultima, illumina per la prima il pensiero nello svegliarsi. Andrea non aveva ancora interamente aperti gli occhi, che il suo pensiero dominante gi lo possedeva, e gli soffiava all'orecchio che aveva dormito troppo lungamente.
Salt a basso dal letto e corse ad una finestra.
Un gendarme traversava il cortile. Un gendarme  uno di quegli oggetti che pi colpiscono in questo mondo, anche per l'occhio di un uomo senza inquietudini; ma per ogni coscienza timorosa e che ha qualche motivo di esserlo, il giallo, il blu ed il bianco di cui si compone la sua uniforme, diventano colori spaventevoli: Perch un gendarme? domand a s stesso Andrea: indi si rispose con quella logica che il lettore ha di gi notato in lui:
Un gendarme non ha niente che debba meravigliare in un'osteria: non ce ne meravigliamo adunque, ma vestiamoci. Ed il giovine si vest con una rapidit che non aveva potuto fargli perdere il suo cameriere, durante i pochi mesi di vita elegante che aveva condotta a Parigi.
Buono! disse Andrea nel vestirsi, aspetter che sia partito, e quando sar partito lui, signer io. E mentre diceva queste parole, e mettendosi la cravatta, ritorn dolcemente alla finestra, e sollev una seconda volta la tendina di mussola. Non solo il primo gendarme non era partito, ma il giovine scoperse una seconda uniforme blu, gialla e bianca alla fine della scala, la sola per la quale si poteva discendere, mentre che una terza a cavallo e colla carabina in mano stava di sentinella sulla porta di strada, la sola per la quale si poteva uscire. Questo terzo gendarme era significativo all'ultimo grado; perch davanti a lui si estendeva un semi-cerchio di curiosi che bloccavano ermeticamente la porta dell'albergo. Io son cercato! fu il primo pensiero di Andrea. Diavolo! Il pallore investi la fronte del giovine, egli guard intorno a s con ansiet. La sua camera, come tutte quelle di questo piano, non aveva altra uscita che dalla galleria esterna scoperta agli sguardi di tutti. Io son perduto! fu il suo secondo pensiero. Infatto per un uomo nella situazione di Andrea, l'arresto voleva dire: sedute, giudizio, morte, morte senza misericordia e senza dilazione. Per un momento egli compresse convulsivamente la testa fra le mani; e poco manc che non diventasse pazzo dalla paura. Ma ben presto, da questa folla di pensieri che si urtavano nella sua testa ne usc un pensiero di speranza; un pallido sorriso si deline sulle sue labbra tremanti e sulle guance contratte: guard intorno a s; gli oggetti che cercava si ritrovavano riuniti sul marmo di un tavolino: erano una penna, un calamaio e della carta: ed ei scrisse, con una mano alla quale comand di esser ferma, le linee seguenti sul primo foglio del quaderno.
Io non ho danaro per pagare, ma sono un uomo onesto; lascio in pegno questo spillo che vale dieci volte la spesa che ho fatto. Mi si perdoner di essere fuggito alla punta del giorno, io era vergognoso!
Lev lo spillo dalla sua cravatta e lo depose sul foglio.
Ci fatto, invece di lasciare i catenacci, li lev, socchiuse anzi la porta, come se fosse uscito dalla sua camera dimenticando di chiuderla, ed arrampicandosi nella cappa del camino, come un uomo gi avvezzo a questa specie di ginnastica, attir innanzi a s il paracamino ricoperto con una carta che rappresentava Achille in casa di Deidamia; cancell coi piedi anche la traccia dei passi nella camera, e scal la cappa che gli offriva la sola via di salvezza nella quale sperava ancora. In questo momento il primo gendarme che aveva colpito la vista di Andrea saliva la scala, preceduto da un commissario di polizia, e sostenuto dal secondo gendarme che guardava l'estremit della scala, il quale poteva egli stesso aspettare rinforzo da quello che stazionava alla porta. Ecco a che cosa Andrea doveva questa visita, che con tanta pena si era dispensata dal ricevere.
Alla punta del giorno, i telegrafi erano stati messi in moto in tutte le direzioni e ciascuna localit ch'era stata avvisata, quasi immediatamente aveva risvegliato le autorit e lanciata la forza pubblica alla ricerca dell'uccisore di Caderousse. Compigne, residenza reale; Compigne citt di caccia; Compigne, citt di guarnigione,  abbondantemente provvista di autorit, di gendarmi e di commissari di polizia. Le visite eran dunque cominciate subito dopo l'ordine, ed essendo telegrafico, l'osteria della Campana e della Bottiglia, la prima osteria della citt, si era naturalmente incominciato da lei. Del resto dopo il rapporto delle sentinelle che erano state di guardia durante la notte al Palazzo di Citt (il Palazzo di Citt era attiguo all'albergo della Campana), era stato constatato che diversi viaggiatori erano discesi durante la notte al detto albergo. La sentinella che era stata rilevata alle sei del mattino si ricordava ancora, che al momento in cui era stata messa in fazione, vale a dire a quattro ore e alcuni minuti, aveva veduto che un giovine che cavalcava un cavallo bianco con un ragazzetto in groppa, era andato a bussare all'albergo della Campana apertosi davanti a lui, e chiuso dopo di lui.
Su questo giovine, che aveva fatto tanto tardi si erano fermati tutti i sospetti. Or questo giovine non era altro che Andrea! Per la sicurezza di questi dati, il commissario di polizia ed il gendarme, che era un brigadiere, s'incamminavano verso la porta di Andrea. Questa porta era socchiusa.
Oh! oh! disse il brigadiere, vecchia volpe nutrita nelle furberie dello stato, cattivo indizio una porta aperta! l'avrei meglio amata chiusa con triplice catenaccio.
Infatto la piccola lettera e lo spillo lasciati da Andrea sulla tavola confermarono, o piuttosto appoggiarono la trista verit: Andrea era fuggito. Noi diciamo appoggiarono, perch il brigadiere non era uomo da arrendersi ad una sola prova. Guard intorno a s, cacci l'occhio sotto il letto, spieg le tende, apr gli armadii, e finalmente si ferm al caminetto.
Merc le cautele di Andrea, non era rimasta alcuna traccia del suo passaggio nelle ceneri. Per questa era una uscita; ed in simili congiunture, tutte le uscite devono formare l'oggetto di una seria investigazione. Il brigadiere si fece dunque portare una fascina e della paglia, ne fece un inviluppo, e lo calc nel caminetto come avrebbe fatto in un mortaio da bomba, e vi appicc il fuoco. Il fuoco fece crepitare le pareti della cappa; una colonna opaca di fumo ai slanci pel condotto e sal verso il cielo, ma non vide cadere il prigioniere come si aspettava. Ci era perch Andrea, in lotta colla societ fin dalla giovinezza, valeva bene un gendarme, fosse anche stato elevato al grado rispettabile di brigadiere; prevedendo dunque l'incendio, era salito sul tetto, e si era nascosto dietro il comignolo.
Per un momento ebbe qualche speranza di essersi salvato, perch intese il brigadiere che, chiamando i due compagni diceva loro ad alta voce, non c' pi. Ma allungando dolcemente il collo, vide i due gendarmi che, invece di ritirarsi, come sembrava naturale dopo un simile annunzio, raddoppiavano l'attenzione. Allora a sua volta gir intorno a s lo sguardo: il Palazzo di Citt, fabbrica colossale del sedicesimo secolo, s'innalzava come un tetro muro alla sua destra, e, per le aperture del monumento, si poteva scorgere in tutti gli angoli e contro angoli del tetto, come dall'alto della montagna si vede nella vallata. Andrea comprese che in breve avrebbe veduto comparire la testa del brigadiere di gendarmeria a qualcuna di quelle aperture. Scoperto, egli era perduto, una caccia sul tetto non gli si presentava con probabilit di successo.
Risolv dunque di ritornare a discendere, non per lo stesso camino da cui era venuto, ma per un camino analogo. Cerc con gli occhi quella cappa di camino che non mandava fumo, la raggiunse andando carpone sul tetto, e disparve dal suo orifizio senza essere stato veduto da alcuno. Un momento dopo si apr una piccola finestra del Palazzo di Citt, e lasci vedere la testa del brigadiere di gendarmeria, che rimase per alcuni minuti immobile, come uno di quei bassi rilievi di pietra che decoravano il fabbricato, indi con un lungo sospiro d'inquietudine la testa disparve. Il brigadiere tranquillo e degno, come la legge di cui era il rappresentante, pass senza rispondere alle mille interrogazioni della folla riunita sulla piazza e rientr nell'albergo: Ebbene? domandarono alla loro volta i due gendarmi.
Ebbene! figli miei, rispose il brigadiere, bisogna veramente che il brigante sia evaso questa mattina di buon'ora; ma ora lo faremo seguire sulla strada di Villers-Cotterts e di Noyon, e faremo frugare la foresta, ove lo raggiungeremo infallibilmente. L'onorevole funzionario aveva appena finita la frase, con quel tuono particolare proprio ai brigadieri di gendarmeria, nel pronunziare questo avverbio sonoro, allor quando un lungo grido di spavento, accompagnato dal tintinnio di un campanello, echeggiarono nel cortile dell'albergo. Oh! oh! che cosa  questo? grid il brigadiere.
Ecco un viaggiatore che sembra aver molta fretta, disse l'oste; a qual numero suonano?
Al numero 3. Correte, cameriere. In questo momento le grida ed il rumore del campanello raddoppiarono, il cameriere si mise a correre.
No, fermatevi! disse il brigadiere trattenendolo, quello che suona fa conoscere che chiede ben altra cosa che un cameriere, gli manderemo un gendarme per servirlo. Chi alloggia al n. 3?
Il giovinetto giunto con sua sorella questa notte per la posta, e che ha domandato una camera a due letti.
Il campanello suon per la terza volta con una intonazione piena d'angoscia. A me, signor commissario! seguitemi, ed affrettate il passo! disse il brigadiere.
Un momento, disse l'oste, nella camera numero 3 vi sono due uscite, una interna e l'altra esterna.
Buono! disse il brigadiere, prender l'interna,  il mio dipartimento. Le carabine sono cariche? S, brigadiere. Ebbene! voi altri vegliate all'esterno, e se vuol fuggire, fuoco addosso:  un gran colpevole, a quanto dice il telegrafo. Il brigadiere, seguito dal commissario, disparve subito per la scala interna accompagnato dal rumore che le sue rivelazioni sopra Andrea avevano ridestato nella folla. Ecco ci ch'era accaduto. Andrea era disceso con molta destrezza fin oltre la met del camino, ma giunto l, un piede gli era mancato, e, ad onta dell'appoggio delle mani, era disceso con maggior prestezza, e soprattutto con maggior susurro di quel che avrebbe desiderato. Non sarebbe stato niente, se la camera fosse stata solitaria, ma per disgrazia, era abitata. Due donne dormivano in un letto, questo rumore le aveva svegliate, i loro sguardi si eran fissati sul punto, da dove veniva il rumore, e, dall'apertura del caminetto, avevan veduto comparire un uomo. Una di queste due donne, la bionda, aveva mandato quel grido terribile che aveva echeggiato per tutta la casa, mentre l'altra, che era bruna, slanciandosi al cordone del campanello, aveva dato l'allarme, agitandolo con tutte le sue forze. Come si vede, Andrea cadeva di disgrazia in disgrazia.
Per piet! grid egli, pallido, confuso, senza vedere le persone alle quali s'indirizzava; per piet! non chiamate, salvatemi! non voglio farvi del male.
Andrea! l'assassino! grid una delle due donne.
Eugenia, madamigella Danglars! mormor Cavalcanti, passando dallo spavento allo stupore.
Soccorso! soccorso! grid madamigella d'Armilly levando il cordone del campanello dalle mani inerti d'Eugenia, e suonando con forza maggiore ancora della compagna.
Salvatemi! non mi perseguitate! disse Andrea giungendo le mani, per piet per grazia, non mi consegnate alla forza!
 troppo tardi, salgono, rispose Eugenia.
Ebbene! nascondetemi in qualche luogo: direte che avete avuta paura senza motivi d'aver paura: allontanerete i sospetti, mi avrete salvata la vita.
Ebbene, sia, disgraziato! riprendete la via per la quale siete venuto; partite, e non diremo niente.
Eccolo! grid una voce sul pianerottolo: io lo vedo.
In fatto il brigadiere aveva accostato l'occhio al buco della serratura ed aveva scoperto Andrea in piedi e supplicante.
Un violento colpo d'incassatura fe' saltare il catenaccio, due altri fecero saltare i gangheri; la porta infranta cadde al di dentro. Andrea corse all'altra porta che metteva nella galleria del cortile, volle precipitarvisi dopo aperta. I due gendarmi erano l con le carabine in mira.
Andrea si ferm su due piedi; ritto, pallido, col corpo un poco rovesciato in dietro, teneva il suo inutile coltello nella mano intirizzita: Fuggite dunque! grid madamigella di Armilly nel cuore della quale rientrava la piet, a seconda che ne usciva lo spavento, fuggite dunque.
O uccidetevi! disse Eugenia col tuono e coll'atteggiamento di una di quelle vestali che nel circo ordinavano coll'indice al gladiatore vittorioso di finire l'avversario atterrato. Andrea fremette e guard la giovinetta con un sorriso di disprezzo col quale prov che la corruzione non comprendeva questa sublime ferocia dell'onore. Uccidermi, disse egli gettando il coltello, per far che?
Ma lo diceste, grid la Danglars, sarete condannato a morte, e giustiziato come l'ultimo dei delinquenti.
Bah! replic Cavalcanti incrociando le braccia, si hanno amici. Il brigadiere si avanz verso di lui con la sciabola alla mano. Andiamo, andiamo, disse Cavalcanti, acquietatevi, mio bravo uomo, non val la pena di fare tanto schiamazzo, perch io mi arrendo. Ed egli stese le sue mani alle manette. Le due giovanette guardarono con terrore questa schifosa metamorfosi che si operava sotto i loro occhi, l'uomo di societ che si spogliava del suo inviluppo per ritornare un uomo di galera. Andrea si rivolse verso di esse, e col sorriso dell'impudenza: Avete qualche commissione per il vostro signor padre, madamigella Eugenia? disse egli, poich secondo tutte le probabilit torno a Parigi. Eugenia nascose la testa fra le mani. Oh! oh! disse Andrea, non vi  ragione di essere vergognosa, ed io non son malcontento che abbiate presa la posta per corrermi dietro... non era forse quasi vostro marito? e detto questo lazzo, Andrea usc lasciando le due fuggitive in preda alle sofferenze dell'onta ed ai commentarii dell'assemblea. Un'ora dopo, vestite entrambe dei loro abiti da donna, montavano nel calesse da posta. Era stata chiusa la porta dell'albergo per sottrarle ai primi sguardi; ma non si pot evitare quando questa fu riaperta, di passare in mezzo ad una doppia fila di curiosi, cogli occhi fiammeggianti e le labbra mormoranti. Eugenia abbass le tendine, ma se ella non vedeva pi, sentiva ancora il rumore delle ingiurie che giungeva fino a lei. Oh! perch il mondo non  un deserto? grid ella gettandosi nelle braccia di madamigella d'Armilly cogli occhi sfavillanti di rabbia, che facevano desiderare a Nerone che tutto il mondo romano avesse una sola testa per poterla tagliare di un colpo solo.
La dimane esse discesero all'albergo delle Fiandre a Bruxelles. Fin dal giorno innanzi Andrea era incarcerato alla Conciergerie.
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Capitolo 98. LA LEGGE.
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Si  veduto con quale tranquillit madamigella Danglars e madamigella d'Armilly avevano potuto compiere la loro trasformazione, e la loro fuga: era perch ciascuno si occupava dei proprii affari, in modo da non potersi incaricar di quelli degli altri. Lasceremo il banchiere col sudore alla fronte, porre in fila, dirimpetto al fantasma del fallimento, le enormi colonne del suo passivo, e seguiremo la baronessa che, dopo essere rimasta un momento schiacciata sotto la violenza del colpo che l'aveva atterrata, era andata a ritrovare il suo consigliere ordinario, il signor Luciano Debray. Egli  che infatto la baronessa calcolava su questo matrimonio, per abbandonare finalmente la tutela che, con una figlia dell'indole di Eugenia, non cessava di essere molto penosa; egli  che in questa specie di contratti taciti che mantengono i legami di gerarchia in una famiglia, la madre non  realmente padrona di sua figlia, se non che a condizione di essere continuamente per essa un esempio di saggezza e un tipo di perfezione. Ora la signora Danglars temeva la perspicacia di Eugenia, ed i consigli di madamigella d'Armilly; ella aveva sorpresi alcuni sguardi sdegnosi, lanciati da sua figlia a Debray, sguardi che sembravano significare che sua figlia conosceva tutto il mistero delle sue relazioni galanti e pecuniarie col segretario intimo, mentre che una interpretazione pi sagace e pi approfondita, avrebbe al contrario dimostrato alla baronessa, che Eugenia detestava Debray, non gi perch egli era nella casa paterna una pietra d'inciampo e di scandalo, ma perch ella lo riguardava nella categoria di quei bipedi che Platone cercava di non chiamare pi uomini, e che Diogene designava per parafrasi animali a due piedi e senza penne.
La signora Danglars, nel suo modo di vedere, (e disgraziatamente a questo mondo tutti hanno il loro modo di vedere a s proprio, che impedisce di vedere il modo con cui vedono gli altri) era dunque infinitamente dolente che fosse andato a monte anche questo matrimonio di Eugenia, non perch esso fosse conveniente, bene accoppiato, e dovesse formare la felicit di sua figlia, ma perch le rendeva tutta la sua libert. Ella corse adunque, come lo abbiam detto, da Debray, che dopo avere, come tutta Parigi, assistito alla serata del contratto ed allo scandalo che ne era stata la conseguenza, si era affrettato di ritirarsi al suo club, ove con alcuni amici parlava dell'avvenimento che formava in quell'ora la conversazione di tre quarti di questa citt eminentemente pettegola, che si chiama la capitale del mondo. Al momento in cui la signora Danglars, vestita con un abito nero, e nascosta sotto un lungo velo, saliva la scala che conduceva all'appartamento di Debray, ad onta della certezza che le aveva data il portinaro che il giovine non era ancora rientrato, Debray si occupava a respingere le argomentazioni di un amico che tentava di provargli, che dopo il terribile scandalo che aveva avuto luogo, era suo dovere come amico di casa di sposare madamigella Eugenia Danglars e i suoi due milioni. Debray si difendeva come un uomo che non chiede che di esser vinto; poich spesso questa idea si era presentata da s stessa al suo spirito; ma siccome conosceva Eugenia, e la sua indole indipendente ed altiera, assumeva a quando a quando un'attitudine completamente difensiva, dicendo che questa unione era impossibile, lasciandosi tutta volta sordamente stuzzicare dalle idee cattive, che al dire di tutti i moralisti, preoccupano incessantemente l'uomo pi probo e pi puro, vegliando al fondo della sua anima.
Il th, il giuoco, la conversazione importante, come si creder, poich vi si discutevano affari cos gravi, durarono fino ad un'ora del mattino. Durante questo tempo, la signora Danglars, introdotta dal cameriere di Luciano, aspettava velata e palpitante, nel piccolo salotto verde, fra due cestelle di fiori che ella stessa aveva inviate la mattina, e che Debray, bisogna dirlo, aveva egli stesso accomodate, distribuite, montate, con una cura, che fece perdonare la sua assenza alla povera donna. Alle undici e 40 minuti, la signora Danglars, stanca di attendere inutilmente, risal in carrozza e si fece ricondurre a casa sua. Le donne di una certa condizione hanno questo di comune con le crestaie di buona avventura, che queste non ritornano ordinariamente mai dopo la mezza notte. La baronessa rientr nel palazzo con tanta cautela, quanta ne aveva impiegata Eugenia nell'uscirne; ella sal leggermente, col cuore stretto, la scala del suo appartamento, contiguo, come si sa, a quello di Eugenia; temeva tanto di provocare qualche movimento, perch credeva cos fermamente, povera donna, rispettabile almeno in questo punto, all'innocenza di sua figlia, ed alla fedelt del focolare paterno! Rientrata nelle sue stanze, ascolt alla porta di Eugenia, indi, non sentendo alcun rumore, tent di entrare; ma era stato messo il catenaccio. La signora Danglars cred che Eugenia, stanca dalle forti emozioni della serata, si fosse messa in letto e che dormisse. Ella chiam la cameriera, e la interrog.
Madamigella Eugenia, rispose la cameriera,  rientrata nel suo appartamento con madamigella d'Armilly, indi hanno preso il th insieme, dopo di che mi hanno congedata dicendo che non avevano pi bisogno di me. Da questo momento la cameriera si era ritirata nella sua camera, e credeva, come tutti gli altri di casa, che le due giovanette fossero nel loro appartamento.
La signora Danglars dunque and a letto senza l'ombra di un sospetto; ma tranquilla sugl'individui, il suo spirito si port sugli avvenimenti. A seconda che le idee si rischiaravamo nella sua testa, ingrandivano le proporzioni della scena del contratto: non era pi uno scandalo, ma un fracasso, non era pi un'onta, ma un'ignominia. Suo malgrado allora, la baronessa si ricord che ella era stata senza piet per la povera Merceds, colpita non ha guari nel suo sposo e nel suo figlio di una sventura cos grande. Eugenia, diceva a se stessa,  perduta, e noi egualmente. L'affare tal quale sar rappresentato, ci ricopre d'obbrobrio; poich, in una societ come la nostra, certe ridicolezze sono piaghe vive, sanguinose ed incurabili. Quale felicit, mormorava ella, che Dio abbia dato ad Eugenia un'indole cos stravagante che mi ha fatto pi di una volta tremare!
Ed il suo sguardo riconoscente si alzava verso il cielo dove la misteriosa provvidenza dispone tutto in antecedenza, a seconda degli avvenimenti che devono accadere; e da un difetto, e qualche volta anche da un vizio, ne fa una contentezza: indi il suo pensiero oltrepass lo spazio, come fa stendendo le ali l'uccello da un abisso, e si ferm su Cavalcanti.
Questo Andrea era un miserabile, un ladro, un assassino; e ci nonostante possedeva dei modi che indicavano una mezza educazione, quasi compita; questo Andrea si era presentato nella societ coll'apparenza di una gran fortuna, e coll'appoggio di nomi onorevoli. Come veder chiaro in questo dedalo? a chi indirizzarsi per uscire da questa crudele posizione? Debray, al quale ella aveva ricorso col primo slancio della donna che cerca un soccorso nell'uomo che ama, e che qualche volta la perde, Debray non poteva darle che un consiglio: era qualche altro pi possente di lui al quale doveva indirizzarsi. La baronessa pens allora al signor de Villefort. Egli aveva voluto fare arrestare Cavalcanti; senza piet, aveva portata la confusione in mezzo alla sua famiglia come se fosse stata una famiglia estranea.
Ma no; riflettendovi; non era un uomo senza piet il procuratore del Re; era un magistrato schiavo dei suoi doveri, un amico leale e coraggioso, che brutalmente s, ma con mano sicura, aveva vibrato il colpo di scalpello nella corruzione; non era un boia, era un chirurgo che aveva voluto isolare agli occhi di tutto il mondo l'onore della famiglia Danglars, dalla ignominia di questo giovine perduto che essi presentavano alla societ come il loro genero.
Dal momento che il signor de Villefort, amico della famiglia Danglars, operava in tal modo, non vi era pi da supporre che il banchiere avesse saputo nulla di pi o avesse preso alcuna parte alle mene d'Andrea. La condotta di de Villefort, riflettendovi bene, compariva dunque alla baronessa sotto un aspetto, che si spiegava a loro comune vantaggio.
Ma la inflessibilit del procuratore del Re doveva fermarsi a questo punto; ella sarebbe andata a trovarlo la dimane, ed avrebbe da lui ottenuto, se non che mancasse ai suoi doveri di magistrato, almeno che lasciasse andar le cose con tutta la pienezza della sua indulgenza.
La baronessa invocherebbe il passato, supplicherebbe in nome del tempo colpevole, ma felice; il signor de Villefort assopirebbe l'affare, o almeno lascerebbe (e per giungere a questo non avrebbe che voltar gli occhi da un'altra parte) fuggire Cavalcanti, e non continuerebbe il processo che sotto l'ombra del reo che si dice in contumacia. Allora soltanto ella si addorm pi tranquilla.
La dimane alle nove, ella si alz, e senza chiamare la cameriera, senza dar segno d'esistenza a chi che sia, si abbigli, e, vestita colla stessa semplicit della sera innanzi, discese la scala, usc dal palazzo, cammin fino alla strada di Provenza, sal in una carrozza da nolo, e si fece condurre alla casa del signor de Villefort. Da un mese questa casa maledetta presentava l'aspetto lugubre di un lazzaretto in cui si fosse dichiarato la peste: una parte degli appartamenti erano chiusi all'interno ed all'esterno. Le persiane chiuse non si aprivano che per momenti, onde dare un poco l'aria. Si vedeva allora comparire a queste finestre la testa spaventata di un lacch, indi la finestra si rinchiudeva come la lapide di una tomba ricade sur una sepoltura, ed i vicini si dicevano a bassa voce: forse che siamo per vedere un'altra bara uscire dalla casa del signor procuratore del Re?
La signora Danglars fu presa da un tremito all'aspetto di questa casa desolata; ella discese di carrozza, e colle ginocchia tremanti, si accost a quella porta chiusa e suon. Non fu che dopo la terza volta ch'ella ebbe fatto risuonare il campanello, che col suo lugubre tintinnio sembrava partecipare alla tristezza generale, che un portinaro comparve ad uno sportello della porta, grande appena abbastanza per lasciare passare le sue parole. Egli vide una donna, una donna di distinzione, una donna vestita elegantemente, e ci non ostante la porta continu a restare sempre chiusa. Ma, aprite dunque! disse la baronessa.
Prima di tutto, signora, chi siete? domand il portinaro.
Chi sono io? ma voi mi conoscete.
Noi non conosciamo pi nessuno, signora.
Ma siete pazzo, amico mio, grid la baronessa.
Da parte di chi venite? Oh questo  forte!
Signora, scusatemi ma questo  l'ordine: il vostro nome?
La baronessa Danglars, mi avrete veduta venti volte.
 possibile, signora. Ora chi volete?
Oh! quanto siete strambo! ed io mi lagner col signor de Villefort della impertinenza della sua servit.
Signora, questa non  impertinenza, ma cautela; nessuno entra pi qui senza una parola d'ordine del signor dottor d'Avrigny, o senza aver parlato al signor procuratore del Re.
Ebbene,  precisamente a lui che debbo parlare.
Per affare di premura?
Dovete bene accorgervene, dappoich non sono ancora risalita in carrozza. Ma finiamola: ecco il mio biglietto di visita, portatelo al vostro padrone.
La signora aspetter il mio ritorno? S, andate.
Il portinaro richiuse lo sportello lasciando la baronessa sulla strada. La baronessa,  vero, non aspett lungamente; un momento dopo la porta si apr in una larghezza sufficiente da dar passaggio alla signora Danglars: ella pass, e la porta si richiuse subito dopo dietro a lei. Arrivati nel cortile, il portinaro senza perdere un momento di vista la porta, cav un fischietto e fischi. Il cameriere del signor de Villefort comparve sulla scala. La signora scuser questo brav'uomo, diss'egli venendo incontro alla baronessa, ma i suoi ordini sono precisi: il signor de Villefort mi ha incaricato di dire alla signora, che egli non poteva fare altrimenti.
Nel cortile vi era un fornitore, introdotto con le stesse cautele, di cui si esaminavano le mercanzie.
La baronessa sal la scala: e le causava una grandissima impressione quella tristezza, che dilatava, per cos dire, il circolo della sua, e, sempre guidata dal cameriere, fu introdotta nel gabinetto del magistrato, senza che la sua guida l'avesse un momento perduta di vista.
Per quanto la signora Danglars fosse preoccupata dal motivo che la guidava in quel luogo, il ricevimento che le era stato fatto da tutto quel servitorame le era sembrato cos indegno, ch'ella cominci dal lamentarsene. Ma Villefort sollev la testa appesantita dal dolore, e la guard con un sorriso cos triste, che le lagnanze le si spensero sulle labbra.
Scusate i miei servitori per un terrore di cui non posso lor fare un delitto; caduti in sospetto, sono divenuti sospettosi. La signora Danglars aveva spesse volte sentito a parlare in societ di quel terrore che accusava Villefort, ma ella non avrebbe mai potuto credere, se non lo avesse sperimentato coi proprii occhi, che questo sentimento avesse potuto essere portato ad un tal punto. Voi pure, diss'ella, siete dunque infelice!
S, signora, rispose il magistrato. Voi dunque allora mi compiangerete? Sinceramente, signora.
Capirete ci che mi conduce a voi? Voi venite per parlarmi di quanto vi accade, non  vero? S, signore, una terribile disgrazia. Vale a dire una sventura.
Una sventura! grid la baronessa.
Ahim! signora, rispose il procuratore del re colla sua calma imperturbabile, son giunto a non chiamare disgrazia che le cose irreparabili.
Signore, credete voi che si dimenticher?
Tutto si dimentica, signora, disse Villefort; il matrimonio di vostra figlia si far domani, se non si fa oggi; fra otto giorni, se non si fa domani, e non credo che sia vostra idea desiderare il fidanzato di madamigella Eugenia.
La signora Danglars guard Villefort stupefatta di vedergli questa tranquillit quasi scherzosa: Sono io venuta qui da un amico? domand ella con tuono pieno di dolorosa dignit.
Voi sapete che s, signora, rispose Villefort, le cui guance si copersero, nel fare questa assicurazione, di un leggero rossore. In fatto questa assicurazione faceva allusione ad avvenimenti diversi da quelli che occupavano in questo momento la baronessa e lui: Ebbene! allora, disse la baronessa, siate pi affettuoso, mio caro Villefort, portatevi da amico, e non da magistrato, e quando io mi ritrovo profondamente infelice, non mi dite d'essere gaia.
Villefort s'inchin. Quando sento a parlare di disgrazie, signora, diss'egli, ho preso da tre mesi la dolorosa abitudine di pensare alle mie, ed ancora nel mio spirito si fa, mio malgrado, questa egoistica operazione di parallelo. Ecco perch, in faccia alle mie disgrazie, le vostre mi sembrano disavventure; ecco perch, vicino alla mia funesta posizione, la vostra mi sembra una posizione da invidiarsi; ma ci vi dispiace, lasciamolo. Voi dicevate, signora...
Io veniva per sapere, a che ne  l'affare di questo impostore?
Impostore! replic Villefort; davvero, signora, voi avete stabilito di esagerare sul conto vostro alcune cose, e di attenuarne altre; impostore; il signor Andrea Cavalcanti, o piuttosto il signor Benedetto, vi sbagliate, signora, il signor Benedetto  bello e bene un assassino.
Signore, non nego l'aggiustatezza della vostra rettificazione, ma pi vi armerete severamente contro questo disgraziato, pi colpirete la nostra famiglia. Vediamo, dimenticatelo per un momento; invece di perseguitarlo, lasciatelo fuggire.
Voi venite troppo tardi, gli ordini sono stati gi dati.
Ebbene! se si arresta... Credete che verr arrestato?
Io lo spero.
Se si arresta, (ascoltate, sento sempre dire che le prigioni rigurgitano) ebbene, lasciatelo in prigione.
Il procuratore del Re fece un movimento negativo.
Almeno fino a che mia figlia si sia maritata!
Impossibile, signora, la giustizia ha le sue formalit.
Anche per me? disse la baronessa met ridente e met seria. Villefort la guard con uno sguardo con cui esplorava il pensiero. S, io so quel che volete dire, riprese egli; voi fate allusione a quei rumori sparsi nella societ, che tutti questi morti che da tre mesi mi vestono a lutto, che questa morte alla quale  sfuggita Valentina quasi per miracolo, non sien naturali?
Io non pensava a ci, disse vivamente la signora Danglars.
Se vi pensavate, era giusto, perch non potete far a meno di pensarvi, e di dire a voi stessa sotto voce: Tu che perseguiti il delitto, rispondi, come va dunque che intorno a te vi sono dei delitti che restano impuniti?
La baronessa impallid.
Voi vi dicevate cos, non  vero, signora?
Ebbene! lo confesso.
Io vi risponder.
Villefort avvicin la sua sedia al seggio della signora Danglars; indi appoggiando le due mani sullo scrittoio, e prendendo una intonazione pi sorda del consueto:
Vi sono dei delitti che restano impuniti, diss'egli, perch non si conoscono i rei, e si teme di colpire una testa innocente invece della colpevole. Ma quando questi colpevoli saranno conosciuti, chiunque essi siano, lo giuro, morranno. Ora, dopo il giuramento che ho fatto, e che manterr, signora, avrete il coraggio di chiedermi grazia per quel miserabile?
Eh! signore, riprese la baronessa, siete sicuro ch'egli sia tanto colpevole quanto si dice?
Ascoltate, ecco la sua filza: Benedetto, condannato da prima a cinque anni di galera per falsario, nell'et di sedici anni; il giovine prometteva bene, come vedete; indi evaso, poi assassino.
E chi  questo disgraziato?
E chi lo sa! un vagabondo, un Corso.
Non  stato dunque reclamato da nessuno?
Da nessuno, non si conoscono i suoi parenti.
Ma quell'uomo ch'era venuto da Lucca?
Un altro barattiere come lui, forse il suo complice.
La baronessa congiunse le mani: Villefort! diss'ella con la sua pi dolce ed accarezzante intenzione.
Per bacco! signora, rispose il procurator del Re, con una fermezza che non era esente da secchezza. Non mi domandate dunque mai grazia per un delinquente! Chi sono io? la legge. Forse che la legge ha occhi per vedere la vostra tristezza? forse che la legge ha orecchi per sentire la dolce vostra voce? forse che la legge ha una memoria per fare l'applicazione dei vostri delicati pensieri? No, signora no, la legge ordina, e quando la legge ordina, colpisce! mi direte che sono un essere vivente, e non un codice, un uomo, e non un volume; guardatemi, signora, guardate intorno a me; gli uomini, mi hanno essi trattato come un fratello? mi hanno amato? hanno avuto dei riguardi per me? mi hanno risparmiato? qualcuno ha domandato grazia pel signor de Villefort, e questo qualcuno ha ottenuta la grazia del signor de Villefort? No! no! no! percosso, sempre percosso! Voi persistete, donna, o piuttosto sirena che siete, a guardarmi con quell'occhio attraente ed espressivo che mi ricorda che io debbo arrossire. Ebbene! sia, s, arrossir di ci che sapete, e forse forse di altre cose! Ma finalmente, dopo che ho mancato a me stesso, e forse pi fortemente degli altri, ebbene! da quel tempo io ho scosso le vesti degli altri, per ritrovar l'ulcera, e l'ho sempre ritrovata, a dir di pi, ho ritrovato con felicit, con gioia, questo suggello della debolezza, o della umana perversit! poich ciascun uomo che riconosceva colpevole, e ciascun colpevole che io colpiva, mi sembrava una prova vivente, e una prova novella, che io non era una schifosa eccezione! Ahim! ahim! ahim! tutti gli uomini non sono cattivi, non sono cattivi, signora, proviamoli, e colpiamo i cattivi!
Villefort pronunci queste ultime parole con una rabbia febbrile, che dava al suo linguaggio una feroce eloquenza.
Ma, riprese la signora Danglars provando di tentare un ultimo sforzo, voi dite che questo giovine  un vagabondo, un orfano, un abbandonato da tutti.
Tanto peggio! o piuttosto tanto meglio; la provvidenza ha disposto cos, perch nessuno abbia da pianger su lui.
Questo  un accanirsi sul debole, signore.
Il debole che assassina.
Il disonore ricade sulla mia famiglia.
Non ho forse la morte nella mia?
Ah! signore, grid la baronessa, voi siete senza piet per gli altri! ebbene, son io che ve lo dico, gli altri saranno senza piet per voi!
Sia! disse Villefort innalzando le braccia al cielo.
Rimettete almeno la causa di questo disgraziato, se lo arrestano, alle prossime sedute, ci accorder almeno sei mesi di tempo acci venga tutto dimenticato.
No, disse Villefort, ho ancora cinque giorni: l'informazione del processo  fatta; cinque giorni  un tempo anche maggiore di quel che mi abbisogna; del resto, non capite, signora, che io pure ho bisogno di dimenticare? Ebbene! quando lavoro, e lavoro notte e giorno, vi sono dei momenti in cui dimentico me stesso; e quando non mi sovvengo di me, sono felice alla maniera dei morti; ma questo  anche meglio che soffrire.
Signore, egli  fuggito: lasciatelo fuggire, l'inerzia  una clemenza facile.
Ma io vi dico che  troppo tardi; alla punta del giorno il telegrafo lavorava, ed a quest'ora forse...
Signore, disse un cameriere entrando, un dragone ha portato questo dispaccio del ministro dell'Interno.
Villefort afferr la lettera, e la dissigill. La signora Danglars fremette di terrore, Villefort rabbrivid di gioia.
Arrestato! grid Villefort;  stato arrestato a Compigne;  finito.
La signora Danglars si alz fredda e pallida:
Addio, signore, diss'ella.
Addio, signora, rispose il procurator del Re quasi allegro nel ricondurla fino alla porta. Indi ritornando allo scrittoio:
Andiamo, diss'egli percuotendo la lettera col dorso della mano destra; aveva un falsario, aveva tre furti, aveva due incendi, non mi mancava che un assassinio, eccolo; la sessione sar bella!
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Capitolo 99. L'APPARIZIONE.
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Come lo aveva detto il procurator del Re alla signora Danglars, Valentina non era ancor rimessa. Spossata dalla fatica, ella era infatto obbligata a letto, e fu nella sua camera, e dalla bocca della signora de Villefort, ch'ella seppe gli avvenimenti che abbiam raccontati, vale a dire, la fuga di Eugenia e l'arresto di Cavalcanti, o piuttosto di Benedetto, come portava contro di lui l'accusa d'assassinio. Ma Valentina era cos debole, che questo racconto non le fece forse tutto quell'effetto che avrebbe prodotto su lei, quando fosse stata nel pieno possesso della sua salute. Infatto, non furono che vaghe idee, formule irrisolute, mischiate a strani pensieri, ed a fantasmi fuggitivi, quali sono quelli che nascono in un cervello malato, o che passano davanti agli occhi, ma ben presto si cancellano, per lasciar riprendere tutte le loro forze alle sensazioni personali.
Durante il giorno, Valentina era ancora mantenuta nella realt dalla presenza di Noirtier, che si faceva portare nella camera di sua nipote, e si tratteneva l covando Valentina col suo sguardo paterno; indi, quando ritornava da Palazzo, era a sua volta il signor de Villefort che passava una o due ore fra suo padre e sua figlia. Alle sei Villefort si ritirava nel suo gabinetto; alle otto veniva il signor d'Avrigny che portava da s stesso la pozione della notte, preparata per la giovanetta; indi Noirtier veniva trasportato nelle sue stanze. Allora un'infermiera scelta dal dottore, sostituiva tutti, ed essa stessa non si ritirava, che verso le dieci o le undici, quando Valentina si era addormentata. Nel discendere rimetteva le chiavi della camera di Valentina al signor de Villefort stesso, di modo che non si poteva pi entrare dalla malata, se non che traversando dall'appartamento della signora de Villefort, e dalla camera del piccolo Edoardo. Morrel veniva tutte le mattine da Noirtier, per sentire le notizie di Valentina; ma Morrel, cosa straordinaria, sembrava di giorno in giorno meno inquieto. Prima di tutto perch di giorno in giorno Valentina, quantunque in preda ad una esaltazione nervosa, stava meglio; indi Monte-Cristo non gli aveva detto, quando tutto perduto corse a lui, che se in due ore Valentina non era morta, era salva? Ora, Valentina viveva ancora, ed erano passati quattro giorni. Questa esaltazione nervosa, di cui abbiam parlato, perseguitava Valentina fino nel suo sonno, o piuttosto nello stato di sonnolenza che succedeva alla veglia: era allora che nel silenzio della notte e nella mezza oscurit che lasciava regnare il lume notturno posto sul caminetto, che bruciava nel suo inviluppo d'alabastro, essa vedeva passare quelle ombre che vanno a popolare la camera dei malati, e che scuotono la febbre dalle loro ali fremebonde. Allora le sembrava di vedere a volte Morrel che le stendeva le braccia, a volte degli esseri quasi stranieri alla sua vista ordinaria, come il conte di Monte-Cristo; non vi era fino ai mobili, che in questi momenti di delirio, non le sembrassero muoversi, ed errare: e ci durava cos fino alle due o alle tre dopo la mezza notte, momento in cui un sonno di piombo s'impadroniva della giovanetta, e la conduceva fino a giorno. La sera che seguiva quella mattina, in cui Valentina aveva appreso la fuga di Eugenia e l'arresto di Benedetto, ed in cui, dopo essersi immischiati un momento alle sensazioni della propria esistenza, questi avvenimenti cominciavano ad uscire a poco a poco dal suo pensiero, dopo la successiva realt di Villefort, di d'Avrigny, e di Noirtier, mentre che suonavano le undici all'orologio di San Filippo di Roule, e che l'infermiera, dopo aver messa alla portata della mano della malata la bevanda preparata dal dottore, e chiusa la porta della camera, ascoltava fremendo, nella camera da lavoro ove era ritirata, i comentari dei domestici, ed arricchiva la sua memoria delle lugubri istorie, che da tre mesi spaventavano le serate dell'anticamera del procurator del Re, una scena inattesa accadeva in questa camera chiusa tanto accuratamente. Erano gi dieci minuti circa che la infermiera si era ritirata. Valentina, in preda da un'ora a quella febbre che ritornava ogni notte, lasciava la testa, non pi sottomessa alla sua volont, continuare quel lavorio attivo monotono ed implacabile del cervello che si affatica a riprodurre incessantemente gli stessi pensieri o a generare le stesse immagini. Dal lucignolo del lume notturno si slanciavano mille e mille raggi tutti abbelliti di strane significazioni, quando d'un subito al suo riflesso tremulo, Valentina cred vedere la scansia dei suoi libri, posta di fianco al caminetto in uno scavo del muro, aprirsi lentamente, senza che i cardini sui quali essa sembrava raggirarsi producessero il minimo rumore. In altri tempi Valentina avrebbe afferrato il campanello, e ne avrebbe tirato il cordone per chiamare soccorso: ma niente la meravigliava pi nella situazione in cui si ritrovava. Ella aveva la coscienza che tutte queste visioni che la circondavano erano le figlie del suo delirio, e questa convinzione le era venuta da ci, che la mattina non era mai rimasta alcuna traccia di tutti quei fantasmi della notte che sparivano col giorno.
Dietro la porta comparve una figura umana. Valentina si era, merc la sua febbre, troppo familiarizzata con questa specie di apparizione per spaventarsi; ella aperse soltanto due grand'occhi sperando di riconoscere Morrel.
La figura continu ad avanzarsi verso il letto, indi si ferm, e parve ascoltare con profonda attenzione.
In questo momento un riflesso del lume and sul viso del notturno visitatore. Non  lui, mormor ella.
Ed aspett convinta di sognare, che questo uomo, come accade nei sogni, sparisse, o si cambiasse in qualche altra persona. Si tocc soltanto il polso, e sentendolo battere violentemente, si ricord che il miglior mezzo di fare sparire queste importune visioni, era quello di bere; la freschezza della bevanda, composta d'altra parte nello scopo di calmare le agitazioni di cui Valentina si era lamentata col dottore, che facendole diminuire la febbre, le arrecava un rinnovamento di sensazione del cervello; quando ella aveva bevuto per un momento si sentiva meglio.
Valentina stese dunque la mano a fine di prendere il bicchiere dal piatto di cristallo su cui posava, ma mentre che ella allungava fuori del letto il braccio tremante, l'apparizione fece ancora due passi pi sollecitamente degli altri e giunse cos vicina alla giovanetta, che ella ne intese il soffio, e cred sentire la pressione della sua mano.
Questa volta l'illusione o piuttosto la realt sorpassava tutto ci che Valentina aveva provato fino allora; ella si cominci a credere realmente viva e sveglia; ebbe la coscienza che godeva di tutta la sua ragione, e fremette.
La pressione che aveva risentita Valentina, aveva per iscopo di fermarle il braccio. Valentina lo ritir lentamente a s. Allora questa figura, da cui non poteva staccare lo sguardo, e che sembrava piuttosto protettrice che minacciante, prese il bicchiere, e si avvicin al lume e guard la bevanda, come se avesse voluto giudicarne la trasparenza e la limpidezza. Ma questa prima prova non bast a quest'uomo, o piuttosto a questo fantasma, poich camminava cos dolcemente, che il tappeto soffocava il rumore dei suoi passi; quest'uomo prese dal bicchiere un cucchiaio di bevanda e l'inghiott. Valentina guardava ci che accadeva davanti ai suoi occhi con un profondo sentimento di stupore. Ella credeva bene che tutto ci era vicino a sparire per dar posto ad un altro quadro; ma l'uomo, invece di svanire come un'ombra, si riavvicin a lei, e stendendo il bicchiere a Valentina, e con una voce piena di emozione: Ora, diss'egli, bevete!... Valentina rabbrivid. Questa era la prima volta che una delle sue visioni le parlava con quel suono vivente; apr la bocca per mandare un grido. L'uomo pos un dito sulle labbra.
Il signor di Monte-Cristo! mormor ella. Allo spavento che si dipinse negli occhi della giovanetta, al tremito delle sue mani, al gesto rapido che fece per nascondersi sotto le lenzuola, si poteva conoscere l'ultima lotta del dubbio contro la convinzione; ci nonostante la presenza di Monte-Cristo nella sua camera in simile ora, la sua entrata misteriosa, fantastica, inesplicabile da un muro, sembravano una impossibilit alla sconvolta ragione di Valentina.
Non chiamate, non vi spaventate, disse il conte, non abbiate neppure in fondo al cuore l'ombra di un sospetto, di una inquietudine; l'uomo che vedete innanzi a voi (perch infatto questa volta avete ragione, Valentina, e questa non  un'illusione), l'uomo che vedete innanzi a voi  il pi tenero padre, il pi rispettoso amico che possiate figurarvi. Valentina non trov niente da rispondere; aveva una paura cos grande di questa voce, che le rivelava la reale presenza di colui che parlava, che temeva di associarvi la sua, ma il suo sguardo spaventato voleva dire: se le vostre intenzioni son pure, perch siete qui?
Colla sua meravigliosa sagacit il conte cap tutto ci che accadeva nel cuore della giovinetta.
Ascoltatemi, disse egli, o piuttosto guardatemi, vedete i miei occhi arrossiti e il mio viso pi pallido ancora dell'ordinario? questo  perch da quattro notti non ho pi chiuso l'occhio un minuto; da quattro notti veglio su voi, vi proteggo, vi conservo al nostro amico Massimiliano.
Un'onda di sangue mont rapidamente alle guance dell'ammalata; poich il nome che avea pronunziato il conte le toglieva il residuo di diffidenza che le aveva inspirato.
Massimiliano!... ripet Valentina, tanto questo nome le sembrava dolce a pronunziare; Massimiliano! egli dunque vi ha confessato tutto?
Tutto: mi ha detto che la vostra vita era la sua, ed io gli ho promesso che vivreste.
Voi gli avete promesso che io vivrei? S.
Infatto, signore, avete parlato di vigilanza e di protezione. Siete dunque medico?
S, ed il migliore che il cielo possa ora mandarvi, credetemi.
Voi dite che vegliate? e dove? non vi ho veduto.
Il conte stese la mano nella direzione della scansia:
Io era nascosto dietro a quella porta, disse egli; questa porta mette in una casa vicina che ho presa in fitto.
Valentina per un momento di pudico orgoglio, volt gli occhi e con un sovrano terrore: Signore, diss'ella, ci che voi avete fatto  una demenza senza esempio, e questa protezione che mi avete accordata assomiglia molto ad un insulto.
Valentina, diss'egli, durante questa lunga veglia, ecco le sole cose che ho vedute: quali persone venivano da voi, quali alimenti vi preparavano, quali bevande vi servivano, poi quando queste bevande mi sembravano pericolose, come ho fatto ora, vuotava il vostro bicchiere e sostituiva al vostro veleno una bevanda benefattrice, che invece della morte che vi era stata preparata, facesse circolare la vita nelle vostre vene.
Il veleno! la morte! grid Valentina, credendosi nuovamente sotto l'impero di qualche febbrile allucinazione; che dite dunque, signore?
Zitta! figlia mia, disse Monte-Cristo portando nuovamente il dito alle labbra; ho detto il veleno, ho detto la morte, ci ripeto, la morte; ma prima bevete questo.
Il conte cav dalla saccoccia una boccettina contenente un liquore rosso del quale vers alcune goccie nel bicchiere; E quando avrete bevuto non pigliate pi niente in tutta la notte. Valentina allung la mano; ma appena ebbe toccato il bicchiere la ritir con ispavento. Monte-Cristo prese il bicchiere, ne bev la met, e lo present a Valentina che trangugi sorridendo il restante del liquore che conteneva, Oh! s, diss'ella, riconosco il gusto delle mie bevande notturne, e quest'acqua che apportava un poco di freddo al mio petto, un poco di calma al mio cervello. Grazie, signore, grazie.
Ecco in che modo avete vissuto da quattro notti, Valentina, disse il conte; ma in che modo viveva io? Oh! quali ore crudeli mi avete fatto passare! Oh! quali terribili torture non ho sofferto, quando vedeva versare nel vostro bicchiere il veleno mortale, quanto tremava che aveste il tempo di beverlo, prima che io avessi quello di spanderlo nel caminetto!
Voi dite, signore, riprese Valentina al colmo del terrore, che avete sofferto mille torture, vedendo versare nel mio bicchiere un veleno mortale? Ma se avete veduto versare il veleno nel mio bicchiere, avrete pur veduto la persona che lo versava?
S. Valentina si sollev a sedere riportando sul suo petto pi pallido della neve, la battista ricamata ancor molle dal sudore freddo del delirio al quale cominciava ad associarsi il sudore pi ghiacciante ancora del terrore:
Voi l'avete veduta? ripet la giovanetta.
S, disse una seconda volta il conte.
Ci che mi dite  terribile, signore, ci che mi volete far credere ha qualche cosa di infernale. Che! nella casa di mio padre! nella mia camera! sul mio letto di patimento si continua ad assassinarmi? Oh! ritrattatevi, signore, voi tentate la mia coscienza, voi bestemmiate la divina bont;  impossibile, ci non pu essere.
Siete voi dunque la prima che questa mano colpisce, Valentina? non avete veduto cadere intorno a voi il signor de Saint-Mran, Barrois? non avreste veduto cadere il signor Noirtier, se la cura che egli fa da tre anni non lo avesse protetto, combattendo il veleno coll'abitudine del veleno?
Oh! mio Dio! fu dunque per questo, disse Valentina, che da circa un mese il mio buon nonno esige che io prenda una parte della sua pozione?
E queste pozioni, disse Monte-Cristo, hanno un gusto amaro come quello della scorza d'arancio mezza secca.
S, mio Dio! s!
Oh! ci mi spiega tutto, disse Monte-Cristo; egli sa che qui si avvelena, e forse chi avvelena. Egli ha premunito voi, sua figlia prediletta, contro la sostanza mortale, e la sostanza mortale  venuta a spezzarsi contro questo principio di abitudine; ecco in qual modo vivete ancora: cosa che non sapeva spiegare, dopo che eravate stata avvelenata con una sostanza che non la perdona.
Ma chi  dunque l'assassino, l'uccisore?
Io prima vi domander: non avete mai veduto entrare nessuno nella notte in questa vostra camera?
Pu darsi. Spesso ho creduto veder passar delle ombre, che si avvicinavano, si allontanavano, e sparivano.
Per cui non conoscete chi attenta alla vostra vita?
No; e perch vi pu essere qualcuno che desideri la mia morte? Lo conoscerete in breve, disse Monte-Cristo tendendo le orecchie. E in che modo? disse Valentina, guardando con terrore intorno a s.
Perch questa sera, non avete pi n febbre n delirio, perch questa sera siete ben svegliata, perch ora suona la mezzanotte, e questa  l'ora degli assassini.
Mio Dio! mio Dio! disse Valentina asciugandosi con la mano il sudore che le stillava dalla fronte.
Infatto mezzanotte suonava lentamente e tristemente; si sarebbe detto che ciascun colpo del martello di bronzo ripercuoteva sul cuore della giovanetta! Valentina, continu il conte, richiamate tutte le forze in vostro soccorso, comprimete il vostro cuore nel petto, chiudete la vostra voce nella gola, fingete di dormire, e vedrete, vedrete...
Valentina afferr la mano del conte: Mi sembra di sentir del rumore, ritiratevi.
Addio, o piuttosto a rivederci, rispose il conte; indi con un sorriso cos tristo e cos paterno, che la giovanetta ne fu penetrata da riconoscenza, raggiunse sulla punta dei piedi la porta dietro la scansia. Ma fermandosi prima di richiuderla dietro a s: Non un gesto, diss'egli, non una parola; che vi si creda addormita, senza di che, forse sareste uccisa prima che avessi il tempo d'accorrere.
E dopo questa spaventosa ingiunzione, il conte disparve dietro la scansia, che si richiuse sollecitamente dopo il suo passaggio.
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Capitolo 100. LOCUSTA.
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Valentina rimase sola; due altri orologi a pendolo, che erano in ritardo con quello di San Filippo di Roule, suonarono ancora mezza notte a differenti intervalli.
Indi, ad eccezione del rumore di qualche carrozza lontana, tutto ricadde nel silenzio. Allora l'attenzione di Valentina si concentr sulla pendola della sua camera, nella quale il bilanciere marcava i secondi. Ella se li mise a contare ed osserv ch'erano il doppio pi lenti delle pulsazioni del suo cuore.
E frattanto ella ancora dubitava: l'inoffensiva Valentina non si poteva figurare che qualcuno desiderasse la sua morte; perch? con quale scopo? che male aveva ella fatto da poterle suscitare un nemico? Non v'era timore ch'ella si addormisse. Una sola idea, una idea terribile teneva il suo spirito attento: era che potesse essere qualcuno che avesse tentato d'avvelenarla, e che stava per tentarlo una seconda volta. Se questa volta una tal persona, stanca di vedere l'inefficacia del veleno, come lo aveva detto Monte-Cristo, avesse ricorso al ferro, se il conte non avesse avuto il tempo di accorrere? se ella fosse prossima all'ultimo suo momento? Se non avesse pi potuto rivedere Morrel?
A questo pensiero, che la copriva ad un tempo di livido pallore, e di agghiacciato sudore, Valentina era preparata ad afferrare il cordone del campanello, ed a chiamare soccorso. Ma le sembrava vedere, a traverso la scansia dei libri sfavillare l'occhio del conte, quest'occhio che vegliava sul suo avvenire, che, quando vi pensava, l'opprimeva di una tale vergogna, ch'ella domandava a se stessa, se mai la riconoscenza giungerebbe a cancellare il penoso effetto dell'indiscreta amicizia del conte. Venti minuti, venti eterni minuti passarono in tal modo, poi altri dieci minuti ancora; finalmente la pendola stridendo un minuto secondo prima; fin col battere un colpo sulla molla sonora.
In questo stesso momento, il grattare impercettibile di un'unghia contro il legno della scansia avvis Valentina che il conte vegliava, e le raccomandava di vegliare.
In fatto dalla parte opposta, vale a dire verso la camera di Edoardo, sembr a Valentina di sentire cigolare il piancito di legno, ella tese l'orecchio, trattenne la respirazione quasi soffocata; si sent stridere la maniglia della serratura, e la porta gir sopra i gangheri. Valentina si era sollevata sul gomito, ed appena ebbe il tempo di lasciarsi ricadere sul letto coprendosi gli occhi con un braccio.
Indi tremante, agitata, col cuore stretto da indicibile spavento, ella aspett. Qualcuno si avvicin al letto e ne sfior il cortinaggio.
Valentina raccolse tutte le sue forze, e lasci sentire quel mormorio regolare della respirazione, che annunzia un sonno tranquillo. Valentina! disse una voce sommessa.
La giovanetta fremette fino al fondo del cuore, ma non rispose. Valentina! ripet con lo stesso tuono la stessa voce. Il medesimo silenzio: Valentina aveva promesso di non svegliarsi. Poscia rimase immobile. Soltanto ella intese il rumore appena sensibile di un liquido che cadeva in un bicchiere ch'ella aveva vuotato. Allora ella os, sotto il riparo del suo braccio steso, di socchiudere le palpebre. Ella vide una donna, in pettinatore bianco, che vuotava nel suo bicchiere un liquore che prima era contenuto in una boccetta. In questo breve momento, Valentina forse trattenne la respirazione o fece senza dubbio qualche movimento, poich la donna inquieta, si ferm e si chin sul letto per meglio vedere s'ella dormiva realmente: era la signora de Villefort.
Valentina, nel riconoscere sua matrigna, fu presa da un fremito acuto che impresse un movimento al suo letto.
La signora de Villefort si addoss tosto al muro, e l, nascosta dietro al cortinaggio del letto, muta e attenta, spi fino al minimo dei movimenti di Valentina.
Questa si ricord le terribili parole di Monte-Cristo, e le era sembrato nella mano che non teneva la boccetta, di veder brillare una specie di coltello lungo e affilato.
Allora Valentina, richiamando tutto il potere della volont in soccorso, si sforz di chiudere gli occhi; ma questa funzione del pi timoroso dei nostri sensi, questa funzione d'ordinario cos semplice, diveniva in questo momento quasi impossibile ad eseguirsi, tanto l'avida curiosit faceva sforzi per respingere questa palpebra e riconoscere la verit. Per, rassicurata dal silenzio nel quale aveva ricominciato a farsi sentire il rumore eguale della respirazione di Valentina, e che ella dormiva, la signora de Villefort stese di nuovo il braccio, e, rimanendo per met nascosta dietro il cortinaggio riunito al capezzale del letto, termin di vuotare nel bicchiere di Valentina il contenuto della sua boccetta. Indi si ritir senza che il minimo rumore avvertisse Valentina ch'ella era partita.
Il grattare di un'unghia nella scansia tolse Valentina da quello stato di torpore nel quale era immersa, e che rassomigliava ad un'asfissia.
Ella sollev la testa a stento, la scansia, sempre silenziosamente, gir una seconda volta e Monte-Cristo ricomparve. Ebbene! domand il conte, dubitereste ancora?
Oh! mio Dio! mormor la giovanetta.
Avete veduto?
Ahim! Valentina mand un gemito. S, diss'ella, ma non vi posso credere.
Desiderate piuttosto morire, e far morire Massimiliano?...
Mio Dio! mio Dio! ripet la giovanetta quasi smarrita; ma non posso dunque lasciare la casa? salvarmi?
Valentina, la mano che vi perseguita vi raggiunger da per tutto; a forza d'oro, verranno sedotti i vostri domestici, e si presenter a voi la morte mascherata sotto tutti gli aspetti, nell'acqua inzuccherata che beverete, nel frutto che coglierete dall'albero...
Ma non mi avete detto che la cautela presa dal mio buon nonno mi aveva premunito contro il veleno?
Contro uno dei veleni, ed anche non impiegato a forte dose; si cambier il veleno o si aumenter la dose.
Egli prese il bicchiere e vi accost le labbra.
E guardate, diss'egli, ci  gi fatto. Non  pi colla brucnina che vi si avvelena,  con un semplice narcotico. Riconosco il gusto dell'alcool nel quale  stato sciolto. Se aveste bevuto ci che la signora de Villefort ha versato in questo bicchiere, Valentina! sareste perduta!
Ma; mio Dio! perch dunque son perseguitata in tal modo?
Come! voi siete tanto buona, tanto dolce, tanto poco credula del male, che non avete capito, Valentina?
No, disse la giovanetta, non le ho mai fatto male.
Ma voi siete ricca, Valentina, avete 200 mila lire di rendita, e le togliete a suo figlio.
In che modo? I miei beni mi vengon dai miei parenti.
Senza dubbio, e se il signor e la signora di Saint-Mran son morti, fu perch voi ereditaste dai vostri parenti; ecco perch, dal giorno in cui anche il signor Noirtier vi fece sua erede, egli fu condannato a morte: ora  la vostra volta, voi dovete morire, Valentina; e ci affinch vostro padre erediti da voi, e vostro fratello divenuto figlio unico, erediti da vostro padre.
Edoardo? ed  per lui che si commettono tanti delitti?
Ah! voi capite finalmente.
Ah! mio Dio! purch tutto questo non ricada su lui!
Voi siete un angiolo, Valentina.
Ma hanno dunque rinunciato ad uccidere mio nonno?
Si  riflettuto che, morta voi, meno il caso di una diseredazione, i beni di lui andranno naturalmente a vostro fratello, e si  pensato che questo delitto, in fin dei conti, era inutile, ed anzi doppiamente pericoloso a commetterlo.
Ed  nello spirito di una donna che ha potuto nascere una simile combinazione? Oh! mio Dio! mio Dio!
Ricordatevi Perugia, il pergolato dell'albergo della Posta, l'uomo del mantello scuro che vostra madre interrogava sull'acqua-tofana; ebbene da allora tutto questo infernale disegno ha maturato nel suo cervello.
Oh! signore, grid la giovanetta struggendosi in lagrime, quando  cos, vedo bene che son condannata a morire.
No, Valentina, no, poich io ho preveduti tutti i complotti; no, perch la nostra nemica  vinta, poich  indovinata; no, voi vivrete, Valentina, vivrete per amare ed essere amata, vivrete per essere felice, e per rendere felice un cuor nobile; ma, Valentina, per vivere, bisogna avere piena confidenza in me.
Ordinate, signore, che debbo fare?
Bisogna inghiottire ciecamente quel che vi dar.
Oh! Dio mi  testimonio, grid Valentina, che se fossi sola amerei meglio lasciarmi uccidere.
Non vi confiderete a nessuno, neppur a vostro padre?
Mio padre non entra in questo spaventoso complotto, non  vero signore? disse Valentina giungendo le mani.
No. Eppure vostro padre, uomo abituato alle scuse criminali, deve avere dei sospetti che tutte queste morti che accadono nella sua casa non siano naturali. Vostro padre, avrebbe dovuto vegliare su voi, avrebbe dovuto essere a quest'ora nel posto che occupo io; avrebbe dovuto aver di gi vuotato questo bicchiere; avrebbe dovuto infine indirizzarsi contro l'assassino. Spettro contro spettro, mormor egli terminando la sua frase sotto voce.
Signore, far di tutto per vivere, perch vi son due esseri al mondo che mi amano, e che morrebbero se io morissi: mio nonno e Massimiliano.
Io veglier su loro come ho vegliato su voi.
Ebbene, disponete di me, disse Valentina: indi soggiunse a bassa voce: Oh mio Dio! che accadr di me?
Qualunque cosa vi accada, Valentina, non vi spaventate se soffrite, se perdete la vista, l'udito, il tatto, non temete di niente; se vi risvegliate senza saper dove siete, non abbiate paura, doveste nello svegliarvi, trovarvi in qualche caverna sepolcrale, o chiusa in una bara; richiamate subito il vostro spirito e dite a voi stessa: In questo momento un amico, un padre, un uomo che vuole la mia felicit e quella di Massimiliano, veglia su me.
Ahim! ahim! quale terribile estremit!
Valentina; preferite denunziar la vostra matrigna?
Amerei meglio morir cento volte! oh! s, morire!
No, voi non morrete, qualunque cosa vi accada, mi promettete, che non vi lamenterete, che spererete!
Io penser a Massimiliano.
Siete la mia prediletta; io sol posso salvarvi, vi salver.
Valentina al colmo del terrore congiunse le mani (ella s'accorgeva bene che era giunto il momento di domandare a Dio coraggio), e si dirizz per pregare, mormorando delle parole interrotte, e dimenticando che le sue bianche spalle non avevano altro velo che la lunga capigliatura, e che le si vedeva battere il cuore sotto il fino merletto del corpetto da notte. Il conte appoggi dolcemente la mano sul braccio della giovanetta, ricondusse fino al collo il trapunto di velluto, e con un sorriso tutto paterno:
Figlia mia, diss'egli, credete nella mia affezione, come credete nella bont di Dio, e nell'amore di Massimiliano.
Valentina fiss su lui uno sguardo di riconoscenza, e rest docile, come un fanciullo, sotto i suoi veli.
Allora il conte cav dal taschino del gil la scatola di smeraldo, sollev il coperchio d'oro, e vers nella mano di Valentina una piccola pastiglia rotonda della grandezza di un pisello. Valentina la prese coll'altra mano, e guard il conte attentamente: vi era sui lineamenti di questo intrepido protettore un riflesso della maest della celeste possanza. Era evidente che Valentina lo interrogava collo sguardo.
S, rispose questi. Valentina port la pastiglia alla bocca, e l'inghiott. Ed ora, a rivederci, figlia mia, diss'egli; vado a provar di dormire perch ora siete salvata.
Andate, disse Valentina; qualunque cosa mi accada, vi prometto non aver paura. Monte-Cristo tenne lungamente gli occhi fissi sulla giovanetta, che a poco a poco si addormiva, vinta dalla forza del narcotico che il conte le aveva dato. Allora prese il bicchiere, ne vuot tre quarti nel caminetto, perch si fosse potuto credere che Valentina avesse bevuto ci che mancava, lo rimise sul tavolino da notte; indi passando dietro alla scansia, disparve, dopo aver dato un ultimo sguardo a Valentina, che si addormiva con quella confidenza e candore con cui un angiolo riposa ai piedi del Signore.
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Capitolo 101. VALENTINA.
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Il lume da notte continuava ad ardere sul caminetto di Valentina, consumando le ultime gocce d'olio che galleggiavano ancora sull'acqua; di gi un cerchio pi rossigno colorava l'alabastro del globo, di gi la fiamma pi viva lasciava sentire gli ultimi crepitii che sembrano, negli esseri inanimati, le ultime convulsioni dell'agonia, tanto spesso paragonate a quelle delle povere creature umane: una luce cupa e sinistra rifletteva un colore opale sul cortinaggio bianco e sulle coperte della giovanetta.
Tutti i rumori della strada erano cessati per questa volta, ed il silenzio interno era spaventoso. Allora si apr la porta della camera di Edoardo, ed una testa, che abbiamo gi veduta un'altra volta, comparve sullo specchio opposto alla porta. Era la signora de Villefort che ritornava per vedere l'effetto della sua bevanda.
Ella si ferm sulla soglia, ascolt il crepitio della lampada, solo rumore percettibile in questa camera, che si sarebbe creduta deserta, indi si avanz dolcemente verso la tavola da notte per vedere se il bicchiere di Valentina era stato vuotato. Non ve ne era che un quarto, come abbiam veduto. La signora de Villefort lo prese, e lo and a versare nelle ceneri, che ella smosse per facilitare l'assorbimento del liquido, indi pul con cura il cristallo, lo asciug col proprio fazzoletto, e lo rimise sulla tavola da notte.
Se lo sguardo di qualcuno avesse potuto penetrare nell'interno di quella camera avrebbe veduta l'esitanza della signora de Villefort nel fissare i suoi occhi su Valentina ed accostarsi al letto. Quella lugubre luce, quel silenzio, quella terribile poesia della notte, venivano senza fallo a cambiarsi colla spaventevole poesia della sua coscienza; l'avvelenatrice aveva paura di guardare l'opera sua.
Prese finalmente ardire, allontan la cortina, si appoggi al capezzale del letto, e si curv su Valentina.
La giovinetta non respirava pi; i suoi denti chiusi a met, non lasciavano sfuggire un atomo di quel soffio che manifesta la vita; le labbra imbiancandosi avevan cessato di fremere; gli occhi velati da un vapore violetto, che sembrava essersi infiltrato sotto la pelle, formavano una sporgenza pi bianca nella direzione in cui il globo gonfiava la palpebra, e le lunghe ciglia nere rigavano una pelle gi pallida come la cera. La signora de Villefort contempl quel viso con una espressione eloquentissima nella sua immobilit; allora si aument il suo ardire, e sollev la sua mano sul cuore della giovanetta... Esso era muto e agghiacciato.
Ci che batteva sotto la sua mano, erano le arterie delle sue dita; ella ritir la mano rabbrividita.
Il braccio di Valentina pendeva fuori del letto; questo braccio, con tutta la sua parte superiore dalla spalla al cubito sembrava modellato su quello di una delle Grazie di Germano Pilon; ma l'avambraccio leggermente deforme per un increspamento, ed il polso di una forma purissima, si appoggiavano, un poco irrigiditi, e colle dita allontanate, sull'acacia del letto. La radice delle unghie era bluastra.
Per la signora de Villefort non v'era pi dubbio, tutto era finito; l'opera terribile, l'ultima che volesse compire, era consumata. L'avvelenatrice nulla pi aveva da fare in quella camera; ella addietr con tanta cautela ch'era visibile ch'ella temeva il romor dei suoi piedi sul tappeto; ma nel ritirarsi teneva ancora sollevata la cortina, assorbendo quello spettacolo della morte, che porta in s una irresistibile attrazione fin che la morte non ha prodotta la decomposizione, ma soltanto la immobilit; mentre finch dura il mistero, non vi  ancora il ribrezzo.
I minuti passavano, la signora de Villefort sembrava non potersi staccare da quella cortina che teneva sospesa come una sindone al disopra della testa di Valentina. Ella pag il suo tributo alla meditazione. La meditazione del delitto deve essere il rimorso. In questo momento i crepitii del lume raddoppiarono. A questo romore la signora de Villefort fremette, e lasci ricadere la cortina. Nello stesso punto il lume si spense, e la camera fu immersa in una spaventosa oscurit. Allora la pendola suon le quattro e mezzo.
L'avvelenatrice, spaventata da queste successive commozioni, cerc a tastoni la porta, e rientr nelle sue camere col sudore dell'angoscia sulla fronte. L'oscurit continu per due ore dopo. Indi, a poco a poco, una sinistra e debole luce penetr nell'appartamento, filtrando dagli interstizi delle persiane, poscia si fe' maggiore, e venne a restituire il colore e la forma agli oggetti ed ai corpi.
Fu in questo momento che si sent per le scale la tosse della infermiera che entr nella camera di Valentina, con una tazza in mano. Per un padre, per un'amante il primo sguardo sarebbe stato risolutivo, Valentina era morta; per questa mercenaria, Valentina dormiva.
Buono! diss'ella avvicinandosi alla tavola da notte, ella ha bevuto una parte della sua pozione, il bicchiere  a due terzi vuoto; indi and al caminetto, riaccese il fuoco, s'istall in una poltrona, e quantunque uscisse allora dal letto approfitt del sonno di Valentina per dormire ancora alcuni momenti. La pendola la svegli suonando le otto.
Allora meravigliata di questo sonno ostinato, spaventata da quel braccio pendente fuori del letto, e che l'addormentata non aveva ancora ricondotto a s, ella si avanz verso il letto, ed allora soltanto not quelle labbra fredde, e quel petto agghiacciato. Voleva riportare il braccio vicino al corpo, ma il braccio non obbed che con una certa rigidezza spaventosa, sulla quale non poteva ingannarsi un'infermiera. Mand un orribile grido.
Indi correndo alla porta: Soccorso! grid ella, soccorso! Come soccorso? chiese dal fondo della scala il signor d'Avrigny. Era l'ora in cui il dottore aveva presa l'abitudine di venire. Come soccorso? grid la voce del signor de Villefort uscendo precipitosamente dal gabinetto; dottore, avete udito chiamar soccorso?
S, s, montiamo, rispose il signor d'Avrigny, montiamo presto;  dalla camera di Valentina. Ma prima che il padre ed il dottore fossero entrati, gl'inservienti che si ritrovavano nello stesso piano, sparsi per le camere o pei corridori, erano entrati, e vedendo Valentina pallida ed immobile sul letto, alzando le mani al cielo, vacillavano come se avessero avuto le vertigini. Chiamate la signora de Villefort, svegliate la signora de Villefort, grid il procurator del Re, dalla porta della camera, nella quale sembrava non osasse entrare. Ma i domestici, invece di rispondere, guardavano il signor d'Avrigny ch'era entrato, era corso a Valentina e la sollevava sulle braccia: Anche questa... mormor egli, lasciandola ricadere. Oh! mio Dio! mio Dio! e quando vi stancherete?
Villefort si slanci nell'appartamento: Che dite, mio Dio! grid alzando le mani al cielo, dottore!
Dico che Valentina  morta, rispose il signor d'Avrigny con voce solenne, e terribile nella sua solennit.
Il signor de Villefort stramazz, come se le gambe si fossero incrociate, e cadde colla testa contro il letto di Valentina.
Alle parole del dottore, alle grida del padre i domestici spaventati fuggirono mandando sorde imprecazioni. S'intesero pei corridori e per le sale i loro passi precipitati, poscia un movimento nei cortili, indi tutto fin; il rumore si estinse; dal primo fino all'ultimo, essi avevano disertato da quella casa maledetta.
In quel momento la signora de Villefort, col braccio per met infilzato nel pettinatore da mattina, sollevava la portiera; per un momento rest sulla soglia in atto di interrogare gli assistenti, e chiamando in suo aiuto alcune lagrime ribelli. D'un subito ella fece un passo, o piuttosto uno sbalzo colle braccia stese verso la tavola da notte: aveva veduto d'Avrigny piegarsi con curiosit su questa tavola, e prendere il bicchiere ch'ella era certa di aver vuotato nella notte. Il bicchiere si ritrovava pieno per un terzo, precisamente come era quando ella ne aveva gettato il contenuto nelle ceneri. Lo spettro di Valentina ritto davanti l'avvelenatrice avrebbe prodotto minor effetto su di lei.
Di fatto era quello il colore della bevanda che aveva versata nel bicchiere di Valentina, e da questa bevuta; era quello il veleno che non poteva ingannare l'occhio del signor d'Avrigny, e che d'Avrigny guardava attentamente; era quello un miracolo che senza dubbio faceva Dio, affinch restasse, ad onta di tutte le cautele prese dall'assassino, una prova, una denunzia del delitto. Frattanto, mentre la signora de Villefort era rimasta immobile, come la statua del terrore, mentre Villefort, colla testa nascosta nelle lenzuola del letto mortuario, non vedeva niente di ci che accadeva intorno a lui, d'Avrigny si avvicinava alla finestra per meglio esaminare coll'occhio il contenuto del bicchiere, e gustandone una goccia presa sulla punta di un dito:
Ah! mormor egli, ora non  pi la brucnina; vediamo che cosa ! Allora corse ad uno degli armadii della camera di Valentina, armadio trasformato in farmacia, e cavando dalla sua piccola nicchia d'argento una boccetta d'acido nitrico, ne lasci cadere alcune gocce nello opale del liquido, che in un subito si cambi in un mezzo bicchiere di sangue vermiglio. Ah! fece d'Avrigny coll'orrore del giudice a cui si scopre la verit, e colla soddisfazione dello scienziato a cui si svela un problema.
La signora de Villefort si gir un minuto su s stessa, i suoi occhi lanciarono fiamme, indi si spensero; ella cerc vacillante la porta colla mano, e disparve.
Un momento dopo s'intese il rumore di un corpo che cadde sull'assito. Ma nessuno vi fece attenzione; la infermiera stava occupata a guardare l'analisi chimica, Villefort era sempre annientato. Il signor d'Avrigny soltanto aveva seguito con gli occhi la signora de Villefort, ed aveva notata la sua precipitata sparizione. Egli sollev la portiera della camera di Valentina, ed il suo sguardo, a traverso dell'appartamento di Edoardo, pot penetrare in quello della signora de Villefort, ch'egli vide priva di sensi e stesa sul piancito: Andate a soccorrere la signora de Villefort, diss'egli all'infermiera, ella si sente male!
Ma madamigella Valentina? balbett questa.
Madamigella Valentina non ha pi bisogno di soccorsi, d'Avrigny disse, poich ella  morta.
Morta! morta! sospir Villefort nel suo parossismo, tanto pi dilaniante, che questa era una notizia incognita, inudita pel suo cuore di bronzo.
Morta! dite voi? grid una terza voce; chi ha detto che Valentina sia morta? I due personaggi si rivolsero, e sulla porta scopersero Morrel dritto in piedi, pallido, sconvolto, e terribile. Ecco ci ch'era accaduto.
All'ora solita, e per la piccola porta che conduceva al signor Noirtier, Morrel si era presentato. Contro il solito ritrov la porta aperta; non ebbe dunque bisogno di suonare il campanello: entr. Nel vestibolo aspett un momento chiamando un domestico qualunque che lo introducesse presso il signor Noirtier. Ma nessuno aveva risposto; i domestici, come si sa, eran tutti disertati dalla casa. Ma Morrel in quel giorno non aveva alcun particolare motivo di inquietudine. Egli aveva la promessa di Monte-Cristo, che Valentina sarebbe vissuta, e fino a quel giorno la promessa era stata mantenuta fedelmente. Ogni sera il conte gli dava delle buone notizie che la dimane venivano confermate dallo stesso signor Noirtier. Per questa solitudine gli sembr cosa singolare; chiam una seconda, una terza volta, ma sempre lo stesso silenzio. Allora risolvette salire.
La porta del signor Noirtier era aperta come tutte le altre.
La prima cosa che vide, fu il vecchio nel suo seggio, al suo posto ordinario; ma gli occhi dilatati sembravano esprimere un interno spavento, che veniva ancor confermato dallo strano pallore sparso su tutti i suoi lineamenti.
Come state, signore? domand il giovine non senza un certo stringimento di cuore.
Bene, fece il vecchio col suo battere di palpebra.
Ma la sua fisonomia sembr aumentar d'inquietudine.
Voi siete preoccupato, continu Morrel, avete bisogno di qualche cosa; volete che chiami qualcuno dei servitori? S, fece Noirtier.
Morrel si sospese al cordone del campanello, ma ebbe un bel tirare fino a romperlo, non venne alcuno.
Egli si volt verso Noirtier; il pallore e l'angoscia andavano crescendo sul viso del vecchio: Ma, Dio mio! disse Morrel, ma perch non viene qualcuno? forse che vi  un malato nella casa? Gli occhi di Noirtier sembrarono sul punto di schizzare dalle loro orbite: Ma che avete dunque? continu Morrel, voi mi spaventate... Valentina, Valentina... S, s, fece Noirtier.
Massimiliano apr la bocca per parlare, ma la lingua non pot articolare alcuna parola: egli vacill e si rattenne ad un mobile: indi stese la mano verso la porta.
S, s, s, fece il vecchio. Massimiliano si slanci verso la piccola scala, che mont in due salti, mentre Noirtier sembrava gridargli cogli occhi:
Pi presto! pi presto! Bast un minuto al giovine per traversare molte camere solitarie, come tutto il rimanente della casa, e per giunger fino a quella di Valentina: non ebbe bisogno di spingere la porta, essa era aperta in tutta la sua grandezza. Un singhiozzo fu il primo rumore che sent, egli vide, come attraverso una nube, una figura nera inginocchiata e perduta in un ammasso confuso di drappi bianchi. Il timore, lo spaventevole timore, lo inchiodava sulla soglia. Fu allora che intese una voce che diceva: Valentina  morta, e una seconda voce che, come un eco, rispondeva: Morta! morta!
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Capitolo 102. MASSIMILIANO.
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Villefort si rialz quasi vergognoso di essere stato sorpreso nell'accesso di questo dolore. Il terribile stato che egli esercitava da 25 anni, era giunto a farne pi o meno che un uomo. Il suo sguardo, un momento perduto, si fiss su Morrel. Chi siete voi, signore? disse egli, voi che dimenticate che non si entra cos in una casa abitata dalla morte? Uscite! signore, uscite! Ma Morrel restava immobile; egli non poteva staccare gli occhi dal terribile spettacolo di questo letto in disordine, e dalla pallida figura che vi era stesa sopra. Uscite! capite? grid Villefort mentre d'Avrigny si avanzava dal suo canto per far uscire Morrel.
Questi guard con aria smarrita il cadavere, quei due uomini, tutta la camera, sembr esitare un momento, apr la bocca, indi finalmente, non trovando una parola da pronunziare, e dall'innumerevole ammasso d'idee fatali che agitavano il suo cervello, ritorn addietro cacciandosi le mani fra i capelli, in modo tale che de Villefort e d'Avrigny, un momento distratti dalla loro preoccupazione, dopo averlo seguito con gli sguardi, scambiarono fra di loro un'occhiata che voleva dire: Egli  pazzo!
Ma prima che fossero passati cinque minuti, s'intese gemere la scala sotto un peso considerevole, e si vide Morrel che, con una forza sovrumana, sollevava il seggio di Noirtier colle braccia e portava il vecchio al primo piano della scala. Morrel pos il seggio a terra e lo rotol rapidamente fino nella camera di Valentina.
Tutto questo si esegu con una forza raddoppiata dalla esaltazione frenetica del giovine. Ma una cosa era spaventosa soprattutto; la figura di Noirtier, avanzandosi verso il letto di Valentina, spinto da Morrel, la figura di Noirtier sulla quale l'intelligenza spiegava tutti i suoi espedienti, di cui gli occhi riunivano tutta la loro possanza per supplire alle altre facolt. Cos questo viso pallido, collo sguardo infiammato, fu per de Villefort una spaventevole apparizione. Ogni volta che egli si era ritrovato a contatto con suo padre, era sempre accaduto qualche cosa di terribile.
Guardate ci che essi ne han fatto! grid Morrel appoggiato ancora con una mano allo schienale del seggio che aveva spinto fin contro il letto, e l'altra stesa verso Valentina, guardate! padre mio, guardate!
Villefort rincul di un passo e guard con meraviglia questo giovine che gli era quasi sconosciuto e che chiamava Noirtier suo padre. In questo momento tutta l'anima del vecchio sembr passare nei suoi occhi, che da prima s'iniettarono di sangue, indi gli si gonfiarono le vene del collo, un colore bluastro, come quello che invade la pelle dell'epilettico, gli copr il collo, le guance, e le tempia; non mancava a questa esplosione interna di tutto l'essere, se non che un grido e questo usc, per cos dire, da tutti i pori, spaventoso nel suo mutismo, dilaniante nel suo silenzio.
D'Avrigny si precipit verso il vecchio, e gli fece respirare un violento revulsivo. Signore, grid Morrel afferrando la mano inerte del paralitico, si domanda chi son io, e qual diritto ho di essere qui. Oh! voi che lo sapete, ditelo, ditelo! E la voce del giovine si spense con un singulto. In quanto al vecchio, la sua respirazione anelante gli scuoteva il petto. Si sarebbe detto che egli era in preda a quelle agitazioni che precedono l'agonia.
Finalmente alcune lagrime stillarono dagli occhi di Noirtier, pi felice del giovine che singhiozzava senza poter piangere. Non potendo piegare la testa, chiuse gli occhi.
Dite, continu Morrel con voce strangolata, dite che io era il suo fidanzato! dite che ella era la mia nobile amica, il mio solo amore sulla terra; dite, che questo cadavere mi appartiene! ed il giovine, dando il terribile spettacolo di una gran forza che si rompe, cadde pesantemente in ginocchio davanti a questo letto, che le sue dita increspate strinsero con violenza.
Questo dolore era cos penetrante che d'Avrigny si volt per nascondere la sua emozione, e che Villefort, senza chiedere altra spiegazione, attirato da quella specie di magnetismo che ci spinge verso quelli che hanno amato coloro che noi piangiamo, stese la mano al giovine.
Ma Morrel che nulla vedeva, aveva presa la mano agghiacciata di Valentina, e, non potendo piangere, mordeva le lenzuola arrossendo. Per qualche tempo non s'intese in questa camera che il conflitto dei singulti, delle imprecazioni, e della preghiera. E frattanto un rumore dominava tutto questo: era la respirazione rauca e straziante, che sembrava, ad ogni ripresa d'aria, rompere le molle della vita nel petto di Noirtier. Finalmente Villefort, il pi padrone di s stesso fra tutti, dopo aver per cos dire ceduto per qualche tempo il suo posto a Massimiliano, prese la parola: Signore, diss'egli a Massimiliano, voi amavate Valentina, dite voi, eravate suo fidanzato, ignoravo questo amore, questo impegno; eppure, io suo padre, vi perdono; poich, lo vedo, il vostro dolore  grande, reale e vero. Del resto in me pure il dolore  grande, perch resti nel mio cuore posto alla collera. Ma, voi lo vedete, l'angiolo che speravate ha lasciato la terra, ella non sa pi che fare delle adorazioni degli uomini, ella che a quest'ora, adora il Signore; fate dunque i vostri addii alla trista spoglia, che ella ha dimenticato fra noi; stringete un'ultima volta la mano che aspettavate, e separatevi da lei per sempre; Valentina or non ha pi bisogno che di un prete che la benedica.
Vi sbagliate, signore, grid Morrel, rialzandosi sur un ginocchio, col cuore traversato da un dolore pi acuto di quelli da lui finora intesi, vi sbagliate! Valentina,  morta, e nel modo che  morta, non solo ha bisogno di un prete ma ancora di un vendicatore; signor de Villefort, mandate a cercare il prete, io sar il suo vendicatore.
Che volete dire, signore? mormor Villefort, tremante per questa nuova inspirazione del delirio di Morrel.
Voglio dire, continu Morrel, che in voi esistono due esseri, signore; il padre ha pianto abbastanza, ora il procurator del Re cominci il suo ministero.
Gli occhi di Noirtier sfavillarono, d'Avrigny si avvicin. Signore, continu il giovine, raccogliendo dagli occhi di tutti gli assistenti i sentimenti che si risvegliavano sui loro volti, so quel che dico, e voi sapete, tanto bene quanto me, tutto ci che son per dire: Valentina  morta assassinata! Villefort abbass la testa; d'Avrigny avanz ancora di un passo; Noirtier fece di s cogli occhi.
Ora, signore, continu Morrel, ai tempi in cui viviamo, una creatura, ancorch non cos giovane, cos bella, cos adorabile, una creatura non dispare s violentemente dal mondo senza che si domandi conto della sua sparizione. Andiamo! signor procurator del Re, aggiunse Morrel con una veemenza sempre crescente, non vi sia piet! vi denunzio il delitto, cercate l'assassino! E il suo occhio implacabile interrogava Villefort, che dal canto suo sollecitava uno sguardo, ora da Noirtier, ora da d'Avrigny. Ma invece di trovar soccorso da suo padre e dal dottore, Villefort non ritrov in essi che uno sguardo tanto inflessibile, quanto quello di Morrel. S, fece il vecchio.
Certamente, disse d'Avrigny.
Signore, replic Villefort, tentando di lottare ancor contro questa triplice volont, e contro la propria emozione; signore, vi sbagliate, non si commettono delitti in casa mia, la fatalit mi colpisce, Dio mi prova,  orribile a pensarsi, ma in casa mia non si assassina nessuno!
Gli occhi di Noirtier fiammeggiarono, d'Avrigny apr la bocca per parlare. Morrel stese la mano raccomandando il silenzio: Ed io vi dico che qui si uccide! grid Morrel abbassando la voce, ma senza perder nulla della sua terribile vibrazione: vi dico che questa  la quarta vittima, che si colpisce in quattro mesi! vi dico che si era gi provato una volta, quattro giorni sono, di avvelenare Valentina, e che questo delitto era andato a vuoto, merc le cautele che avea prese il signor Noirtier! vi dico che fu raddoppiata la dose o cambiata la natura del veleno, e questa volta  riuscito! vi dico che voi sapete tutto ci tanto ben quanto me, poich il signore, che  qui presente, ve ne ha avvisato e come medico, e come amico.
Oh! siete in delirio! disse Villefort, tentando invan di battersi entro il cerchio in cui era stato ristretto.
Io sono in delirio! grid Morrel: ebbene! me ne appello al signor d'Avrigny stesso. Domandategli, signore, se si ricorda ancora delle parole che ha pronunziate nel vostro giardino, nel giardino di questo palazzo, la sera stessa della morte della signora de Saint-Mran, allor quando entrambi, voi e lui, credevate esser soli; vi trattenevate su questa morte tragica nella quale quella fatalit di cui parlate, e Dio che accusavate ingiustamente, non potevano esser contati che per una sola cosa, vale a dire per aver creato l'assassino di Valentina! Villefort e d'Avrigny si guardarono. S, s, ricordatevi, disse Morrel, perch quelle parole, che credevate sciolte al silenzio ed alla solitudine, sono cadute nelle mie orecchie. Certamente da quella sera, vedendo la colpevole compiacenza del signor de Villefort pei suoi, avrei dovuto scoprir tutto alle autorit; non sarei complice come lo sono in questo momento della tua morte Valentina! mia Valentina prediletta! ma il complice diventer il vendicatore; questo quarto omicidio  in flagrante,  visibile agli occhi di tutti, e se tuo padre ti abbandona, Valentina, sta a me, te lo giuro, di perseguitare l'assassino.
E questa volta, come se la natura avesse avuto alfine piet di questa vigorosa organizzazione, pronta ad infrangersi in virt della propria forza, le parole gli si spensero nella gola, il petto scoppi in singulti, le lagrime, tanto lungamente ribelli, scaturirono dai suoi occhi, si pieg su s stesso, e ricadde in ginocchio e piangente vicino al letto di Valentina.
Allora tocc la sua volta a d'Avrigny:
Ed io pure, disse con voce forte, io pure mi unisco al signor Morrel per domandarvi giustizia del delitto; poich il mio cuore si ribella all'idea che la mia vile compiacenza ha incoraggiato l'assassino!
Oh! mio Dio! mio Dio! mormor Villefort annientato. Morrel rialz la testa, e leggendo negli occhi del vecchio che lanciavano fiamme soprannaturali:
Osservate, diss'egli, il signor Noirtier vuol parlare.
S, fece Noirtier con una espressione tanto pi terribile, che tutte le facolt di questo povero vecchio impotente eran concentrate nello sguardo.
Conoscete l'assassino? disse Morrel.
S, replic Noirtier.
E ci guiderete? grid il giovine. Ascoltiamo, signor d'Avrigny, ascoltiamo. Noirtier indirizz all'infelice Morrel un sorriso malinconico, uno di quei sorrisi con gli occhi che tante volte avevan resa felice Valentina, e in tal modo fiss la sua attenzione: indi, avendo attaccati, per cos dire, gli occhi del suo interlocutore ai suoi, li volt verso la porta.
Volete che io esca, signore? grid dolorosamente Morrel.
S! fece Noirtier. Ahim! ahim! signore, ma abbiate dunque piet di me! Gli occhi del vecchio restarono irremovibilmente fissi verso la porta.
Potr almeno ritornare? domand Morrel.
S. Debbo uscir solo? No. Chi deve dunque venir meco, il signor procuratore del Re? No.
Il dottore? S. Volete restar solo col signor de Villefort? S. Ma potr egli capirvi? S.
Oh! disse il signor de Villefort quasi contento che la contestazione si facesse a quattr'occhi; oh! siate tranquillo, capisco benissimo mio padre. E mentre diceva cos, con una viva espressione di gioia, gli sbattevano i denti con violenza. D'Avrigny prese il braccio di Morrel, e trascin il giovine nella camera vicina. Si fece allora in tutta quella casa un silenzio pi profondo di quello della morte.
Finalmente, in capo ad un quarto d'ora, si fece sentire un passo vacillante, e Villefort comparve sulla soglia del salotto ove si trattenevano d'Avrigny e Morrel, l'uno assorto, l'altro soffocato: Venite, diss'egli.
E li ricondusse presso il seggio di Noirtier.
Morrel allora guard attentamente Villefort. La faccia del procurator del Re era livida, larghe macchie color di ruggine ne vergavan la fronte; fra le dita era una penna contorta in mille modi e rotta in diversi pezzi.
Signori, diss'egli con voce soffocata a d'Avrigny ed a Morrel, la vostra parola d'onore che l'orribile segreto rimarr sepolto fra di noi? I due uomini fecero un movimento: Io ve ne scongiuro!... continu Villefort.
Ma, disse Morrel, il colpevole! l'uccisore!... l'assassino!...
Siate tranquilli, signori, sar fatta giustizia, disse Villefort. Mio padre mi ha rivelato il nome del colpevole; mio padre ha sete di vendetta al par di voi, eppur mio padre vi scongiura come me di conservare il segreto del delitto. Non  vero, padre mio?
S, fece risolutamente Noirtier. Morrel lasci sfuggire un movimento d'orrore e d'incredulit.
Oh! grid Villefort, fermando Morrel per un braccio, oh! signore, se mio padre, l'uomo che conoscete inflessibile, vi fa questa domanda,  perch sa, siate tranquilli,  perch sa che Valentina sar terribilmente vendicata. Non  vero, padre mio? Il vecchio fece segno di s.
Villefort continu: Egli mi conosce, ed  la sua parola che io impegno. Tranquillatevi dunque signore; tre giorni, non vi domando che tre giorni,  il meno che potreste domandare alla giustizia, e fra tre giorni la vendetta che avr presa dell'uccisor di mia figlia, far fremere fin dal profondo del cuore, anche gli uomini pi indifferenti.
Dicendo queste parole, egli strideva i denti, e scuoteva la mano inerte del vecchio.
Tutto ci che vien promesso, sar mantenuto, signor Noirtier? domand Morrel mentre d'Avrigny lo interrogava con lo sguardo.
S, fece il vecchio con uno sguardo di sinistra gioia.
Giurate dunque, signori, disse Villefort congiungendo le mani di d'Avrigny e di Massimiliano; giurate che avrete piet dell'onore di mia famiglia, e che mi lascerete la cura di vendicarla? D'Avrigny si volt, e mormor un s ben debole; ma Morrel strapp la sua mano da quella del magistrato, si precipit verso il letto, impresse le sue labbra sulle labbra agghiacciate di Valentina, e fugg col lungo gemito di un'anima che s'ingolfa nella disperazione.
Abbiam detto che tutti i domestici erano spariti; il signor de Villefort fu dunque obbligato di pregare d'Avrigny d'incaricarsi di tutti quegli atti, cos numerosi e delicati, che seco trascina la morte nelle nostre grandi citt; e particolarmente una morte accompagnata da particolarit cos sospette. In quanto a Noirtier, era qualche cosa di terribile il vedere questo dolore senza movimenti, questa disperazione senza gesti, queste lagrime senza voce. Villefort rientr nel gabinetto; d'Avrigny and a cercare il medico della municipalit, che adempiva le funzioni d'ispettore dei trapassati; e che si chiama con tanta energia il medico dei morti.
Noirtier non volle pi lasciare la salma di sua nipote.
Una mezz'ora dopo il signor d'Avrigny ritorn col suo confratello; erano state chiuse le porte di strada, e siccome il portinaro pure era disparso con tutti gli altri servitori, Villefort stesso and ad aprire. Ma si ferm sul pianerottolo, non aveva pi il coraggio di rientrare nella camera mortuaria, ove i due medici entraron soli. Noirtier era vicino al letto, pallido come la morte; com'essa immobile e muto.
Il medico dei morti si avvicin con la indifferenza dell'uomo che  assuefatto a passare la met della vita fra cadaveri, sollev il drappo che copriva la giovanetta, ed apr un poco le labbra di lei. Oh! disse d'Avrigny sospirando, povera fanciulla! ella  realmente morta, andate.
S, rispose laconicamente il medico, lasciando ricadere il drappo che copriva il viso di Valentina.
Noirtier fe' sentire un sordo rantolo, d'Avrigny si volt, gli occhi del vecchio sfavillavano; il buon dottore cap che Noirtier reclamava la vista di sua nipote; si riaccost al letto, e mentre il medico dei morti si lavava le dita nell'acqua col cloruro, scoperse quel placido e pallido viso, che rassomigliava a quello di un angelo addormentato.
Una lagrima ricomparve all'angolo dell'occhio di Noirtier, e fu il ringraziamento che ricev il dottore.
Il medico dei morti scrisse il suo processo verbale sull'angolo di una tavola, nella stessa camera di Valentina, ed adempita questa suprema formalit, usc ricondotto dal dottore. Villefort aspettava che discendessero, e comparve alla porta del suo gabinetto. In poche parole ringrazi il medico, e voltandosi a d'Avrigny: E ora, diss'egli, il prete?
Avete un ecclesiastico che desideriate pi particolarmente d'incaricare di pregare per Valentina?
No, disse Villefort, andate a cercare il pi vicino.
Il pi vicino, disse il medico dei morti,  un buon abate italiano che  venuto a dimorar nella casa contigua alla vostra; volete che nel passare lo prevenga?
D'Avrigny, disse Villefort, volete avere la bont di accompagnare il signore? Ecco la chiave perch possiate entrare ed uscire a vostro piacere: ricondurrete il prete e v'incaricherete di situarlo nella camera della mia povera figlia.
Desiderate parlargli, amico mio?
Desidero di restar solo: mi scuserete, n' vero? Un prete deve comprendere tutti i dolori, anche il dolore paterno. Ed il signor de Villefort, consegnando un apritutto a d'Avrigny, salut un'ultima volta il dottore straniero, rientr nel suo gabinetto, e vi si mise a lavorare.
Per alcune organizzazioni, il lavoro  un rimedio a tutti i dolori. Nel momento in cui discendevano nella strada, scopersero un uomo vestito in sottana che stava sulla soglia della porta vicina. Ecco quello di cui vi parlava, disse il medico dei morti a d'Avrigny. Questi and incontro all'ecclesiastico; Signore, diss'egli, sareste disposto di rendere un gran favore ad un disgraziato padre che ha perduto sua figlia, al signor procuratore del Re Villefort?
Ah! signore, rispose il prete con un accento italiano dei pi pronunciati, s, lo so, la morte  nella sua casa.
Allora non ho pi bisogno di dirvi qual genere di favore ei si aspetti da voi?
Io stesso veniva ad offrirmi, disse il prete;  nella nostra missione l'andar incontro ai nostri doveri.
 una giovanetta.
S, l'ho saputo dai domestici che fuggivano di casa: si chiamava Valentina, ed ho gi cominciato a pregar per lei.
Grazie, grazie, signore, disse d'Avrigny; e poich avete di gi cominciato ad esercitare il santo vostro ministero, degnatevi di continuarlo: vi sederete vicino alla morta, e tutta una famiglia sepolta nel lutto vi sar grandemente riconoscente.
Vi vado, signore, ed oso dire, che non saranno mai state fatte preghiere pi fervide delle mie. D'Avrigny prese l'abate per la mano, e senza incontrare Villefort, chiuso nel suo gabinetto, lo condusse fino alla camera di Valentina, della quale i becchini non dovevano impadronirsi che la sera susseguente. Entrando nella camera, lo sguardo di Noirtier si era abbattuto in quello dell'abate, e senza dubbio cred leggervi qualche cosa di particolare, perch non lo lasci pi. D'Avrigny raccomand al prete non solo la morta, ma anche il vivo, ed il prete gli promise di dare le sue preghiere alla morta, e di prestare le sue cure a Noirtier. L'abate vi si obblig solennemente, e, senza dubbio, per non essere disturbato nelle sue preghiere, e perch Noirtier non fosse disturbato nel suo dolore, and tosto che d'Avrigny ebbe lasciata la camera, a chiudere le serrature, non solo della porta dalla quale era uscito d'Avrigny, ma ancor di quella che metteva nelle stanze della signora de Villefort.
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Capitolo 103. LA FIRMA DI DANGLARS.
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Il giorno dopo sorse tristo e nuvoloso. I becchini nella notte avevano compito il loro funebre ufficio, accomodato il corpo, deposto sul letto, avvolto nel sudario che ricuopre lugubremente i trapassati, prestando loro (che che si dica di eguaglianza in faccia alla morte) un'ultima testimonianza del lusso ch'essi amavano durante la vita.
Il sudario non era altro che una pezza di magnifica battista, che la giovanetta aveva comprata quindici giorni prima. Nella serata, uomini chiamati a questo effetto avevano trasportato Noirtier dalla camera di Valentina nella sua, e, contro ogni aspettativa, il vecchio non aveva fatta alcuna difficolt ad allontanarsi dal corpo di sua nipote.
L'abate Busoni aveva vegliato fino a giorno, ed a giorno si era ritirato in casa sua senza chiamar nessuno.
Verso le otto della mattina, d'Avrigny era ritornato; egli aveva incontrato Villefort che passava da Noirtier, e lo aveva accompagnato per sapere in che modo il vecchio aveva passata la notte. Essi lo ritrovarono nel suo gran seggio, che gli serviva ancora di letto, dormendo un sonno dolce e quasi sorridente. Entrambi si fermarono maravigliati sul limitare della porta. Osservate, disse d'Avrigny a Villefort che guardava suo padre addormentato; osservate, la natura sa calmare i pi vivi dolori, certamente non si dir che Noirtier non amava sua nipote, eppure egli dorme.
S, ed avete ragione rispose Villefort con sorpresa, egli dorme, ed  strano, poich la pi piccola contrariet lo tiene svegliato delle notti intere.
Il dolore lo ha atterrato, replic d'Avrigny.
Ed entrambi ritornavano pensierosi al gabinetto del procuratore del Re: Osservate! non ho dormito, disse Villefort mostrando a d'Avrigny il suo letto intatto; il dolore non mi ha atterrato: son due notti che non dormo; ma invece, guardate il mio scrittoio, ho io scritto, mio Dio! in queste due notti?... ho sfogliato filze, ho annotato quest'atto d'accusa contro Benedetto!... oh! lavoro, lavoro, lavoro! mia gioia, mia rabbia, appartiene a te l'atterrare tutti i miei dolori! E strinse convulsivamente la mano a d'Avrigny.
Avete voi bisogno di me? domand il dottore.
No, soltanto vi prego di ritornare alle undici; a mezzo giorno ha luogo.... la partenza... mio Dio! povera la mia figlia! povera figlia mia! Il procuratore del Re ritornando uomo, alz gli occhi al cielo e mand un sospiro.
Sarete voi nella sala di ricevimento?
No, ho un cugino che s'incarica di questo tristo onore: io lavorer, dottore, quando lavoro tutto sparisce.
Infatto il dottore non era giunto alla porta, che il procurator del Re si era messo al lavoro. Sulla scalinata d'Avrigny incontr questo parente di cui gli aveva parlato Villefort; personaggio insignificante in questa storia, come in quella famiglia, uno di quegli esseri che sono destinati nascendo a rappresentare in societ la parte della inutilit.
Era puntuale, vestito di nero, col velo crespo al braccio, e si era portato da suo cugino con una figura che si era fatta, e che contava di conservare finch vi fosse stato bisogno, per lasciarla poi in seguito. All'undici le carrozze funebri rumoreggiavano sul selciato del cortile, e la strada del sobborgo Sant'Onorato si riempiva del mormorio della folla, avida egualmente delle gioie e dei lutti dei ricchi, e che corre ad un mortorio pomposo colla stessa fretta che al matrimonio di una duchessa. A poco a poco la sala mortuaria si riemp, e si vide giungere da prima una parte delle nostre antiche conoscenze, come sarebbe Debray, Beauchamp, Chteau-Renaud, quindi tutte le persone pi illustri del tribunale, delle camere, della letteratura, dell'esercito, poich il signor de Villefort occupava il primo rango di un'alta posizione sociale, meno per la sua carica, che per i suoi meriti personali.
Il cugino stava alla porta e faceva entrare tutti, e per gl'indifferenti era un gran sollievo, bisogna dirlo, quello di ritrovar l una persona indifferente, che non esigeva dagl'invitati una fisonomia mentita, o false lagrime, come avrebbe fatto un padre, un fratello, un fidanzato.
Quelli che si conoscevano si chiamavano collo sguardo e si riunivano in gruppi. Uno di questi gruppi era composto di Debray, di Chteau-Renaud, e di Beauchamp. Povera giovanetta! disse Debray pagando, del resto, come ciascuno, quasi suo malgrado, un tributo a questo doloroso avvenimento. Povera giovanetta! cos ricca! cos bella! Lo avreste pensato, Chteau-Renaud, quando venimmo, circa due settimane o un mese al pi, per firmare il contratto, che poi non fu firmato?
In fede mia no, disse Chteau-Renaud.
La conoscevate?
Aveva parlato una o due volte con lei, al ballo della signora de Morcerf, fra le altre; ella mi sembr graziosa, quantunque di uno spirito un po' malinconico. Ov' sua matrigna, lo sapete?
 andata a passare questo giorno con la moglie di questo degno signore che ci riceve.
E chi  costui? forse un deputato?
No, disse Beauchamp; son condannato a vedere i nostri onorevoli tutti i giorni, ed egli mi  incognito.
Avete parlato di questa morte nel vostro giornale?
L'articolo non  mio, ma se ne  parlato; e dubito che aggradisca al signor de Villefort. Vi  detto, credo: che se quattro morti successive avessero luogo in tutt'altra casa che in quella del procuratore del Re, il signor procurator del Re se ne sarebbe certamente commosso.
Del resto, disse Chteau-Renaud, il dottore d'Avrigny, che  il medico di mia madre, pretende che Villefort ne sia disperato. Ma che cercate dunque, Debray?
Cerco il conte di Monte-Cristo, rispose il giovine.
L'ho incontrato sul baluardo, lo credo sul punto di partire; andava dal suo banchiere, disse Beauchamp.
Dal suo banchiere? il suo banchiere non  Danglars? domand Chteau-Renaud a Debray.
Io credo di s, rispose il segretario intimo con un leggero impaccio; ma il conte di Monte-Cristo non  solo che manca qui; non vedo Morrel.
Morrel! la conosceva forse? domand Chteau-Renaud.
Credo che sia stato presentato solo alla signora de Villefort.
Non importa, avrebbe dovuto venire, disse Debray; di che parler egli questa sera? Questi funerali sono la notizia della giornata; ma zitti, attenti, ecco il ministro della Giustizia.
Beauchamp aveva detto il vero; portandosi all'invito mortuario, aveva incontrato Monte-Cristo, che dal canto suo si dirigeva all'abitazione di Danglars, strada Chausse-d'Antin.
Il banchiere aveva dalla finestra riconosciuta la carrozza del conte che entrava nel cortile, e gli era venuto incontro con un viso tristo, ma affabile. Ebbene, conte, diss'egli stendendo la mano a Monte-Cristo, venite a farmi una visita di condoglianza; in verit la disgrazia  entrata nella mia casa; ed al momento in cui vi ho scorto, stava interrogando me stesso se avevo fatta alcuna imprecazione a questi poveri Morcerf, cosa che avrebbe giustificato il proverbio: a chi vuol male accade male. Ebbene! sulla mia parola, no, non ho augurato male a Morcerf; egli era forse un orgoglioso, per un uomo venuto dal niente, come me, e che doveva tutto a s stesso, come me; ma ciascuno ha i suoi difetti. Ah! state in guardia, conte, gli uomini della nostra generazione... ma perdono, conte, voi non siete della nostra generazione, siete ancor giovine. Gli uomini della nostra generazione non sono punto fortunati in questo anno: ne fa fede il nostro puritano procurator del Re Villefort, che ha perduto sua figlia. Cos ricapitoliamo: Villefort, come dicevamo, perde tutta la sua famiglia in un modo cos strano; Morcerf disonorato ed ucciso; io coperto di ridicolo per la scelleratezza di questo Benedetto, e poi...
E poi che? domand il conte. Ahim! lo ignorate?
Qualche nuova disgrazia? Mia figlia...
Madamigella Danglars?
Eugenia ci lascia.
Oh! che mi dite mai!
La verit, mio caro conte! quanto siete mai fortunato di non aver n moglie n figli!
Voi lo credete?
Ah! mio Dio!
E che dicevate di madamigella Danglars?
Ella non ha potuto sopportare l'affronto che ci ha fatto questo miserabile, e mi ha chiesto il permesso di viaggiare. Ed  partita? L'altra notte. Colla signora Danglars?
No, con una nostra parente... Ma ci nullameno la perderemo, questa cara Eugenia; poich dubito, col naturale che le conosco, ch'ella non acconsenta giammai a ritornare in Francia!
Che volete caro barone? disse Monte-Cristo, dispiaceri di famiglia, dispiaceri che potrebbero opprimere un povero diavolo che avesse riposta tutta la sua fortuna nella figlia, ma sopportabile da un milionario quale voi siete. I filosofi hanno un bel che dire, e gli uomini pratici daranno loro sempre una mentita su ci, il danaro consola molte afflizioni, e voi dovete esser consolato prima di qualunque altro, se ammettete la virt di questo balsamo salutare; voi il re dei finanzieri, il punto d'intersecazione di tutti i poteri. Danglars lanci un colpo d'occhio obliquo sul conte, per vedere se scherzava, o se parlava sul serio.
S, diss'egli, il fatto , che se la fortuna consola, io debbo esser consolato, perch son ricco.
Tanto ricco, caro barone, che le vostre ricchezze rassomigliano alle piramidi; se si vogliono demolire, nessuno l'osa, su qualcuno l'osasse, nol potrebbe.
Danglars sorrise sulla bonomia del conte. Ci mi ricorda, diss'egli, che quando siete entrato io stava facendo cinque piccoli boni. Ne aveva gi firmati due, volete permettermi di fare gli altri tre?
Fate, mio caro barone, fate. Vi fu un momento di silenzio, durante il quale s'intese stridere la penna del banchiere, mentre che Monte-Cristo guardava gl'intagli dorati del soffitto.
Boni di Spagna, disse Monte-Cristo, di Hati, di Napoli?
No, disse Danglars col suo viso singolare, boni ai latore, sulla banca di Francia; osservate, aggiuns'egli, signor conte, voi che siete l'imperatore della finanza, se io ne sono il re. Avete veduti molti pezzi di questa grandezza che valgono ciascuno un milione? Monte-Cristo prese in mano, come per pesarli, i cinque pezzi di carta che gli presentava orgogliosamente Danglars, e lesse:
Piaccia al signor Reggente della Banca di far pagare al mio ordine, e sui fondi da me depositati la somma di un milione, valuta in conto,
Barone Danglars
Uno, due, tre, quattro e cinque, fece Monte-Cristo, cinque milioni, in che modo lavorate, signor Creso!
Ecco come faccio gli affari! disse Danglars.
 meraviglioso, se soprattutto, come non dubito, questa somma vien pagata in contanti. Essa lo sar.
 una bella cosa l'avere un credito simile. In verit non  che in Francia ove si vedono tali cose; cinque pezzi di carta valer cinque milioni, bisogna vederlo per crederlo.
Ne dubitate voi? No.
Lo dite in un certo modo... Pigliate, prendetevi questo piacere; conducete il mio commesso alla banca, e vedrete uscirlo con tanti boni sul tesoro per la stessa somma.
No, disse Monte-Cristo, piegando i cinque biglietti, in fede mia, la cosa  troppo curiosa e ne far io stesso l'esperimento. Il mio credito presso voi era fra noi convenuto in sei milioni, ho preso 900 mila franchi, son cinque milioni, e altri cento mila franchi che restate a darmi: prendo questi cinque pezzi di carta, che credo buoni alla sola vista della vostra firma, ed ecco una ricevuta generale di sei milioni che regolarizzano il nostro conto. Io l'aveva gi preparata perch, bisogna che vi dica, che ho molto bisogno di danaro in oggi. E con una mano Monte-Cristo mise i cinque biglietti in tasca, mentre coll'altra presentava la ricevuta al banchiere. Un fulmine caduto ai piedi di Danglars non lo avrebbe oppresso di spavento e di terrore pi grande.
Che! balbett egli, che! signor conte! voi prendete questo danaro? ma perdono, questo  danaro che debbo agli ospizii, un deposito, ed io avevo promesso di pagar questa mattina.
Ah! disse Monte-Cristo, allora l'affare  diverso: non ho alcuna premura precisamente a questi cinque biglietti, pagatemi in altra valuta. Era per mia curiosit che aveva presi questi, affin di poter dire nella societ che, senza alcun avviso, senza chiedermi cinque minuti di dilazione, la casa Danglars mi aveva pagati cinque milioni in contante! ci sarebbe stato notevole! Ma ecco i vostri biglietti, e vi ripeto, pagatemi in altra valuta, e fatemene degli altri.
E stese i cinque biglietti a Danglars, che livido, da prima allung la mano come un avvoltoio allunga gli artigli a traverso le sbarre della gabbia per ritener la carne che si tenta di levargli. Ma poscia si pent, fece uno sforzo violento su s stesso, e si contenne: indi si vide il sorriso arrotondare a poco a poco i lineamenti del suo viso sconvolto.
Veniamo al fatto, diss'egli, la vostra ricevuta val danaro contante?
Oh! mio Dio! s, e se foste a Roma, la casa Thomson e French, su di una mia ricevuta non farebbe minor difficolt a pagarvi di quel che fate voi a pagar me.
Perdono, signor conte, perdono!
Posso dunque conservare questi biglietti?
S, disse Danglars asciugandosi il sudore che gli stillava dai capelli; conservateli, conservateli.
Monte-Cristo rimise i cinque biglietti in saccoccia con quell'intraducibile movimento che vuol dire:
Diamine! rifletteteci, se vi pentite, siete ancora in tempo.
No, disse Danglars, no, conservate la mia firma. Ma lo sapete, nessuno  tanto pieno di formalit quanto un uomo di danaro; io destinava questi fondi agli ospizii, e per un momento avrei creduto derubarli, non dando loro precisamente questi; come uno scudo non valesse quanto un altro scudo. Scusate! E si mise a ridere rumorosamente, ma di un riso nervoso.
Io scuso, disse graziosamente Monte-Cristo, e metto in saccoccia. E mise i boni dentro al suo portafogli.
Ma, disse Danglars, v' ancora una somma di cento mila franchi
Oh! bagattella, disse Monte-Cristo, l'aggio deve montar circa a questa somma, tenetela, e sarem pari.
Conte, disse Danglars, parlate sul serio? Monte-Cristo lo guard con una seriet che toccava l'impertinenza. E s'incamminava verso la porta, giusto nel punto in cui il cameriere annunziava il signor de Boville, ricevitor generale degli ospizii. In fede mia, disse Monte-Cristo, sembra che io sia giunto in tempo per goder delle vostre firme, esse sono in disputa. Danglars impallid una seconda volta, e si affrett a prendere congedo dal conte; il quale rispose con un cerimonioso saluto a quello di de Boville, che stava in piedi nella camera da ricevimento, e che, passato Monte-Cristo, fu subito introdotto nel gabinetto del signor Danglars. Si sarebbe potuto vedere il viso cos serio del conte illuminarsi di un passeggiero sorriso nel vedere il portafogli che teneva in mano il ricevitore degli ospizii. Alla porta ritrov la sua carrozza, e si fece condurre sul momento alla banca.
In questo mentre Danglars, comprimendo tutta la sua emozione, veniva incontro al ricevitor generale.
Non fa mestieri di dire che il sorriso e la graziosit erano profondamente impresse sulle labbra di lui.
Buon giorno, diss'egli, mio caro creditore, poich scommetterei ch' il creditore che giunge.
Avete indovinato giustamente, signor barone, disse il signor de Boville; gli ospizii si presentano a voi nella mia persona. Gli ammalati, le vedove, gli orfani vengono per mio mezzo a domandarvi una elemosina di cinque milioni.
E si dice che gli orfani son da compiangere! disse Danglars prolungando lo scherzo! poveri fanciulli!
Eccomi che vengo in loro nome: disse il signor de Boville; dovete aver ricevuta la mia lettera di ieri? S.
Sono qui colla mia ricevuta.
Mio caro signor de Boville, disse Danglars, i vostri malati, le vostre vedove, i vostri orfani avranno, se acconsentite, la bont d'aspettare ventiquattr'ore, che il signor di Monte-Cristo, che voi avete veduto uscir di qui... n' vero?
S, ebbene? Ebbene il signor di Monte-Cristo portava seco i loro cinque milioni. In che modo?
Il conte aveva un credito illimitato su di me, credito aperto dalla casa Thomson e French di Roma; egli  venuto a domandarmi la somma di cinque milioni in un sol colpo; gli ho dato un bono sulla banca: i miei fondi stanno deposti l, e capirete che io temerei, ritirando dalle mani del Reggente dieci milioni tutti in un giorno, non avesse a sembrare cosa troppo strana. In due giorni, aggiunse Danglars sorridendo,  affare diverso.
Allora dunque, grid il signor de Boville col tuono di una completa incredulit, cinque milioni a quel signore che  uscito poco fa, e che mi ha salutato come se lo conoscessi?
Pu darsi ch'egli conosca voi senza che voi conosciate lui. Il signor di Monte-Cristo conosce tutti: ecco la sua ricevuta. Fate come l'apostolo che non voleva credere, guardate e toccate. Il signor de Boville prese il foglio che gli present Danglars, e lesse:
Ho ricevuto dal signor barone Danglars la somma di cinque milioni e 900 mila franchi, di cui egli si rimborser a suo piacere sulla casa Thomson e French di Roma.
Conte di Monte-Cristo
In fede mia  vero! disse questi.
Conoscete la casa Thomson e French?
S, disse il signor de Boville; ho fatto un'altra volta un affare di 200 mila franchi con questa, ma dopo non ne ho inteso pi parlare.
 una delle migliori case d'Europa, disse Danglars rigettando negligentemente sullo scrittoio la ricevuta di Monte-Cristo che aveva ritirata dalle mani di de Boville.
Ed ei teneva cos cinque milioni su voi; ma che!  un nababbo questo conte di Monte-Cristo?
In fede mia egli non so che cosa sia; ma aveva tre crediti illimitati, uno su me, uno su Rothschild, e uno su Laffitte, e, aggiunse negligentemente Danglars, come vedete, ha dato a me la preferenza, lasciandomi centomila franchi per l'aggio del cambio.
Il signor de Boville dette tutti i segni della pi alta ammirazione. Bisogner che io vada a visitarlo, e che ottenga da lui qualche pia fondazione.
Oh!  come se l'aveste gi: le sue elemosine sole montano a pi di 20 mila franchi il mese.
 cosa magnifica! d'altra parte gli citer l'esempio della signora de Morcerf, e di suo figlio. Quale esempio?
Essi hanno donata tutta la loro fortuna agli ospizii.
Quale fortuna? La loro fortuna, quella del generale de Morcerf defunto. E a che proposito? Al proposito ch'essi non vogliono beni cos miseramente acquistati. E di che cosa vivranno? La madre si ritira in provincia, ed il figlio si arruola. Senti! senti! questi s che sono scrupoli! Ho fatto registrare ieri l'atto di donazione. E quanto possedevano? Oh! non era gran cosa, un milione e 300 mila franchi Ma ritorniamo ai nostri milioni.
Volentieri, disse Danglars colla maggior naturalezza del mondo. Avete dunque molta fretta di ritirare questo danaro?
Ma s, il riscontro di cassa si fa domani.
Domani! perch non lo avete detto subito! ma  un secolo, domani! a che ora succede la verifica di cassa?
Alle due pomeridiane.
Mandate a mezzogiorno, disse Danglars col suo sorriso.
Il signor de Boville non rispondeva gran cosa, faceva di s colla testa, ed andava voltando e rivoltando il suo portafogli fra le mani.
Ma ora che vi penso, disse Danglars, fate anche meglio.
Che volete che io faccia?
La ricevuta di Monte-Cristo vale danaro contante: passate con questa ricevuta da Rothschild o da Laffitte; essi ve la prenderanno sul momento.
Quantunque da pagarsi a Roma?
Certamente; non vi potr costare che un piccolo sconto di sei o settemila franchi Il ricevitore fece uno sbalzo in addietro.
In fede mia, no, desidero di aspettar domani, come dicevate.
Ho creduto per un momento, perdonatemi, disse Danglars con una estrema impudenza, ho creduto che aveste un piccolo deficit, una piccola mancanza da riempire.
Oh! fece il ricevitore. Ascoltate, ci si  veduto, e, in questo caso, si fa un sacrificio. Grazie a Dio no, disse il signor de Boville. Allora, a domani, n' vero, mio caro signor ricevitore? S, a domani, ma senza fallo?
Anche! ma ridete! mandate a mezzogiorno e la banca sar avvisata. Verr io stesso.
Meglio ancora, perch ci mi procurer il piacere di rivedervi. E si strinsero la mano. A proposito, disse il signor de Boville, non andate al funerale di questa povera madamigella de Villefort, che ho incontrato sul baluardo?
No, disse il banchiere, sono ancora un poco ridicolo dopo l'affare di Benedetto, e faccio un tuffo.
Bah! avete torto;  forse colpa vostra?
Ascoltate, mio caro ricevitore, quando si porta un nome senza macchia come il mio, si  suscettibili.
Tutti vi compiangono, siatene persuaso, e soprattutto si compiange madamigella vostra figlia.
Povera Eugenia! fece Danglars con un profondo sospiro! saprete ch'ella entra in monastero? No.
Non  che disgraziatamente troppo vero. La dimane dell'avvenimento, ella ha risoluto partire con una religiosa sua amica, ed  andata a cercare un convento dei pi severi in Italia o in Spagna.
Oh!  terribile! Ed il signor de Boville si ritir dopo questa esclamazione, facendo al padre mille complimenti di condoglianza. Ma non fu appena fuori, che Danglars, con una energia di gesto che potranno soltanto intendere quelli che hanno veduto rappresentare Robert Macaire da Frederick, grid: Imbecille!!! E chiudendo la quietanza di Monte-Cristo in un piccolo portafogli. Vieni a mezzogiorno, diss'egli, e a mezzogiorno, io sar lontano.
Indi si chiuse a doppio giro di chiave, vuot tutti i cassettini della cassa, riun un 50 mila franchi in biglietti di banca, bruci diverse carte, ne pose altre in evidenza, scrisse una lettera che sigill e sulla quale mise per soprascritta:
Alla signora baronessa Danglars. Questa sera, mormor egli, io stesso la metter sulla sua toletta.
Indi, cavando da un cassetto un passaporto: Buono! diss'egli,  ancora valido per due mesi.
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Capitolo 104. IL CIMITERO DEL PADRE LACHAISE.
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Il signor de Boville aveva di fatto incontrato il convoglio funebre che conduceva Valentina all'ultima sua dimora.
Il tempo era tetro e nuvoloso; un vento ancora tiepido, ma di gi mortale per le foglie ingiallite, le staccava dai rami poco a poco spogliati, e le faceva veleggiare sulla folla immensa che ingombrava i baluardi. Il signor de Villefort, puro parigino, riguardava il cimitero del Padre-Lachaise, come il solo degno di ricevere le spoglie mortali di una famiglia parigina. Gli altri gli sembravano cimiteri da campagna, appartamenti ammobigliati della morte. Soltanto al Padre-Lachaise un trapassato di buona societ poteva essere alloggiato come in casa sua. Come abbiam veduto, egli aveva comprato la concessione a perpetuit sulla quale s'innalzava il monumento popolato cos prontamente da tutti i morti della sua prima famiglia. Si leggeva sul frontone del mausoleo:
FAMIGLIA SAINT-MRAN E VILLEFORT
Perch tale era stata l'ultima volont della povera Renata madre di Valentina. Era dunque verso il Padre-Lachaise che s'incamminava il pomposo corteggio, partito dal sobborgo Sant'Onorato. Fu traversato tutto Parigi, fu preso pel sobborgo del Tempio, indi pei baluardi esterni fino al cimitero. Pi di 50 carrozze padronali seguivano venti carrozze di lutto, e dietro a queste 50 carrozze, pi di 500 persone ancora camminavano a piedi. Erano quasi tutti giovinetti che questa morte di Valentina aveva colpiti come un fulmine, e che, ad onta del vapore ghiacciale del secolo, e del prosaismo del tempo soffrirono l'influenza poetica di questa bella, di questa casta, di questa adorabile giovanetta, divelta nel suo fiore. All'uscire di Parigi si vide giungere rapidamente una carrozza trasportata da quattro cavalli, che d'improvviso si fermarono, irrigidendo i loro nervosi garetti, come fossero state suste d'acciaio: era il signor di Monte-Cristo. Il conte discese di carrozza, e venne a confondersi fra la folla che camminava a piedi dietro il carro funebre. Chteau-Renaud lo scoperse, discese subito dal suo coup e venne ad unirsi a lui, Beauchamp egualmente lasci il cabriolet di rimessa nel quale si ritrovava. Il conte guardava attentamente fra tutti gli interstizii che lasciava la folla; egli cercava visibilmente qualcuno; finalmente non pot pi contenersi. Ov' Morrel? domand egli. Qualcuno di voi, signori, sa niente ove sia?
Ci siam gi fatti questa domanda fin dalla casa mortuaria, disse Chteau-Renaud, poich nessun di noi lo ha scorto.
Il conte tacque, ma continu a guardare intorno a s. Finalmente si giunse al cimitero. L'occhio penetrante di Monte-Cristo guard in tutti i boschetti, e ben presto perd tutte le inquietudini: un'ombra aveva strisciato sotto i neri cipressi, e Monte-Cristo senza dubbio scopriva in essa l'oggetto che cercava. Si sa che cosa  un seppellimento in questa citt di morti: gruppi neri disseminati nei bianchi viali, un silenzio del cielo e della terra, rotto soltanto dal rumore dello spezzarsi di qualche ramo, dell'affondarsi di qualche siepe intorno alla tomba; poi il canto malinconico dei preti al quale viene qua e l mischiato un singhiozzo sfuggito da un cespuglio di fiori, sotto il quale si vede qualche donna prostrata con le mani giunte. L'ombra che aveva notata Monte-Cristo travers rapidamente il sentiero che passava dietro la tomba di Abelardo ed Eloisa e venne a situarsi, cogli assistenti ai becchini alla testa dei cavalli che trascinavano il corpo, e del medesimo passo pervenne alla direzione scelta per la sepoltura. Ciascuno guardava qualche cosa. Monte-Cristo non guardava che quest'ombra appena osservata da quelli che l'avvicinavano.
Due volte il conte usc dalle file per vedere se le mani di quest'uomo cercavano qualche arma nascosta nei propri abiti. Quest'ombra, quando il corteo si ferm, fu riconosciuta esser quella di Morrel che, coll'abito nero abbottonato fino al collo, la fronte livida, le guance solcate, il cappello ammaccato in pi posti dalle sue mani convulsive, si era appoggiato ad un albero situato sur un rialto che dominava il mausoleo, in modo da non perdere alcuno dei particolari della funebre cerimonia che si compiva. Tutto termin secondo l'uso. Alcuni uomini, e, come sempre, erano i meno impressionati, alcuni uomini pronunciarono dei discorsi. Gli uni compiansero questa morte prematura; gli altri si estesero sul dolore di suo padre; ve ne furono degl'ingegnosi per ritrovar che questa giovanetta aveva pi di una volta sollecitato il signor de Villefort in favor di quei colpevoli sulla testa dei quali egli teneva alzata la spada della giustizia; finalmente si terminarono le metafore fiorite ed i periodi dolorosi, cementando in tutti i modi le sentenze di Malherbe e Duperier. Monte-Cristo nulla ascoltava, nulla vedeva, o piuttosto non vedeva che Morrel, di cui la calma e l'immobilit formavano uno spettacolo spaventoso per colui che solo poteva leggere ci che accadeva nel fondo del cuore del giovine ufficiale.
Osserva, disse d'improvviso Beauchamp a Debray, ecco l Morrel! dove diavolo si  andato a cacciare! Ed essi lo fecero notare a Chteau-Renaud. Come  pallido! disse questi fremendo.
Avr freddo, replic Debray.
No, disse lentamente Chteau-Renaud, credo che sia commosso: egli  un uomo impressionabilissimo.
Bah! disse Debray, appena conosceva madamigella de Villefort; l'avete detto voi stesso.
 vero. Per, mi ricordo che al ballo della signora de Morcerf ha ballato tre volte con lei; sapete, conte, che a quel ballo voi produceste un grande effetto?
No, non lo so, rispose Monte-Cristo, senza sapere a che rispondeva, n a chi, tanto era occupato a sorvegliare Morrel, le cui guance si animavano come accade a quelli che comprimono realmente la loro respirazione.
I discorsi son finiti; addio, signori, disse bruscamente il conte. E dette il segnale della partenza, sparendo senza saper per dove fosse passato. La festa mortuaria era terminata, e gli assistenti ripresero la strada di Parigi. Chteau-Renaud solo cerc un momento Morrel con gli occhi; ma, mentre aveva seguito il conte con gli occhi al punto che si allontanava, Morrel aveva lasciato il suo posto, e Chteau-Renaud, dopo averlo invano cercato, aveva seguito Debray e Beauchamp. Monte-Cristo si era gettato fra i tigli, e nascosto dietro una larga tomba, spiava fino il pi piccolo movimento di Morrel, che a poco a poco si accost al Mausoleo, abbandonato prima dai curiosi e poi dagli operai. Morrel guard d'intorno a lui lentamente e vagamente, ma al momento in cui il suo sguardo abbracciava la parte di cerchio opposta alla sua, Monte-Cristo si riavvicin ancora di una diecina di passi senza essere stato veduto. Il giovine s'inginocchi. Il conte col collo teso, l'occhio fisso e dilatato, i calcagni piegati come per islanciarsi al primo segnale, continuava ad avvicinarsi a Morrel. Morrel chin la fronte fin sulla pietra, abbracci il cancello con ambe le mani, e mormor: Oh! Valentina! Il cuore del conte fu spezzato dalla esplosione di queste due sole parole; egli fece anche un passo, e battendo sulla spalla di Morrel: Siete voi, amico caro, disse egli; io vi cercava. Monte-Cristo si aspettava rimproveri e recriminazioni: egli s'ingannava. Morrel si volt dalla sua parte e con una calma apparente: Il vedete, disse egli, io pregava! Lo sguardo scrutatore di Monte-Cristo percorse il giovine dai piedi alla testa. Dopo questo esame sembr pi tranquillo. Volete che vi riconduca a Parigi? disse egli.
No, grazie. Finalmente desiderate qualche cosa?
Lasciatemi pregare. Il conte si inginocchi senza fare una sola obbiezione, ma fu per prendere un nuovo posto di dove egli non perdeva un sol gesto di Morrel, che finalmente si alz, si pul i ginocchi imbianchiti dalla polvere, e riprese la strada di Parigi, senza voltare una sola volta la testa. Massimiliano discese lentamente la strada della Roquette. Il conte rimand la carrozza, che stazionava alla porta del cimitero, e lo segu a cento passi di distanza.
Massimiliano travers il canale, e rientr nella strada Meslay per la parte dei baluardi. Cinque minuti dopo che la porta fu chiusa da Morrel, ella si riapr per Monte-Cristo.
Giulia era all'entrata del giardino, ove guardava colla pi profonda attenzione mastro Penelon che, prendendo la sua professione di giardiniere sul serio, lavorava intorno ad un rosaio del Bengal. Ah! signor conte di Monte-Cristo! grid ella con quella gioia che manifestava d'ordinario ciascun membro della famiglia, quando Monte-Cristo faceva visita nella strada Meslay.
Massimiliano  entrato ora, n' vero, signora? dimand il conte.
Credo di averlo veduto passare, s, riprese la giovine sposa; ma vi prego, chiamate Emmanuele.
Perdono, signora, bisogna che io salga al momento da Massimiliano, replic Monte-Cristo; ho da dirgli qualche cosa della pi alta importanza.
Andate dunque, fece ella, accompagnandolo con suo grazioso sorriso fin che non fu disparso per le scale.
Monte-Cristo raggiunse ben presto il secondo piano, che separava il pian terreno dall'appartamento di Massimiliano. Giunto sul pianerottolo ascolt, nessun rumore si faceva sentire. Come nella maggior parte delle case antiche abitate da un sol padrone, il pianerottolo non era chiuso che da una sola porta coi vetri, alla quale non v'era chiave. Massimiliano si era rinchiuso per di dentro, ed era impossibile penetrare al di l della porta, una tendina di seta rossa foderava i vetri. L'ansiet del conte si manifest per mezzo di un vivo rossore, sintomo di emozione poco ordinario presso questo uomo impassibile. Che fare? mormor egli. E riflett un minuto: Suonare? riprese egli; Oh! no! spesso il rumore di un campanello, vale a dire di una visita, accelera la risoluzione di quelli che si ritrovano nella situazione in cui dev'essere Massimiliano in questo momento ed allora al rumore del campanello risponde un altro rumore. Monte-Cristo fremette dalla testa ai piedi, e siccome in lui la risoluzione aveva la rapidit del lampo, dette un colpo col gomito contro un cristallo della invetrata, che and in pezzi, indi sollev la tendina, e vide Morrel davanti ad uno scrittoio con una penna in mano, che aveva fatto uno sbalzo sulla sua sedia al rumore del cristallo rotto. Non  niente, disse il conte, mille perdoni! caro amico, ho scivolato, e nello scivolare ho percosso col gomito sul cristallo; poich  rotto me ne approfitto per entrare da voi, non v'incomodate. E passando il braccio dal vano prodotto per la rottura del vetro, il conte apr la porta. Morrel si alz evidentemente contrariato, e venne incontro a Monte-Cristo pi per barricargli il passaggio che per andarlo a ricevere: In fede mia; disse Monte-Cristo strofinandosi il gomito, la colpa  dei vostri domestici, i vostri pianciti sono lisciati come gli specchi.
Vi siete ferito, signore? domand freddamente Morrel.
Non so. Ma che facevate dunque l? scrivevate? Io?
Voi avete le dita macchiate d'inchiostro.
S,  vero, rispose Morrel, ci mi accade qualche volta, quantunque io sia militare. Monte-Cristo fece qualche passo nell'appartamento, e Massimiliano fu obbligato di lasciarlo passare, ma lo segu. Voi scrivevate? riprese Monte-Cristo con uno sguardo impacciante per la sua immobilit.
Ho gi avuto l'onore di dirvi di s, disse Morrel.
Il conte gett uno sguardo intorno a s. Le vostre pistole di fianco al calamaio? disse egli, mostrando col dito a Morrel le armi poste sul suo scrittoio.
Parto per un viaggio, rispose con dispetto Massimiliano.
Amico mio! disse Monte-Cristo con una voce piena di una infinita dolcezza. Signore?
Amico mio, non fate risoluzioni estreme, ve ne supplico.
Io risoluzioni estreme! disse Morrel stringendo le spalle, che ritrovate di risoluzione estrema in un viaggio?
Massimiliano, disse Monte-Cristo, deponiamo ciascun di noi la maschera che in questo momento portiamo. Massimiliano, non abusate di questa calma di comando pi di quello che non abuso di voi colla mia frivola sollecitudine. Capirete bene, che per aver fatto ci che ho fatto, per aver rotto un vetro, violato il segreto della camera di un amico, bisognava che avessi una reale inquietudine, o piuttosto una terribile convinzione? Morrel, voi volevate uccidervi.
Bah! disse Morrel fremendo. Di dove cavate queste idee?
Vi dico che volevate uccidervi, continu il conte col medesimo tuono di voce, ed eccone la pruova. Ed avvicinandosi allo scrittoio, sollev il foglio bianco che il giovine aveva gettato sulla lettera incominciata, e prese la lettera. Morrel si slanci per levargliela di mano. Ma Monte-Cristo prevedeva il movimento, e lo prevenne afferrando Massimiliano per un polso e fermandolo come la catena di acciaio ferma la molla nel mezzo della sua evoluzione.
Vedete bene, che volevate uccidervi, Morrel, disse il conte; ci sta scritto!
Ebbene! grid Morrel, passando senza transizione dall'apparenza della calma alla espressione della violenza; ebbene! quando ci fosse, quando avessi risoluto di voltar su di me la canna di questa pistola, chi me lo impedir? chi avr il coraggio d'impedirmelo? quando io dir: Tutte le mie speranze sono rovinate; il mio cuore  spezzato, la mia vita  estinta, non vi  pi che lutto e disgusto intorno a me; la terra  divenuta cenere, ogni voce umana mi dilania; quando dir;  una piet lasciarmi morire, perch se non mi lasciate morire, perdo la ragione, diventer pazzo! Vediamo, dite, signore, quando dir cos, quando si vedr che lo dico con le angosce e le lagrime del cuore, mi si risponder forse; avete torto? Mi si impedir di non esser pi infelice? dite, signore, dite; avreste forse voi questo coraggio?
S, Morrel, fece il conte con una voce, la cui calma contrastava stranamente colla esaltazione del giovine.
Voi! grid Morrel, con una espressione crescente di collera e di rimprovero; voi che mi avete ingannato con una assurda speranza, che mi avete trattenuto, cullato, addormito con vane promesse, mentre avrei potuto con qualche colpo rumoroso, con qualche estrema risoluzione, salvarla, o almeno vederla morir fra le mie braccia; voi che affettate tutti gli espedienti dell'intelligenza, tutte le potenze della materia; voi che rappresentate, o che almeno fate sembiante di rappresentar sulla terra un emissario della Provvidenza, e che non avete neppur il potere di dare un contraveleno ad una giovanetta avvelenata! ah! in verit, signore, mi fareste piet, se non mi fareste orrore!
Morrel!...
S, mi avete detto di deporre la maschera, ebbene! siate soddisfatto, la depongo. S, quando mi avete seguito al cimitero, s ho ancora risposto, perch il mio cuore  buono; quando siete entrato qui, vi ho lasciato venire fin qui... Ma poich venite a bravare fin dentro la mia camera, ove mi era ritirato come dentro una tomba; poich apportate una nuova tortura a me, che credeva di averle stancate tutte, conte di Monte-Cristo, mio preteso benefattore, conte di Monte-Cristo, salvatore universale, siate soddisfatto, vedrete morire il vostro amico.
E Morrel, col sorriso della demenza sulle labbra, si slanci una seconda volta verso le pistole. Monte-Cristo, pallido come uno spettro, ma coll'occhio abbagliante di luce, stese la mano sulle armi, e disse all'insensato:
Ed io, ed io vi ripeto che non vi ucciderete!
Impeditemelo dunque! replic Morrel con un ultimo slancio, che come il primo, venne ad infrangersi contro il braccio d'acciaio del conte.
Ve lo impedir!
Ma chi siete dunque per arrogarvi questo tirannico diritto verso le creature viventi e pensanti?
Chi sono io? ripet Monte-Cristo. Ascoltate, sono il solo uomo al mondo che abbia il diritto di dirvi: Morrel, non voglio che oggi muoia il figlio di tuo padre. E Monte-Cristo, maestoso, trasfigurato, sublime, si avanz colle due braccia incrociate verso il giovine, che palpitante suo malgrado per la possanza di quest'uomo, rincul di un passo!
Perch parlate di mio padre? balbett egli, perch mischiate la rimembranza di mio padre con ci che mi accade oggi?
Perch io son quello che salv la vita a tuo padre, un giorno che voleva uccidersi come oggi il vuoi tu; perch io sono quell'uomo che mand la borsa alla tua giovane sorella, ed il Faraone al vecchio Morrel; perch io sono Edmondo Dants che ti ha fatto scherzare sulle sue ginocchia, quando eri fanciullo! Morrel fece ancora un passo in addietro vacillante, anelante, soffocato, oppresso; indi d'un subito le sue forze lo abbandonarono, e, con un grido, cadde prosternato ai piedi di Monte-Cristo: poscia in quella ammirabile natura si fece un movimento di rigenerazione improvvisa e compiuta: si rialz, balz fuori della camera, e si precipit nella scala gridando con tutta la forza della sua voce: Giulia! Giulia! Emmanuele! Emmanuele!
Monte-Cristo volle slanciarsi a sua volta, ma Massimiliano si sarebbe piuttosto fatto uccidere che lasciare la maniglia della porta che tirava a s il conte. Alle grida di Massimiliano, Giulia, Emmanuele ed alcuni domestici accorsero spaventati. Morrel li prese per le mani, e riaprendo la porta: In ginocchio! grid egli con voce soffocata dai singulti; in ginocchio! questi  il salvatore, questi  il benefattore di nostro padre! egli ..., stava per dire: egli  Edmondo Dants! Il conte lo ferm afferrandogli un braccio. Giulia si slanci sulla mano del conte, Emmanuele lo abbracci come un nume tutelare; Morrel cadde per la seconda volta alle sue ginocchia e batt colla fronte la terra. Allora l'uomo di bronzo sent il suo cuore dilatarsi nel petto, un getto di fiamma divorante si part dalla sua gola, e gli sal agli occhi, chin la testa, e pianse.
Avvenne in questa camera, e per alcuni momenti, un concerto di lagrime e di gemiti sublimi. Giulia fu appena rimessa dalla profonda emozione che aveva provata, che balz fuori della camera, discese un piano, corse alla sala con gioia ineffabile, e sollev la campana di cristallo che ricopriva la borsa data dallo sconosciuto nella casa dei viali di Meillan. In questo mentre Emmanuele con voce interrotta diceva al conte: Oh! signor conte, come mai, sentendoci parlare cos spesso del nostro sconosciuto benefattore, come mai vedendoci ricordare la sua memoria con tanta riconoscenza ed adorazione, come mai avete aspettato fino ad oggi per farvi riconoscere? Oh! questa  crudelt verso di noi, ed oserei quasi dire, signor conte, verso di voi medesimo.
Ascoltate, amico mio, disse il conte, ed io posso chiamarvi cos, poich, senza che voi lo pensaste, siete amico mio da undici anni; la scoperta di questo segreto  stata la conseguenza di un grande avvenimento, che voi dovete ignorare. Dio mi  testimonio, che avrei desiderato tenerlo nascosto nel fondo del mio cuore per tutto il tempo della mia vita. Vostro fratello Massimiliano me lo ha strappato per mezzo di violenze di cui si pente, ne sono sicuro.
Indi vedendo Massimiliano che si era gettato in un angolo contro un sof, restando per sempre in ginocchio:
Vegliate su lui, soggiunse a bassa voce Monte-Cristo, stringendo in modo significativo la mano di Emmanuele.
Perch questo? domand il giovine meravigliato.
Non posso dirvi di pi; ma vegliate su lui.
Emmanuele gir per la camera uno sguardo circolare, e scoperse le pistole di Morrel. I suoi occhi si fissarono spaventati su queste armi, ch'egli design a Monte-Cristo, levando lentamente un dito alla loro altezza.
Monte-Cristo chin la testa. Emmanuele fece un movimento verso le pistole: Lasciate, disse il conte.
Indi andando da Morrel, lo prese per la mano; i movimenti tumultuosi che avevano per un momento scosso il cuore del giovine, avevan ceduto il posto ad uno stupore profondo. Giulia risal, ella teneva in mano la borsa di seta, e due lagrime brillanti e gioiose le rilucevano sulle guance, come due gocce di mattutina rugiada.
Ecco la reliquia, diss'ella; non crediate ch'essa mi sia men cara dopo che mi  stato rivelato il salvatore.
Figlia mia, rispose Monte-Cristo arrossendo, permettetemi di riprendere questa borsa; dopo che voi conoscete i lineamenti del mio viso, non voglio essere ricordato alla vostra memoria che per mezzo dell'affezione che vi prego d'accordarmi.
Oh! disse Giulia stringendo la borsa sul suo cuore, no, no, ve ne supplico, perch un giorno potete lasciarci, perch un giorno disgraziatamente, ci lascerete, non  vero?
Ci avete indovinato, signora rispose Monte-Cristo sorridendo; fra otto giorni, avr lasciata questa citt, ove tante persone che avevano meritata la vendetta celeste vivevano felici, mentre mio padre moriva di fame e di dolore.
Annunziando la sua vicina partenza, Monte-Cristo teneva gli occhi fissi su Morrel, e not che queste parole, avr lasciata questa citt, erano state dette senza togliere Morrel dal suo letargo; cap allora che bisognava sostenere un'ultima lotta col dolore del suo amico, e prendendo le mani di Giulia e di Emmanuele, ch'egli riun stringendole fra le sue, disse loro colla dolce autorit di un padre:
Miei buoni amici, vi prego di lasciarmi solo con Massimiliano. Questo era un mezzo per Giulia di portar via questa preziosa reliquia, di cui Monte-Cristo dimenticava di parlare. Ella trascin vivamente seco suo marito:
Lasciamoli, diss'ella. Il conte rimase solo con Morrel, che restava immobile come una statua.
Vediamo, disse il conte toccandogli una spalla col suo dito di fiamma, Massimiliano, ritornate finalmente un uomo?
S, perch comincio nuovamente a soffrire.
La fronte del conte si corrug, abbandonato, come il sembrava, ad una cupa esitazione:
Massimiliano! Massimiliano! queste idee in cui t'ingolfi sono indegne di un cristiano.
Oh! tranquillatevi, amico, disse Morrel rialzando la testa e mostrando al conte un sorriso di una ineffabile tristezza, non son pi io che cercher la morte.
Cos, non pi armi, non pi disperazione?
No, poich ho di meglio, per guarirmi dal mio dolore, che la canna di una pistola o la punta di un coltello.
Povero pazzo!... che avete dunque?
Ho lo stesso mio dolore che mi uccider.
Amico, disse Monte-Cristo con una malinconia eguale alla sua, ascoltatemi. Un giorno in un momento di disperazione, io, come te, volli uccidermi. Tuo padre un giorno egualmente disperato, ha pure voluto uccidersi. Se qualcuno avesse voluto dire a tuo padre, nel momento che dirigeva la canna della pistola verso la sua fronte; se qualcuno mi avesse voluto dire, quando rigettavo dal mio letto il pane del prigioniero che non aveva toccato da tre giorni; se qualcuno finalmente in quei supremi momenti ci avesse voluto dire: Vivete, e verr un giorno in cui sarete felici, ed in cui benedirete la vita; da qualunque parte ci fosse venuta questa voce, noi l'avremmo accolta col sorriso del dubbio o coll'angoscia della incredulit; eppure quante volte tuo padre abbracciandoti, non ha benedetta la vita? quante volte io stesso...
Ah! grid Morrel interrompendo il conte, voi non avevate perduta che la vostra libert, mio padre non aveva perdute che le sue ricchezze; e io? io ho perduto Valentina.
Guardami, Morrel, disse Monte-Cristo con quella solennit che in certe occasioni lo faceva cos grande e persuasivo; guardami, non ho n lagrime sugli occhi, n febbre nelle vene; eppure ti vedo soffrire, Massimiliano, vedo soffrir te, che amo come amerei un mio figlio. Ebbene! ci non ti dice, Morrel, che il dolore  come la vita, e che al di l vi  sempre qualche cosa di sconosciuto? Ora se ti prego, se ti ordino di vivere, Morrel,  nella convinzione che un giorno tu mi ringrazierai di averti conservata la vita.
Mio Dio! grid il giovine, che mi dite mai, conte, fate attenzione, forse non avete mai amato?
Fanciullo! rispose il conte.
Con amore, riprese Morrel, io m'intendo. Io sono soldato da che sono uomo, sono giunto fino ai 29 anni senza amare, perch nessuna delle sensazioni che ho provato fin l merita di chiamarsi amore. Ebbene! a 29 anni ho veduto Valentina; dunque l'amo da quasi due anni; ho potuto leggere tutte le virt di figlia e di donna scritte dalla mano stessa del Signore in quel cuore aperto per me come un libro. Conte, vi era per me, con Valentina, una felicit infinita, immensa, sconosciuta; una felicit troppo grande, troppo superiore a questo mondo, poich questo mondo non me l'ha data; ci  quanto dire che, senza Valentina, non vi  per me sulla terra che disperazione e desolazione.
Io vi dico di sperare, ripet il conte.
State guardingo, allora, ripeter io pure, disse Morrel, perch voi cercate a persuadermi, e mi farete perdere la ragione; perch mi fareste credere ch'io posso rivedere Valentina. Il conte sorrise.
Amico mio, padre mio, grid Morrel, esaltato, state in guardia, vi ripeter per la terza volta, poich l'ascendente che prendete su di me mi spaventa: state in guardia sul senso delle vostre parole, perch ecco qua, i miei occhi si rianimano, il mio cuore si riaccende e rinasce. State in guardia, perch mi farete credere a cose soprannaturali. Io vi obbedirei se mi comandaste di rialzare la pietra sepolcrale della figlia della vedova; camminerei sulle onde come l'apostolo, se mi faceste segno colla mano di camminare sui flutti; state in guardia perch io obbedirei!
Spera, amico mio, ripet il conte.
Ah! disse Morrel ricadendo da tutta l'altezza della sua esaltazione nell'abisso della sua tristezza, ah! vi prendete giuoco di me: fate come queste buone madri, o per meglio dire, come queste madri egoiste che calmano con parole melliflue i dolori del fanciullo, perch le sue grida le stancano. No, amico mio, no, io aveva torto di dirvi di stare in guardia, no, non temete di niente, seppellir il mio dolore con tanta cura nel pi profondo del petto, lo render cos oscuro e segreto, che non avrete neppur la pena di compiangermi. Addio, amico mio; addio!
Al contrario, disse il conte, da questo momento, Massimiliano, tu vivrai vicino a me, e con me, e non mi lascerai pi, e fra otto giorni avremo lasciata dietro di noi la Francia.
E mi dite sempre di sperare?
Ti dico sempre di sperare, perch so il mezzo di guarirti.
Conte, voi mi rattristate anche di pi, se  possibile: non vedete come resultato del colpo che mi percuote se non che un dolore sciocco, e credete consolarmi con un mezzo sciocco, un viaggio.
E Morrel scosse la testa con una sdegnosa incredulit.
Che vuoi che ti dica? riprese Monte-Cristo. Ho fiducia nelle mie promesse, lasciami fare l'esperienza.
Conte, voi prolungate la mia agonia, ecco tutto.
Cos, disse il conte, debole cuore che sei, non hai la forza di regalare al tuo amico qualche giorno per la prova che vuol tentare! Vediamo, sai di che cosa  capace il conte di Monte-Cristo? sai che egli comanda molte potenze terrestri? sai che egli ha abbastanza fede in Dio per ottenere dei miracoli da colui che ha detto che l'uomo colla fede, pu sollevare una montagna? ebbene! questo miracolo che io spero, aspettalo, oppure...
Oppure... ripet Morrel.
Oppure guardati, Morrel, ti chiamer ingrato.
Conte, abbiate piet di me.
Ho talmente piet di te, Massimiliano, ascoltami bene, ho talmente piet di te, che se non guarisci dentro un mese, giorno per giorno, ora per ora, rammenta bene le mie parole, Morrel, io stesso ti metter davanti alla canna di due pistole cariche, o ad una tazza del pi sicuro veleno d'Italia, di un veleno pi infallibile, pi pronto, credimi, di quello che ha uccisa Valentina.
Me lo promettete?
S, perch io pure sono un uomo, io pure ho sofferto, io pure come ti ho detto, volli morire, e spesso, anche dopo che si  allontanato da me l'infortunio, io pure ho pensato alle delizie del sonno eterno.
Voi dunque mi promettete ci con sicurezza, conte?
Non tel prometto, ma tel giuro, disse Monte-Cristo.
Fra un mese, sul vostro onore, se non sar consolato, mi lascerete libero della mia vita, e qualunque cosa io faccia, non mi chiamerete ingrato?
Fra un mese, in questo stesso giorno, Massimiliano, fra un mese, in questa stessa ora, la data  sacra, Massimiliano, oggi siamo al 5 di settembre; ed oggi son dieci anni che io salvai tuo padre che voleva morire.
Morrel afferr le mani del conte e le baci; il conte lo lasci fare, come se avesse conosciuto che questo tratto gli era dovuto. Fra un mese, continu Monte-Cristo, tu avrai sulla tavola, davanti alla quale saremo entrambi assisi, delle buone armi ed una morte dolce; ma in compenso mi prometti di aspettar fino a quell'ora e di vivere?
Oh! a mia volta, grid Morrel, ve lo giuro!
Monte-Cristo attir il giovine sul suo cuore e ve lo tenne lungamente: Ed ora, disse egli, da questo giorno tu verrai a dimorar meco; prenderai l'appartamento di Hayde, e una figlia almeno sar sostituita da mio figlio.
Hayde! disse Morrel; e che  dunque avvenuto di lei?
Ella  partita questa notte. Per lasciarvi?
Per aspettarmi... tienti dunque pronto a venirmi a raggiungere alla strada dei Campi-Elisi, e fammi uscire di qui senza che io sia veduto da alcuno. Massimiliano abbass la testa ed obbed, come un fanciullo o come un apostolo.
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Capitolo 105. LA DIVISIONE.
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In questa casa della strada di San-Germano dei Prati, che Alberto de Morcerf aveva scelto per sua madre e per lui, il primo piano composto di un piccolo appartamento completo, era dato in fitto ad un personaggio molto misterioso.
Era un uomo di cui lo stesso portinaro non aveva mai potuto vedere il viso, sia che entrasse o che uscisse; poich l'inverno immergeva il mento in una di quelle cravatte rosse che portano i cocchieri delle buone famiglie, quando aspettano i loro padroni all'uscita del teatro, e l'estate si soffiava sempre il naso, precisamente nel momento in cui avrebbe potuto esser veduto nel passare davanti al casotto del portinaro. Bisogna dirlo, contro tutte le abitudini in uso, quest'inquilino di casa, non era stato mai spiato da alcuno, poich correva la voce che questo incognito nascondesse un individuo di alta posizione e che aveva le braccia lunghe, ci fece rispettare le sue misteriose apparizioni.
Le sue visite erano ordinariamente ad epoche fisse, quantunque qualche volta fossero o anticipate o ritardate. Ma quasi sempre, inverno o estate che fosse, verso le quattro p. m. egli prendeva possesso del suo appartamento, ove non passava mai la notte. Nell'inverno una discreta serva accendeva il fuoco alle tre e mezzo, e questa aveva la sopraintendenza dell'appartamento: nell'estate la stessa serva preparava il ghiaccio alle tre e mezzo. Alle quattro come abbiam detto, entrava il misterioso personaggio.
Venti minuti dopo di lui, una carrozza si fermava davanti alla casa; una donna vestita di nero o di blu scuro, ma sempre avviluppata in un gran velo, ne discendeva, passava come un'ombra davanti al posto del portinaro, saliva la scala, senza che si sentisse scrocchiare un solo scalino sotto il suo piede leggero. Non era mai accaduto che le si fosse domandato dove andava. Il suo viso, come quello dello sconosciuto, era dunque perfettamente estraneo alle due guardie della porta; questi portinari modelli erano i soli, forse, dell'immensa confraternita dei portinari della capitale, che fossero capaci di una simile discrezione. Non fa mestieri di dire ch'ella non saliva pi in alto del primo piano: picchiava ad una porta in un modo particolare; la porta si apriva, poi si richiudeva ermeticamente, e tutto era fatto.
Per uscire dall'appartamento, la stessa manovra che per entrarvi. La sconosciuta usciva per la prima, sempre velata, e risaliva nella sua carrozza, che alle volte partiva da una parte, alle volte da un'altra della strada; indi, venti minuti dopo, lo sconosciuto uscendo egli pure immerso nella cravatta, o nascosto nel fazzoletto spariva egli pure.
La dimane del giorno in cui il conte di Monte-Cristo aveva fatta la sua visita a Danglars, giorno in cui fu data sepoltura a Valentina, l'abitante misterioso entr verso le dieci della mattina, invece di rientrare, come il solito, verso le quattro p. m. Quasi subito dopo, e senza conservare l'ordinario intervallo, giunse una carrozza di piazza e la dama velata sal rapidamente la scala. La porta si apr e si chiuse. Ma prima ancora che la dama fosse entrata, ella aveva esclamato: Oh! Luciano! oh amico mio! Di modo che il portinaro, che senza volerlo aveva intese queste esclamazioni, seppe allora per la prima volta che il suo pigionale si chiamava Luciano; ma siccome era un portinaro modello, si promise di non dirlo neppure a sua moglie: Ebbene! che c', mia cara amica? domand quello di cui la confusione e la fretta della dama velata avevan scoperto il nome al portinaro, parlate, dite.
Amico mio, posso contar su di voi?
Certamente, e lo sapete bene; ma che c'? il vostro biglietto di questa mattina mi ha gettato in una terribile perplessit. Questa precipitazione, questo disordine del vostro scritto; vediamo, tranquillatevi, o spaventate me pure del tutto!
Luciano, un grande avvenimento! disse la dama fissando su Luciano uno sguardo scrutatore; il signor Danglars  partito questa notte. Partito il signor Danglars! e dove  andato? L'ignoro.
Come! lo ignorate?  dunque partito per non ritornar pi? Senza dubbio! alle dieci di sera, i suoi cavalli lo hanno condotto alla barriera Charenton, l egli ha ritrovata una berlina di posta con i cavalli gi attaccati, vi  montato dentro col suo cameriere, dicendo al cocchiere che andava a Fontainebleau.
Ebbene! che dicevate dunque?
Aspettate, amico mio; mi ha lasciata una lettera!
Una lettera? S, leggetela. E la baronessa cav dalla sua borsa una lettera dissigillata che present a Debray.
Debray, prima di leggerla, esit un momento, come se avesse voluto tentare di indovinare ci ch'essa conteneva, o piuttosto come se, qualunque fosse il contenuto, avesse gi presa una risoluzione. Dopo qualche secondo le sue idee erano certamente fissate, perch lesse. Ecco che cosa conteneva questo biglietto, che aveva gettato un cos gran turbamento nel cuore della signora Danglars.
Signora e fedelissima sposa.
Senza pensarvi, Debray si ferm e guard la baronessa, che arross fino agli occhi: Leggete, diss'ella.
Debray continu.
Quando riceverete questa lettera, non avrete pi marito! Oh! non prendete l'allarme con troppo calore; non avrete pi marito come non avete pi figlia: vale a dire che sar sopra una delle 30, o 40 strade che conducono fuori della Francia. Io vi debbo delle spiegazioni, e siccome siete donna da comprenderle benissimo, ve le dar. Attenta dunque! Questa mattina mi  sopraggiunto un rimborso di cinque milioni, ed io l'ho fatto: un altro quasi della stessa somma lo ha susseguito quasi immediatamente; l'ho aggiornato a domani, ed oggi parto per evitare questo domani, che sarebbe per me troppo pernicioso ad aspettarsi; capirete benissimo, signora e preziosissima sposa? Io dico capirete, perch voi conoscete i miei affari tanto bene quanto me, li sapete anzi meglio di me; atteso che, se si trattasse di dire dov' passata una buona met delle mie ricchezze, non ha guari ancora rilevanti, io ne sarei incapace, mentre voi al contrario, ne son certo, ve ne caverete perfettamente. Poich le donne hanno degli istinti di una sicurezza infallibile; esse spiegano, con un'algebra particolare che hanno inventato, anche il maraviglioso. Io che non conosco che le mie cifre, nulla ho pi saputo dal giorno in cui le mie cifre mi hanno ingannato.
Avete qualche volta ammirato la rapidit della mia caduta, signora? Siete rimasta un poco abbagliata da questa incandescente fusione delle mie verghe d'oro? ve lo confesso, non vi ho veduto che fuoco; speriamo che abbiate ritrovato un poco d'oro fra queste ceneri. Con questa consolante speranza mi allontano, signora e prudentissima sposa, senza che la mia coscienza mi rimproveri menomamente l'abbandonarvi: a voi restano degli amici, le ceneri di cui vi parlava, e, per colmo di felicit, la libert, che mi affretto a restituirvi. Per, signora,  giunto il momento di porre in questo paragrafo una parola d'intima spiegazione. Fin che io ho sperato che voi lavoravate pel bene della nostra casa, per la fortuna di nostra figlia, ho chiusi gli occhi, ma siccome avete fatto della mia casa una vasta rovina, non voglio servire alla fondazione della fortuna degli altri: vi ho presa ricca, ma poco onorata. Perdonatemi di parlarvi con franchezza, ma siccome probabilmente non parlo che per noi due, non vedo il perch dovrei foderare le mie parole. Ho aumentata la nostra fortuna, che per anni  andata sempre in aumento, fino al momento in cui, catastrofi sconosciute, inintelligibili anche per me, son venute a prendersela corpo a corpo, ed a rovesciarla, senza che io possa dire che vi sia stato menomamente colpa mia.
Voi, signora, avete lavorato soltanto ad accrescere la vostra, e vi siete riuscita; io ne son moralmente convinto: vi lascio dunque come vi ho presa, ricca, ma poco onorata.
Addio, io pure da questo giorno, lavorer per conto mio. Credete a tutta la mia riconoscenza per l'esempio che mi avete dato, e che io seguir.
Vostro affezionatissimo marito.
Barone Danglars
La baronessa aveva seguito cogli occhi Debray, durante questa lunga e penosa lettura; ella aveva veduto, ad onta del suo potere ben conosciuto su di lui, il giovine cambiare una o due volte di colore. Quando ebbe finito ripigli lentamente la lettera, e riprese la sua abitudine pensierosa:
Ebbene? domand la signora Danglars con una ansiet facile a comprendersi.
Ebbene! signora, ripet macchinalmente Debray.
Che idea v'ispira questa lettera?
Oh! questo  ben semplicissimo, mi ispira l'idea che il signor Danglars  partito con dei sospetti.
Senza dubbio; ma ci  quanto avete a dirmi?
Non vi capisco, disse Debray con una freddezza di ghiaccio.
Egli  partito! partito del tutto! per non ritornar pi!
Oh! fece Debray, non lo credete, baronessa.
No, ve lo dico io, non ritorner pi. Lo conosco,  un uomo inamovibile in tutte le risoluzioni che partono dal suo interesse. Se mi avesse giudicata utile a qualche cosa, mi avrebbe presa seco. Egli mi lascia a Parigi, e questo  il segno che la nostra separazione pu servire ai suoi disegni; ella  dunque irrevocabile, io son libera per sempre, aggiunse la signora Danglars colla stessa espressione di preghiera.
Ma Debray, invece di rispondere, la lasci in quella angosciosa interrogazione dello sguardo e del pensiero: Oh! diss'ella finalmente, voi non mi rispondete, signore?
Non ho che una domanda a farvi, che contate di divenire?
Lo chiedeva a voi stesso, rispose la baronessa palpitando.
Ah! fece Debray,  dunque un consiglio che chiedete a me?
S, disse la baronessa col cuore serrato.
Allora se mi chiedete, un consiglio, vi consiglio di viaggiare.
Di viaggiare! mormor la signora Danglars.
Certamente; come ha detto Danglars, voi siete ricca, e perfettamente libera. Un'assenza da Parigi sar necessaria assolutamente, almeno per quanto credo; dopo lo strepitoso fracasso che hanno fatto i due matrimoni andati a monte di madamigella Eugenia, e la duplice sparizione di vostra figlia e di vostro marito.  soltanto necessario che tutta la societ sappia che siete povera, e vi creda abbandonata; perch non si menerebbe buona, alla moglie del banchiere fallito, la sua ricchezza, e l'opulenza della sua casa. Per primo caso, basta che restiate a Parigi soltanto 15 giorni, raccontando specialmente a tutti che siete stata abbandonata, e raccontando ai vostri migliori amici, che andranno a ripeterlo ovunque, in che modo siete stata lasciata; indi partirete dal vostro palazzo, lasciandovi tutti i gioielli, i crediti della vostra dote, e ciascuno loder il vostro disinteressamento. Allora vi sapranno abbandonata, e vi crederan povera; poich io solo conosco la vostra situazione finanziaria, e son pronto a rendervi i vostri conti da socio leale. La baronessa pallida, atterrita, aveva ascoltato questo discorso con tanto spavento e disperazione, quanta era stata la calma e l'indifferenza che vi aveva impiegata Debray nel pronunziarlo: Abbandonata! ripet ella, oh! da vero abbandonata... s, avete ragione, signore, e nessuno avr dubbi sul mio abbandono. Queste furono le sole parole che questa donna cos altera, cos violenta pot rispondere a Debray. Ma ricca, anzi ricchissima, continu Debray cavando dal suo portafogli e stendendo sul tavolo alcune carte in esso contenute. La signora Danglars lo lasci fare, essendo solo occupata a contenere i battiti del cuore, ed a ritenere le lagrime che sentiva spuntare all'angolo delle palpebre. Ma finalmente il sentimento della dignit la vinse nella baronessa; e se non riusc a comprimere il cuore, ottenne almeno di non versare una lagrima.
Signora, disse Debray, son circa sei mesi che siamo in societ, voi avete somministrato il capitale dei fondi in centomila franchi; nel mese d'aprile di questo anno ebbe luogo la nostra societ: in maggio cominciarono le nostre operazioni.
In maggio abbiam guadagnato 450 mila franchi In giugno l'utile  montato a 900 mila franchi In luglio abbiamo fatta un'aggiunta di un milione e 700 mila franchi; lo sapete, fu sui fondi di Spagna. In agosto perdemmo, sul principio del mese, 300 mila franchi ma il 15 dello stesso mese li abbiamo riguadagnati, ed alla fine abbiamo preso la nostra rivincita, perch i nostri conti, messi in chiaro, dal giorno della nostra associazione fino a ieri, in cui li ho chiusi, ci danno un attivo di due milioni e 400 mila franchi, vale a dire un milione e 200 mila franchi per ciascuno. Ora, continu Debray, compulsando il libro de' conti col metodo e la tranquillit di un agente di cambio, troviamo 80 mila franchi dei frutti di questa somma rimasta fra le mie mani...
Ma, interruppe la baronessa, che son questi frutti, quando non si  mai messa questa somma a cambio?
Vi chiedo scusa, signora, disse freddamente Debray; aveva da voi l'autorizzazione di far fruttare questo danaro, e me ne son prevalso. Sono dunque altri 40 mila franchi di vostra parte sugl'interessi, pi i cento mila franchi del primo capitale di fondo, vale a dire, un milione e 340 mila franchi di vostra parte. Ho avuta la cautela ieri l'altro di mobilizzare tutto il vostro danaro; non  molto tempo, come vedete, e si sarebbe detto che io dubitava di essere in breve chiamato a rendervi i conti. Il vostro danaro  l; met in biglietti di banca, met in boni al latore: ho detto l, ed  vero, perch, siccome non credeva la mia casa abbastanza sicura, siccome non credeva i notari abbastanza segreti, e le propriet parlano ancora pi dei notari, e siccome finalmente voi non avevate il diritto di comprare niente n di posseder niente fuori della comunione coniugale; io ho custodita tutta questa somma, che in oggi forma il vostro stato, in una cassetta sigillata nel fondo di questo armadio, e per maggior sicurezza ho fatto da falegname io stesso. Adesso, continu Debray, aprendo prima l'armadio, e poi la cassetta, adesso, signora, ecco qui 800 biglietti da mille franchi l'uno, che rassomigliano, come vedete, ad un grosso album rilegato in ferro; vi unisco un mazzetto di biglietti sulle rendite per 25 mila franchi, indi una cambiale di 110 mila franchi che eccola qui, sul mio banchiere, a vista al latore, e siccome il mio banchiere non  il signor Danglars, cos la cambiale sar pagata, potete star tranquilla. La signora Danglars prese macchinalmente la cambiale a vista, i boni sulle rendite, ed il pacco di biglietti di banca. Questa enorme fortuna sembrava ben poca cosa, disposta l sul tavolo. La signora Danglars, con gli occhi asciutti, ma il petto gonfio di singulti, la riun, chiuse l'astuccio d'acciaio nella borsa, mise i biglietti sulle rendite, e la cambiale a vista nel suo portafogli, ed in piedi, pallida e muta, aspettava una dolce parola che la consolasse per essere cos ricca. Ma ella aspett invano. Ora, signora, disse Debray, voi avete una esistenza magnifica, qualche cosa che si accosta ad una rendita di 60 mila franchi, il che diventa enorme per una donna che non potr tener societ almeno per un anno. Questo  un privilegio per tutte le fantasie che vi passeranno per la mente: senza calcolare, che se trovate che la vostra parte non sia sufficiente, potete venire ad attingere nella mia, signora, ed io sono disposto ad offrirvela; oh! a titolo di prestito, ben inteso, tutto ci che possedo, vale a dire un milione e 60 mila franchi sono a vostra disposizione.
Grazie, signore, rispose la baronessa; capirete bene che mi avete rimesso molto di pi di quel che bisogna ad una povera donna che non conta per molto tempo di ricomparire nella societ... Debray fu per un momento meravigliato, ma si rimise, fe' un gesto, che si poteva spiegare per un mezzo di esprimere in una formula anche pi civile questo pensiero. Farete come pi vi piacer. La signora Danglars aveva forse fino allora sperato qualche cosa, ma quando vide il gesto di noncuranza ch'era sfuggito a Debray, e lo sguardo obliquo da cui esso era stato accompagnato, come pure la riverenza profonda, ed il significante silenzio che lo seguirono, rialz la testa, apr la porta, e senza furore, senza scosse, come senza esitazione, si slanci per la scala, sdegnando per fino d'indirizzare un ultimo saluto a colui che la lasciava partire in questo modo. Bah! disse Debray quando ella fu partita, bei disegni che son questi! ella rester nel suo palazzo, legger dei romanzi e giuocher al Faraone, non potendo pi giuocare alla borsa. E riprese il suo libro dei conti, tirando un rigo sulle somme che aveva pagate.
Mi resta un milione e 60 mila franchi, diss'egli. Che disgrazia che madamigella di Villefort sia morta! quella giovinetta mi sarebbe convenuta sotto tutti i rapporti, ed io l'avrei sposata. E flemmaticamente, secondo la sua abitudine, aspett che fossero passati venti minuti dopo la partenza della signora Danglars per uscir a sua volta. Durante questi venti minuti, Debray non fece che cifre tenendo sulla tavola e vicino a lui l'orologio da taschino. Quel personaggio diabolico che ogni fortunata immaginazione avrebbe potuto creare con maggiore o minore felicit, se Lesage non ne avesse presa la propriet in un capo d'opera, Asmodeo, che toglieva i coperchi dalle case per vedervi dentro, avrebbe goduto di un singolare spettacolo se avesse tolta, al momento in cui Debray faceva le sue cifre, la crosta della piccola casa della strada San-Germano dei Prati. Al disopra di questa camera in cui Debray aveva fatta la sua divisione colla signora Danglars di due milioni e mezzo, vi era un'altra camera popolata egualmente da abitanti di nostra conoscenza, che han rappresentata una parte molto importante negli avvenimenti da noi raccontati. In questa camera vi erano Merceds ed Alberto. Merceds aveva fatto molti cambiamenti in pochi giorni, non gi che anche nei tempi della maggior ricchezza, ella fosse attaccata al fasto orgoglioso che spicca visibilmente in tutte le condizioni, e fa s che non si riconosca pi la donna tosto ch'ella vi comparisce sotto abiti pi semplici; non gi nemmeno ch'ella fosse caduta in quello stato di depressione in cui si cade quando si  costretti di rivestire la livrea della miseria; no, Merceds era cambiata, perch il suo occhio non brillava pi, perch la sua bocca non sorrideva pi, perch finalmente un perpetuo impaccio arrestava sulle sue labbra la rapida parola che altre volte lasciava sempre preparata.
Non era la povert che avviliva lo spirito di Merceds: non la mancanza di coraggio che le rendeva pesante la sua povert. Merceds discesa dal centro in cui viveva, perduta nella novella sfera che si era scelta, come quelle persone che escono da una sala splendidamente illuminata per passare subitaneamente nelle tenebre, Merceds sembrava una regina discesa dal suo palazzo in una capanna, e che, ridotta al puro necessario, non si riconosceva n dal vasellame di argilla, ch'era obbligata di portare da s sulla tavola, n dalla cuccetta succeduta al suo letto. Di fatto la bella Catalana, o la nobile contessa, non aveva pi n il suo sguardo fiero, n il suo grazioso sorriso, perch, chiudendo gli occhi su ci che la circondava, non vedeva che oggetti affliggenti. Era una camera parata con una di quelle carte a chiaro e scuro grigio, che i proprietari economi scelgono di preferenza come le meno facili a sporcarsi, era un pavimento senza tappeti, mobili che richiamavan l'attenzione, e costringevano la vista a fermarsi sulla povert di un falso lusso, tutte cose finalmente che rompevano coi loro tuoni disaccordi l'armonia cos necessaria ad occhi abituati ad un insieme elegante. La signora de Morcerf viveva l dal momento che aveva abbandonato il suo palazzo; la testa le girava in questo eterno silenzio, come gira ad un viaggiatore che si ritrova sull'orlo di un abisso; accorgendosi che ad ogni minuto Alberto la guardava di nascosto per giudicar dello stato del cuore, ella si era obbligata ad un monotono sorriso delle labbra, che in assenza di quel fuoco cos dolce del sorriso dei suoi occhi, faceva l'effetto di una semplice riverberazione di luce, vale a dire di una chiarezza senza colore. Dal canto suo, Alberto era preoccupato, impacciato, legato da un avanzo di lusso, che gl'impediva d'essere della condizione sua attuale; egli voleva uscire senza guanti, e ritrovava le mani troppo bianche; voleva correre per la citt a piedi, e ritrovava gli stivali troppo ben verniciati. Per queste due creature cos nobili e cos intelligenti, riunite indissolubilmente dai legami dell'amor materno e filiale, erano riuscite ad intendersi senza parlar di niente e ad economizzare tutte le preparazioni che si devono fra amici, per istabilire quella verit materiale da cui dipende la vita. Alberto finalmente aveva potuto dire a sua madre senza farla impallidire: Madre mia, non abbiam pi danaro.
Merceds non aveva mai pi conosciuta la vera miseria, ella stessa aveva spesso in giovent parlato di povert; ma non era la stessa cosa; bisogno e necessit sono due sinonimi fra i quali vi  una grandissima diversit. Ai Catalani, Merceds aveva bisogno di mille cose, ma non mancava mai di certe altre. Fino a che le lenze erano buone si prendeva pesce, fino a che si vendeva pesce, si prendeva filo per formar delle reti. E poi isolata da amici, non avendo che un amore, il quale non entrava per nulla nelle materiali particolarit della sua situazione, si pensava a s, ciascuno a s, nient'altro che a s. Merceds, del poco che aveva, ne faceva parte tanto generosamente quant'era possibile: in oggi ella aveva da fare due parti, e con niente. L'inverno si avvicinava, Merceds in questa camera nuda e di gi fredda non aveva fuoco, ella a cui un calorifero a mille branche riscaldava poco prima tutta la casa, dalle anticamere fino al gabinetto. Ella non aveva neppure un piccolo fiore, ella, il cui appartamento si poteva dire una stufa calda, popolata di fiori a prezzo d'oro! Ma ella aveva un figlio!... L'esaltazione di un dovere forse esagerato, li aveva sostenuti fin l nelle sfere superiori. L'esaltazione  quasi un entusiasmo, e l'entusiasmo rende insensibili alle cose della terra. Ma l'entusiasmo si era sedato, ed era stato necessario di ridiscendere a poco a poco dal paese dei sogni al mondo della realt. Bisognava finalmente parlare del positivo, dopo avere esausto l'ideale. Madre mia, diceva Alberto nello stesso tempo che la signora Danglars discendeva la scala, contiamo un poco le nostre ricchezze, se vi aggrada: ho bisogno di un totale per riscaldarmi ai miei disegni.
Totale: niente, disse Merceds con un doloroso sorriso.
Non pu essere, madre mia; totale: primieramente tre mila franchi ed ho la pretensione con tre mila franchi di preparare a noi due una adorabile esistenza.
Fanciullo, sospir Merceds.
Eh! mia buona madre, disse il giovine, pur troppo io vi ho speso molto danaro per conoscerne ora il prezzo!  una cosa enorme, vedete, tre mila franchi, ed ho fabbricato su questa somma un avvenire miracoloso d'eterna sicurezza.
Voi parlate cos, amico mio, continu la povera madre: ma prima di tutto accetterem noi questa somma di tre mila franchi? disse Merceds arrossendo.
Questa  cosa convenuta, mi sembra, disse Alberto con tuono fermo; l'accettiamo tanto pi che non l'abbiamo, perch essi sono, come ben sapete, sepolti nel giardino di quella piccola casa dei viali di Meillan, a Marsiglia. Con 200 franchi, continu Alberto, andremo entrambi a Marsiglia.
Con 200 franchi! lo credete voi, Alberto?
Oh! in quanto a questo ho prese le mie informazioni all'ufficio delle diligenze e dei battelli a vapore, ed i miei calcoli sono fatti. Voi fisserete il vostro posto per Chlons nel coup, vedete, madre mia, che vi tratto da regina; 35 franchi Alberto prese una penna e scrisse.
Coup di qui a Chlons franchi 35. Da Chlons a Lione, col battello a vapore 6.
Da Lione ad Avignone sempre col battello a vapore 16. Da Avignone a Marsiglia 7. Spese di strada 50. Totale franchi 114.
Mettiamo centoventi, soggiunse Alberto sorridendo, vedete che son generoso, n' vero, madre mia?
Ma tu, mio povero figlio?
Io? e non avete veduto che mi riserbo 80 franchi? Un giovine, madre mia, non ha bisogno di tanti comodi; so del resto che cosa  il viaggiare.
In carrozza di posta, e col tuo cameriere?
In ogni modo, madre mia...
Ebbene! sia, disse Merceds, ma questi 200 franchi?
Questi 200 franchi eccoli, e di pi, eccone ancora altri 200 franchi Sentite, ho venduto il mio orologio, cento franchi, e la catena 300: come son fortunato! delle catenelle che valgono tre volte l'orologio. Sempre per la famosa istoria delle cose superflue. Eccoci dunque ricchi, poich invece di 114 franchi che vi abbisognavano per fare il vostro viaggio, ne avete 250.
Ma dobbiamo pagare qualche cosa in questa casa?
Trenta franchi, ma li pago io, sui miei 150: questa  cosa convenuta; e poich a tutto rigore non mi abbisognano che 80 franchi per fare il mio viaggio, vedete che io nuoto nel lusso. Ma qui non  tutto: che dite di questo, madre mia?
Ed Alberto cav da un piccolo portafogli con fermaglio d'oro (unico resto della sua antica galanteria, o fors'anche qualche tenero ricordo di una di quelle donne che battevano alla piccola porta) un biglietto di mille franchi
Che cosa  questo? domand Merceds.
Un biglietto di mille franchi, madre mia.
Ma di dove ti vengono questi mille franchi?
Ascoltate, madre mia, ma non vi commovete troppo.
Ed Alberto si alz, and a baciare sua madre nelle guance, e si ferm a guardarla: Voi non vi potete formare un'idea, madre mia, del come vi ritrovo bella! disse il giovine con un profondo amor filiale; siete in verit la pi bella, come siete la pi virtuosa delle donne che ho conosciute.
Caro figlio, disse Merceds, sforzandosi invano di trattenere una lagrima che le spuntava dal ciglio.
In verit, non vi mancava che di divenire infelice per cambiare il mio amore in adorazione.
Non sono infelice, fin che mi resta mio figlio, disse Merceds; non sar infelice fin che l'avr.
Ah! precisamente, disse Alberto; ma ecco ove comincia la prova, sapete ci che abbiam convenuto?
Abbiam dunque convenuto qualche cosa?
Si  convenuto che voi abiterete Marsiglia, e che io partir per l'Affrica, ove invece del nome che ho lasciato, mi far il nome che ho assunto. Merceds mand un sospiro: Ebbene! madre mia, da ieri sono ingaggiato negli Spahis, aggiunse il giovine abbassando gli occhi con una certa vergogna, poich non sapeva egli stesso quanto v'era di sublime nel suo abbassamento, o piuttosto ho creduto che il mio corpo era mio, e che poteva venderlo: mi sono venduto, come si dice, aggiunse egli tentando di sorridere, pi caro di quel che non credeva di valere, vale a dire per duemila franchi
Per cui questi mille franchi?... disse fremendo Merceds.
Son la met della somma, madre mia, l'altra verr fra un anno. Merceds alz gli occhi al cielo con una espressione, che nessuna cosa saprebbe indicare, e le due lagrime trattenute agli angoli delle sue palpebre, sgorgarono sotto l'emozione interna, e caddero silenziosamente lungo le sue guance: Il prezzo del sangue! mormor ella.
S, se io sar ucciso, disse ridendo Morcerf; ma ti assicuro, mia buona madre, che al contrario sono nella intenzione di difendere vigorosamente questa mia povera pelle; non mi sono mai sentito tanta buona volont di vivere, come in questo momento.
Mio Dio! mio Dio! fece Merceds.
Del resto, perch dunque volete che io sia ucciso, madre mia? forse che Lamorcire, quest'altro Ney del mezzogiorno  stato ucciso? forse che Changarnier  stato ucciso? forse che Bedeau  stato ucciso? forse che Morrel, che noi conosciamo,  stato ucciso? Pensate dunque alla vostra gioia, madre mia, quando mi vedrete ritornare con un'uniforme ricamata! vi dichiaro che con quella sar superbo, e che ho scelto questo reggimento per galanteria.
Merceds sospir, mentre si sforzava di sorridere; ella capiva, questa santa madre, che stava male a lei il lasciar portare a suo figlio tutto il peso del sacrificio.
Ebbene dunque! riprese Alberto, capite, madre mia, ecco gi pi di quattromila franchi assicurati per voi; con questi vivrete due buoni anni.
Lo credi tu? disse Merceds. Queste parole erano sfuggite alla contessa, e con un dolore cos vero, che il loro vero senso non isfugg ad Alberto. Egli sent restringersi il cuore, e prendendo la mano di sua madre, la stringeva teneramente fra le sue: S, voi vivrete, diss'egli.
Vivr, disse Merceds, ma tu non partirai, n' vero?
Madre mia, io partir, disse Alberto, con voce placida e ferma; voi mi amate troppo per non lasciarmi ozioso ed inutile; d'altra parte io mi sono firmato.
Tu farai a seconda della tua volont, figlio, ed io far secondo la volont di Dio.
Non gi secondo la mia volont, madre mia, ma secondo la ragione, secondo la necessit. Noi siamo due creature disperate, non  vero? Che cosa  pi la vita per voi in oggi? niente. Che cosa  pi la vita per me? Oh! ben poca cosa senza di voi, madre mia; credetelo; perch senza di voi questa vita, avrebbe cessato dal giorno in cui concepii qualche dubbio sull'onore di mio padre, e ne rinnegai il nome! Finalmente io vivo, se voi mi promettete di sperare ancora; se mi lasciate la cura della vostra futura felicit, voi raddoppierete la mia forza. Allora andr laggi a ritrovare il governatore dell'Algeria;  un cuore leale e soprattutto eminentemente soldato: gli racconter la mia lugubre istoria, lo pregher d'andar voltando di tempo in tempo gli occhi alla parte ove io sar, e s'egli mi mantiene la parola, s'egli mi guarda quando io combatto, prima che compian sei mesi, o sar morto o sar uffiziale. Se sono uffiziale la vostra sorte  assicurata, madre mia, perch allora avr del danaro per voi e per me, e di pi un nuovo nome di cui saremo orgogliosi, poich quello sar il vostro vero nome. Se sono ucciso... cara madre, voi morirete se vi piace, ed allora i nostri infortunii avran termine nei loro stessi eccessi.
Sta bene, rispose Merceds col suo nobile ed eloquente sguardo: hai ragione, figlio mio; proviamo a certe persone che ci stanno ad osservare, e che aspettano le nostre azioni per giudicarci, che noi siam per lo meno degni di essere compianti.
Ma, bando ad ogni funebre idea, cara madre! grid il giovine: vi giuro che siamo, o almeno che potremo essere felicissimi: siete una donna piena ad un tempo di spirito e di rassegnazione; io sono divenuto semplice nei miei gusti, e senza passioni, almeno spero. Una volta al servizio, eccomi ricco. Una volta che sarete in casa del signor Dants, eccovi tranquilla. Proviamo! ve ne prego, madre mia.
S, proviamo, figlio mio, perch tu devi vivere, perch tu devi esser felice, rispose Merceds.
Per cui, madre mia, ecco fatta la nostra divisione, aggiunse il giovine affettando uno sguardo di comodit; possiam partire oggi stesso. Andiamo, come vi ho detto, ho fermato il vostro posto.
Ma il tuo, figlio mio?
Debbo ancora restar qui altri due o tre giorni, madre mia; questo sar un principio di separazione, ed abbiamo bisogno di abituarci; mi necessitano alcune raccomandazioni, alcune informazioni sull'Algeria; vi raggiunger a Marsiglia.
Ebbene! sia cos, partiamo! disse Merceds avviluppandosi nel solo scialle che aveva portato seco, e che per caso si trovava di essere nero e di gran valore; partiamo!
Alberto raccolse in fretta le sue carte, suon per pagare i trenta franchi che doveva al padron di casa, ed offrendo il braccio a sua madre, discese la scala. Qualcuno discendeva davanti a loro; e sentendo di seta sugli scalini, si rivolt.
Debray! mormor Alberto.
Voi, Morcerf! rispose il segretario intimo del ministro, fermandosi sullo scalino su cui si ritrovava.
La curiosit la vinse in Debray sul desiderio di conservare l'incognito. Sembravagli infatto curioso di ritrovare in questa casa remota quel giovine, la cui disgraziata avventura aveva fatta tanto chiasso in Parigi.
Morcerf! ripet Debray. Indi scorgendo nella mezza oscurit le forme ancor giovani di una donna velata:
Oh! perdono! soggiunse con un mezzo sorriso, vi lascio, Alberto. Questi cap il pensiero di Debray.
Madre mia, diss'egli voltandosi verso Merceds,  il signor Debray, segretario intimo del ministro dell'Interno, un mio antico amico.
Come! antico! balbett Debray; che volete dire?
Dico questo, signor Debray, perch in oggi non ho e non devo pi avere amici: vi ringrazio anzi moltissimo di avermi voluto riconoscere, signore. Debray risal due scalini, e venne a dare una energica stretta di mano al suo interlocutore: Credete, Alberto, diss'egli con tutta l'emozione che si pu avere, che io ho preso una parte profonda alla disgrazia che vi colpisce, e che mi metto a vostra disposizione in tutto per tutto.
Grazie, signore, disse sorridendo Alberto; ma in mezzo a questa disgrazia noi siam rimasti abbastanza ricchi per non aver bisogno di ricorrere a nessuno: lasciamo Parigi, e, pagato il nostro viaggio, ci rimangono ancora cinque mila franchi
Il rossore sal alla fronte di Debray, che portava un milione nel suo portafogli; e per quanto fosse poco poetico questo spirito esatto, non pot a meno di riflettere che la stessa casa aveva contenuto poco prima, due donne delle quali una, giustamente disonorata, se ne andava con un milione e 500mila franchi sotto le pieghe del suo scialle, e l'altra ingiustamente colpita, ma sublime nella sua infelicit, si riteneva ricca per pochi denari. Questo parallelo svi le sue combinazioni di gentilezza; la filosofia dell'esempio lo oppresse; balbett qualche parola di generica civilt, e discese rapidamente. Ma la sera stessa egli era gi compratore di una bella casa scelta sul baluardo della Maddalena, che dava una rendita di cinque mila lire. La dimane nell'ora in cui Debray firmava il contratto, cio verso le 5 p. m., la signora de Morcerf, dopo aver teneramente abbracciato suo figlio, e dopo essere stata teneramente abbracciata da lui, sal nel coup della diligenza, che si rinchiuse sur essa.
Un uomo era nascosto nel cortile dell'amministrazione Laffitte, dietro una di quelle finestre centinate del piano terreno che sormontano tutti gli ufficii: vide partire la diligenza, vide Alberto allontanarsi. Allora ei si pass la mano sulla fronte carica di dubbii, dicendo:
Ahim! con qual mezzo restituir a questi due innocenti la felicit che loro ho tolta?... Dio mi aiuter!
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Capitolo 106. LA FOSSA DEI LEONI.
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Uno dei quartieri della Force, quello che racchiude i detenuti pi arrischiosi e pi pericolosi, si chiama il cortile di San Bernardo. I prigionieri, nel loro gergo energico, l'hanno soprannominata la fossa dei leoni, probabilmente perch i detenuti che ivi sono racchiusi spesso mordono le inferriate, e non di rado i carcerieri.
Questa  una prigione nella prigione; le mura hanno una grossezza il doppio delle altre. Ogni giorno un carceriere esplora con somma cura le inferriate massicce; e si riconosce dalla persona erculea, dagli sguardi freddi ed incisivi dei guardiani, che sono stati scelti per regnare col terrore sul loro popolo, e con l'attivit della intelligenza. Il prato di questo quartiere  circondato da mura enormi, sulle quali penetra obliquamente il sole, quando si risolve a penetrare in questo golfo di laidume fisico e morale.  l, su questo prato che fin dalla mattina vanno errando pensierosi, feroci, impalliditi, come ombre, gli uomini che la giustizia tiene incurvati sotto la mannaia che sta aguzzando.
Si vedono addossarsi, raggrupparsi contro il muro, che assorbe e ritiene la maggior parte del loro calore; essi rimangono l, parlando a due a due, il pi spesso isolati coll'occhio rivolto incessantemente verso la porta, che si apre per chiamare qualcuno degli abitanti di questo lugubre soggiorno, o per vomitare nel golfo una nuova feccia tolta dal crogiuolo della societ. Il cortile di San Bernardo ha il suo parlatorio particolare,  un quadrato oblungo, diviso in due parti da due inferriate, piantate parallelamente a tre piedi di distanza l'uno dall'altra, di modo che il visitatore non possa stringere la mano del prigioniero, o passargli qualche oggetto. Questo parlatorio  oscuro, umido, ed orribile in tutti i punti, particolarmente quando si pensa alle orribili confidenze che sono passate per quelle inferriate, che hanno arrugginito il ferro delle sbarre. Per, questo luogo, per quanto sia spaventoso,  un eliso ove vengono a temperarsi, in una societ sperata, gustata, questi uomini ai quali son contati i giorni; tanto  raro che qualcuno esca dalla fossa dei Leoni, per andare in tutt'altro luogo che non sia la barriera San Giacomo, o la galera, o il carcere cellulare! In questo cortile che abbiam descritto, e che trasuda una fetida umidit, passeggiava, colle mani nelle saccocce del suo abito, un giovine osservato con molta curiosit dagli abitanti della fossa. Sarebbe passato per un giovine elegante pel taglio dei suoi abiti, se questi non fossero stati in lembi; per essi non erano usati, il panno era fino e lucido, e nei punti in cui era intatto, riprendeva facilmente il suo lustro sotto la mano accarezzante del prigioniero, che cercava di farne un abito nuovo. Applicava eziandio la stessa cura a chiudere una camicia di battista considerevolmente cambiata di colore dalla sua entrata in prigione; su i suoi stivali verniciati passava e ripassava un angolo di un fazzoletto con le iniziali ricamate e sormontate da una corona araldica. Alcuni pensionarii della fossa dei Leoni consideravano con manifesta premura la ricercata toletta del prigioniere: Osserva, ecco l il principe che si fa bello, disse uno dei ladri.
Egli  bellissimo naturalmente, disse un altro, e solo che avesse un pettine ed un poco di pomata, eclisserebbe tutti i signori dei guanti bianchi.
Il suo abito doveva essere ben nuovo, e gli stivali molto bene risplendere.  lusinghiero per noi l'avere di confratelli come si deve; e quei briganti di gendarmi son ben vili. Invidiosi! avere stracciata una toletta come quella!
Sembra che debba essere un soggetto famoso, disse un altro, egli ha fatto di tutto... e nel genere grande... viene di laggi, cos giovine! Ah!  una cosa superba!... E l'obbietto di questa schifosa ammirazione sembrava gustare gli elogi, o il vapore degli elogi, perch non sentiva le parole.
Terminata la sua toletta, si avvicin alla porta della cantina alla quale stava appoggiato il carceriere di guardia.
Vediamo, signore, diss'egli, prestatemi venti franchi, li riavrete ben presto; con me non si corre alcun rischio. Pensate che ho dei parenti che hanno pi milioni di quel che voi avete danari... Vediamo, venti franchi ve ne prego, affinch possa comprare un paio di pianelle ed una veste da camera. Io soffro orribilmente a stare sempre in abito e cogli stivali... che abito! signore, per un principe Cavalcanti.
Il guardiano gli volt il dorso, e si strinse nelle spalle; egli non rise neppur di queste parole che avrebbero fatto ilare ogni altra fronte; perch quest'uomo ne aveva intesi molti altri, o piuttosto aveva sempre udita la stessa cosa.
Andate, signore, siete un uomo senza visceri, ed io vi far perdere il vostro impiego. Questa parola fece rivolgere il guardiano, che questa volta si lasci sfuggire un gran scoppio di risa.
Allora i prigionieri si avvicinarono tutti, e fecero cerchio: io vi dico, continu Andrea, che con questa miserabile somma posso procacciarmi un abito ed una camera, affine di poter ricevere in un modo decente la visita illustre che aspetto da un momento all'altro.
Egli ha ragione! ha ragione! dissero i prigionieri... Perdinci! si vede ben ch' un uomo come si deve!
Ebbene! prestategli voi altri venti franchi! disse il guardiano appoggiandosi sull'altra sua spalla colossale, forse che non dovete ci ad un camerata?
Non sono il camerata di costoro, disse orgogliosamente il giovine, non m'insultate, non avete questo diritto!
Lo sentite? disse il guardiano con un sinistro sorriso, egli vi accomoda molto bene! prestategli dunque venti franchi!
I ladri si guardarono con un sordo mormorio, e una tempesta, provocata pi dalle parole del guardiano che da quelle di Andrea, cominci a rumoreggiare intorno al prigioniero aristocratico. Il guardiano, sicuro di poter padroneggiare il susurro, quando il tumulto si facesse troppo forte, li lasciava poco a poco alterarsi per fare un brutto giuoco all'importuno sollecitatore, e procurarsi cos una ricreazione durante la lunga guardia della sua giornata.
Di gi i ladri si avvicinavano ad Andrea, parte dicendo:
La ciabatta! la ciabatta! Crudele operazione, che consisteva a torturare con colpi non gi di ciabatta, ma di scarpa ferrata, un confratello caduto in disgrazia di questi signori. Gli altri proponevano l'anguilla; altro genere di ricreazione che consisteva nel riempire di sabbia, di sassolini, e di grossi soldi, quando ne avevano, un fazzoletto attorcigliato, che i carnefici scaricano come un flagello sulle spalle e la testa del paziente. Frustiamo il bel signore, dissero alcuni altri, il signor uomo onesto! Ma Andrea, volgendosi verso di loro, fece d'occhietto, gonfi colla lingua la sua guancia, e fe sentire un scoppietto con la lingua, che equivaleva a mille segni di convenzione, fra banditi, costretti a tacersi. Questo era un segno massonico che gli era stato insegnato da Caderousse. Essi lo riconobbero per uno dei loro. Tosto i fazzoletti ricaddero, la ciabatta ferrata rientr nel piede del principale aguzzino. S'intese qualche voce proclamare che il signore aveva ragione, che il signore poteva a modo suo essere un uomo onesto, e che i prigionieri volevano dare l'esempio di libert di coscienza.
L'ammutinamento addietr. Il guardiano ne fu talmente stupefatto che prese tosto Andrea per le mani e si mise a frugarlo, attribuendo a qualche manifestazione pi significante, di quel che all'affascinazione, questo cambiamento subitaneo degli abitanti della fossa dei Leoni. Andrea si lasci frugare non senza fare forti proteste. D'improvviso una voce si fe' subito sentire dalla porta: Benedetto! grid un ispettore. Il guardiano lasci la sua preda. Mi chiamano! disse Andrea. Al parlatorio! disse la voce.
Vedete se vengo visitato?.. Oh! mio signore, starete a vedere se si pu impunemente trattare un Cavalcanti come un uomo ordinario! Ed Andrea, traversando il cortile come un'ombra, si precipit alla porta, lasciando nella ammirazione i suoi confratelli ed il guardiano. Era di fatto chiamato al parlatorio, ed era cosa da meravigliarsene anche dallo stesso Andrea; poich l'astuto giovinetto, nel suo entrare alla Force, invece di usare, come le genti comuni, del benefizio di poter scrivere per farsi reclamare, aveva osservato il pi stoico silenzio. Io sono, diceva egli, evidentemente protetto da qualche potente; tutto me lo prova: questa fortuna improvvisa, la facilit con cui ho appianato tutti gli ostacoli, una famiglia improvvisata, un nome illustre divenuto mia propriet, l'oro che pioveva a me dintorno, le alleanze pi magnifiche promesse alla mia ambizione. Un momentaneo obblo della mia fortuna, l'assenza del mio protettore mi han perduto, ma non del tutto, non per sempre! La mano si  ritirata per un momento, essa deve ritornare su di me, o riafferrarmi di nuovo al momento in cui mi credeva vicino a piombare nel precipizio. Perch arrischier un'ultima imprudenza nello scrivere? forse mi alienerei il mio protettore! Egli possiede due mezzi per togliermi d'impaccio; l'evasione misteriosa comprata a prezzo d'oro, o sforzare la mano ai giudici per ottener la mia assoluzione. Aspettiamo a parlare ed operare che mi sia provato che sono stato abbandonato, e allora...
Andrea aveva fabbricato il suo disegno, che ben si pu credere abile; il disgraziato era intrepido all'attacco, ed astuto nella difesa. La miseria della prigione in comune, le privazioni di ogni genere, egli le aveva sopportate; per poco a poco il suo naturale, o piuttosto l'abitudine aveva preso il sopravvento. Andrea soffriva per ritrovarsi nudo, sporco, affamato, il tempo per lui era lungo. Fu in questo momento di noia che l'ispettore lo chiam al parlatorio. Andrea sent il suo cuore balzare di gioia. Era troppo presto perch quella fosse una chiamata del suo giudice istruttore, e troppo tardi perch fosse una chiamata del direttore delle prigioni o del medico. Dietro l'inferriata del parlatorio, ove Andrea fu introdotto, egli scoperse, coi suoi grand'occhi, dilatati ancor pi da un'avida curiosit, la figura cupa ed intelligente di Bertuccio, che guardava con una dolorosa meraviglia le inferriate, le porte sprangate, e l'ombra che si agitava dietro le sbarre incrociate.
Ah! fece Andrea toccato nel cuore.
Buon giorno, Benedetto, disse Bertuccio colla sua voce chiara e sonora. Voi! voi! disse il giovine guardando con ispavento intorno a s. Tu non mi conosci pi? disse Bertuccio, disgraziato! Silenzio! ma silenzio dunque! fece Andrea che conosceva la finezza dell'udito di quelle muraglie. Mio Dio, non parlate cos ad alta voce!
Tu vorresti parlar meco, disse Bertuccio, da solo a solo, non  vero? S, s! disse Andrea. Sta bene.
E Bertuccio frugando nella saccoccia, fece un segno ad un guardiano che si vedeva dietro la invetriata di un finestrello: Leggete! diss'egli.
Che cosa  quello? disse Andrea.
L'ordine di condurti in una camera e di installarviti, e di lasciarmi comunicare liberamente teco.
Oh! fece Andrea, balzando di gioia. E subito dopo, ripiegandosi su s stesso, diceva: Ancora il protettore sconosciuto! io non son dimenticato! si cerca il segreto, da poich mi si vuol parlare in una camera isolata. Essi sono in mio potere... Bertuccio  stato inviato dal protettore!
Il guardiano confer un momento con un superiore, indi apr le due porte sprangate, e li condusse in una camera del primo piano che guardava nel cortile; Andrea non stava pi in s dalla gioia. La camera era imbiancata a calce, come  l'uso delle prigioni; aveva un aspetto di allegria che sembrava raggiante al prigioniere. Un braciere, un letto, una cassa, una tavola, ne formavano il sontuoso mobilio. Bertuccio si assise sulla cassa, Andrea si gett sul letto; il guardiano si ritir.
Sentiamo, disse l'intendente, che cosa hai da dirmi?
E voi? disse Andrea.
Ma parla prima...
Oh! no; siete voi che avete molte cose da dirmi; poich siete venuto a trovarmi.
Ebbene! sia. Tu hai continuato il corso delle tue scelleratezze; hai rubato, hai assassinato...
Buono! Se  per dirmi tali cose che mi avete fatto condurre in una camera appartata, tanto valeva che non v'incomodaste; so tutte queste cose. Ve ne sono altre invece che non so. Parliamo di quelle, se vi aggrada. Chi vi ha mandato?
Oh! oh! voi andate per le corte, signor Benedetto.
Non  vero? e alla meta. Soprattutto risparmiamo le inutili parole. Chi vi manda? Nessuno.
E come sapeste che io era in prigione?
 molto tempo che ti aveva riconosciuto per quell'insolente zerbinotto che guidava tanto leggiadramente un cavallo ai Campi-Elisi.
I Campi-Elisi... Ah! ah! noi bruciamo, come si dice al giuoco della pinzetta... I Campi-Elisi!... A noi, parliamo un poco di mio padre, lo volete?
Chi sono io, dunque?
Voi, mio bravo signore, siete mio padre adottivo... Ma non siete voi, m'immagino, che avete disposto in mio favore di un centinaio di mille franchi che ho divorati in pochi mesi; non siete voi che mi avete provveduto di un padre italiano e gentiluomo; non siete stato voi che mi avete fatto entrare nella societ, e invitato ad un certo pranzo, che parmi ancora di mangiare, ad Auteuil, colla miglior compagnia di Parigi, con un certo procuratore del re, di cui ho avuto grandissimo torto a non coltivar la conoscenza, che in questo momento mi sarebbe stata utile; non siete stato voi finalmente che mi avete fatto garanzia per uno o due milioni, quando mi  accaduto l'accidente fatale della scoperta del vaso delle rose... Sentiamo, parlate, stimabile Corso, parlate...
Che vuoi tu ch'io ti dica? Io ti aiuter. Parlavi dei Campi-Elisi poco fa, mio degno padre putativo. Ebbene?
Ebbene! ai Campi-Elisi vi abita un signore molto ricco.
In casa del quale tu hai rubato ed assassinato, n' vero? Io credo di s. Il signor conte di Monte-Cristo.
Siete voi che lo avete nominato, come dice Racine... Ebbene! debbo gettarmi fra le sue braccia, soffocarlo contro il petto gridando: Padre mio! padre mio! come dice Pixrcourt?
Non scherziamo, rispose gravemente Bertuccio, e che un tal nome non sia qui in tal modo pronunziato.
Bah! fece Andrea un poco stordito dal sussiego e dall'attitudine del signor Bertuccio, e perch no?
Perch colui, che porta questo nome,  troppo favorito dal cielo per essere il padre di un miserabile qual siete.
Oh! oh! gran paroloni!... E grandi effetti se non avrete riguardi. Minacce!... non temo niente... io dir... Credete voi di avere a che fare con dei pigmei della vostra specie? disse Bertuccio con un tuono cos tranquillo, ed uno sguardo cos sicuro, che Andrea ne fu commosso fino al profondo delle viscere. Credete di aver che fare coi vostri scellerati compagni di galera, o coi vostri ingenui ingannati della societ?... Benedetto, siete in mani terribili; esse vogliono bens aprirsi per soccorrervi, profittatene. Non scherzate per col fulmine che per un momento depongono ma che possono riprendere, se tentate di incomodarle nel libero loro movimento.
Padre mio... voglio sapere chi  mio padre... disse l'ostinato; vi morir, se abbisogna, ma lo sapr. Che pu fare a me lo scandalo? del bene... del credito... dei reclami... come dice Beauchamp il giornalista. Ma voi altri, persone dell'alta societ, avete sempre qualche cosa da perdere nello scandalo, ad onta dei vostri milioni, e dei vostri stemmi gentilizi... A noi, chi  mio padre?
Son venuto per dirtelo.
Ah! grid Benedetto con gli occhi scintillanti di gioia.
In questo momento si apr la porta, ed il carceriere indirizzandosi a Bertuccio. Perdono, signore, diss'egli, ma il giudice d'istruzione aspetta il prigioniere.
 la chiusura del mio interrogatorio, disse Andrea al degno intendente, al diavolo l'importuno!
Io ritorner domani, disse Bertuccio. Andrea gli stese la mano, Bertuccio conserv la sua in saccoccia, solo vi fece risuonare alcune monete.
Era quel che voleva dirvi, fe' Andrea con un sorriso scomposto, ma soggiogato dalla strana tranquillit di Bertuccio.
Mi sarei sbagliato? disse a s stesso nel montare in carrozza oblunga colle persiane di ferro, che viene volgarmente chiamata il paniere dell'insalata: vedremo! cos a domani, aggiunse egli voltandosi verso Bertuccio.
A domani, rispose l'intendente.
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Capitolo 107. IL GIUDICE.
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Si ricorder il lettore che l'abate Busoni era rimasto solo con Noirtier nella camera mortuaria, e che il nonno ed il prete si eran costituiti i guardiani del corpo della giovinetta. Forse le esortazioni dell'abate, la sua dolce carit, la sua parola persuasiva avevan reso il coraggio al vecchio; poich dal momento ch'egli aveva potuto conferire col prete, invece della disperazione che sulle prime si era impadronita di lui, tutto annunziava in Noirtier una grande rassegnazione, una calma grandemente sorprendente per tutti quelli che si ricordavano l'affezione profonda portata da lui a Valentina. Il signor de Villefort non aveva pi veduto il vecchio dalla mattina di questa morte. Tutte le persone di servizio erano state rinnovate, un altro cameriere era stato impegnato per lui, un altro servitore per Noirtier; due donne erano entrate al servizio della signora de Villefort; tutti, perfino il portinaro ed il cocchiere offrivano visi nuovi che si erano eretti, per cos dire, fra i diversi padroni di questa casa maledetta, ed avevano intercettate le relazioni di gi molto fredde che v'erano fra di loro. D'altra parte le sedute si aprivano fra due o tre giorni, e Villefort, chiuso nel suo gabinetto, proseguiva con una febbrile attivit la procedura ordita contro l'assassino di Caderousse. Quest'affare, come tutti quelli in cui Monte-Cristo si ritrovava immischiato, aveva fatto gran rumore nella societ parigina. Le prove non erano convincenti, poich si fondavano sopra alcune parole scritte da un forzato moribondo, antico compagno di galera di quello che veniva accusato, e che poteva accusare il suo compagno o per odio o per vendetta: si era formata la sola coscienza del magistrato; il procurator del Re aveva finito col dare a s stesso la terribile convinzione, che Benedetto era colpevole, e ch'egli doveva cavare da questa difficile vittoria uno di quei godimenti di amor proprio, che sol potevano risvegliare un poco le fibre del suo cuore agghiacciato.
Il processo adunque s'istruiva, merc il lavoro incessante di Villefort, che voleva con questo fare l'apertura delle vicine sedute. Per cui era stato obbligato di star ritirato pi che mai, affin di evitare di rispondere alla prodigiosa quantit di domande che gli venivano indirizzate per ottenere dei biglietti d'udienza. E poi era scorso tanto poco tempo, da che la povera Valentina era stata trasportata nella tomba; il dolore della famiglia era ancora s recente, che nessuno si maravigliava di vedere il padre cos rigorosamente assorto nel suo dovere, cio nell'unica distrazione ch'egli poteva provare nel dolore. Una sola volta, ed era la dimane del giorno in cui Benedetto aveva ricevuto una seconda visita da Bertuccio, nella quale questi aveva dovuto nominargli suo padre; la dimane di questo giorno, (domenica) una sola volta, dicevamo, Villefort aveva veduto suo padre: fu nel momento in cui il magistrato, infuocato dalla fatica, era disceso nel giardino del suo palazzo; e cupo, curvo sotto un implacabile pensiero, simile a Tarquinio quando faceva saltare in aria colla sua bacchettina le teste dei papaveri pi elevati, il signor de Villefort col suo bastone abbatteva i lunghi ed inariditi steli delle rose d'ogni mese che ergevansi lungo i viali, come spettri di quei fiori cos brillanti nella stagione che era scorsa.
Gi pi d'una volta aveva percorso in lungo tutto il giardino, ed era giunto a quel famoso cancello che metteva sul recinto abbandonato, ritornando sempre per lo stesso viale, riprendendo sempre la sua passeggiata col medesimo passo e con lo stesso gesto, quando i suoi occhi si portarono macchinalmente verso la casa, nella quale sentiva scherzare rumorosamente suo figlio, ritornato dal collegio per passare la domenica ed il luned presso sua madre.
In questo movimento vide ad una delle finestre aperte, il signor Noirtier, che si era fatto trascinare nel suo seggiolone fin contro questa finestra per goder degli ultimi raggi di un sole ancor caldo che salutava i fiori morenti dei volubili, e le foglie arrossite delle vergini viti che tappezzavano il muro ed oltrepassavano la finestra. L'occhio del vecchio era fisso sur un punto solo che Villefort non iscopriva che imperfettamente. Questo sguardo di Noirtier era cos pieno di odio, cos selvaggio, cos ardente di impazienza, che il procuratore del Re, abile ad afferrare tutte le impressioni di questo viso che tanto ben conosceva, si allontan dalla linea che percorreva, per vedere su qual cosa o su qual persona cadeva questo significativo sguardo. Allora vide, sotto un gruppo di tigli coi rami gi quasi sguarniti, la signora de Villefort che, assisa con un libro in mano, interrompeva di tempo in tempo la sua lettura per sorridere a suo figlio, o per ribalzargli la palla elastica, che ostinatamente lanciava dalla sala nel giardino. Villefort impallid, poich cap che cosa voleva dire il vecchio. Noirtier guardava sempre lo stesso soggetto; ma all'improvviso il suo sguardo si port dalla moglie al marito, e Villefort stesso dovette allora soffrire l'attacco di quegli occhi fulminanti, che nel cangiare di oggetto, avean pure cambiato il linguaggio, senza tuttavolta perder niente della loro espressione minacciosa.
La signora de Villefort, estranea a tutte queste passioni i cui fuochi incrociati passavano al di sopra della sua testa, riteneva in quel momento la palla a suo figlio, facendogli cenno di venirla a prendere con un bacio; ma Edoardo si fece pregare lungamente, la carezza materna non gli sembrava probabilmente una ricompensa sufficiente per l'incomodo che doveva prendersi; finalmente si risolv, salt dalla finestra nel mezzo di un cespuglio di vainiglie e di margherite regine, e corse alla signora de Villefort colla fronte coperta di sudore: ella gli asciug la fronte, pos le sue labbra su questo quasi avorio, e rimand il fanciullo colla palla in una mano, e con un pugno di confetti nell'altra.
Villefort attirato da una invincibile attrazione, come l'uccello  attirato dal serpente, si avvicin alla casa; e secondo che si avvicinava, lo sguardo di Noirtier si abbassava seguendolo, ed il fuoco delle sue pupille sembrava prendere un tal grado di incandescenza, che Villefort si sentiva divorato da lui fino al fondo del cuore. Infatto si leggeva in questo sguardo un sanguinoso rimprovero, e nello stesso tempo una terribile minaccia. Allora le pupille e gli occhi di Noirtier si alzarono al cielo come se ricordasse a suo figlio un giuramento dimenticato. Sta bene! signore, replic Villefort dal fondo del cortile, sta bene! abbiate pazienza anche per un giorno; ci che ho detto  detto.
Noirtier parve sedato da queste parole, e i suoi occhi si voltarono con indifferenza da un'altra parte.
Villefort si sbotton violentemente l'abito che lo soffocava, si pass una mano livida sulla fronte e rientr nel suo gabinetto. La notte scorse fredda e tranquilla; tutti andarono a letto e dormirono come d'ordinario in questa casa. Solo, come egualmente d'ordinario, Villefort non and in letto quando vi andarono gli altri, e lavor fino alle cinque del mattino, per riveder gli ultimi interrogatorii fatti il giorno innanzi dai magistrati istruttori, e confrontare le deposizioni dei testimonii, ed a spargere la chiarezza in tutto il suo atto d'accusa, uno dei pi energici, e dei pi abilmente concepiti che avesse mai esteso.
Era la dimane il luned in cui doveva aver luogo la prima seduta della Corte delle Assise. Quel giorno, Villefort lo vide spuntare tetro e sinistro, e la sua luce bluastra venne a far rilucere sulla carta le linee tracciate con l'inchiostro rosso. Il magistrato che si era per un momento addormito, mentre la sua lucerna mandava gli ultimi sospiri, si risvegli al crepitio del lucignolo che stava per ispegnersi, colle dita umide ed imporporate come se le avesse intinte nel sangue: apr la finestra, una gran striscia color d'arancio traversava in lontano il cielo e troncava in due l'ombra dei sottili pioppi che si disegnavano sull'orizzonte. Nel campo del trifoglio, al di l del cancello dei marroni, un'allodola saliva verso il cielo, facendo sentire il suo canto chiaro e mattutino. L'aria umida dell'alba inond la testa di Villefort, e gli rinfresc la memoria:
Sar per oggi, diss'egli con uno sforzo; oggi l'uomo che terr la spada della giustizia nella sua mano, deve colpire ovunque si ritrovano dei colpevoli.
I suoi sguardi si portarono suo malgrado in traccia della finestra di Noirtier, la finestra in cui il giorno innanzi aveva veduto il vecchio. La tenda era tirata.
Eppure l'immagine di suo padre gli era talmente presente, che si volt a questa finestra chiusa come se fosse stata aperta, e tuttor vedesse il vecchio in atto di minacciare.
S, mormor egli, s, sii tranquillo.
La testa gli cadde sul petto, e colla testa cos inchinata, fe' il giro del gabinetto, indi finalmente si gett vestito sur un sof, meno per dormire che per ammorbidire le sue membra intirizzite dalla fatica, e dal freddo del lavoro che penetra fin dentro la midolla delle ossa.
Un poco per volta tutti gl'individui della famiglia si risvegliarono: Villefort, dal suo gabinetto, intese i successivi rumori che costituiscono, per cos dire, la vita della casa, le porte messe in movimento, il tintinnio del campanello della signora de Villefort che chiamava la cameriera, i primi gridi del fanciullo che si alzava allegro e contento, come sogliono fare tutti i fanciulli della sua et.
Villefort suon egli pure. Il nuovo cameriere entr da lui portandogli i giornali ed una tazza di cioccolata.
Che cosa mi portate? domand Villefort.
Una tazza di cioccolata. Non l'ho domandata, chi si prende dunque questa cura di me?
La signora; ella ha detto che il signore oggi parler molto senza dubbio nella causa dell'assassinio, e che avr bisogno di rinforzarsi.
Ed il cameriere depose sulla tavola vicina al sof, tavola come tutte le altre sopraccaricata di carte, la tazza d'argento dorata. Il cameriere usc. Villefort guard un momento la tazza con sembiante cupo, indi d'un subito la prese con un movimento convulsivo, e ne bevve d'un solo fiato il contenuto. Si sarebbe detto che egli sperava che questa bevanda fosse stata mortale, e che chiamava la morte per liberarlo da un dovere che gli comandava una cosa pi difficile del morire: indi si alz e passeggi pel suo gabinetto con una specie di sorriso, terribile a vedersi. Il cioccolato era inoffensivo, ed il signor de Villefort non ne prov alcun danno. L'ora della colazione giunse, ed il signor de Villefort non comparve a tavola. Il cameriere rientr nel gabinetto. La signora fa avvisato il signore, disse egli, che sono suonate le undici, e che l'udienza  per mezzogiorno.
Ebbene! fece Villefort, avanti?
La signora ha fatta la sua toletta: ella  pronta, e chiede se andr in compagnia del signore?
E dove? Al palazzo. Per far che?
La signora dice che desidera assistere a questa seduta.
Ah! fece Villefort con un accento quasi spaventoso, il desidera! Il domestico rincul di un passo: Se il signore desidera uscire solo, andr a dirlo alla signora.
Villefort rest un momento muto, egli si raschiava colle unghie la pallida guancia circondata da una barba nera ebano. Dite alla signora, rispose egli finalmente, che io desidero di parlarle, e che la prego di aspettarmi nelle sue camere. S, signore. Poi ritornate per farmi la barba e per vestirmi. Sul momento. Il cameriere disparve di fatto per ricomparire, fece la barba a Villefort, e lo aiut a vestirsi solennemente di nero. Indi quando ci fu finito:
La signora ha detto che ella aspettava il signore tosto che avesse finito di vestirsi.
Vi vado. E Villefort, colle filze di carte sotto il braccio, col cappello in mano, si diresse verso l'appartamento di sua moglie. Alla porta egli si ferm, si asciug col fazzoletto il sudore che gli colava sulla livida fronte. Indi spinse la porta. La signora de Villefort era assisa sur un divano, sfogliando con impazienza dei giornali e degli opuscoli che il giovine Edoardo si divertiva a mettere in pezzi, prima ancora che sua madre avesse avuto il tempo di terminarne la lettura. Ella era completamente vestita per uscire; il cappello l'aspettava posto sopra una sedia, ella aveva messo i guanti. Ah! eccovi finalmente, disse colla sua voce naturale e tranquilla; mio Dio! quanto siete pallido, signore! dunque lavorate tutta la notte? perch non siete venuto a far colazione con noi? Ebbene! mi condurrete voi, o andr sola con Edoardo? La signora de Villefort, come si vede, aveva moltiplicate le domande per ottenere una risposta; ma il signor de Villefort era rimasto freddo e muto come una statua. Edoardo, disse Villefort fissando sul fanciullo uno sguardo imperativo, andate a scherzare nella sala, bisogna che io parli a vostra madre. La signora de Villefort vedendo questo freddo portamento, questo tuono risoluto, questi preparativi preliminari assai strani, fremette. Edoardo aveva alzata la testa, aveva guardato sua madre, vedendo che ella non confermava l'ordine del signor de Villefort, si era rimesso a tagliar la testa ai suoi soldati di piombo. Edoardo! grid il signor de Villefort cos rozzamente che il fanciullo balz sul tappeto, mi capite? andate!
Il fanciullo, che non era abituato a questo trattamento, si alz in piedi ed impallid, sarebbe stato difficile il dire se era la collera o la paura. Suo padre and da lui, lo prese per un braccio, e lo baci sulla fronte: Va, diss'egli, figlio mio, va. Il signor de Villefort and alla porta e la chiuse dietro a lui con doppio giro di chiave. Oh! mio Dio, fece la giovano sposa guardando suo marito fin nel profondo dell'anima, e sforzando un sorriso che agghiacci l'impassibilit di Villefort, che c' dunque?
Signora, dove mettete il veleno di cui vi servite ordinariamente? articol chiaramente e senza preamboli il magistrato, postosi fra la moglie e la porta. La signora de Villefort prov ci che deve provare la lodola quando vede il falco restringere i suoi cerchi mortali sulla testa. Un tuono rauco, tronco, che non era n un grido n un sospiro, le sfugg dal petto, ed ella impallid fino a diventar livida.
Signore, disse ella, io.... io non capisco. E siccome si era sollevata in un parossismo di terrore, in un secondo parossismo, senza dubbio pi forte del primo, si lasci ricadere sul cuscino del divano. Io vi domandava, continu Villefort con voce perfettamente tranquilla, in qual luogo nascondete il veleno col quale avete ucciso mio suocero il signor di Saint-Mran, mia suocera, Barrois, e mia figlia Valentina.
Ah! grid la signora de Villefort giungendo le mani, che dite mai? Non appartiene a voi l'interrogarmi, a voi sta il rispondere!
Al giudice o al marito? balbett la signora de Villefort.
Al giudice, signora! al giudice! Era uno spettacolo terribile il vedere il pallore di questa donna, l'angoscia del suo sguardo, il tremito di tutto il suo corpo.
Ah! signore! mormor ella, ah! signore!:.. e non disse altro.
Voi non rispondete, signora! grid il terribile interrogatore: indi soggiunse, con un sorriso che spaventava ancor pi della sua collera;  vero per che non negate!
Ella fece un movimento.
E non potreste negarlo, aggiunse Villefort, stendendo la mano verso di lei come per afferrarla in nome della giustizia; avete compiti questi diversi delitti con una impudente furberia, ma che per non poteva ingannare le persone disposte per la loro affezione ad esser cieche sul vostro conto. Fin dalla morte della signora de Saint-Mran, ho saputo che v'era un avvelenatore in casa mia, il signor d'Avrigny me ne aveva prevenuto; dopo la morte di Barrois, Dio mi perdoni, i miei sospetti si son portati sopra un altro, sur un angelo! i miei sospetti, che anche quando non vi  delitto, vegliano incessantemente accesi nel fondo del mio cuore, ma dopo la morte di Valentina non vi  pi alcun dubbio per me, signora, e non solo per me, ma ancora per altri; cos il vostro delitto conosciuto ora da due persone, sospettato da molti, diventer pubblico, e, come vi diceva or ora, non  pi un marito che vi parla,  un giudice!
La giovane sposa nascose il viso fra le mani. Oh! signore, ve ne supplico, non credete alle apparenze.
Sareste vile? grid Villefort con un accento di disprezzo. In fatto ho sempre notato che gli avvelenatori son sempre vili. Sareste vile, voi che avete avuto l'orribile coraggio di vedere spirare davanti ai vostri occhi due vecchi ed una giovanetta assassinata da voi?
Signore! Signore!
Sareste vile, continu Villefort con una crescente esaltazione, voi che avete contati uno a uno i minuti di quattro agonie? voi che avete combinato i vostri disegni infernali, rimescolate le vostre infami bevande con una abilit ed una precisione s miracolosa? Voi che avete s ben calcolato tutto, avreste dimenticato di calcolare una cosa sola, vale a dire che potevate essere condotta alla rivelazione dei vostri delitti? Oh! questo  impossibile, ed avrete riserbato qualche veleno pi dolce, pi sottile, e pi mortale degli altri, per isfuggire alla punizione che vi  dovuta... lo avrete fatto, almeno lo spero. La signora de Villefort si contorse le mani, e cadde in ginocchio. Lo so bene.... lo so bene, disse egli, confessate; ma la confessione fatta ai giudici, la confessione fatta nell'ultimo momento, la confessione fatta quando non si pu pi negare,  una confessione che non diminuisce niente la punizione che essi infliggono al colpevole!
La punizione! grid la signora de Villefort, signore! avete pronunziato due volte questa parola!
Senza dubbio. Forse che per essere quattro volte colpevole avete creduto di sfuggirla? forse che per essere la moglie di quello che domanda la punizione degli altri rei, avete creduto che la vostra punizione non vi sarebbe stata? No! signora, no! Chiunque sia, il patibolo aspetta l'avvelenatore, se soprattutto, come vi diceva poco fa, l'avvelenatore non ha avuto la cura di conservare per s qualche goccia del suo pi sicuro veleno. La signora de Villefort mand un grido selvaggio, e lo schifoso ed indomabile terrore invase i suoi lineamenti scomposti. Oh! non temete il patibolo, signora, disse il magistrato, se mi avete ben capito dovete avere capito che non potete morire sopra un patibolo. No, io non ho capito; cosa volete dire? balbett la disgraziata donna completamente atterrata.
Voglio dire, che la moglie del primo magistrato della capitale non macchier colla sua infamia un nome rimasto senza macchia, e non disonorer nel medesimo tempo suo marito e suo figlio.
No! oh! no? Ebbene! signora, questa sar una buona azione per parte vostra, ed io ve ne ringrazio.
Mi ringraziate, e di che? Di ci che avete detto.
E che cosa ho io detto? ho perduto la testa; non comprendo pi niente, mio Dio! mio Dio! Ed ella si alz coi capelli sparsi, e le labbra schiumose. Voi avete risposto, signora, a quella interrogazione che vi ho fatta entrando qui; dove avete il veleno di cui d'ordinario vi servite? La signora de Villefort alz le braccia al cielo, e batt convulsivamente le mani l'una contro l'altra: No, no, vocifer ella; no, voi non volete questo.
Ci che io non voglio, signora, si  che compariate al patibolo, capite? rispose Villefort.
Oh! signore, grazia!
Ci che io voglio,  che sia fatta giustizia. Io sono sulla terra per punire, signora, aggiunse egli con uno sguardo fiammeggiante, e tutt'altra donna, fosse ancora una regina, io la manderei al carnefice; ma per voi sar misericordioso: vi ho detto: non avete voi, signora, conservato qualche goccia del vostro veleno pi dolce, pi pronto, pi sicuro?
Oh! perdonatemi, signore, lasciatemi vivere!
Ella  vile, disse Villefort. Pensate che son vostra moglie! Io penso che voi siete un'avvelenatrice. In nome del cielo!.... No! In nome dell'amore che avete avuto per me! No! no!
In nome di nostro figlio! ah! lasciatemi vivere!
No! no! no! vi dico; se vi lascio vivere, verr un giorno che ucciderete lui come tutti gli altri.
Io! uccidere mio figlio! grid questa madre selvaggia slanciandosi verso Villefort; io uccidere il mio Edoardo!... ah! ah! ah! Ed un riso spaventoso, un riso di demonio, un riso di pazza comp la frase e si perd in un rantolo sanguinoso. La signora de Villefort era caduta ai piedi di suo marito. Villefort si era avvicinato a lei: Pensateci, signora, diss'egli, se al mio ritorno non  stata fatta giustizia, vi denunzio di mia propria bocca, e vi arresto colle mie proprie mani. Ella ascoltava anelante, abbattuta, oppressa; il suo occhio solo viveva in lei e copriva un fuoco terribile. Voi mi capite! disse Villefort; vado alla seduta per chiedere la morte d'un'assassino... Se al mio ritorno vi ritrovo viva, questa sera dormirete alla Conciergerie. La signora de Villefort mand un sospiro, i suoi nervi si distesero, ella stramazz sul tappeto. Il procurator del Re sembr provare un movimento di piet, la guard men severamente, ed inchinandosi leggermente ad essa: Addio, signora, diss'egli; addio! Questo addio cadde come un coltello mortale sul cuore della signora de Villefort. Ella svenne. Il procurator del Re usc, e, nell'uscire, chiuse la porta a doppio giro.
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Capitolo 108. LE ASSISE.
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L'affare di Benedetto, come si diceva allora al Palazzo e nella societ, aveva prodotto una enorme sensazione. Uno dei frequentatori del Caff di Parigi, del baluardo di Gand, e del bosco di Boulogne, il falso Cavalcanti, durante il tempo che era rimasto a Parigi, e nei due o tre mesi in cui aveva fatto un mondo di conoscenze. I giornali avevano raccontato le diverse stazioni del prevenuto nella sua vita di galera; ne risultava la pi viva curiosit, in tutti coloro particolarmente che avevan conosciuto di persona il principe Andrea Cavalcanti; per cui questi erano soprattutto risoluti ad arrischiare qualunque cosa per andare a vedere sul banco degli accusati il signor Benedetto, l'assassino del suo compagno di catena. Per molte persone, Benedetto era se non una vittima, almeno un errore della giustizia: si era veduto a Parigi il signor Cavalcanti padre, e si aspettava di vederlo di nuovo comparire per reclamare il suo illustre rampollo. Un buon numero di persone che non avevano mai inteso parlare del famoso soprabito alla polacca col quale era sbarcato presso il conte di Monte-Cristo, si erano sentiti colpire dall'aria di dignit, dalla nobilt, e dalla scienza di mondo che aveva mostrato il vecchio patrizio, il quale, bisogna dirlo, sembrava un signore perfetto, tutte le volte che non parlava o non faceva calcoli d'aritmetica.
In quanto allo stesso accusato, molte persone si ricordavano di averlo veduto cos amabile, cos bello, cos prodigo, ch'essi amavan meglio credere qualche macchinazione per parte di un nemico, come se ne trova in questo mondo, in cui le grandi fortune elevano i mezzi di fare il male ed il bene all'altezza del maraviglioso ed alla potenza dell'inaudito. Ciascuno accorse adunque alla seduta della Corte delle Assise, gli uni per gustare lo spettacolo, gli altri per commentarlo. Fin dalle sette del mattino si faceva la fila al cancello, ed un'ora prima dell'apertura della seduta, la sala era gi piena di persone privilegiate. Prima dell'ingresso della Corte, e qualche volta anche dopo, una sala d'udienza nei giorni dei grandi processi rassomiglia molto ad una sala di conversazione, in cui molte persone si riconoscono, si parlano, quando sono abbastanza vicini da non perdere i loro posti, si fanno segni quando son separati da un troppo gran numero di popolo, d'avvocati e di gendarmi. Era una di quelle magnifiche giornate di autunno che qualche volta ci compensano di un'estate assente o accorciata; le nubi che il signor de Villefort aveva vedute la mattina velare il sole nascente, si erano dissipate come per maga, e lasciavano risplendere in tutta la sua purezza uno degli ultimi, uno dei pi bei giorni di settembre.
Beauchamp, uno dei re della stampa e che per conseguenza ha il suo trono da per tutto, guardava coll'occhialino a dritta e a sinistra. Egli scoperse Chteau-Renaud e Debray che eran giunti a guadagnarsi le buone grazie di un sergente di citt, e lo avevano risoluto a mettersi dietro di loro invece di stargli davanti, come sarebbe stato di suo diritto. Il degno messo aveva odorato il segretario intimo del ministro ed il milionario; egli si mostr pieno di riguardi per i suoi nobili vicini, e lor permise anche di andare a fare una visita a Beauchamp, promettendo di conservare loro i posti. Ebbene! disse Beauchamp, noi dunque veniamo a vedere il nostro amico!
Eh! mio Dio! s! rispose Debray, questo degno principe; vadano al diavolo tutti i principi senza principato.
Un uomo che ha avuto Dante per genealogista, e che rimonta alla Divina Commedia!
Nobilt da corda, disse flemmaticamente Chteau-Renaud. Egli sar condannato, n' vero? domand Debray.
Eh! caro mio, rispose il giornalista,  a voi, mi sembra, che bisogna domandarlo: voi conoscete meglio di noi l'aria degli uffizii; avete veduto il presidente all'ultima soire del vostro ministro?
S. E che vi ha detto? Una cosa che vi maraviglier.
Ah! parlate dunque presto, amico caro,  tanto tempo che non abbiam pi detto niente su questo argomento.
Ebbene! mi ha detto che Benedetto, che si ritiene come una fenice di astuzia, come un gigante di furberia, non  che un borsaiolo molto subalterno, molto stupido, e del tutto indegno delle esperienze che si faranno, dopo la sua morte sopra i suoi organi frenologici.
Bah! fece Beauchamp; egli per rappresentava molto passabilmente la parte di principe.
Per voi Beauchamp, che detestate questi disgraziati principi e che siete incantato ogni qual volta potete ritrovare in loro dei modi cattivi; ma non per me che adoro per istinto la nobilt, e che rilevo una famiglia aristocratica, qualunque ella sia, da vero bracco del blasone.
Cos, non avete mai creduto al suo principato?
Alla sua aria da principe, s... al suo principato no.
Non c' male, disse Debray; vi assicuro che per tutt'altri che per voi poteva passare; l'ho veduto dai ministri.
Ah! s, disse Chteau-Renaud; s davvero che i nostri ministri se ne intendono di principi!
Vi  del buon senso in quanto dite Chteau-Renaud, rispose Beauchamp ridendo clamorosamente; la frase  corta, ma bella: vi chiedo il permesso di poterne usare nel mio rendi-conto.
Prendetela, mio caro Beauchamp, disse Chteau-Renaud, vi regalo la mia frase per quanto vale.
Ma, disse Debray a Beauchamp, se ho parlato al presidente, voi dovete aver parlato al procuratore del Re?
Impossibile! da otto giorni il signor de Villefort si tien celato; ci  naturale: questa strana sequela di dispiaceri domestici, coronati dalla morte non meno strana di sua figlia...
Morte strana! che dite dunque Beauchamp?
Ah! s, fate dunque l'interrogatore, sotto il pretesto che ci che accade fra la nobilt di toga non lo sapete, disse Beauchamp applicandosi la lente all'occhio e sforzandosi di tenerla ferma col solo sopracciglio.
Mio caro signore, disse Chteau-Renaud, permettetemi di dirvi che, per tenere cos la lente voi non siete della forza di Debray. Debray, date dunque una lezione al signor Beauchamp.
Osservate, disse Beauchamp, non mi sbaglio.
Che  dunque?  lei. Chi ? La si diceva partita. Madamigella Eugenia? domand Chteau-Renaud, sarebbe di gi ritornata?
No, ma sua madre. La signora Danglars?
Andiamo, disse Chteau-Renaud,  impossibile; dieci giorni dopo la fuga di sua figlia, tre giorni dopo il fallimento di suo marito! Debray arross leggermente e segu la direzione dello sguardo di Beauchamp.
Andiamo diss'egli,  una donna velata, una donna sconosciuta, qualche principessa straniera, forse anche la madre del principe Cavalcanti; ma voi dicevate o piuttosto volevate dire una cosa molto interessante, Beauchamp, mi sembra.
Io? S, parlavate della strana morte di Valentina.
Ah!  vero: ma perch la signora de Villefort non  qui?
Povera e cara donna! disse Debray, ella senza dubbio  occupata a distillare l'acqua di melissa, per gli ospedali, ed a comporre dei cosmetici per s e per le sue amiche: sapete che ella ha speso per questo divertimento due o tre mila scudi per anno, a quanto si assicura. Veniamo al fatto, avete ragione, perch non  qui la signora de Villefort? l'avrei veduta con molto piacere, amo molto questa donna.
Ed io, disse Chteau-Renaud, la detesto.
Perch? Non so niente. Perch si ama e perch si detesta? la detesto per antipatia. O sempre per istinto.
Pu darsi... ma torniamo a ci che dicevate, Beauchamp.
Ebbene? non siete curiosi di saper perch si muore cos spesso ed all'improvviso in casa Villefort?
Spesso! la parola  bella, disse Chteau-Renaud.
La parola  vera in casa del signor de Villefort, ma torniamo a lui.
In fede mia! disse Debray, vi confesso che non perdo di vista questa casa apparata a lutto da tre mesi, e ieri l'altro ancora, a proposito della morte di Valentina, la signora *** me ne parlava.
E chi  la signora ***? domand Chteau-Renaud.
La moglie del ministro; per bacco!
Ah! perdono, disse Chteau-Renaud, io non vado dai ministri, lascio andarvi i principi.
Voi non eravate che bello, ora diventate fulminante, caro barone; abbiate piet di noi, altrimenti ci brucerete come un altro Giove.
Non dir pi niente, disse Chteau-Renaud; ma che diavolo! abbiate piet di me, non mi date la replica.
Vediamo, cerchiamo di giungere alla meta del nostro dialogo, Beauchamp; vi diceva dunque che ieri l'altro la signora *** mi domandava delle informazioni su questo argomento; istruitemi, ed io istruir lei.
Ebbene! signori, se si muore cos spesso, io mantengo la frase, nella casa Villefort, ci  perch nella casa vi  un assassino. I giovani rabbrividirono poich gi pi d'una volta era loro venuta la stessa idea.
E chi  questo assassino? domandarono tutti ad un tempo.
Il giovine Edoardo. Uno scoppio di risa dei due uditori non isconcert in alcun modo l'oratore, che continu:
S, signori, il giovine Edoardo, fanciullo fenomeno-logico che uccide gi come il padre e la madre.
Questo  uno scherzo?
Niente affatto; ieri ho preso uno dei domestici che  uscito dalla casa del signor de Villefort: ascoltate bene questo.
Noi ascoltiamo.
E che io licenzio domani, perch mangia enormemente per rimettersi dal digiuno di terrore che si era imposto in quella casa. Ebbene? sembra che questo caro fanciullo abbia messo la mano su qualche boccetta di droghe di cui egli usa di tempo in tempo contro quelli che gli dispiacciono. Primieramente tocc al nonno ed alla nonna Saint-Mran, che gli dispiacquero, e loro vers alcune gocce del suo elixir: tre gocce bastano; indi tocc al bravo Barrois, vecchio servitore del Nonno Noirtier, il quale sgridava a quando a quando l'amabile monello; ei gli vers tre gocce del suo elixir; e fu fatta; cos accadde pure alla povera Valentina, che non lo sgridava, ma di cui egli era geloso: le vers tre gocce del suo elixir, e per essa come per tutti gli altri tutto fu finito.
Ma che diavol di racconto ci fate? disse Chteau-Renaud. S, disse Beauchamp, un racconto dell'altro mondo n' vero?  un'assurdit, disse Debray.
Ah! riprese Beauchamp, ecco che gi cercate mezzi dilatorii! che diavolo, domandatelo al mio domestico, o piuttosto a quello che domani non sar pi mio domestico; questa  la voce che corre in tutta la famiglia.
Ma questo elixir, dov'? qual ? Diamine! il fanciullo lo nasconde.
Dove l'ha preso? Nel laboratorio di sua madre.
Sua madre ha dunque dei veleni nel suo laboratorio?
Lo so io forse? mi fate delle domande da procurator del Re: ripeto ci che mi  stato detto, ecco tutto; vi cito nome ed autore: non posso far di pi; il povero diavolo non mangiava pi dallo spavento.
 incredibile!
Ma, no, mio caro, ci non  incredibile del tutto: avete veduto l'anno scorso quel fanciullo della strada Richelieu che si divertiva ad uccidere i suoi fratelli e le sue sorelle immergendo loro delle spille nelle orecchie mentre dormivano. La generazione che viene dopo di noi,  molto precoce, mio caro!
Caro mio, disse Chteau-Renaud, scommetto che voi non credete una parola di tutto ci che ci avete raccontato... Ma non vedo il conte di Monte-Cristo; come mai non  qui?
Egli  degenerato, fece Debray; e poi non vorr comparire davanti a tutti, che  stato ingannato da tutti questi Cavalcanti i quali sono venuti a lui con delle false lettere credenziali, di modo che egli si trova allo scoperto di un centinaio di migliaia di franchi, ipotecati sul suo principato.
A proposito, domand Beauchamp, come sta Morrel?
In fede mia, disse il gentiluomo, sono stato tre volte in casa sua, e non l'ho mai ritrovato, per sua sorella non mi  sembrata inquieta, e mi ha detto, con molto buon viso, che non lo ha pi veduto da due o tre giorni, ma che  certa ch'egli sta bene.
Ah! ora che vi penso! il conte di Monte-Cristo non pu venire nella sala! disse Beauchamp.
E perch? Perch egli  attore nel dramma.
Ma forse egli pur ha assassinato qualcuno? domand Debray.
Ma no,  lui, al contrario, che hanno voluto assassinare: sapete bene che uscendo dalla sua casa quel degno signore di Caderousse  stato assassinato dal suo giovine amico Benedetto: sapete bene che in casa sua fu trovato quel famoso gil nel quale era la lettera che venne a sconvolgere la sottoscrizione del contratto di matrimonio: vedetelo,  l tutto insanguinato come capo di convinzione. Ah! molto bene! Zitti! signori, ecco la Corte; ai nostri posti!
Infatto si fece sentire un gran rumore nel pretorio; il sergente di citt chiam i due protetti con un hem! energico, e l'usciere comparendo sulla soglia della sala delle deliberazioni, grid con quella voce aspra che gli uscieri avevano fin dal tempo di Beaumarchais: La corte, signori!
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Capitolo 109. L'ATTO D'ACCUSA.
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I giudici si collocarono ai loro seggi in mezzo al pi profondo silenzio; i giurati si assisero al loro posto; il signor de Villefort, oggetto dell'attenzione, e direm quasi dell'ammirazione generale, si pose col berretto in testa, sul suo seggio, girando uno sguardo tranquillo intorno a s. Ciascuno guardava con maraviglia questa figura grave e severa, sulla impassibilit della quale sembrava che i dolori personali non avessero alcuna possa, e si guardava con una specie di terrore quell'uomo estraneo all'emozioni dell'umanit. Gendarmi! disse il presidente, conducete l'accusato.
A queste parole, la pubblica attenzione divenne pi attiva, e tutti gli occhi si fissarono sulla porta dalla quale doveva entrare Benedetto. Ben presto questa porta si apr e comparve l'accusato. La impressione fu la stessa su tutti, e nessuno s'ingann alla espressione della sua fisonomia; i suoi lineamenti non portavano l'impronta di quella profonda emozione che fa affluire il sangue al cuore e scolora la fronte e le guance. Le mani, graziosamente poste, una per tenere il cappello, l'altra all'apertura del gil di picch bianco, non erano agitate da alcun fremito; l'occhio era placido ed anzi brillante. Appena entrato nella sala, lo sguardo del giovine si mise a percorrere tutte le file dei giudici e degli assistenti, e si ferm pi lungamente sul presidente e particolarmente sul procuratore del Re. Vicino ad Andrea si pose l'avvocato ch'egli aveva scelto, avvocato nominato di ufficio (poich Andrea non aveva voluto occuparsi di questi particolari, ai quali sembrava non attaccasse alcuna importanza), giovine dai capelli d'un biondo chiaro, col viso rosso da una emozione cento volte pi sensibile di quella del prevenuto. Il presidente domand la lettura dell'atto di accusa, redatto, come si sa, dalla penna abile ed implacabile di Villefort. Durante questa lettura, che fu lunga, e che per tutt'altri sarebbe stata opprimente, la pubblica attenzione non cess di portarsi sur Andrea, che ne sostenne il peso colla tranquillit d'animo di uno Spartano. Giammai Villefort non era forse stato cos conciso n cos eloquente: il delitto era rappresentato sotto i colori pi vivi: gli antecedenti del prigioniero, la sua trasfigurazione, la filiazione dei suoi atti da una et molto tenera, erano dedotti con tutta l'abilit che la pratica della vita e la conoscenza del cuore umano poteva somministrare ad uno spirito cos elevato, qual era quello del procuratore del Re.
Con questo solo preambolo, Benedetto era perduto per sempre nella pubblica opinione, mentre essa aspettava, che fosse punito pi materialmente dalla legge. Andrea non present la minima attenzione alle successive accuse che si elevavano e ricadevano su di lui: il signor de Villefort che lo esaminava spesso, e che senza dubbio continuava sur esso gli studii psicologici che aveva avuto cos spesso l'occasione di fare sopra altri accusati, il signor de Villefort non pot una sola volta fargli abbassare gli occhi, per quanta fosse la fermezza e la profondit del suo sguardo. Finalmente termin la lettura.
Accusato, disse il presidente, il vostro nome e cognome.
Andrea si alz: Perdonatemi, disse egli con una voce tranquilla, il cui suono vibrava perfettamente puro, vedo che voi imprendete un ordine di domande nel quale non posso seguirvi: ho la pretensione, che star a me il giustificare in seguito, di essere una eccezione agli ordinarii accusati. Vogliate dunque, ve ne prego, permettermi di rispondere seguendo un ordine diverso; non risponder neppure a tutto. Il presidente sorpreso guard i giurati, che guardarono il procurator del Re. Una gran sorpresa si manifest in tutta l'assemblea. Ma Andrea non parve menomamente commoversi: La vostra et? disse il presidente; risponderete a questa domanda?
A questa, come alle altre, risponder, ma a suo tempo.
La vostra et? ripet il magistrato.
Ho 21 anno, o piuttosto li avr fra qualche giorno, essendo nato nella notte del 27 al 28 settembre 1817.
Il signor de Villefort, che era occupato a prendere una nota, alz la testa nel sentire questa data.
Dove siete nato? continu il presidente.
Ad Auteuil, vicino a Parigi, rispose Benedetto.
Il signor de Villefort alz una seconda volta la testa, guard Benedetto come se avesse guardato la testa di Medusa, e divenne livido. In quanto a Benedetto, port graziosamente alle sue labbra l'angolo di un fazzoletto di fina battista.
La vostra professione? domand il presidente.
Prima ho fatto il falsario, disse Andrea con la massima tranquillit del mondo; in seguito son passato a fare il ladro, e recentemente mi son fatto assassino. Un mormorio o piuttosto una tempesta di indignazione e di sorpresa scoppi in tutte le parti della sala; i giudici stessi lo guardarono stupefatti, i giurati manifestarono il pi gran disgusto per quel cinismo, che tanto poco si aspettavano da un uomo elegante. Il signor de Villefort appoggi una mano sulla sua fronte che, di pallida era divenuta rossa e bollente; di repente si alz, guardando intorno a s come un uomo demente: gli mancava l'aria. Cercate qualche cosa, signor procurator del Re? domand Benedetto col suo sorriso pi obbligante. Il signor de Villefort non rispose, torn a sedersi o, per meglio dire, ricadde nel suo seggio.
 forse adesso pervenuto, che voi acconsentite di dire il vostro nome? domand il presidente. L'affettazione brutale che avete messa nell'enumerare i vostri differenti delitti, che avete qualificati per vostra professione; la specie di punto di onore che vi attaccate, cosa di cui, in nome della morale e del rispetto dovuto alla umanit, la corte deve biasimarvi severamente, ecco forse la ragione che vi ha fatto ritardare a dire il vostro nome: volevate far spiccare questo nome per mezzo dei titoli che lo precedono.
Pare incredibile, signor presidente, disse Benedetto col tuono di voce pi grazioso e colle maniere pi gentili, che voi abbiate letto cos bene nel fondo del mio pensiero; fu infatto con questo scopo che vi pregai d'invertire l'ordine delle domande. Lo stupore era al colmo; non vi era pi nelle parole dell'accusato n sfrontatezza, n cinismo; l'uditorio commosso presentiva un qualche fulmine rumoreggiante nel fondo di questa tetra nube.
Ebbene! disse il presidente, il vostro nome?
Non posso dirvi il mio nome, perch non lo so; ma so quello di mio padre e posso dirvelo.
Un doloroso abbagliamento acciec Villefort: si videro cadere dalle guance alcune gocce di sudore ripetute sui fogli, ch'egli rimescolava con mano convulsiva e smarrita.
Allora dite il nome di vostro padre, riprese il presidente. Non un soffio, non un respiro turbava il silenzio di questa immensa assemblea; tutti aspettavano. Mio padre  un procurator del Re, rispose tranquillamente Andrea.
Procuratore del Re! disse con istupore il presidente senza notare lo svolgimento che si operava sulla figura del signor de Villefort; procurator del Re!
S, e poich volete saperne il nome... si chiama de Villefort! L'espressione cos lungamente trattenuta dal rispetto che si porta in seduta alla giustizia, si fece campo, come un tuono, dal fondo di tutti i petti; la corte stessa non pens a reprimere questo movimento della moltitudine. Le interiezioni, le ingiurie scagliate contro Benedetto che rimaneva impassibile, i gesti energici, il movimento dei gendarmi, il sogghigno di quella parte fangosa che, in tutte le assemblee, sale alle superficie nei movimenti di commozione e di scandalo, tutto ci dur cinque minuti, prima che i magistrati e gli uscieri fossero riusciti a ristabilire il silenzio. In mezzo a tutto questo rumore si sentiva la voce del presidente che gridava: Vi prendete giuoco della giustizia, accusato, ed oserete dare ai vostri concittadini lo spettacolo di una corruzione che, in una epoca che per non lascia niente a desiderare sotto questo rapporto, non avrebbe ancora avuto il suo eguale! Dieci persone si sollecitavano intorno al procuratore del Re, a met oppresso sul suo seggio, e gli offrivano consolazioni, incoraggiamenti, proteste di zelo e di simpatia. La calma si era ristabilita nella sala, ad eccezione d'un punto in cui un gruppo abbastanza numeroso si agitava e si urtava. Una donna, dicevasi, era svenuta; le si era fatto respirare dei sali, e si andava rimettendo. Andrea, durante tutto questo tumulto, aveva voltata la sua faccia sorridente verso l'assemblea; indi, appoggiandosi con una mano sul riparo di quercia del banco, e ci con l'attitudine pi graziosa: Signori, diss'egli, non piaccia a Dio che io cerchi d'insultare la corte e di fare, in presenza di questa onorevole assemblea, un inutile scandalo. Mi si domanda quanti anni ho, lo dico; mi si domanda ove sono nato, io rispondo; mi si domanda il mio nome, non posso dirlo, perch i miei genitori mi hanno abbandonato. Ma posso bene senza dire il mio nome, poich non lo so, dire quello di mio padre: ora, lo ripeto, mio padre si chiama de Villefort, e son pronto a provarlo.
Nell'accento di questo giovine vi era una certezza, una convinzione, una energia che ridussero il tumulto in silenzio. Gli sguardi si voltarono un momento sul procuratore del Re, che conservava nel suo posto la immobilit di un uomo che il fulmine abbia cambiato in cadavere.
Signori, continu Andrea comandando il silenzio col gesto e colla voce, vi devo la prova e la spiegazione delle mie parole.
Ma, grid il presidente irritato, nella istruzione avete dichiarato di chiamarvi Benedetto, avete detto di essere orfano, e vi siete assegnata la Corsica per patria.
Io nell'istruzione ho detto ci che mi conveniva di dire, poich non voleva che s'indebolisse o che si sospendesse, il che non sarebbe mancato di accadere, il fragore solenne che voleva dare alle parole. Or vi ripeto che sono nato ad Auteuil nella notte del 27 al 28 settembre 1817, e che sono figlio del signor procurator del Re Villefort. Ne volete voi delle particolarit? sono pronto a darvele. Nacqui al primo piano della casa N. 28, strada della Fontana, in una camera parata di damasco rosso. Mio padre mi raccolse nelle sue braccia dicendo a mia madre che io era morto, mi avvolse in un pannolino marcato con le lettere L ed N, e mi port entro una cassetta in giardino ove mi seppell vivo. Un fremito percorse tutti gli assistenti, quando videro che la sicurezza del prevenuto ingrandiva a seconda dello spavento del signor de Villefort. Ma come sapete voi tutti questi particolari? domand il presidente.
Ve lo dir, signor presidente. Nel giardino in cui mio padre mi aveva sepolto, si era introdotto in quella stessa notte un uomo che l'odiava mortalmente, e che lo appostava da lungo tempo per compiere su lui una vendetta Corsa. L'uomo si era nascosto dietro un albero; egli vide mio padre nascondere un deposito sotto terra, e lo percosse con un colpo di coltello, mentre terminava questa operazione: indi, credendo che questo deposito fosse un qualche tesoro, lo dissotterr e mi trov ancor vivo. Quest'uomo mi port all'ospizio dei trovatelli ove fui inscritto sotto il N. 37. Tre mesi dopo sua cognata fece il viaggio da Rogliano a Parigi per venirmi a cercare, mi reclam come suo figlio e mi port seco. Ecco in che modo, quantunque nato ad Auteuil, fui allevato in Corsica. Vi fu un momento di silenzio cos profondo, che, senza l'ansiet che si vedeva respirare da mille petti, si sarebbe creduta vuota la sala.
Continuate, disse la voce del presidente.
Certamente, continu Benedetto, io poteva essere felice presso questa brava gente, che mi adorava; ma il mio naturale, non so se perverso sin dal nascer mio, o se per la societ dei perversi si pervertisse, e col crescer degli anni pi perverso si facesse, alla fine la vinse su tutte le virt che mia madre adottiva cercava di versarmi in seno; ingrandii nel male, e giunsi a commettere dei delitti. Un giorno, finalmente, in cui malediceva la provvidenza per avermi fatto, io diceva, cos cattivo per vedermi precipitato in uno stato cos schifoso, mio padre adottivo mi disse: non bestemmiare, disgraziato! poich Dio ti ha dato alla luce senza collera, il delitto viene da tuo padre e non da te, n da altri; da tuo padre che ti aveva destinato all'inferno se tu morivi, alla miseria se un miracolo ti conservava in vita. Da quel giorno cessai di bestemmiare, ma maledii mio padre; ed ecco perch ho fatto qui sentire le parole, che voi mi avete rimproverate, signor presidente; ecco perch ho causato lo scandalo di cui freme ancora questa assemblea. Se questo  un delitto di pi, punitemi; ma se vi ho convinto che dal giorno in cui nacqui il mio destino si faceva fatale, doloroso, lamentevole, amaro, compiangetemi!
Ma vostra madre? domand il presidente.
Mia madre mi credeva morto, mia madre non era colpevole: non ho voluto saperne il nome, e non la conosco.
In questo momento un grido acuto, che termin in un singulto, s'intese nel mezzo del gruppo che circondava, come lo abbiamo detto, una donna. Questa donna cadde in un violento attacco di nervi, fu portata fuori dal pretorio, nel tempo che si trasportava, il fitto velo che le nascondeva il viso si scost, e fu riconosciuta la signora Danglars. Ad onta dell'oppressione dei suoi sensi snervati, ad onta del ronzio che fremeva alle sue orecchie, e della specie di follia che sconvolgeva il suo cervello, Villefort la riconobbe, e si sollev.
Le prove? le prove? disse il presidente; prevenuto, ricordatevi che questo tessuto d'orrori ha bisogno di essere sostenuto colle prove pi luminose.
Le prove? disse Benedetto ridendo, le volete? S.
Ebbene! guardate il signor de Villefort, e poi domandatemi ancora delle prove. Ciascuno si volt verso il procurator del Re, che sotto il peso di questi mille sguardi indirizzati su di lui, si avanz nel recinto del tribunale, vacillando coi capelli in disordine ed il viso solcato dalla pressione delle sue unghie. L'assemblea intera mand un lungo mormorio di maraviglia. Mi si domandano delle prove, padre mio, disse Benedetto a Villefort, volete che io loro le dia?
No, balbett de Villefort con voce soffocata,  inutile.
Come inutile? grid il presidente; che intendete dire?
Intendo dire, grid il procuratore del Re, che io mi dibatterei invano sotto la pressa mortale che mi schiaccia; signori, io sono, lo riconosco, colpito dalla mano di Dio vendicatore. Non date prove! non ve ne bisognano: tutto ci che ha detto questo giovine  vero.
Un silenzio cupo e pesante come quello che precede le catastrofi della natura, avvolse nel suo manto di piombo tutti gli assistenti, ai quali si drizzavano i capelli sulla lesta.
E che! signor de Villefort, grid il presidente, voi non cedete ad una allucinazione! che! voi godete della pienezza delle vostre facolt mentali! si concepirebbe facilmente come un'accusa cos strana, cos imprevista, cos terribile, avesse potuto turbare il vostro spirito; vediamo, rimettetevi. Il procuratore del Re scosse la testa. I suoi denti sbatterono con violenza come nell'uomo divorato dalla febbre, e non pertanto egli era d'un pallore mortale.
Io godo di tutte le mie facolt, signore, disse egli; il corpo soffre, e ci si capisce: mi riconosco colpevole di tutto ci che questo giovine ha pronunziato contro di me e fin da questo momento mi metto in casa mia a disposizione del procuratore del Re mio successore.
E pronunziando queste parole con voce sorda e quasi estinta, il signor de Villefort si diresse vacillando verso la porta, che con un movimento macchinale gli venne aperta dall'usciere di servizio. L'assemblea, tutta intera, rimase muta e costernata da questa rivelazione e da questa confessione, che facevano uno scioglimento cos terribile alle diverse peripezie che da quindici giorni agitavano l'alta societ parigina. Ebbene! disse Beauchamp, che ci vengano ora a dire che non v' il dramma in natura.
In fede mia, disse Chteau-Renaud, amerei meglio finirla come il signor de Morcerf: un colpo di pistola mi sembrava pi dolce dopo una simile catastrofe.
E poi ammazza, disse Beauchamp.
Ed io che per un momento avevo avuto l'idea di sposare sua figlia! disse Debray. Ha fatto bene a morire, mio Dio! la povera fanciulla!
La seduta  finita, signori, disse il presidente, e la causa viene rimessa alla prossima sessione. L'affare deve essere istruito di nuovo, e confidato ad un altro magistrato.
In quanto ad Andrea sempre cos tranquillo e molto pi interessante, lasci la sala scortato dai gendarmi, che gli usarono involontariamente dei riguardi.
Ebbene! che ne pensate di tutto ci, mio bravo uomo! domand Debray al sergente di citt facendogli sdrucciolare un luigi nella mano.
Vi saranno delle circostanze attenuanti! rispose questi.
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Capitolo 110. L'ESPIAZIONE.
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Il signor de Villefort aveva veduto aprirsi davanti a s le file della folla, per quanto fosse compatta. I grandi dolori sono talmente venerabili, che non vi  esempio, anche nei tempi pi disgraziati, che il primo movimento della folla riunita non sia stato un movimento di simpatia per una gran catastrofe. Molte persone odiate sono state assassinate in una sommossa; difficilmente un disgraziato, fosse pur reo,  stato insultato dagli uomini che assistevano al suo giudizio di morte. Villefort travers adunque il sentiero di spettatori, di guardie, di messi del Palazzo, e si allontan, riconosciuto colpevole dalla propria confessione, ma protetto dal suo dolore. Vi sono delle situazioni che gli uomini afferrano per loro istinto, ma che non possono commentare col loro spirito; il pi gran poeta, in questo caso,  colui che manda il grido pi veemente e pi naturale. La folla prende questo grido per un intiero racconto, ed ha ragione di contentarsene, e pi ragione ancora di ritrovarlo sublime quando  vero. Del resto, sarebbe difficile di dire lo stato di stupore nel quale si trovava Villefort uscendo dal Palazzo, e di dipingere quella febbre che faceva battere tutte le sue arterie, che irrigidiva le sue fibre, che gonfiava e rompeva tutte le sue vene, e che disseccava ciascun punto del suo corpo mortale con un milione di patimenti. Villefort si trascin lungo i corridori, guidato soltanto dall'abitudine, si gett dalle spalle la toga magistrale, non perch pensasse lasciarla per convenienza, ma perch ella era un fardello opprimente, una veste di Nesso feconda di torture: giunse vacillando fino al cortile Delfino, riconobbe la sua carrozza, risvegli il cocchiere, nell'aprirla da s stesso, e si lasci cadere sui cuscini mostrando col dito la direzione del sobborgo Sant'Onorato. Il cocchiere part.
Tutto il peso della sua crollata fortuna veniva a ricadergli sulla testa, e lo schiacciava: egli non ne sapeva le conseguenze; non le aveva misurate; le sentiva; non ragionava sul codice, come fa il freddo assassino che ne comenta un articolo conosciuto. Egli aveva Dio in fondo al cuore.
Dio, mormorava egli senza neppure sapere ci che diceva, Dio! Dio! Non vedeva che Dio dietro la frana che si era formata. La carrozza andava con prestezza; Villefort, nell'agitarsi sul cuscino, sent qualche cosa che lo incomodava. Port la mano a quest'oggetto: era un ventaglio dimenticato dalla signora de Villefort, fra il cuscino e lo schienale della carrozza; questo ventaglio risvegli in lui un ricordo, e questo fu come un lampo in mezzo alla notte; pens allora a sua moglie... Oh! grid egli come se un ferro rovente gli avesse trapassato il cuore. Infatto da un'ora non aveva pi sotto gli occhi che una prospettiva della sua miseria, ed ecco che di repente se ne offriva al suo spirito un'altra non meno terribile.
Questa moglie! egli aveva fatto con lei la parte di giudice inesorabile, l'aveva condannata a morte, ed ella, colpita dal terrore, oppressa dai rimorsi, inabissata sotto l'onta che le aveva fatta coll'eloquenza della sua irreprensibile virt, ella, povera donna, debole e senza difesa contro un potere assoluto e supremo, ella forse si preparava in quel momento medesimo a morire! Era scorsa un'ora dal momento della sua condanna; senza dubbio in quel momento ella ripassava tutti i suoi delitti nella memoria, domandava grazia a Dio, scriveva per implorare in ginocchio il perdono del suo virtuoso consorte, perdono che ella comprava con la sua morte. Villefort mand un secondo ruggito di dolore e di rabbia.
Ah! grid egli rotolandosi sulla seta della sua carrozza, questa donna non  divenuta rea, se non perch mi ha toccato. Io traspiro il delitto, ed ella ha contratto il delitto come si contrae il tifo, il colera, la peste, ed io la punisco!... Io oso dirle pentitevi e morite... Io... Oh! no! no! ella vivr... mi seguir... Noi fuggiremo, lascieremo la Francia dietro di noi finch la terra potr portarci. Io le parlava di patibolo!... Gran Dio! come mai ho osato di pronunziar questa parola! me pure aspetta il patibolo!... Noi fuggiremo... S, mi confesser a lei; s, tutti i giorni le dir umiliandomi, che io pure ho commesso un delitto... Oh! alleanza della tigre col serpente! Oh! degna moglie di un marito quale sono io!...  necessario che ella viva,  necessario che la mia infamia faccia impallidire la sua! E Villefort rompendo un cristallo del davanti: Presto! grid con una voce che fece balzare il cocchiere sul seggio. I cavalli, trasportati dalla paura, volarono fino alla casa.
S! s! ripeteva a s stesso Villefort a seconda che si avvicinava alla casa, s, bisogna che questa donna viva, bisogna ch'ella si penta e che allevi mio figlio, il mio povero figlio, il solo, coll'indistruggibile vecchio, che  sopravvissuto alla distruzione della mia famiglia. Ella lo ama, per lui ella ha fatto tutto. Non bisogna mai disperare del cuore di una madre che ama suo figlio; ella si pentir: nessuno sapr che fu colpevole; questi delitti commessi in casa mia e di cui la societ gi s'inquieta, saranno dimenticati col tempo, e se qualche nemico se ne risovverr, ebbene! io li prender sulla lista dei miei delitti. Uno, due, tre di pi, che importa: mia moglie si salver portando seco dell'oro, e soprattutto portando seco mio figlio, lungi dal golfo in cui mi sembra che il mondo debba cadere con me. Ella vivr, sar ancora felice, poich tutto il suo amore  riposto in suo figlio, e suo figlio non la lascer. Io avr fatta una buona azione; questa mi alleggerisce il cuore.
Ed il procuratore del re respir pi liberamente. La carrozza si ferm nel cortile del palazzo. Villefort si slanci dal montatoio sulla scala; vide i domestici sorpresi per vederlo ritornare cos presto; non lesse altro sulla loro fisonomia; nessuno gli indirizz la parola; si fermavano davanti a lui come d'ordinario, per lasciarlo passare: ecco tutto. Egli pass davanti alla camera di Noirtier, e, dalla porta semiaperta, vide due ombre, ma non si cur di sapere chi stava con suo padre; altrove lo attirava la sua inquietudine: Andiamo, diss'egli salendo la scaletta che conduceva al pianerottolo che metteva all'appartamento di sua moglie ed alla camera vuota di Valentina; andiamo, qui nulla  stato cambiato. Prima di tutto chiuse la porta del pianerottolo. Bisogna che nessuno ci disturbi, diss'egli; bisogna che io possa parlarle liberamente, accusarmi davanti a lei, dirle tutto... Si avvicin alla porta, mise la mano sulla maniglia di cristallo, la porta ced.
Non  chiusa! bene! benissimo! mormor egli.
Ed entr nel salotto ove tutte le sere si erigeva un letto per Edoardo; poich quantunque in collegio, Edoardo ritornava la sera; sua madre non aveva mai voluto nella notte separarsi da lui. Con un colpo d'occhio abbracci tutto il salotto: Nessuno! diss'egli; ella  certamente nella stanza da dormire. Si slanci verso la porta. Vi era il catenaccio, si ferm fremendo. Luigia! grid egli.
Gli sembr sentir smuovere un mobile. Luigia! ripet.
Chi  l? domand la voce di quella che veniva chiamata. Gli sembr che questa voce fosse pi debole dell'ordinario. Aprite, aprite, grid Villefort, sono io!
Ma ad onta di quest'ordine, e del tuono angoscioso col quale era stato dato, la porta non si apr. Villefort la sfond con un calcio. All'entrata della camera che metteva nel suo gabinetto, la signora de Villefort era in piedi, pallida, coi lineamenti contratti e con gli occhi che guardavano con una spaventosa immobilit. Luigia, Luigia, diss'egli, che avete? parlate! La giovane sposa stese verso di lui la mano intirizzita e livida. Tutto  fatto, signore, diss'ella con un rantolo che sembrava squarciarle la gola, che volete dunque ancora di pi? E cadde sul tappeto.
Villefort corse a lei, le afferr la mano. Questa mano stringeva convulsivamente una boccetta di cristallo col turacciolo d'oro... La signora de Villefort era morta.
Villefort, ebbro d'orrore, rincul fin sul limitare della camera e guard il cadavere: Mio figlio! grid egli d'un subito, dov' mio figlio? Edoardo! Edoardo! E si precipit fuor dell'appartamento gridando: Edoardo! Edoardo! Questo nome era pronunciato con tale un accento d'angoscia che i domestici accorsero. Mio figlio, dov' mio figlio? domand Villefort, che si allontani dalla casa... ch'egli non veda...
Il signor Edoardo non  a basso, signore, rispose il cameriere.
Senza dubbio scherzer in giardino; cercate! cercate!
No signore; sua madre lo ha chiamato sar circa mezz'ora, il signor Edoardo  entrato nella stanza della signora, e non  pi uscito. Un sudore di ghiaccio inond la fronte di Villefort, i piedi traballarono sul pavimento, le idee cominciarono a girargli nella testa, come il sistema di ruote disordinate d'un orologio che si rompe. Presso la signora, mormor egli, e ritorn lentamente indietro, asciugandosi la fronte con una mano, appoggiandosi con l'altra alla parete del muro. Rientrando nella camera bisognava rivedere il corpo della disgraziata consorte. Per chiamare Edoardo, bisognava risvegliare l'eco in quell'appartamento cambiato in un feretro: il parlare era un risvegliare il silenzio della tomba. Villefort sent la lingua paralizzarglisi in bocca.
Edoardo! Edoardo! balbett egli. Il fanciullo non rispondeva. Il cadavere della signora de Villefort era steso a traverso la porta del gabinetto nel quale si ritrovava necessariamente Edoardo, questo cadavere sembrava vegliare sulla soglia cogli occhi fissi ed aperti, con una spaventevole e misteriosa ironia sulle labbra. Dietro il cadavere, la portiera rialzata lasciava scorgere una parte del gabinetto, un piano-forte, e l'estremit di un divano di seta blu. Villefort fece tre o quattro passi in avanti, e sul divano vide suo figlio steso. Il fanciullo senza dubbio dormiva. Il disgraziato ebbe un lampo di gioia, un raggio di pura luce discese in quell'inferno nel quale si dibatteva: non si trattava dunque che di passare al di sopra del cadavere, entrar nel gabinetto, prendere il fanciullo fra le braccia, e fuggir con lui lontano. Villefort non era pi quell'essere la cui squisita corruzione facevano il tipo dell'uomo invilito: era una tigre colpita a morte, che lascia i denti rotti nella sua ultima ferita: ei non aveva pi paura dei pregiudizii, ma dei fantasmi. Fece uno slancio e salt al disopra del cadavere, come se si trattasse di oltrepassare un braciere ardente; rialz il fanciullo fra le braccia, lo scosse, il chiam: ma il fanciullo non rispose; port le sue avide labbra sulle guance di lui, ma esse eran livide, agghiacciate; ne palp le membra, erano irrigidite, gli appoggi la mano sul cuore... il cuore pi non batteva, il fanciullo era morto.
Un foglio piegato in quattro cadde dal petto di Edoardo. Villefort fulminato si lasci cadere sulle sue ginocchia, il fanciullo gli sfugg dalle braccia inerti, e rotol a lato della madre. Villefort raccolse il foglio, riconobbe il carattere di sua moglie, e lo percorse avidamente: ecco ci che conteneva:
Voi sapete se io era buona madre, poich per mio figlio mi resi colpevole! una buona madre non parte senza suo figlio!
Villefort non poteva credere alla sua ragione, si trascin verso il corpo di Edoardo, e lo esamin anco una volta con quell'attenzione che mette la lionessa nel guardare il lioncello morto; indi un grido gli sfugg dal petto:
Dio! sempre Dio! Queste due vittime lo spaventavano; ei sentiva l'orrore della solitudine popolata da due cadaveri: fin allora sostenuto dalla rabbia, da quell'immensa facolt degli uomini forti, dalla disperazione, da quell'impeto irresistibile dell'agonia, che spingeva i Titani a dar la scalata al cielo. Villefort curv la testa sotto il peso del dolore, si rialz sulle ginocchia, scosse i capelli umidi pel sudore, irti per lo spavento, e colui che non aveva mai avuto piet d'alcuno, and a ritrovare il vecchio suo padre per aver nella sua debolezza qualcuno a cui raccontare la sua infelicit, qualcuno presso cui piangere; discese la scaletta che conosciamo, entr nella camera di Noirtier; questi sembrava attento ad ascoltare tanto affettuosamente, quanto lo permetteva la sua immobilit l'abate Busoni, sempre tranquillo e freddo come il solito; Villefort riconoscendo l'abate si port la mano alla fronte, il passato gli ritorn come uno di quei flutti che sollevano pi schiuma degli altri; si risovvenne dalla visita che aveva fatto all'abate alcuni giorni dopo il pranzo d'Auteuil, e di quella fattagli il giorno stesso della morte di Valentina.
Voi qui, signore, diss'egli, voi dunque non comparite che per iscortar la morte? Busoni si alz; e vedendo l'alterazione del viso del magistrato, lo splendor feroce dei suoi occhi, cap, o cred capire che la scena delle Assise era compita: egli ignorava il resto. Son venuto per pregare sul corpo di vostra figlia, rispose l'abate.
E oggi che cosa venite a fare?
Vengo a dirvi che voi mi avete pagato abbastanza il vostro debito, e che da questo momento vado a pregare Iddio, affinch pure si contenti come me. Mio Dio! fece Villefort addietrando con lo spavento sulla fronte, questa non  la voce dell'abate Busoni. No! L'abate si strapp la falsa tonsura, scosse la testa, ed i lunghi capelli neri, cessando di essere compressi, ricaddero sulle sue spalle ed inquadrarono il pallido suo viso: Questo  il viso del signor di Monte-Cristo, grid Villefort con gli occhi stravolti.
Non  neppur questo signor procuratore del Re, cercate meglio, e pi lontano.
Questa voce dove mai l'ho intesa per la prima volta?
L'avete intesa per la prima volta a Marsiglia, sono ventitr anni, il giorno dei vostri sponsali con madamigella de Saint-Mran. Cercate nei vostri registri.
Voi non siete Busoni? non siete Monte-Cristo? Mio Dio siete quel nemico nascosto, implacabile, mortale!... io senza dubbio ho fatto qualche cosa contro di voi a Marsiglia; oh! me disgraziato!
S, tu hai ragione, cos disse il conte incrociando le braccia sul suo largo petto; cerca! cerca!
Ma che ti ho dunque fatto? grid Villefort il cui spirito gi ondeggiava sul limitare ove si confondono la ragione e la demenza in una caligine che non  pi n sogno n veglia; che ti ho io dunque fatto? di'! parla! parla!
Voi mi avete condannato ad una morte lenta e schifosa, avete ucciso mio padre, mi avete tolto l'amore colla libert, e la felicit con l'amore!
Chi siete? chi siete dunque? mio Dio!
Sono lo spettro d'un disgraziato che avete sepolto nelle carceri del castello d'If. A questo spettro uscito finalmente dalla sua tomba, il cielo ha messo la maschera del conte di Monte-Cristo, e lo ha ricoperto di diamanti e d'oro perch non lo riconosciate che oggi.
Ah! ti riconosco, ti riconosco! disse il procuratore del Re; tu sei...
Sono Edmondo Dants!
Tu sei Edmondo Dants! grid il procuratore del Re, afferrando il conte pel pugno; allora vieni!
E lo trascin per la scala, per la quale Monte-Cristo meravigliato lo segu, ignorando egli stesso ove il procuratore del Re lo conducesse, prevedendo qualche nuova catastrofe.
Osserva! Edmondo Dants, diss'egli mostrando al conte il cadavere di sua moglie ed il corpo di suo figlio, osserva! guarda, sei tu ben vendicato?...
Monte-Cristo impallid a quest'orribile spettacolo, comprese che aveva oltrepassato i diritti della vendetta. E si gett con un sentimento d'angoscia inesprimibile sul corpo del fanciullo, gli riapr gli occhi, ne tast il polso, e si slanci con lui nella camera di Valentina, che chiuse a doppio giro.
Il figlio mio! grid Villefort, egli m'invola il cadavere di mio figlio! Oh! maledizione! infelicit! morte su te! E volle slanciarsi dietro a Monte-Cristo; ma, come in un sogno, sent i piedi prendere radice, gli occhi si dilatarono in un modo da rompere le orbite, le dita, ricurvate sulla carne del petto, vi si internarono gradatamente finch il sangue arross le sue unghie; le vene delle tempia si gonfiarono di spiriti bollenti che andarono a sollevare la volta troppo stretta del suo cranio, ed immersero il cervello in un diluvio di fuoco. Questa immobilit dur molti minuti, fino a che fu compito lo spaventoso rovescio della sua ragione. Allora mand un grido seguito da un lungo scoppio di risa, e si precipit per le scale. Un quarto d'ora dopo, si riapr la camera di Valentina, ricomparve il conte di Monte-Cristo pallido, coll'occhio tetro, il petto oppresso, tutti i lineamenti della sua figura, ordinariamente cos tranquilla, erano sconvolti dal dolore.
Egli teneva fra le sue braccia il fanciullo al quale nessun soccorso aveva potuto rendere la vita. Mise un ginocchio a terra, e lo depose religiosamente vicino a sua madre, colla testa appoggiata sul petto di lei: indi, rialzandosi, usc, ed incontrando un domestico sulla scala: Dov' il signor de Villefort? domand egli.
Il domestico senza rispondere, con la mano gli addit la parte che conduceva al giardino. Monte-Cristo discese la scalinata, si avanz verso il luogo designato, e vide in mezzo ai servitori, che facevano cerchio intorno a lui, Villefort con una vanga in mano che frugava la terra con una specie di rabbia: Non  ancor qui, diceva egli; non  ancor qui!
E frugava un poco pi lontano. Monte-Cristo si avvicin a lui e gli disse a bassa voce con un tuono quasi umile:
Signore, avete perduto un figlio; ma...
Villefort lo interruppe: egli non aveva n ascoltato n inteso. Oh! lo ritrover, diss'egli; avete un bel pretendere ch'egli non c' pi, lo ritrover, dovessi cercarlo fino al giorno del giudizio finale. Monte-Cristo addietr con terrore. Oh! diss'egli;  pazzo! E, come avesse temuto che i muri della casa maledetta crollasser su di lui, si slanci nella strada, dubitando per la prima volta se aveva o no il diritto di fare quel che aveva fatto.
Oh! basta, basta cos, salviamo l'ultimo.
E rientrando in casa sua, Monte-Cristo incontr Morrel, che entrava nel palazzo dei Campi-Elisi.
Preparatevi, Massimiliano, gli disse con un sorriso, domani lasciamo Parigi.
Non avete pi niente da fare? domand Morrel.
No, rispose Monte-Cristo, e Dio voglia che non abbia fatto anche troppo. La dimane infatto essi partirono. Bertuccio restava presso il signor Noirtier.
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Capitolo 111. LA PARTENZA.
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Gli avvenimenti che erano accaduti tenevano occupata tutta Parigi. Emmanuele e sua moglie se li raccontavano, con una sorpresa ben naturale, nel loro salotto della strada Meslay; confrontavano queste tre catastrofi tanto improvvise, quanto inattese, di Morcerf, di Danglars e di Villefort. Massimiliano, che era venuto a far loro una visita, li ascoltava, o piuttosto assisteva alla loro conversazione, immerso nella sua insensibilit abituale.
In verit, diceva Giulia, non si direbbe, Emmanuele, che tutte queste ricche persone, ieri cos felici, avessero dimenticato, nel calcolo sul quale avevano stabilita la loro fortuna, la loro felicit e la loro considerazione, la parte dovuta al genio cattivo, e che questi, come nelle cattive fate dei racconti di Perrault, che avevano dimenticato d'invitare a qualche nozze, o a qualche festino, fosse poi comparso d'improvviso per vendicarsi di questa fatale dimenticanza.
Quanti disastri, diceva Emmanuele pensando a Morcerf e a Danglars.
Quanti patimenti! diceva Giulia, ricordandosi di Valentina, che per un istinto di donna non voleva nominare davanti a suo fratello.
Se  Dio che li ha colpiti, diceva Emmanuele, ci  perch Dio, che  la suprema bont, nulla ha ritrovato nella vita passata di quelle genti, che meritasse l'attenuazione della pena, e perch quella gente era maledetta.
Non sei tu ben temerario nel tuo giudizio, Emmanuele? disse Giulia. Quando mio padre, colla pistola alla mano, era sul punto di bruciarsi le cervella, se qualcuno avesse detto, come tu dicevi: quest'uomo ha meritata la sua pena, questo qualcuno non si sarebbe sbagliato?
S, ma Dio non ha permesso che nostro padre soccombesse, come non ha permesso che Abramo sacrificasse suo figlio; al patriarca, come a noi, invi un angelo che tagli a mezza strada le ali alla morte.
Terminava appena di pronunziare queste parole, quando risuon il campanello. Era il segnale dato dal portinaro che giungeva una visita. Quasi nel medesimo punto si apr la porta del salotto, e comparve il conte di Monte-Cristo sulla soglia. Fu un doppio grido di gioia per parte dei due giovani sposi. Massimiliano rialz la testa, e la lasci tosto ricadere. Massimiliano, disse il conte senza far sembiante di notare le diverse impressioni che la sua presenza aveva prodotte nei suoi ospiti; io vengo a cercarvi.
A cercarmi? disse Morrel, come se fosse uscito da un sogno.
S, disse Monte-Cristo, non  convenuto che vi avrei condotto meco, non vi ho prevenuto ieri di tenervi pronto?
Eccomi, disse Massimiliano, era venuto a dir loro addio.
E dove andate, signor conte? domand Giulia.
Da prima a Marsiglia, signora.
A Marsiglia! ripeterono insieme i due sposi.
S, e vi prendo vostro fratello.
Ah! disse Giulia, riconducetelo guarito.
Morrel volt la faccia per nascondere il vivo rossore.
Vi siete dunque accorti che non istava bene?
S, rispose la giovane sposa, ed ho paura ch'egli si annoi a stare con noi. Io lo distrarr, riprese il conte.
Son pronto, signore, disse Morrel, addio, miei buoni amici, addio Emmanuele, addio Giulia!
Come! addio? grid Giulia; voi partite cos subito, senza preparativi, senza passaporti?
Questi sono particolari che raddoppiano il dispiacere delle separazioni, disse Monte-Cristo, e Massimiliano, ne sono sicuro, avr operato con cautela, questo  quanto io gli aveva raccomandato.
Ho il mio passaporto, e la mia valigia  fatta, disse Morrel colla sua monotona tranquillit.
Benissimo, disse Monte-Cristo sorridendo, si riconosce l'esattezza di un buon soldato.
E ci lasciate in tal modo? disse Giulia, sul momento, voi non ci accordate neppur un giorno, neppure un'ora?
La mia carrozza  alla porta, signora;  necessario che fra cinque giorni io sia a Roma.
Ma Massimiliano non va a Roma? disse Emmanuele.
Io vado ove piacer al conte di condurmi, io appartengo a lui anche per un mese.
Oh! mio Dio, in che modo lo dice, signor conte!
Massimiliano mi accompagna, disse il conte con la sua persuasiva affabilit, tranquillatevi adunque sul conto di vostro fratello.
Addio sorella mia! ripet Morrel; addio Emmanuele.
Egli mi strazia il cuore con la sua non curanza, disse Giulia! oh! Massimiliano, tu ci nascondi qualche cosa.
Bah! disse Monte-Cristo, lo vedrete ritornare gaio, allegro e contento. Massimiliano lanci a Monte-Cristo uno sguardo quasi sdegnoso, quasi irritato.
Partiamo! disse il conte.
Prima che partiate, signor conte, disse Giulia, permetteteci di dirvi tutto ci che l'altro giorno...
Signora, rispose il conte prendendole le mani, tutto ci che direste non varr mai ci che io leggo nei vostri occhi, ci che il vostro cuore ha pensato, ci che il mio ha sentito. Come i benefattori da romanzo, avrei dovuto partire senza rivedervi; ma questa virt sarebbe stata al di sopra delle mie forze, perch sono un uomo debole e vanitoso, perch lo sguardo timido, ilare e tenero dei miei simili mi fa del bene. Ora io parto, e spingo l'egoismo fino a dirvi: non mi dimenticate, amici miei, poich probabilmente non mi rivedrete pi.
Non vi rivedremo pi! grid Emmanuele, mentre che due grosse lagrime scorrevano sulle guance di Giulia, non vi rivedremo pi! non siete dunque un uomo, siete un angiolo che ci lascia, risalite al cielo dopo essere comparso sulla terra per farvi del bene!
Non parlate cos, riprese vivamente Monte-Cristo, non dite mai tali cose, amici miei; gli angeli non fanno mai del male, essi sanno a qual punto debbano fermarsi: il caso, le occasioni, le combinazioni non sono mai pi forti di loro. No, io sono un uomo, Emmanuele, e la vostra ammirazione  tanto ingiusta quanto sono profanazioni le vostre parole, e strinse sulle labbra la mano di Giulia che si precipit fra le sue braccia, mentre stendeva l'altra mano ad Emmanuele; indi, strappandosi da questa casa, dolce nido di cui la felicit era l'ospite, con un segno attir dietro a s Massimiliano, passivo, insensibile e costernato come era dal momento della morte di Valentina.
Rendete la gioia a mio fratello! disse Giulia all'orecchio di Monte-Cristo: questi le strinse la mano come l'aveva a lei stretta undici anni prima sulla scala che conduceva al gabinetto di Morrel. Vi fidate sempre di Sindbad il Marinaro? le domand egli sorridendo. Oh! s!
Ebbene dunque! addormentatevi in pace e nella confidenza del Signore. Come lo abbiam detto, la carrozza di posta aspettava, quattro vigorosi cavalli sollevavan le criniere, e battevano il pavimento con impazienza. Ai pi della scalinata, Al aspettava col viso lucido pel sudore; sembrava giungere da lunga corsa. Ebbene! gli domand il conte in arabo, sei stato dal vecchio? Al fece segno di s. E gli hai aperta la lettera sotto gli occhi nel modo che ti aveva ordinato?
S, fece ancora rispettosamente lo schiavo.
E che cosa ha detto, o piuttosto che cosa ha fatto?
Al si pose sotto la luce, in modo che il padrone potesse vederlo, ed imitando colla sua intelligenza la fisonomia del vecchio, chiuse gli occhi come faceva Noirtier quando voleva dire: s. Bene! egli accetta, disse Monte-Cristo, partiamo! Non aveva appena lasciata sfuggire questa parola, che gi la carrozza si mosse, ed i cavalli sollevarono dal pavimento un nembo di polvere misto a scintille. Massimiliano si accomod nel suo angolo senza dire una parola. Pass una mezz'ora: la carrozza si ferm di repente; il conte aveva tirata la funicella di seta che corrispondeva al dito d'Al. Il moro discese ed apr lo sportello. La notte sfavillava di stelle. Erano all'alto della salita di Villejuif, sulla spianata di dove si vede Parigi, che, come un tetro mare, agita i suoi milioni di lumi che sembrano flutti fosforescenti, pi numerosi, pi appassionati, pi mobili, pi furiosi, pi avidi di quelli dell'oceano irritato, flutti che non conoscono la calma del vasto mare, che si urtano sempre, che schiumeggiano sempre, che sempre inghiottiscono!.... Il conte rest solo, e dopo un segno della sua mano, la carrozza fece alcuni passi in avanti. Allora consider lungamente, colle braccia incrociate, questa fornace ove vengono a fondersi, a torcersi tutte quelle idee che si slanciano dal golfo bollente per andare ad agitare il mondo; indi allorch ebbe ben fermato il suo sguardo possente sopra questa babilonia:
Gran citt! mormor egli inchinando la testa e giungendo le mani come se avesse pregato; sono meno di sei mesi che io ho oltrepassato le tue porte. Io credeva che lo spirito della Provvidenza mi vi avesse condotto, ora me ne riconduce trionfante; il segreto della mia speranza nelle tue mura io l'ho confidato soltanto a Dio, che solo ha potuto leggere nel mio cuore, egli solo conosce che mi ritiro senza odio, senza orgoglio, ma non senza dispiaceri: egli solo sa che io non ho fatto uso n per me n per vane cause del potere di cui mi ha fornito. O gran citt! nel tuo seno palpitante io ritrovai ci che cercava; minatore paziente, ho rimescolate le tue viscere per farne uscire il male; ora la mia opera  compita, quella che ho creduta la mia missione  terminata; ora tu non puoi pi offrirmi n gioie n dolori, addio! Parigi! addio! Il suo sguardo passeggi ancora sulla vasta pianura, come quello di un genio notturno; indi passando la sua mano sulla sua fronte, risal nella carrozza che si chiuse dietro di lui, e che disparve ben presto dall'altra parte della salita fra un turbine di polvere e di rumore.
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Capitolo 112. LA CASA DEI VIALI DI MEILLAN.
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Essi fecero dieci leghe senza pronunziare una sola parola. Morrel meditava, Monte-Cristo lo guardava meditare.
Morrel, gli disse il conte, vi sareste forse pentito di avermi seguito? No, signor conte; ma di lasciar Parigi...
Se io avessi creduto che la vostra felicit vi aspettava a Parigi, Morrel, vi ci avrei lasciato.
 a Parigi che Valentina riposa, ed il lasciare Parigi  un perderla una seconda volta.
Massimiliano, disse il conte, gli amici che abbiam perduti non riposano nella terra, essi sono sepolti nel nostro cuore, e Dio volle cos, perch noi ne fossimo sempre accompagnati. Ho due amici che mi accompagnano sempre in tal modo, uno di questi mi ha dato la vita, l'altro mi ha dato l'intelligenza. Lo spirito d'entrambi  in me. Io li consulto nei dubbi, e, se faccio qualche cosa di bene, lo debbo ai loro consigli. Consultate la voce del vostro cuore, Morrel, e domandategli se dovete continuare a farvi cattivo viso. Amico mio, disse Massimiliano, la voce del mio cuore  ben trista e non mi promette che infortunii.
 proprio degli spiriti indeboliti il vedere tutte le cose attraverso un velo nero;  l'anima che forma a s stessa i suoi orizzonti: la vostra anima  tetra, ed essa vi fa vedere un cielo tempestoso.
Ci pu essere vero, disse Massimiliano. E ricadde nelle sue astrazioni. Il viaggio si fece con quella meravigliosa rapidit ch'era una delle prerogative del conte: le citt passarono come ombre sulla loro strada; gli alberi, scossi dal primo vento d'autunno, sembravano venir loro incontro come giganti scapigliati, che fuggissero rapidamente tosto che li avevano raggiunti. La dimane di buon mattino, giunsero a Chlons, ove li aspettava il battello a vapore del conte; senza perdere un minuto, la vettura fu trasportata a bordo, i due viaggiatori erano gi imbarcati. Il battello era tagliato per la corsa, lo si sarebbe detto un pirogo indiano; le sue due ruote sembravano due ali, Morrel stesso provava quella specie d'inebriamento che produce la prestezza, e qualche volta il vento, che faceva ondeggiare i suoi capelli, sembrava atto per un momento ad allontanare le nubi della sua fronte. In quanto al conte, a seconda che si allontanava da Parigi, una serenit quasi sovrumana sembrava circondarlo come un'aureola; si sarebbe detto un esiliato che ritornava nella patria. Ben presto Marsiglia, bianca, tiepida e viva: Marsiglia, la sorella cadetta di Tiro e di Cartagine, lor succeduta nell'impero del Mediterraneo; Marsiglia, sempre pi giovane a seconda che invecchia, comparve ai loro occhi. Era per entrambi un aspetto fecondo di rimembranze quella torre rotonda, quel forte san Nicola, e il Palazzo di Citt di Puget, questo porto cogli scali di selce ove entrambi avevano scherzato da fanciulli. Cos si fermarono entrambi di comune accordo sulla Cannebire.
Una nave partiva per Algieri, i colli, i passeggieri ammassati sul ponte, la folla dei parenti, degli amici, che dicevano addio, che gridavano, che piangevano, spettacolo sempre commovente, anche per quelli che assistono ogni giorno a questo spettacolo; questo movimento non pot distrarre Massimiliano, da un'idea che aveva afferrata, dal momento in cui aveva messo il piede sui larghi dadi dello scalo. Osservate, diss'egli, stringendo il braccio di Monte-Cristo, ecco il luogo ove si ferm mio padre quando il Faraone entr in porto; qui il bravo uomo, che voi salvaste dalla morte e dal disonore, si gett fra le mie braccia; sento ancora l'impressione delle sue lagrime sul mio viso, ed egli non piangeva solo, molti piangevano nel vederci piangere. Monte-Cristo sorrise: Io era l, diss'egli mostrando a Morrel l'angolo di una strada. Mentre diceva cos, e nella direzione che indicava il conte, s'intese un gemito doloroso, e si vide una donna che faceva segni ad un passeggiero che stava sulla nave in partenza. Questa donna era velata; Monte-Cristo la segu con gli occhi, con una emozione, che Morrel avrebbe facilmente notata, se all'opposto del conte, i suoi occhi non fossero stati fissi sul bastimento. Oh! mio Dio! grid Morrel, quel giovine che saluta col cappello, quel giovine in uniforme, con la contro spallina da sottotenente,  Alberto de Morcerf!
S, disse Monte-Cristo, io lo aveva riconosciuto.
In che modo? guardate dalla parte opposta.
Il conte sorrise, come faceva quando non voleva rispondere. I suoi occhi si riportarono sulla donna velata che disparve all'angolo della strada. Egli allora si rivolse:
Amico caro, diss'egli a Massimiliano, non avete alcuna cosa da fare in questa citt?
Ho da piangere sulla tomba di mio padre.
Sta bene, andate ed aspettatemi laggi; vi raggiunger, io pure ho una pietosa visita da fare.
Morrel lasci cadere la sua mano in quella che gli tendeva il conte, indi, con un movimento di testa, di cui sarebbe impossibile esprimere la malinconia, lasci il conte e si diresse verso l'est della citt. Monte-Cristo, allontanatosi Massimiliano, rest nello stesso luogo fin che fu passato, indi s'incammin verso i viali di Meillan, affine di ritrovare quella piccola casa, che il principio di questa nostra istoria avr reso famigliare ai nostri lettori. Ella si eleva ancora all'ombra dei tigli che servono di passeggiata agli oziosi Marsigliesi, tappezzata di vasti festoni di vite che s'incrociano sulla pietra ingiallita dall'ardente sole del mezzogiorno in braccia annerite e disseccate per l'et. Due scalini di pietra consunti dallo stropicciamento dei piedi conducevano alla porta d'entrata, porta fatta di tre assi che ad onta delle riparazioni annuali non avevano conosciuto il mastice e la pittura, aspettando pazientemente che ritornasse l'umidit per riavvivarle. Questa casa tutta graziosa, ad onta della sua antichit, tutta allegra, ad onta della sua apparente miseria, era pur quella che abitava altra volta il padre di Dants. Soltanto il vecchio abitava il soffitto, ed il conte aveva messa la casa tutta intera a disposizione di Merceds. L entr la donna del lungo velo che Monte-Cristo aveva veduta allontanarsi dal naviglio in partenza; ella ne chiudeva la porta al momento stesso in cui egli compariva all'angolo della strada, di modo che egli la vide sparire quasi subito dopo che la rinvenne. Per lui gli scalini usati erano antiche conoscenze, sapeva meglio di alcun altro aprire quella vecchia porta, in cui un chiodo a larga testa serviva per sollevare il nottolino. Cos egli senza bussare, senza prevenire, come un amico, come un ospite, entr. In capo ad un corridore lastricato di selci, apriva, ricco di calore di sole e di luce, un piccolo giardino, quel medesimo in cui, al posto indicato, Merceds aveva ritrovata la somma di cui la delicatezza del conte aveva fatto risalire il deposito a ventiquattro anni; dalla soglia della porta di strada si scoprivano i primi alberi di questo giardino. Giunto sulla soglia, Monte-Cristo intese un sospiro che rassomigliava ad un singulto: questo sospiro guid il suo sguardo, e sotto un pergolato di gelsomini della Virginia, dalle foglie fitte e dai lunghi fiori color di porpora, scoperse Merceds assisa, inchinata e piangente. Ella aveva rialzato il velo, e sola in faccia al cielo, col viso nascosto nelle mani, dava libero sfogo ai sospiri e ai singulti, cos lungamente contenuti per la presenza di suo figlio.
Monte-Cristo fece qualche passo in avanti; la sabbia strideva sotto i suoi piedi. Merceds rialz la testa e mand un grido di spavento vedendo un uomo davanti a lei.
Signora, disse il conte, non  pi in mio potere di apportarvi la felicit, ma vi offro la consolazione: degnatevi di accettarla come proveniente da un amico.
Sono infatto molto disgraziata, son sola al mondo...! non aveva che mio figlio, ed egli mi ha lasciata.
Ed ha fatto bene, signora, replic il conte, e ci  prova di un cuor nobile: egli ha capito che ogni uomo deve un tributo alla sua patria, gli uni col loro ingegno, gli altri colla loro industria; questi colle loro veglie, quelli col loro sangue. Restando con voi avrebbe consumata vicino a voi la sua vita divenuta inutile; non avrebbe potuto accostumarsi ai vostri dolori: sarebbe divenuto odioso a s stesso per impotenza; diventer grande e forte lottando contro la sua avversit ch'egli canger in fortuna. Lasciatelo ricostruire il vostro e l'avvenire d'entrambi, signora; io oso promettervi ch'egli si ritrova fra mani sicure.
Oh! disse la povera donna scuotendo tristamente la testa, questa fortuna di cui parlate, e che dal fondo del mio cuore prego Dio che gli venga concessa, io non la godr. Tante cose si sono infrante contro di me, ed intorno a me che mi sento vicina alla tomba. Voi avete fatto bene, signor conte, di avvicinarmi al luogo ove sono stata felice. Nel luogo ove si  stati felici l si deve morire.
Ahim! disse Monte-Cristo, tutte le vostre parole, signora, cadono amare e brucianti sul mio cuore; tanto pi amare e pi brucianti che voi avete ragione di odiarmi; sono stato io la causa di tutti i vostri mali; perch non mi compiangete voi invece di accusarmi! voi cos mi renderete molto pi disgraziato ancora.
Io odiarvi, accusare voi, voi, Edmondo... odiare, accusare l'uomo che ha salvata la vita di mio figlio, poich non era forse vostra fatale e sanguinosa intenzione quella di uccidere al signor de Morcerf questo figlio di cui egli andava superbo? Oh! guardatemi, e vedrete se vi  in me l'apparenza di un rimprovero. Il conte sollev il suo sguardo e lo ferm su Merceds, che per met in piedi, stendeva le mani verso di lui. Oh! guardatemi, continu ella con un sentimento di profonda malinconia; in oggi si pu sopportare tutto lo splendore dei miei occhi, non  pi il tempo in cui io veniva a sorridere ad Edmondo Dants, che mi aspettava lass alla finestra di quella soffitta, che abitava il suo vecchio padre... da quel tempo sono scorsi molti giorni dolorosi, che hanno scavato come un abisso fra me e quel tempo. Io accusare voi, Edmondo, odiarvi, amico mio! no!  me che accuso e che odio! oh! miserabile che sono, grid ella giungendo le mani ed alzando gli occhi al cielo, sono io stata punita...? io aveva la religione, l'innocenza, l'amore, questi tre beni che formano gli angeli, e, miserabile che sono stata, ho dubitato di Dio. Monte-Cristo fece un passo verso di lei, e le stese silenziosamente la mano.
No, diss'ella ritirando dolcemente la sua, no, amico mio, non mi toccate: mi avete risparmiata, e ci non ostante io era la pi colpevole di quanti avete colpito. Tutti gli altri hanno operato per odio, per cupidigia, per egoismo; ma io ho operato per vilt. Essi desideravano, io ho avuto paura. No, non mi stringete la mano, Edmondo; voi meditate qualche parola affettuosa, lo sento, non la dite, riserbatela per un'altra, non ne sono pi degna. Guardate... (ella scoperse del tutto il suo viso) guardate, le disgrazie hanno fatto i miei capelli grigi; i miei occhi hanno versato tante lagrime, che essi sono accerchiati di vene violette; la mia fronte si riempie di rughe. Voi, al contrario, Edmondo, siete sempre giovine, sempre bello, sempre altiero, e perch avete avuta la forza, e perch vi siete confidato in Dio, e Dio vi ha sostenuto. Io, sono stata vile, l'ho rinnegato, e Dio mi ha abbandonata. Merceds si struggeva in lagrime; il cuore della donna si spezzava all'urto delle rimembranze. Monte-Cristo le baci rispettosamente la mano; ma ella sent che questo bacio era senza ardore, come quello che il conte avrebbe deposte sulla mano di marmo di una statua. Vi sono, continu ella, delle esistenze predestinate cui al primo fallo si spezza tutto il loro avvenire. Io vi credeva morto, avrei dovuto morire; poich a che cosa mi ha servito il portare eternamente il vostro lutto nel mio cuore? a formare di una donna di 39 anni una donna di cinquant'anni, ecco tutto. A che ha servito che io sola fra tutti vi abbia riconosciuto? ho soltanto salvato mio figlio. Non doveva io egualmente salvare l'uomo, per quanto fosse colpevole, che aveva accettato per marito? per io l'ho lasciato morire; che dico, mio Dio! io ho contribuito alla sua morte, colla mia vile insensibilit, col mio disprezzo, non ricordandomi o non volendo ricordarmi che per me egli divent spergiuro e traditore! A che serve finalmente che io abbia accompagnato mio figlio fin qui, se qui lo abbandono, se qui lo lascio partire, se qui lo getto su quella terra divoratrice dell'Affrica! Oh! io sono stata vile! ho rinnegato il mio amore, e, come i rinnegati, porto disgrazia a tutto ci che mi circonda!
No, Merceds, disse Monte-Cristo, no; riprendete migliore opinione di voi stessa. No, voi siete una nobile e buona donna, mi avete disarmato col vostro dolore. Esaminate il passato, esaminate il presente, cercate d'indovinare l'avvenire; i pi spaventosi infortunii, le pi crudeli sofferenze, l'abbandono di tutti quelli che mi amavano, la persecuzione di coloro che non mi conoscevano, ecco la prima parte della mia vita; indi dopo la prigionia, la solitudine, la miseria; l'aria, la libert, una fortuna cos rumorosa, cos fatidica, cos smisurata, che, a meno di essere cieco, ho dovuto pensare che Iddio me la inviava con dei grandi disegni. Da quel momento questa fortuna mi  sembrata un sacerdozio, d'allora, non pi un pensiero in me per questa vita di cui voi, povera donna, avete qualche volta assaporata la dolcezza; non pi un'ora di calma; io mi sono sentito spinto come la nube di fuoco  spinta nel cielo per andare a bruciare le citt maledette. Come questi avventurosi capitani che s'imbarcano per un viaggio pericoloso, che meditano una pericolosa spedizione, io preparava i viveri, caricava le armi, ammassava i mezzi di assalto e di difesa, abituando il corpo agli esercizii pi violenti, lo spirito alle cose pi faticose, imparando al braccio l'uccidere, assuefacendo gli occhi a veder uccidere, a veder soffrire, la bocca a sorridere agli spettacoli pi terribili; di buono, di confidente, di smemorato che era, mi son fatto vendicativo, dissimulatore, cattivo, o piuttosto impassibile come la sorda e cieca fatalit. Allora mi sono slanciato nella via che mi era aperta, ho oltrepassato lo spazio, ho toccata la meta: infelici coloro che ho incontrati sulla mia strada!
Basta! disse Merceds, basta Edmondo! credete a quella che sola ha potuto riconoscervi, e sola pur anche ha saputo comprendervi? Ora, quella che se l'aveste incontrata sulla strada l'avreste infranta come un vetro, ha dovuto pur anche ammirarvi, Edmondo! Come vi  un abisso fra me ed il passato, vi  un abisso fra voi e gli altri uomini; e la mia pi dolorosa tortura, ve lo dir,  di fare dei confronti, perch non vi  niente al mondo che vi valga, che vi rassomigli. Ora, ditemi addio, Edmondo, e separiamoci.
Prima che io vi lasci, che desiderate voi, Merceds?
Non desidero che una cosa sola, che mio figlio sia felice.
Pregate il Signore, che solo tiene l'esistenza degli uomini fra le sue mani, di allontanare da lui la morte, io m'incarico del resto.
Grazie, Edmondo. Ma voi, Merceds?
Io non ho bisogno di niente, vivo fra due tombe; l'una  quella di Edmondo Dants, morto da lungo tempo; io l'amava! Questa parola non siede pi bene sulle mie labbra, ma il mio cuore si risovviene ancora, e per niente al mondo vorrei perdere la memoria del cuore. L'altra  quella di un uomo stato ucciso da Edmondo Dants:  mio debito di piangere il morto.
Vostro figlio sar felice, signora, ripet il conte.
Allora io pure sar felice quanto potr esserlo.
Ma... infine... che farete? Merceds sorrise tristamente: Dirvi che io vivr in questo paese come la Merceds di altra volta, vale a dire lavorando, non lo credereste; non sono pi atta che a pregare, e non ho bisogno di lavorare; il piccolo tesoro sepolto da voi, si ritrov al posto che avete indicato; si cercher chi sono io, si domander che faccio, non si sapr come vivo, che importa? questo  un affare fra Dio, voi e me.
Merceds, disse il conte, non ve ne faccio un rimprovero, ma voi avete esagerato il sacrificio, abbandonando tutta la fortuna fatta dal signor de Morcerf, la cui met vi apparteneva di diritto per la vostra economia e vigilanza.
Io vedo ci che mi volete proporre; ma non posso accettare, mio figlio me lo proibirebbe.
Per cui mi guarderei bene dal fare cosa alcuna per voi che non avesse l'approvazione di Alberto: sapr le sue intenzioni e mi vi sottometter. Ma se egli accetta ci che voglio fare, lo imiterete senza ripugnanza?
Voi sapete, Edmondo, che non sono una creatura pensante; non ho altra determinazione, se non quella di non determinarmi a niente. Dio mi ha talmente scossa nelle sue tempeste, che ho perduta la volont: sono fra le sue mani, come un passero fra gli artigli dell'aquila. Egli non vuole che io muoia, poich vivo. Se egli mi mander dei soccorsi,  segno che lo vorr, ed io li prender.
State all'erta, signora, disse Monte-Cristo, non  cos che si adora Iddio! Dio vuole essere compreso, vuole che si conosca la sua possanza: egli  per questo che ci ha dato il libero arbitrio.
Disgraziato! grid Merceds, non mi parlate cos, lasciatemi l'illusione che non aveva il libero arbitrio, senza di che, che cosa mi resterebbe per salvarmi dalla disperazione? Monte-Cristo impallid leggermente ed abbass la testa, oppresso dalla veemenza del dolore.
Non volete dirmi, a rivederci? fece egli stendendole la mano.
Al contrario, vi dir a rivederci, replic Merceds, mostrandogli solennemente il cielo; questo  un provarvi che io spero ancora. E dopo aver toccata la mano del conte colla sua mano tremante, Merceds si slanci nelle scale, e disparve dagli occhi del conte. Monte-Cristo allora usc lentamente dalla casa e riprese la strada del porto.
Ma Merceds non lo vide allontanarsi quantunque ella fosse alla finestra della piccola camera del padre di Dants. I suoi occhi cercavano di lontano il bastimento che trasportava suo figlio verso il vasto mare.  per vero che la sua voce, come suo malgrado, mormorava sommessamente:
Edmondo! Edmondo! Edmondo!
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Capitolo 113. IL PASSATO.
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Il conte usc coll'anima oppressa da questa casa ove lasciava Merceds per non rivederla mai pi, secondo tutte le probabilit. Dopo la morte del piccolo Edoardo, si era operato un gran cangiamento in Monte-Cristo. Giunto al sommo della sua vendetta pel declive lento e tortuoso che aveva seguito, vide dall'altra parte della montagna l'abisso del dubbio. Vi era di pi: la conversazione che aveva avuto con Merceds aveva risvegliato tante rimembranze nel suo cuore, che queste stesse rimembranze avevano bisogno di essere combattute. Un uomo della tempra del conte non poteva fluttuare lungamente in questa malinconia, che pu far vivere gli spiriti volgari dando loro una apparente originalit, ma che uccide le anime elevate. Il conte diceva a s stesso che per essere giunto quasi a biasimarsi, bisognava che si fosse introdotto un qualche sbaglio nei suoi calcoli.
Io guardo male il passato, diss'egli, e non posso essermi in tal modo sbagliato. Che! continuava, lo scopo che mi era proposto sarebbe forse insensato? che! avrei percorsa una falsa strada per dieci anni? che! un'ora sarebbe bastata per provare all'architetto che l'opera di tutte le sue speranze era un'opera se non impossibile almeno perversa. Io non voglio abituarmi a questa idea, mi renderebbe pazzo. Ci che manca ai miei ragionamenti d'oggi,  l'apprezzamento esatto del passato dall'altra estremit dell'orizzonte. Infatto a seconda che s'avanza, il passato, simile al paesaggio a traverso il quale si passa, si cancella dalla memoria a seconda che si allontana. Mi accade ci che accade a coloro che si sono feriti in sogno, essi guardano e sentono la loro ferita e non si ricordano di averla ricevuta. Andiamo dunque, uomo rigenerato; andiamo, ricco stravagante, andiamo, dormente risvegliato; andiamo, visionario possente; andiamo, milionario invincibile, riprendi per un momento questa funesta prospettiva della tua vita miserabile ed affamata, ripassa pel sentiero in cui ti ha spinto la tua stella, in cui ti ha condotto l'infortunio, in cui ti ha ricevuto la disperazione; troppi diamanti, troppo oro, troppa felicit, irradiano oggi sul cristallo di questo specchio ove Monte-Cristo guarda Dants; nascondi questi diamanti, imbratta quest'oro, cancella questi raggi; ricco, ritorna povero; libero, ritorna prigioniero; risuscitato, ritorna cadavere. Tali cose dicendo a s stesso Monte-Cristo percorreva la strada della Caisserie, era la stessa per la quale, vent'anni prima, era stato condotto da una guardia silenziosa e notturna; queste case coll'aspetto ridente e animato erano in quella notte tetre, mute e chiuse.
Eppure sono le stesse, mormor Monte-Cristo. Soltanto allora faceva notte, e oggi  giorno chiaro,  il sole che rischiara tutto ci e che rende tutto gaio.
Egli discese allo scalo San Lorenzo e si avanz verso la Consigne, era il punto ove fu imbarcato. Un battello da passeggiata ivi era a poca distanza; Monte-Cristo chiam il barcaruolo, che tosto rem alla sua volta, colla fretta che mettono in questo esercizio i battellieri che sfiorano l'onda con una buona barca. Il tempo era magnifico, il viaggio fu una festa. Il sole discendeva all'orizzonte, rosso e fiammeggiante, nei flutti che si arrossavano al suo avvicinarsi; il mare, liscio come uno specchio, s'increspava qualche volta sotto il guizzo dei pesci che, perseguitati da qualche nascosto nemico, si slanciavano fuori dell'acqua per chiedere la loro salvezza ad un altro elemento; finalmente sull'orizzonte si vedevano passare bianche e graziose come gabbiani viaggiatori, le barche dei pescatori che ritornavano alle Martigues, o i bastimenti mercantili carichi per la Corsica o per la Spagna. Ad onta di queste barche coi graziosi contorni, ad onta di questa luce dorata che inondava il paesaggio, il conte, avvolto nel suo mantello, si ricordava a uno a uno di tutti i particolari del terribile viaggio: quel lume unico ed isolato che ardeva ai Catalani, quella vista del castello d'If che gli fece comprendere il luogo ove lo conducevano, quella lotta coi gendarmi allora quando volle precipitarsi in mare, la sua disperazione quando si sent vinto, e quella sensazione di freddo al contatto della estremit della canna di carabina applicata sulle tempia come un anello di ghiaccio. A poco a poco come quelle sorgenti disseccate dalla state che, allora quando si ammassano le nubi d'autunno, s'inumidiscono a poco a poco e cominciano a trasudare goccia a goccia, il conte di Monte-Cristo sent trapelare nel suo petto goccia a goccia quel vecchio fiele stravasato, che aveva altra volta inondato il cuore d'Edmondo Dants. Per lui non vi fu pi bel cielo, pi barche graziose, pi luce ardente; il cielo si vel di nubi, l'apparizione del tetro gigante che si chiama il castello d'If lo fece rabbrividire, come se gli fosse comparso di repente il fantasma d'un nemico mortale. Istintivamente il conte addietr fino all'estremit della barca. Il barcaiuolo aveva un bel che dire colla sua voce pi accarezzante:
Noi siamo a terra, signore. Monte-Cristo si ricord che in questo medesimo luogo, su questo medesimo scoglio, era stato trascinato violentemente dalle sue guardie, che lo avevano sforzato a salire questa cordonata pungendogli i reni colla punta di una baionetta. La strada era sembrata molto lunga in altro tempo a Dants; Monte-Cristo l'aveva ritrovata cortissima; ciascun colpo di remo, coll'acqua che avea fatta spruzzare, aveva ridestato in lui un milione di pensieri e di ricordi. Dopo la rivoluzione di luglio non vi erano pi prigionieri al castello d'If, un picchetto destinato ad impedire il contrabbando abitava solo i corpi di guardia; un portinaro aspettava i curiosi alla porta per mostrar loro questo monumento di terrore, divenuto un monumento di curiosit. Eppure, quantunque fosse istruito di tutto ci, quando entr sotto la volta, quando discese la nera scala, quando fu condotto al carcere che aveva chiesto di vedere, un gelido pallore invest la sua fronte, il cui freddo sudore fu respinto fino al cuore. Il portinaro che lo conduceva era l soltanto dal 1830. Fu condotto nel suo proprio carcere. Rivide la pallida luce che filtrava dallo stretto spiraglio, rivide il posto ove era il letto, tolto di poi, e dietro a questo letto, quantunque ammurata, ma visibile ancora per le sue pietre pi nuove, rivide l'apertura scavata dall'amico Faria. Monte-Cristo sent le gambe indebolirsi, prese uno sgabello di legno e vi si assise sopra.
Si racconta qualche storia su questo castello oltre quella dell'imprigionamento di Mirabeau? domand il conte; vi  qualche tradizione su queste lugubri dimore, ove si esita a credere che uomini vivi possano giammai esser stati racchiusi?
S, signore, disse il portinaro, e su questa stessa prigione il carceriere Antonio me ne ha raccontata una.
Monte-Cristo fremette. Antonio era stato il suo carceriere, egli ne aveva quasi dimenticato il nome ed il viso; ma al sentire pronunziare il suo nome, lo rivide tal qual era, colla figura circondata da barba, la veste bruna, ed il mazzo di chiavi di cui gli sembrava ancora risentire il tintinnio. Il conte si rivolse, e cred vederlo nell'ombra del corridore, resa pi oscura dalla luce della torcia che ardeva nelle mani del portinaro. Signore, vuole ella ch'io la racconti? domand il portinaro.
S, fece il conte di Monte-Cristo, dite.
E si mise la mano sul petto per comprimere i frequenti battiti del cuore spaventato dal sentirsi raccontare la sua propria istoria. Dite, ripet egli.
Questo carcere, riprese il portinaro, era abitato da un prigioniero,  molto tempo, un uomo pericoloso, a quanto sembrava, e tanto pi pericoloso, in quanto che era pieno d'industria. Un altro uomo abitava questo stesso castello nello stesso tempo di lui; questi per non era cattivo, era un povero uomo scienziato divenuto pazzo.
Ah! s, pazzo! ripet Monte-Cristo, qual era la sua pazzia?
Egli offriva dei milioni se gli si fosse voluta rendere la libert. Monte-Cristo alz gli occhi al cielo, ma egli non vide il cielo; vi era una separazione di pietra fra lui e il firmamento. Pens allora che v'era stata una separazione non meno compatta fra Faria che offriva dei tesori, e gli occhi di coloro ai quali venivano offerti quei tesori.
I prigionieri potean vedersi? domand Monte-Cristo.
Oh! no, signore, era espressamente proibito: ma essi delusero la proibizione scavando un passaggio che andava da una prigione all'altra.
Chi fu dei due quello che scav il passaggio?
Oh! fu certamente il giovine, disse il portinaro; il giovine era industrioso e forte, mentre che il povero scienziato era vecchio e debole; d'altra parte, egli aveva lo spirito troppo vacillante per tener fissa un'idea.
Ciechi... mormor Monte-Cristo.
Tanto  vero, continu il portinaro, che il giovine scav questo passaggio, con che? non si sa: ma egli lo scav, e la prova si  che se ne vedono ancora le tracce; a voi, le vedete? e avvicin la torcia al muro.
Ah! s! davvero, fece il conte con una voce affievolita per la emozione.
Ne risult che i due prigionieri comunicarono insieme. Quanto tempo durasse questa comunicazione, non si sa: un giorno il vecchio cadde malato e mor. Indovinate un poco che cosa fece il giovine? disse il custode interrompendosi: trasport il defunto e lo pose nel proprio letto col naso al muro, indi ritorn nel carcere vuoto, chiuse il foro, e si cacci dentro al sacco del morto. Avreste mai avuta una simile idea? Monte-Cristo chiuse gli occhi, e torn a risentire tutte le impressioni che aveva provate allorquando quella grossa tela, ancor fredda pel cadavere che vi era stato, gli strofinava il viso. Il custode continu:
Sentite, ecco quale era il suo disegno: credeva che nel castello d'If i morti si seppellissero, e siccome non dubitava che si fossero fatte grandi spese per il sotterramento dei prigionieri, cos calcolava di potere essere in istato di rialzare la terra con le sue spalle; ma disgraziatamente in questo castello vi era un altro costume che distruggeva tutt'i suoi disegni: i morti non si seppellivano; si attaccava loro ai piedi una grossa palla da cannone, e si lanciavano in mare, il che fu fatto. Il nostro uomo fu gettato all'acqua dall'alto della galleria; il giorno dopo si ritrov il vero morto nel suo letto, e fu indovinato tutto, poich i becchini dissero allora, cosa che non avevano osato di dire prima, cio che quando il corpo fu lanciato nel vuoto, essi avevano inteso un grido terribile soffocato nello stesso punto dall'acqua nella quale era disparso. Il conte respirava con pena, il sudore gli colava dalla fronte, l'angoscia gli stringeva il cuore. No! mormor egli, no! quel dubbio che io provai, era un principio d'obblio! ma qui il cuore si riapre di nuovo e ritorna affamato di vendetta... E del prigioniero, domand egli, se n' mai sentito parlare?
Giammai, giammai; capirete bene che delle due l'una: o egli  caduto a piatto, e siccome cadeva da una cinquantina di piedi d'altezza, sar rimasto ucciso sul colpo.
Voi avete detto che gli era stata attaccata una palla ai piedi! sar caduto ritto.
O egli  caduto ritto, riprese il portinaro, e allora il peso della palla lo avr trascinato al fondo, ove  rimasto, povero uomo.
Voi lo compiangete?
In fede mia, s, quantunque egli fosse nel suo elemento.
Che volete dire con ci?
Che correva una voce che quel disgraziato fosse stato in altri tempi ufficiale di marina detenuto come bonapartista.
Davvero! mormor il conte, Dio ti ha fatto per galleggiare al di sopra dei flutti e delle fiamme. Cos il povero marinaro vivo nella memoria di qualche narratore, si racconta la sua terribile istoria all'angolo del caminetto, e si freme al momento in cui fend lo spazio per essere inghiottito nel fondo del mare... Non si  mai saputo il suo nome? domand il conte alzando la voce.
Ah! s disse il guardiano in che modo? egli non era conosciuto che sotto il nome del n. 34.
Villefort! Villefort! mormor Monte-Cristo, ecco, ci che molte volte tu avrai dovuto dirti quando il mio spettro importunava le tue veglie.
Il signor vuol continuare la visita? domand il portinaro.
S, volete mostrarmi la camera dello scienziato?
Ah! del N. 27. S, del N. 27, ripet Monte-Cristo.
E gli sembr ancora sentire la voce di Faria quando gli aveva domandato il suo nome, e gli aveva gridato il proprio numero a traverso il muro. Venite.
Aspettate, disse Monte-Cristo, che io getti un ultimo sguardo su tutta la superficie di questo carcere.
Ci cade a proposito, disse la guida, ho dimenticata la chiave dell'altro.
Andate a prenderla. Vi lascio la torcia.
No, portatela con voi. Ma voi resterete all'oscuro.
Io la notte ci vedo. To', come lui? Chi lui?
Il N. 34. Si dice che egli si era talmente abituato all'oscurit, che avrebbe veduto una spilla nell'angolo pi oscuro di questo carcere.
Egli  per stato necessario una diecina d'anni per giungere a questo, mormor il conte.
La guida si allontan portando seco la torcia. Il conte aveva detto il vero: dopo che era rimasto alcuni secondi nell'oscurit, cominci a distinguere tutto come a giorno chiaro. Allora egli guard d'intorno a s, riconobbe realmente bene il suo carcere. S, diss'egli, ecco la pietra sulla quale io sedeva! ecco l'impronta delle mie spalle che hanno consunto il muro! ecco la traccia del sangue che col dalla mia fronte il giorno in cui volli infrangermi la testa contro le mura!... Oh! queste cifre... me ne ricordo... io le feci un giorno che calcolava l'et di mio padre per sapere se lo avrei veduto vivo; e l'et di Merceds per sapere se l'avrei ritrovata libera... ebbi un momento di speranza dopo aver compito questo calcolo... io contava senza la fame, e senza l'infedelt. Ed un riso amaro sfugg dalla bocca del conte. Vide come in un sogno suo padre portato alla tomba.... Merceds condotta all'altare! sull'altra parete del muro un'iscrizione colp la sua vista. Ella si staccava, ancor bianca, sul muro verdastro: MIO DIO, vi lesse Monte-Cristo, CONSERVATEMI LA MEMORIA. Oh! s grid egli, ecco la sola preghiera dei miei ultimi tempi: non chiedeva pi la libert, chiedeva la memoria, temeva di divenire pazzo, e dimenticare tutto; mio Dio, mi avete conservata la memoria, ed io mi sono ricordato di tutto. Grazie, grazie, mio Dio! In questo momento la luce della torcia risplendeva sul muro: era la guida che discendeva.
Monte-Cristo and ad incontrarla. Seguitemi, diss'egli; e senza aver bisogno di ritornare verso il chiaro, lo fece continuare per un corridore sotterraneo che lo condusse ad un'altra entrata. L pure Monte-Cristo fu assalito da una folla di pensieri. La prima cosa che colp i suoi occhi, fu la meridiana tracciata sul muro, per mezzo della quale Faria contava le ore, indi i resti del letto sul quale il povero prigioniero era morto.
A questa vista, il conte invece di provare le angosce sentite nel suo carcere, prov un dolce e tenero sentimento; il sentimento della riconoscenza gli gonfi il cuore, e due lagrime scorsero dagli occhi.
 qui, disse la guida, che abitava il pazzo,  per di l che il giovine lo veniva a ritrovare, ed egli fece vedere a Monte-Cristo l'apertura del passaggio che da questa parte era rimasta aperta. Al colore della pietra, continu egli, un esperto ha riconosciuto che doveva essere almeno dieci anni che i due prigionieri comunicavano insieme. Povera gente, essi dovevano essersi molto annoiati in questi dieci anni!
Dants cav alcuni luigi di saccoccia, e stese la mano verso quest'uomo che lo compiangeva per la seconda volta senza conoscerlo. Il portinaro li ricevette, credendo ricevere della piccola moneta; ma allora quando al chiarore della torcia riconobbe il valore della somma, che gli era stata data dal visitatore: Signore, diss'egli, voi vi siete sbagliato.
In che modo? Mi avete dato dell'oro. Lo so.
Come! lo sapete? S. La vostra intenzione  dunque stata di darmi dell'oro? S. Dunque posso conservarlo in buona coscienza? S.
Ed il custode guard Monte-Cristo con meraviglia.
 onest! disse il conte come Hamlet.
Signore, rispose il portinaro che non osava credere alla sua fortuna, non capisco la vostra generosit.
Eppure  facile a comprendersi, amico mio, disse il conte: io sono stato marinaro, e la vostra storia ha dovuto commovermi pi di qualunque altro.
Allora, signore, disse la guida, poich voi siete cos generoso, voi meritate che io vi offra qualche cosa.
Che hai da offrirmi, conchiglie, lavori di paglia? grazie.
No, qualche cosa che ha rapporto colla storia che vi narrava.
Davvero! grid vivamente il conte, che cosa  dunque?
Ascoltate, disse il portinaro, ecco ci che  accaduto: io dissi fra me stesso: si ritrova sempre qualche cosa nella camera di un prigioniero, quando questi vi  rimasto quindici anni, e mi sono messo ad esplorare i muri.
Ah! grid Monte-Cristo ricordandosi del doppio nascondiglio.
A forza di ricerche ritrovai che il muro risuonava sotto il capezzale del letto e sotto il caminetto.
S, disse Monte-Cristo, s!
Levai le pietre ed ho ritrovato...
Una scala di corde, degli utensili! grid il conte.
E come lo sapete? domand il portinaro con meraviglia.
Non lo so, ma lo indovino, disse il conte; ordinariamente  ci che ritrovasi nei nascondigli dei prigionieri.
S, disse la guida, una scala di corda, e degli utensili.
E tu li hai ancora? grid Monte-Cristo.
No, signore; ho venduto questi diversi oggetti ad alcuni visitatori! ma mi resta un'altra cosa.
Che cosa dunque? domand il conte con impazienza.
Mi resta una specie di libro scritto sopra strisce di tela.
Oh! grid Monte-Cristo, ti resta questo libro?
Non so se sia un libro, disse il custode.
Va, a cercarlo, disse il conte, e se  quel che io presumo, sta pur tranquillo! non avrai a pentirtene.
Io corro, signore. E la guida usc. Allora egli and ad inginocchiarsi pietosamente davanti ai resti di questo letto che per lui era stato dalla morte convertito in un altare.
Oh! mio secondo padre, diss'egli, tu mi hai data la libert, la scienza, la ricchezza, se dal fondo della tua tomba resta ancora qualche cosa che freme alla voce di quelli che sono rimasti sulla terra, se nella trasfigurazione che soffre il cadavere qualche cosa di animato si agita nei luoghi ove noi abbiamo molto amato o molto sofferto, nobile cuore, spirito superiore, anima profonda, con una parola, con un segno, con una rivelazione qualunque, te ne scongiuro, in nome di questo amore paterno che tu mi accordavi, e del rispetto filiale che ti portava, toglimi questo resto di dubbio, fa che si cambi in convinzione, e sgombra il rimorso.
Il conte abbass la testa e congiunse le mani. Prendete, signore! disse una voce dietro a lui. Monte-Cristo rabbrivid, e si volt. Il portinaro gli stese quelle strisce di tela su cui Faria aveva sparso tutti i tesori della sua scienza. Questo manoscritto era la grande opera di Faria di cui abbiam parlato.
Il conte se ne impadron in tutta fretta, ed i suoi occhi fin dal principio caddero sull'epigrafe, egli lesse:
Tu strapperai i denti al drago, e calpesterai sotto i tuoi piedi i leoni, ha detto il Signore.
Ah! grid egli, ecco la risposta! Grazie padre mio, grazie! E cavando di saccoccia un piccolo portafogli che conteneva dieci biglietti di banca di mille franchi ciascuno: prendi, diss'egli, questo portafogli. Voi me lo regalate?
S, ma a condizione che tu non vi guarderai dentro che quando io sar partito. E ponendosi sul petto la reliquia che aveva ritrovata, e che per lui aveva il prezzo del pi gran tesoro, si slanci fuori del sotterraneo, e rimontando nella barca: A Marsiglia! diss'egli. Indi allontanandosi cogli occhi fissi sulla tetra prigione: Infortunio! diss'egli a coloro che mi hanno fatto rinchiudere in questo tetro carcere, e a coloro che hanno dimenticato che io vi era rinchiuso. E ripassando davanti ai Catalani, il conte si rivolt, ed avviluppando la testa nel suo mantello, mormor il nome di una donna. La vittoria era completa, il conte aveva per due volte atterrato ogni dubbio. Questo nome, ch'egli pronunci con una espressione di tenerezza che si accostava all'amore, era il nome d'Hayde. Mettendo piede a terra, Monte-Cristo s'incammin verso il cimitero ove sapeva di ritrovare Morrel. L pure, dieci anni prima, aveva pietosamente cercata una tomba in quel cimitero, e l'aveva cercata inutilmente. Egli, che ritornava in Francia con dei milioni, non aveva potuto ritrovare la tomba di suo padre morto di fame. Morrel vi aveva ben fatto mettere una croce, ma essa era caduta. Il degno negoziante era stato pi fortunato; morto fra le braccia dei suoi figli, fu condotto da loro a riposare vicino a sua moglie che lo aveva preceduto di due anni nell'eternit. Due larghe pietre di marmo, sulle quali erano scritti i loro nomi, stavano stese l'una vicina l'altra in un piccolo recinto chiuso da una balaustrata di ferro ed ombreggiato da quattro cipressi.
Massimiliano era appoggiato ad uno di questi alberi, e fissava sulle due tombe gli occhi che non vedevano. Il suo dolore era profondo, quasi smarrito. Massimiliano, gli disse il conte, non  l che devi guardare;  l!
E gli mostr il cielo.
I morti sono dappertutto, disse Morrel: non  ci che voi stesso mi avete detto quando uscivam da Parigi?
Massimiliano, disse il conte, viaggio facendo, mi avete domandato di fermarvi qualche giorno a Marsiglia: avete sempre lo stesso desiderio?
Non ho pi alcun desiderio, disse Morrel, mi sembra soltanto che aspetterei meno penosamente a Marsiglia che in qualunque altro luogo.
Tanto meglio, Massimiliano, perch io vi lascio, e porto meco la vostra parola, non  vero?
Ah! io la dimenticher, conte, disse Massimiliano.
No! non la dimenticherete, prima di tutto perch siete un uomo d'onore, Morrel, perch lo avete giurato; perch tornerete a giurarlo.
Oh! conte, abbiate piet di me! son cos infelice!
Ho conosciuto un uomo pi infelice di voi.
Impossibile.
Ah! disse Monte-Cristo,  uno degli orgogli della nostra povera umanit, quello che un uomo si crede sempre pi disgraziato di un altro disgraziato che piange e deplora vicino a lui.
Che vi  pi disgraziato dell'uomo che ha perduto il solo bene che amava e desiderava al mondo?
Ascoltate, Morrel, disse Monte-Cristo, e fissate un momento il vostro pensiero su ci che sono per dirvi: ho conosciuto un uomo che, come voi, aveva fatto riposare tutte le sue speranze di felicit sopra una donna. Quest'uomo era giovine, aveva un vecchio padre ch'egli amava, una fidanzata che egli adorava; era sul punto di sposarla; per uno di quei capricci della sorte, che farebbe quasi dimenticare la bont di Dio, se Dio poi non si rivelasse pi tardi, mostrando che tutto  per lui un mezzo di condurre alla sua unit infinita, quando di repente per un capriccio di sorte, gli fu tolta la libert, la fidanzata, l'avvenire che sognava e che credeva suo (poich cieco ch'egli era non poteva leggere che nel presente) per seppellirlo nel fondo di un carcere. Ah! fece Morrel, si esce dal carcere in capo ad otto giorni, ad un mese, ad un anno.
Egli vi rest quattordici anni, Morrel, disse il conte ponendo una mano sulla spalla del giovine.
Massimiliano fremette: Quattordici anni, mormor egli.
Quattordici anni, ripet il conte: egli pure, in questi 14 anni, ebbe dei momenti di disperazione; egli pure, come voi, Morrel, si credeva il pi disgraziato degli uomini; volle uccidersi.
Ebbene? domand Morrel.
Ebbene! nel momento supremo, Dio si rivel a lui con questo mezzo umano; forse al primo punto non comprese questa misericordia infinita del Signore, poich vi vuol del tempo agli occhi velati di lagrime, per schiudersi del tutto, ma in fine egli prese pazienza, ed aspett. Un giorno usc dalla sua tomba trasfigurato, ricco, possente; il suo primo grido fu per suo padre; suo padre era morto.
A me pure il padre  morto, disse Morrel.
S, ma vostro padre  morto fra le vostre braccia, amico, felice, onorato, ricco, pieno di giorni; suo padre invece mor povero, disperato, e di fame, e allora quando dieci anni dopo la sua morte suo figlio ne cerc la tomba, la tomba pure era disparsa, e nessuno pot dirgli:  l che riposa nel Signore il cuore che ti ha tanto amato: questo era un figlio pi disgraziato di voi, Morrel, poich quegli non sapeva neppure ove ritrovare la tomba di suo padre.
Ma, gli restava almeno la donna che egli aveva amata.
Voi vi sbagliate, Morrel; questa donna... Era morta?
Peggio ancora: ella era stata infedele, aveva sposato uno dei persecutori del suo fidanzato: vedete dunque, Morrel, che quest'uomo era pi disgraziato amante di voi.
Ed a quest'uomo, Dio ha inviata la consolazione?
Gli ha inviata la calma.
E quest'uomo potr ancora un giorno essere felice?
Io lo spero, Massimiliano. Il giovine lasci cadersi la testa sul petto: Voi avete la mia promessa, diss'egli, dopo un minuto di silenzio e stendendo la mano a Monte-Cristo: ricordatevi soltanto che...
Il 5 ottobre, Morrel, io vi aspetto all'isola di Monte-Cristo. Il 4 un yacht vi aspetter nel porto di Bastia; questo yacht si chiamer l'Euro: voi vi nominerete al capitano, che vi condurr da me;  convenuto, non  vero, Massimiliano?
 convenuto, conte, ed io far ci che ho detto; ma ricordatevi che il 5 ottobre...
Fanciullo che non sa ancora che cosa sia la promessa di un uomo... vi ho detto venti volte, che se in quel giorno volete ancora morire, io vi aiuter, Morrel. Addio.
Voi mi lasciate?
S, ho alcune faccende in Italia; vi lascio solo, solo alle prese colla vostra infelicit, solo con quell'aquila dalle ali possenti che il Signore invia ai suoi eletti, per trasportarli ai suoi piedi.
Quando partite?
Sul momento; il battello a vapore mi aspetta, fra un'ora sar molto lungi da voi; mi accompagnate fino al porto?
Io sono tutto per voi, conte. Abbracciatemi.
Morrel scort il conte fino al porto: di gi il fumo usciva come un immenso pennacchio dal tubo nero che lo lanciava al cielo. Ben presto il naviglio part, e un'ora dopo, come lo aveva detto Monte-Cristo, questo fumo biancastro, appena era visibile sull'orizzonte ingombrato dalla prima nebbia della notte.
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Capitolo 114. PEPPINO.
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Al momento stesso in cui il battello a vapore del conte spariva dietro il capo Morgiou, un uomo correva la posta da Firenze a Roma, passando dalla piccola citt d'Acquapendente. Egli camminava abbastanza presto per far molta strada, senza tutta volta divenir sospetto. Vestito con un soprabito che il viaggio aveva consumato, ma che lasciava vedere brillante e fresco il nastro della Legion d'Onore ripetuto sul suo abito, questo uomo, non solo da questo doppio segno, ma ancora dall'accento col quale parlava al postiglione doveva essere riconosciuto per francese. Una prova ancora ch'egli era nato nel paese della lingua universale  ch'egli non sapeva altre parole d'italiano, che quelle della musica che possono come il goddam di Figaro, sostituir tutte le finezze di una lingua particolare. Allegro! diceva egli ai postiglioni ad ogni salita: moderato! faceva ad ogni discesa. E Dio sa se vi sono salite e discese da Firenze a Roma per la strada d'Acquapendente! Queste due parole, del resto, facevano molto ridere le brave genti alle quali erano indirizzate. In faccia alla citt eterna, vale a dire giungendo alla Storta, punto da dove si scorge Roma, il viaggiatore non prov quel sentimento di entusiastica curiosit, che spinge ogni straniero ad alzarsi dal fondo della carrozza, per scorgere la famosa cupola di San Pietro, che si vede molto prima di distinguere qualunque altra cosa. No, egli cav soltanto il suo portafoglio di saccoccia, e da esso una carta piegata in quattro, che spieg e ripieg con una attenzione che rassomigliava a rispetto, e si limit a dire.
Buono! io l'ho sempre. La carrozza oltrepass la porta del Popolo, prese a sinistra e si ferm di rimpetto al palazzo di Spagna. Mastro Pastrini nostra antica conoscenza, ricevette il viaggiatore sul limitare della porta col cappello in mano. Il viaggiatore discese, ordin un buon pranzo e s'inform dell'indirizzo della casa Thomson e French, che gli fu indicato sul momento; questa casa era una delle pi conosciute di Roma.
Ella era situata in via dei Banchi, vicino al ponte sant'Angelo. A Roma, come dappertutto, l'arrivo d'una carrozza di posta  un avvenimento. Dieci giovani discendenti da Mario e dai Gracchi, coi piedi nudi, i gomiti stracciati, ma il pugno sull'anca, e il braccio pittorescamente ricurvo al di sopra della testa, guardavano il viaggiatore, la carrozza e i cavalli; a questi birichini della citt per eccellenza, si erano uniti una cinquantina di balordi dello stato romano, di quelli che fanno dei cerchi sputando nell'acqua del Tevere dall'alto del ponte di castel sant'Angelo quando nel Tevere vi  acqua.
Ora, siccome i monelli e i balordi di Roma pi felici di quelli di Parigi, capiscono tutte le lingue, e particolarmente la francese, capirono che il viaggiatore domandava un appartamento, da pranzo, e finalmente l'indirizzo della casa Thomson e French. Ne risult che allora quando il nuovo arrivato usc dall'albergo col cicerone d'uso, un uomo si stacc dal gruppo dei curiosi, e senza esser notato dal viaggiatore, senza sembrare di essere osservato dalla sua guida, cammin a poca distanza dallo straniero, seguendolo con tanta maestria, quanta ne avrebbe potuta avere un messo della polizia parigina. Il francese era cos stimolato dalla fretta di fare la sua visita alla casa Thomson e French, che non ebbe il tempo d'aspettare che i cavalli fossero attaccati; la carrozza doveva raggiungerlo per la strada, e aspettarlo alla porta del banchiere.
Arrivarono senza che la carrozza li avesse raggiunti.
Il francese entr lasciando la sua guida in anticamera che subito si mise a far conversazione con due o tre di quegli industriosi senza industria, o meglio di una di quelle mille industrie che si esercitano a Roma, alla porta dei banchieri, delle chiese, delle ruine, dei musei o dei teatri.
Nello stesso tempo del francese entr pure l'uomo che si era staccato dal gruppo dei curiosi; il francese buss ai vetri della bussola e penetr nella prima camera.
I signor Thomson e French? domand lo straniero. Una specie di lacch si alz dietro un segno di un commesso di confidenza, guardiano formale del primo ufficio.
Chi debbo annunziare? domand il lacch disponendosi a camminare davanti al forestiere.
Il signor barone Danglars, rispose il viaggiatore.
Venite, disse il lacch. Fu aperta una porta; il lacch ed il barone disparvero per essa. L'uomo che era entrato dietro Danglars si assise sopra un banco. Il commesso continu a scrivere per circa cinque minuti; durante i quali l'uomo seduto conserv il pi profondo silenzio e la pi assoluta immobilit. Indi la penna cess di stridere sulla carta; alz la testa, guard attentamente attorno a s e dopo essersi assicurato che si ritrovava a quattr'occhi: Ah! ah! diss'egli, eccoti qui, Peppino!
S! rispose questi laconicamente.
Hai odorato alcun che di buono intorno a questo signore?
Non vi  gran merito per questo, ne siamo stati avvisati.
Tu sai dunque ci che egli viene a far qui, curioso.
Viene a riscuotere; rimane soltanto a sapersi la somma.
Ti si dir quanto prima, amico.
Ma non mi darai, come l'altro d, delle false informazioni.
Che intendi dire, di chi vuoi parlare? sarebbe forse di quell'inglese, che giorni sono port via tremila scudi?
No, quello aveva in realt i tremila scudi, e li abbiamo saputi ritrovare: m'intendo di parlare del principe russo; tu ci avevi accusato trentamila lire, e non ne abbiamo ritrovate che ventidue.
Avrete cercato male.
 stato Luigi Vampa che ha fatto la perquisizione.
In questo caso, avr avuto dei debiti da pagare.
Un russo? Ovvero avr speso il danaro.
Questo  il pi possibile di tutto.
 sicurissimo; ma, lasciatemi andare al mio osservatorio, altrimenti il francese far il fatto suo, senza che io possa sapere il positivo della cifra. Peppino fece un segno affermativo con la testa, e si mise ad osservare alcune incisioni appese al muro, mentre che il commesso spariva dalla stessa porta che aveva dato passaggio al lacch ed al barone. In capo a circa dieci minuti, ricomparve il commesso tutto raggiante. Ebbene? domand Peppino al suo amico.
All'erta! all'erta! disse il commesso, la somma  rotonda.
Da cinque a sei milioni, n' vero? S, tu sai la cifra?
Sopra una ricevuta di Sua Eccellenza il conte di Monte-Cristo e della quale  stato accreditato sopra Roma, Venezia e Vienna.
 cos, in che modo sei tu tanto bene informato?
Te l'ho detto, siamo stati prevenuti, riprese Peppino.
Allora, perch ti sei indirizzato a me?
Per essere ben sicuro che questo era l'uomo col quale avevam che fare.  veramente lui... cinque milioni. Una bella somma eh! Peppino? S. Ma non ne avremo mai altrettanti. Almeno, rispose filosoficamente Peppino, avremo gli avanzi.
Zitto! ecco il nostro uomo. Il commesso riprese la sua penna, e Peppino ritorn di nuovo ad osservare i rami.
Danglars comparve irradiato, accompagnato da un banchiere che lo ricondusse fino alla porta. A seconda delle convenzioni, la carrozza che doveva ricondurre Danglars, aspettava davanti alla porta di Thomson e French. Il cicerone ne teneva lo sportello aperto; il cicerone  un essere molto complimentoso e compiacente, che si pu impiegare in ogni cosa. Danglars salt nella carrozza, leggero come un giovine di vent'anni. Il cicerone chiuse lo sportello, e sal vicino al cocchiere. Peppino mont nel posto di dietro.
Sua Eccellenza vuol ella andare a vedere San Pietro? domand il cicerone.
Per farne che? rispose il barone. Diamine! per vedere!
Non sono venuto a Roma per vedere, disse ad alta voce Danglars; indi aggiunse sommessamente con un rapido sorriso: sono venuto per toccare. Ed in fatto tocc il portafoglio, nel quale aveva chiusa una lettera.
Allora Sua Eccellenza va...? All'Albergo.
Casa Pastrini! disse il cicerone al cocchiere. E la carrozza part rapida come una carrozza padronale. Dieci minuti dopo, il barone era rientrato nel suo appartamento, e Peppino si era istallato sur un banco posto contro un muro vicino alla porta, dopo aver detto alcune parole all'orecchio di uno di quei discendenti di Mario e dei Gracchi che abbiam segnalato al principio di questo capitolo, il quale discendente prese la strada del Campidoglio con tutta la sveltezza delle sue gambe. Danglars era stanco, soddisfatto, e aveva sonno. Egli si mise in letto, pose il suo portafogli sotto il capezzale, e si addorm. Peppino aveva del tempo superfluo; giuoc alla morra con dei facchini, perd due o tre scudi, e, per consolarsi, bev un fiasco di vino d'Orvieto. La dimane, Danglars si svegli tardi, quantunque fosse andato a letto di buon'ora; erano cinque o sei notti che non dormiva, o che dormiva malissimo. Fece una copiosa colazione, e poco curante, come lo aveva detto, di vedere le bellezze della citt eterna, ordin i cavalli da posta per mezzogiorno. Ma Danglars aveva contato senza le formalit della polizia, e senza la lentezza del mastro di posta. I cavalli giunsero soltanto alle due, e il cicerone non port il passaporto coi visti che alle tre. Tutti questi preparativi avevano richiamato davanti alla porta di Mastro Pastrini un buon numero di oziosi. I discendenti dei Gracchi e di Mario, non mancavano. Il barone travers trionfalmente questi gruppi, che lo chiamavano eccellenza per avere un baiocco. Siccome Danglars, uomo popolarissimo, come si sa, si era contentato di farsi chiamare barone fino a quel momento, e non era ancora stato trattato col titolo d'eccellenza, questo titolo lo lusing, e distribu una dozzina di paoli a tutta quella canaglia. Che strada? domand il postiglione in italiano.
Strada d'Ancona, rispose il barone. Mastro Pastrini tradusse la domanda e la risposta, e la carrozza part al galoppo. Danglars voleva effettivamente passare a Venezia, e realizzarvi una parte della sua fortuna, indi da Venezia andare a Vienna e realizzarvi il resto. La sua intenzione era di fissarsi in quest'ultima citt di piaceri. Appena ebbe fatto due leghe nella campagna di Roma, cominci a cader la notte: Danglars non aveva creduto di dover partire cos tardi, altrimenti sarebbe rimasto, egli domand al postiglione quanto v'era per giungere alla prima citt.
Non capisco! rispose in italiano il postiglione.
Danglars fece un movimento colla testa, che voleva dire: Benissimo.
La carrozza continu la sua strada. Mi fermer alla prima posta, diceva fra s Danglars: intanto egli provava ancora un resto di quel benessere che aveva risentito la sera innanzi, e che gli aveva procurato una cos buona notte: era mollemente steso nella sua buona carrozza inglese, a doppie molle; e si sentiva strascinato dal galoppo di due buoni cavalli; la posta era di sette leghe, egli lo sapeva. Che fare quando uno  banchiere, ed ha fatto facilmente banca rotta? Danglars pens dieci minuti a sua moglie rimasta a Parigi; altri dieci minuti a sua figlia che girava il mondo con madamigella d'Armilly; dette dieci minuti ai suoi creditori e al modo in cui impiegherebbe il loro danaro; indi non avendo pi niente da fare, chiuse gli occhi e si addorment. Qualche volta per, scosso da un urto pi forte degli altri, Danglars riapriva gli occhi; allora si sentiva sempre trasportato dalla stessa celerit attraverso quella stessa campagna di Roma tutta seminata di ruderi d'acquedotti, che sembrano giganti di granito, pietrificati a mezzo della loro corsa. Ma la notte era fredda, oscura e piovosa, ed era miglior partito per un uomo mezzo assopito, il rimanere in fondo della carrozza con gli occhi chiusi, di quel che mettere la testa fuori dello sportello per domandare dov'era al postiglione, che non sapeva rispondere nient'altro che, non capisco. Danglars continu dunque a dormire, dicendosi che sarebbe sempre stato in tempo a svegliarsi quando gli cambiavano i cavalli. La carrozza si ferm; Danglars, pens che finalmente giungeva al posto desiderato. Riapr gli occhi, guard a traverso il cristallo, credendo di ritrovarsi in mezzo a qualche citt, o almeno a qualche villaggio; ma non vide che una specie di capanna isolata, e tre o quattro uomini che andavano e venivano come ombre: Danglars aspett un momento che il postiglione che aveva finita la corsa, venisse a reclamare il danaro della posta; contava di approfittare di quest'occasione per chiedere qualche informazione al suo nuovo conduttore; ma i cavalli furono staccati e cambiati senza che nessuno andasse a chiedere del danaro al viaggiatore. Danglars meravigliato, apr lo sportello; ma una mano vigorosa lo chiuse subito, e la carrozza part. Ehi! disse al postiglione, ehi! mio caro!
Questa pure era una parola italiana di una romanza che Danglars aveva ritenuta a memoria quando sua figlia cantava dei duetti col Principe Cavalcanti. Ma il mio caro non gli rispose una parola. Danglars si content allora di calare il cristallo e di dire in francese, mettendo fuori la testa:
Ehi! amico dove andiamo dunque?
Dentro la testa! grid una voce grave ed imperiosa, accompagnata da un gesto minaccioso.
Danglars cap che dentro la testa, voleva dire rentrez la tte. Egli faceva, come ben si vede, rapidi progressi nella lingua italiana; obbed perci non senza inquietudine, e siccome questa inquietudine aumentava di minuto in minuto, in capo ad alcuni momenti, il suo spirito (in vece del vuoto che abbiamo segnalato al momento in cui si metteva in viaggio, e che gli aveva procurato il sonno) si trov riempito di una quantit di pensieri atti gli uni pi degli altri a tenere svegliato l'interesse del viaggiatore, e soprattutto di un viaggiatore che si ritrovava nella situazione di Danglars. I suoi occhi nell'oscurit delle tenebre presero quel grado di acutezza che le forti emozioni comunicano nel primo momento, ma poi cessa pi tardi per essere stato troppo esercitato. Prima di aver paura si vede giustamente; quando si ha paura si vede in confuso. Danglars vide un uomo avvolto in un mantello che galoppava allo sportello della diritta. Un qualche gendarme, diss'egli. Sarei forse stato segnalato dal telegrafo francese alle autorit pontificie?
Egli risolv di uscire da questa ansiet. Dove mi conducete voi? domand sempre in francese.
Dentro la testa! ripet la stessa voce col medesimo accento di minaccia. Danglars si volt verso lo sportello della sinistra. Un altro uomo a cavallo galoppava allo sportello della sinistra. Davvero, diceva tra s Danglars col sudore sulla fronte, io sono stato preso. E si gett nel fondo della carrozza, non per dormire questa volta, ma per pensare. Un momento dopo si alz la luna. Dal fondo della carrozza fiss il suo sguardo nella campagna. Egli rivide allora questi grandi acquedotti, fantasmi di pietra, che aveva notato passando; se non che, invece di averli a diritta, egli li aveva a sinistra. Cap allora che avevano fatto fare un mezzo giro alla carrozza e che lo riconducevano a Roma.
Oh! me disgraziato! mormor egli, avranno ottenuta la mia estradizione. La carrozza continu a correre con una spaventosa velocit. Un'ora pass terribile, poich ad ogni nuovo indizio gettato sul suo passaggio, il fuggitivo riconosceva in modo da non poterne dubitare, che lo si riconduceva indietro. Finalmente rivide una massa oscura contro la quale sembrava che la carrozza andasse ad urtare. Ma la carrozza gir, e corse lungo questa massa oscura, che altro non era che il cinto di muro che circonda Roma.
Oh! oh! mormor Danglars, noi non rientriamo in citt? dunque non  la giustizia che mi arresta. Buon Dio! un'altra idea, sarebbe forse... I capelli gli si drizzarono.
Egli si ricord le interessanti istorie dei banditi della campagna di Roma, tanto poco credute a Parigi, che Alberto de Morcerf aveva raccontato alla signora Danglars e ad Eugenia, quando vi erano le trattative pel giovine visconte, di diventare il figlio dell'una, ed il marito dell'altra.
Forse ladri! mormor egli. Di repente la carrozza ruot sur un terreno pi duro del suolo di una strada sabbiosa: Danglars arrischi uno sguardo alle due parti della strada; vide dei monumenti di forme strane, e il suo pensiero preoccupato dal racconto di Morcerf, che ora si presentava a lui con tutti i suoi particolari, il suo pensiero gli disse che doveva essere sulla via Appia. A sinistra della carrozza in una specie di vallata si vedeva uno scavo circolare. Era il circo di Caracalla. Dietro una parola dell'uomo che galoppava a diritta della carrozza, questa si ferm.
Nello stesso tempo lo sportello della sinistra si apr.
Scendi! comand una voce. Danglars discese nello stesso punto; egli non parlava ancora l'italiano, ma cominciava gi a capirlo. Pi morto che vivo, il barone guard intorno a s. Quattro uomini lo circondavano, senza contare il postiglione. Di qua, disse uno dei quattro uomini discendendo per un piccolo sentiero che conduceva dalla via Appia in mezzo alle ineguaglianze del terreno della campagna romana. Danglars segu la sua guida senza discussione, e non ebbe bisogno di voltarsi per sapere che egli era seguito da altri tre uomini. Per gli sembr che questi uomini si fermassero come in sentinella a distanze quasi uguali.
Dopo circa dieci minuti di cammino, durante i quali Danglars non cambi neppure una parola colla sua guida, egli si ritrov fra un poggio ed un cespuglio formato da alta erba; tre uomini in piedi e muti formavano un triangolo di cui egli si ritrovava nel centro. Egli volle parlare; la sua lingua s'impacci. Avanti, disse la medesima voce coll'accento breve ed imperioso. Questa volta Danglars cap doppiamente: cap dalla parola e dal gesto, poich l'uomo che camminava dietro a lui lo spinse cos rozzamente in avanti che and ad urtare contro la sua guida. Ma era il nostro amico Peppino che si inoltr fra le alte erbe per una sinuosit che le faine e le volpi potevano soltanto riconoscere per un cammino praticabile. Peppino si ferm davanti ad una roccia sormontata da un fitto cespuglio; questa roccia, spaccata come una palpebra, concesse il passaggio al giovine che vi spar, come spariscono dalle loro botole i diavoli delle nostre streghe. La voce ed il gesto di quello che seguiva Danglars impegnarono il banchiere a fare altrettanto. Non vi era pi da dubitare, il fallito francese aveva a che fare coi briganti. Danglars esegu come un uomo posto fra due terribili pericoli e che la paura rende coraggioso. Ad onta del suo ventre, abbastanza mal disposto per penetrare nelle crepacce della campagna romana, s'infiltr dietro a Peppino, e lasciandosi strisciare, chiudendo gli occhi, cadde in piedi. Toccando la terra egli riapr gli occhi. Il cammino era largo ma nero. Peppino poco curandosi di essere riconosciuto ora che si trovava in casa sua, batt l'acciarino ed accese una torcia. Altri due uomini discesero appresso a Danglars, formando la retroguardia; e spingendo Danglars quando per caso si fermava, lo fecero giungere per un dolce declive al centro di un croce-via di sinistra apparenza. Infatto le pareti dei muri scavate a sepolture soprapposte le une alle altre, sembravano, in mezzo alle pietre bianche, aprire quegli occhi neri e profondi che si vedono nei cranii dei morti. La sentinella fece battere contro la sua mano sinistra il calcio della carabina e domand:
Chi vive?
Amici! Amici! disse Peppino. Dov' il capitano?
L, disse la sentinella, mostrando per di sopra alla sua spalla una specie di gran sala scavata nella roccia, e la cui luce si rifletteva nei corridori per mezzo di grandi aperture concentriche. Buona preda, capitano, buona preda, disse Peppino in italiano. E prendendo Danglars pel colletto del soprabito, lo condusse verso un'apertura che rassomigliava ad una porta, e per la quale si penetrava nella sala in cui sembrava che il capitano avesse formato il suo alloggio.  questo quell'uomo? domand colui che leggeva con molta attenzione la vita di Alessandro in Plutarco. Lui stesso, capitano, lui stesso.
Benissimo; mostratemelo. Dietro quest'ordine abbastanza impertinente, Peppino avvicin cos bruscamente la sua torcia al viso di Danglars, che questi indietr vivamente per non avere le sopracciglia bruciate. Questo viso sconvolto offriva tutti i sintomi di un pallido e vergognoso terrore. Quest'uomo  stanco, disse il capitano, che si conduca tosto al suo letto.
Oh! mormor Danglars, questo letto sar probabilmente uno dei sepolcri che sono scavati nel muro, questo sonno sar la morte che un pugnale, che gi veggo sfavillare nell'ombre, sar per procurarmi. Infatto nella profonda oscurit dell'immensa sala si vedevano sollevarsi, sulle loro cuccette d'erbe secche o di pelli di lupi, i compagni di quest'uomo, che Alberto de Morcerf aveva trovato leggendo i Commentarii di Giulio Cesare, e che Danglars trovava leggendo le Vite di Plutarco. Il banchiere mand un sordo gemito e segu la sua guida; egli non ebbe coraggio n di pregare n di gridare: non aveva pi n forza n volont, n potenza n sentimento; egli andava perch lo trascinavano. Urt in una scalinata, e comprese che aveva una scala davanti a s; egli alz macchinalmente i piedi quattro o cinque volte. Allora si apr davanti a lui una porta bassa; egli si abbass macchinalmente per non urtare con la fronte, e si ritrov in una cella tagliata nella roccia. Questa cella era conveniente, sebbene nuda; asciutta quantunque situata sotto terra ad una profondit incommensurabile. Un letto fatto di erbe secche, e ricoperto di pelli di capre, era non gi eretto, ma steso in un angolo della cella. Danglars, nello scoprirlo, cred vedervi il simbolo radiante della sua salute. Oh! sia lodato Iddio! mormor egli;  un vero letto. Era la seconda volta, in un'ora, ch'egli invocava il nome di Dio; e ci non gli era accaduto da pi di dieci anni. Ecco, disse la guida.
E, spingendo Danglars nella cella, chiuse la porta dietro a lui. Il catenaccio cigol; Danglars era prigioniero.
D'altra parte, se non vi fosse stato il catenaccio, avrebbe abbisognato un miracolo per passare in mezzo alla guarnigione che in quel punto custodiva le catacombe di San Sebastiano, e che era accampata intorno al suo capo, nel quale i nostri lettori avranno certamente riconosciuto il famoso Luigi Vampa. Danglars pure aveva riconosciuto questo bandito, all'esistenza del quale non aveva voluto credere, quando Morcerf cercava di naturalizzarlo in Francia.
Non solo egli lo aveva riconosciuto, ma aveva egualmente riconosciuta la cella nella quale Alberto era stato rinchiuso, e che, secondo tutte le probabilit, era l'alloggio dei forestieri. Queste rimembranze, sulle quali del resto Danglars si estendeva con una certa gioia, gli rendevano la tranquillit. Dal momento in cui non lo avevano ucciso subito, i banditi non avevano pi volont di ucciderlo. Era stato arrestato per essere derubato, e siccome non aveva seco che pochi luigi, gli avrebbero posto un riscatto. Si ricord che Morcerf era stato tassato di una certa somma, di circa quattromila scudi; e siccome egli si attribuiva un'apparenza molto pi importante di Alberto, fiss da s stesso nel suo spirito il proprio riscatto ad ottomila scudi; 48 mila lire. Gli restava ancora una somma di circa cinque milioni e 50 mila franchi Con questa somma ognuno pu cavarsi d'impaccio in ogni luogo. Dunque, quasi certo di togliersi d'impaccio, attesoch non vi  esempio che si sia tassato un uomo per pi di cinque milioni e 50 mila lire, Danglars si stese sul suo letto, ove, dopo essersi girato e rigirato due o tre volte, si addorment colla tranquillit dell'eroe di cui Luigi Vampa leggeva la storia.
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Capitolo 115. LA CARTA DI LUIGI VAMPA.
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Ad ogni sonno, che non sia quello temuto da Danglars, vi  il suo svegliarsi. Danglars si svegli. Per un parigino abituato al cortinaggio di seta, alle pareti vellutate dei muri, al profumo che manda il legno imbianchito nel caminetto, e che discende dalle volte di seta, lo svegliarsi in una grotta di pietra scabrosa deve essere come un sogno di cattiva qualit. Tastando i suoi lenzuoli di pelle di capra, Danglars doveva credere di sognare i Lapponi. Ma in simile congiuntura bast un secondo per cambiare il dubbio nella pi robusta certezza. S, s, mormor egli, io sono nelle mani dei banditi di cui ci parl Alberto de Morcerf. Il suo primo movimento fu di respirare, per assicurarsi che non era stato ferito: era un mezzo che aveva ritrovato in Don Chisciotte, il solo libro, non che avesse letto, ma di cui si ricordasse qualche cosa. No, diss'egli, essi non mi hanno n ucciso n ferito, ma essi forse mi avranno derubato. E port prestamente le mani alle sue saccocce. Esse erano intatte: i cento luigi, che si era riserbati in contanti per fare il suo viaggio da Roma a Venezia, erano realmente nella saccoccia del pantalone, ed il portafogli nel quale si ritrovava la lettera di credito per cinque milioni e 50 mila franchi era nella saccoccia da petto del suo abito. Che singolari banditi! disse da s stesso; mi hanno lasciato la borsa ed il portafogli! come lo diceva ieri quando mi misi in letto, essi m'imporranno un riscatto. Guarda! ho ancora il mio orologio! sentiamo un poco che ora . L'orologio di Danglars, capo d'opera di Breguet, che aveva caricato con cura il giorno avanti, prima di mettersi in viaggio, suon le cinque e mezzo della mattina. Senza esso, Danglars sarebbe rimasto incerto sull'ora, la luce del giorno non penetrava nella cella. Era egli necessario eccitare una spiegazione dei banditi? aspettar pazientemente ch'essi la domandassero? l'ultima alternativa era la pi prudente: Danglars aspett. Egli aspett fino a mezzogiorno. In tutto questo tempo una sentinella aveva vegliato alla sua porta.
Alle otto del mattino, la sentinella era stata cambiata.
Allora era venuto voglia a Danglars di vedere da chi fosse guardato. Aveva notato che alcuni raggi di luce, non gi del giorno, ma della lampada, filtravano traverso le fessure della porta mal congiunta; egli si accost ad una di queste fessure al momento in cui il bandito beveva alcune sorsate d'acquavite, le quali, merc l'otre di pelle che le conteneva, spandevano un odore che molto ripugnava a Danglars.
Pouah! fece egli rinculando fino al fondo della sua cella. A mezzo giorno l'uomo dell'acquavite fu sostituito da un'altra fazione. Danglars ebbe la curiosit di guardare il suo nuovo guardiano: egli si accost di nuovo alla fessura. Questi era un bandito atletico, un Golia dagli occhi grossi, dalle labbra rivoltate, e dal naso schiacciato; i capelli rossigni cadevano sulle spalle a bande contorte a guisa di serpenti. Oh! oh! questi rassomiglia pi ad una belva che ad una creatura umana; in ogni caso, son vecchio ed abbastanza coriaceo, grosso e bianco non son buono a mangiare. Come si vede, Danglars aveva ancora abbastanza presenza di spirito per scherzare. Nello stesso punto come per provargli che non era una belva, il guardiano si assise in faccia alla porta della sua cella, cav dalla sua bisaccia del pane nero, della cipolla e del formaggio, ch'egli si mise subito a divorare.
Che il diavolo mi porti! disse Danglars gettando a traverso della fessura della porta un colpo d'occhio sul pranzo del bandito: se capisco come si possa fare a mangiare simili porcherie. And a sedersi sopra le sue pelli, che gli ricordarono l'odore d'acquavite della prima sentinella.
Ma Danglars aveva un bel fare, ed i segreti della natura sono incomprensibili, vi  un'eloquenza in certi inviti materiali che indirizzano le pi grossolane sostanze agli stomachi digiuni. Danglars sent d'improvviso che il suo non aveva fondi in quel momento, e allora vide l'uomo men brutto, il pane meno nero, il formaggio pi fresco. Infatto quelle cipolle crude, orribile alimento del selvaggio, gli ricordarono certi sughi di Robert e certi intingoli che il suo cuciniere eseguiva in un modo sorprendente, quando Danglars gli diceva: signor Deniseau, fatemi per oggi un buon piattino. Si alz e and a bussare alla porta. Il bandito alz la testa. Danglars vide ch'era stato inteso, e raddoppi.
Che c'? domand il bandito.
Dite dunque! amico, fece Danglars suonando il tamburo con le dita contro la porta, mi sembra che sarebbe ora che si pensasse a nutrire me pure! Ma sia che egli non capisse il francese, sia che non avesse ricevuto ordini sul conto del nutrimento di Danglars, il gigante si rimise a mangiare. Danglars sent umiliato il suo orgoglio, e, non volendo maggiormente mettersi a cimento con quella belva, and a raggrupparsi sulle pelli, e non disse pi una parola. Passarono quattr'ore; il gigante fu sostituito da un altro bandito; Danglars, che soffriva orribili stiragliamenti di stomaco, si alz dolcemente, applic l'occhio alle fenditure della porta, e riconobbe la figura intelligente della sua guida. Infatto era Peppino che si preparava a montar la guardia la pi dolce possibile, sedendosi in faccia alla porta e ponendosi fra le gambe una teglia di terra che conteneva caldi e profumanti piselli, cotti in fricassea sul lardo.
Vicino a questi piselli Peppino depose ancora un bel paniere di uva fresca di Velletri, ed un fiasco di vino d'Orvieto, Peppino era un goloso. Vedendo questi preparativi gastronomici venne l'acquolina in bocca a Danglars.
Ah! ah! disse il prigioniero, vediamo un poco se questi  pi trattabile degli altri. E buss gentilmente alla sua porta. Eccomi, disse il bandito, che, frequentando la casa di mastro Pastrini, aveva finito per imparare il francese perfino nei suoi dialetti. Infatto venne ad aprire.
Danglars lo riconobbe per quello che gli aveva gridato in un modo cos furioso: dentro la testa. Ma non era pi l'ora delle recriminazioni; assunse l'aspetto il pi aggradevole, e con un grazioso sorriso: Perdono, signore, diss'egli, non si dar da pranzo a me pure?
Come mai! grid Peppino, Vostra Eccellenza avrebbe fame, per caso?
Per caso  una parola graziosa, mormor Danglars, sono precisamente ventiquattr'ore che non ho mangiato. Ma s, signore, aggiunse egli alzando la voce, io ho fame, ed anche molta fame.
E Vostra Eccellenza vuol mangiare?
Sul momento, se  possibile.
Niente di pi facile, disse Peppino; qui si pu procurare tutto ci che desidera, pagando, beninteso, come si usa presso tutti gli onesti cristiani.
Ci s'intende! grid Danglars, quantunque in verit le persone che arrestano, e che imprigionano, dovrebbero almeno nutrire i loro prigionieri.
Ah! eccellenza, ripet Peppino, qui non c' questo uso.
Questa  una cattiva ragione, riprese Danglars, che contava di addolcire il suo guardiano colla sua amabilit, eppure io mi contento. Vediamo, che mi si serva da mangiare
Sul momento, eccellenza, che cosa desiderate?
E Peppino depose la sua teglia per terra in modo tale che il fumo salisse direttamente alle narici di Danglars.
Comandate, continu egli.
Avete delle cucine? domand il banchiere.
Come! se abbiamo delle cucine? cucine perfette!
E dei cuochi? Eccellenti!
Ebbene! un pollo, un pesce, del selvaggiume, non importa quello che , purch si mangi.
Come piacer a Vostra Eccellenza; dicevamo dunque un pollo,  vero?
S, un pollo. Peppino si volt, e grid con tutta la forza dei suoi polmoni: Un pollo per Sua Eccellenza. La voce di Peppino vibrava ancora sotto le volte, che gi compariva un giovinotto, bello, svelto, e mezzo nudo come gli antichi portatori di pesce; egli port il pollo sopra un piatto d'argento, e il pollo si reggeva solo sulla testa. Uno si crederebbe al Caff di Parigi, mormor Danglars.
Eccolo! eccellenza, disse Peppino prendendo il pollo dalle mani del giovine bandito, e deponendolo sopra una tavola tarlata, che con uno sgabello e il letto di pelli, formava il complesso della mobilia della cella. Danglars domand un coltello ed una forchetta. Eccoli! eccellenza, disse Peppino offrendo un coltello colla punta smussa e una forchetta di legno. Danglars prese il coltello con una mano e la forchetta con l'altra, e si mise in atto di tagliare il volatile.
Perdono, eccellenza, disse Peppino, ponendo una mano sulla spalla del banchiere; qui si paga prima di mangiare; si potrebbe non essere contenti uscendo...
Ah! ah! fece Danglars, non  pi come a Parigi, senza contare che probabilmente essi mi scorticheranno; ma facciamo le cose da grandi. Vediamo, ho sempre inteso parlare del buon mercato della vita in Italia; un pollo non deve valere pi di dodici soldi a Roma. Eccoti, diss'egli, un luigi, e lo gett a Peppino. Peppino raccolse il luigi, Danglars accost il coltello al pollo. Un momento, eccellenza, disse Peppino rialzandosi; un momento. Vostra Eccellenza mi deve ancora qualche cosa.
Quando diceva che mi avrebbero scorticato! mormor Danglars, indi, risoluto di prendere il suo partito da questa estorsione: Vediamo, quando vi devo ancora per questo etico volatile? domand egli.
Vostra Eccellenza mi ha dato un luigi a conto. Un luigi a conto! Un luigi a conto sopra un pollo? Senza dubbio, a conto. Bene... avanti! avanti! Non son pi che 4999 luigi che Vostra Eccellenza mi deve. Danglars apr due occhi enormi all'annunzio di questa burla gigantesca. Ah! furbissimo, mormor egli, in verit furbissimo! E volle rimettersi a tagliare il pollo; ma Peppino gli ferm la mano destra con la mano sinistra, e stese l'altra sua mano.
Andiamo, diss'egli.
Che! voi non scherzate? disse Danglars.
Noi non scherziamo mai, riprese Peppino con seriet.
Come! cento mila franchi per un pollo!
Eccellenza,  impossibile il poter credere quanta pena ci costi l'allevare un pollo in queste maledette grotte.
Andiamo! andiamo! disse Danglars, io ritrovo ci molto buffo, molto divertente, in verit; ma siccome ho fame, cos lasciatemi mangiare. Prendete, ecco qua un altro luigi per voi, amico mio.
Con ci il vostro debito non sar pi che di 4998 luigi, disse Peppino conservando la medesima prontezza d'animo; colla pazienza vi si giunger.
Oh! in quanto a questo, disse Danglars stomacato dalla perseveranza di questo scherzo, in quanto a questo giammai. Andate al diavolo, non sapete con chi avete da fare.
Peppino fece un segno al giovine bandito, e questi allung tosto le due mani, e port via prestamente il pollo. Danglars si gett sul suo letto di pelli. Peppino chiuse la porta e si rimise a mangiare i suoi piselli sul lardo. Danglars non poteva vedere ci che faceva Peppino, ma dallo sbattersi dei denti del bandito, non lasciava alcun dubbio al prigioniere sull'esercizio che lo teneva occupato. Era chiaro ch'egli mangiava, e che mangiava rumorosamente, come fanno le persone mal educate. Ingordo! disse Danglars.
Peppino fece sembiante di non capire, e senza neppure voltare la testa, continu a mangiare con una saggia lentezza. Lo stomaco di Danglars gli sembrava perforato come la tinozza delle Danaidi, e non poteva credere ch'egli non giungerebbe mai a riempirlo. Per prese pazienza anche una mezz'ora; questa mezz'ora gli parve un secolo. Egli si alz e and di nuovo davanti alla porta. Vediamo, signore, diss'egli, non mi fate languire lungamente, e ditemi d'un sol colpo ci che si vuole da me?
Ma, eccellenza, dite piuttosto ci che volete da noi... Dateci i vostri ordini e li eseguiremo.
Allora per prima cosa aprite. Peppino apr.
Io voglio, disse Danglars, perdinci! voglio mangiare!
Avete fame? E del resto lo sapete.
Che cosa desidera di mangiare Vostra Eccellenza?
Un tozzo di pane secco, poich i polli sono di un prezzo esorbitante in questi maledetti scavi.
Del pane! sia, disse Peppino. Ol! del pane!
Il giovine servente port un piccolo pane.
Eccolo, disse Peppino.
Quanto costa? domand Danglars.
4998 luigi. Vi sono gi due luigi pagati.
Come, un pane cento mila franchi?
Cento mila franchi, disse Peppino.
Ma voi domandavate cento mila franchi per un pollo!
Noi non serviamo alla carta, ma al prezzo fisso. Che si mangi poco, che si mangi molto, che si chiedano dieci piatti o un solo  sempre la stessa cifra.
Ecco un altro scherzo! amico caro, vi dichiaro che questa  un'assurdit, una stupidit! ditemi piuttosto che volete che io muoia di fame, e tutto sar finito.
Ma no, eccellenza, siete voi che volete commettere un suicidio. Pagate e mangiate.
E con che debbo pagare, triplo animale? disse Danglars esasperato. Credi forse che si portino cento mila franchi in saccoccia?
Voi avete cinque milioni e 50 mila franchi nella vostra, eccellenza, disse Peppino; ci  buono per cinquanta polli a centomila franchi e un mezzo pollo a 50 mila. Danglars fremette, la benda gli cadde dagli occhi; era bens uno scherzo, ma alfine lo capiva. Bisogna pure rendergli giustizia, perch da quel momento non vedeva pi questo scherzo essere cos stupido come prima. Vediamo, diss'egli, vediamo; pagando questi cento mila franchi mi riterrete voi assoluto, e potr mangiare con tutto il mio comodo?
Senza dubbio, disse Peppino. Ma in che modo dovr io pagarli? fece Danglars respirando pi liberamente.
Non vi  niente di pi facile; voi avete un credito aperto presso i signor Thomson e French, via dei Banchi a Roma; datemi un buono di 4998 luigi su questi signori, ed il nostro banchiere lo sconter. Danglars volle almeno darsi il merito della buona volont, prese la penna e la carta che gli present Peppino: scrisse la cedola e firm: Prendete, diss'egli, ecco il vostro buono al latore.
E voi, ecco il vostro pollo. Danglars squart il pollo sospirando: poich gli sembrava molto magro per una somma cos grossa. In quanto a Peppino lesse attentamente il foglio, se lo mise in saccoccia, e continu a mangiare i suoi piselli.
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Capitolo 116. IL PERDONO.
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Il giorno dopo Danglars ebbe nuovamente fame; l'aria in quella caverna era oltre ogni credere appetitosa; il prigioniere cred che, per quel giorno, non avrebbe avuto alcuna spesa da fare; da uomo economico aveva nascosto una met del pollo ed un poco di pane in un angolo della sua cella. Ma non ebbe tosto mangiato, che gli venne sete: egli non aveva calcolato su questo. Lott contro la sete fino al momento in cui si sent la lingua disseccata attaccarsi al palato. Allora, non potendo pi resistere al fuoco che lo divorava, egli chiam. La sentinella apr la porta, era un viso nuovo. Pens che era meglio per lui aver che fare con una vecchia conoscenza. E chiam Peppino. Eccomi, eccellenza, disse il bandito presentandosi con una premura che parve di buon augurio a Danglars, che desiderate?
Da bere, disse il prigioniero.
Eccellenza, disse Peppino, sapete che il vino  di un prezzo esorbitante nelle vicinanze di Roma.
Allora datemi dell'acqua, disse Danglars.
Oh! l'acqua  pi rara del vino, ora vi  siccit!
Andiamo, disse Danglars, noi ricominciamo la storia di ieri. E, mentre sorrideva per avere l'aria di scherzare, il disgraziato sentiva il sudore bagnargli le tempia.
Io vi ho gi detto, eccellenza, rispose con gravit Peppino, che noi non vendiamo alla minuta.
Ebbene! vediamo allora, datemene una bottiglia.
Di quale? Di quel che costa meno.
Costan tutti lo stesso prezzo.
E qual n' il prezzo? 25 mila franchi la bottiglia.
Dite, grid Danglars con un'amarezza che il solo Arpagone avrebbe potuto notare sul diapason della voce umana, dite che volete spogliarmi, e ci sar pi presto fatto di quel che divorarmi in tal modo a brani a brani.
 possibile, disse Peppino, che questa sia l'idea del padrone.
Il padrone, chi  dunque? Quello al quale vi condussi innanzi ieri. E dov'? Qui. Fate che io lo veda.  facile. Un minuto dopo Luigi Vampa era davanti a lui: Voi mi chiamate? domand egli al prigioniere. Siete voi, signore, il capo di queste genti che mi hanno qui condotto?
S, eccellenza; perch?
Che desiderate per il mio riscatto? parlate.
Semplicemente i cinque milioni che portate indosso.
Danglars sent un orribile spasimo lacerargli il cuore.
Io non ho che questi al mondo, signore, questo  il residuo di una immensa ricchezza; se me li togliete val meglio che mi togliate la vita.
A noi  proibito di versare il sangue di Vostra Eccellenza
E da chi vi  stato proibito? Da quello al quale obbediamo. Voi dunque obbedite a qualcuno? S, ad un capo. Io credeva che voi stesso foste il capo. Io sono il capo di questi uomini ma un altro uomo  il capo mio.
E questo capo obbedisce egli a qualcuno? S.
A chi? A Dio. Danglars rimase un momento pensieroso: Io non vi capisco, diss'egli.  probabile.
Questo capo che vi ha ordinato di trattarmi in tal modo? S. Con quale scopo? Io non lo so.
Ma la mia borsa si vuoter.  probabile.
Sentiamo, disse Danglars, volete un milione?
No. Due milioni? No. Tre milioni?... quattro... Vediamo, quattro? ve li do alla condizione che voi mi lasciate andare.
Perch mi offrite voi i milioni di ci che ne vale 5? disse Vampa; questa  un'usura, signor banchiere.
Prendete tutto! vi dico, grid Danglars, e uccidetemi.
Andiamo, andiamo, calmatevi, eccellenza, vi farete rimescolare il sangue, cosa che vi apporter un appetito da mangiare un milione al giorno; siate dunque pi economico; per bacco!
Ma quando non avr pi danaro per pagarvi?
Allora avrete fame.
Avr fame? disse Danglars tremante.
 probabile, rispose flemmaticamente Vampa.
Ma voi dite che non volete uccidermi? No.
E volete lasciarmi morir di fame?
Questa  una cosa diversa.
Ebbene! miserabili, grid Danglars, io scomporr i vostri infami calcoli; morire per morire, tanto fa finirla subito; fatemi soffrire, torturatemi, uccidetemi, ma non avrete pi la mia firma.
Come piacer a Vostra Eccellenza, disse Vampa; ed usc dalla cellula. Danglars si gett ruggendo sul suo letto di pelli.
Chi erano questi uomini? chi era questo capo visibile? chi era l'altro capo invisibile? quale idea avevan su di lui? quando tutti potevano riscattarsi, perch egli solo non lo poteva? Oh! certamente la morte, una morte pronta e violenta era un buon mezzo di deludere questi nemici accaniti, che sembravano continuare su di lui una incomprensibile vendetta. S, ma morire! Forse per la prima volta nella sua lunga carriera, Danglars pensava alla morte col desiderio ed il timore di morire; ma era giunto il momento per lui di fissare la sua vista sullo spettro implacabile che si erge davanti ad ogni creatura, e che, ad ogni pulsazione del cuore, dice a lui stesso: tu morrai! Danglars rassomigliava a quelle bestie feroci che la caccia anima, poich le dispera, e che a forza di disperazione riescono qualche volta a salvarsi. Ei pens ad una evasione. Ma le mura erano la roccia stessa, ed alla sola uscita che conduceva fuor della cella vi era un uomo che leggeva; dietro a questo uomo si vedevano passare e ripassare delle ombre armate di fucili. La sua risoluzione di non firmare dur due giorni, dopo di che domand gli alimenti ed offr un milione.
Gli fu servita una magnifica colazione, e fu preso il milione. Da quel momento la vita del disgraziato prigioniere fu una distrazione continua. Egli aveva tanto sofferto che non voleva pi esporsi a soffrire, e soffriva tutte le esigenze; in capo a dodici giorni, il dopo pranzo in cui aveva desinato come nei suoi pi bei giorni della sua fortuna, fece i suoi conti e si accorse che aveva dato tante tratte pagabili al latore che non gli rimanevano pi che cinquantamila franchi. Allora nacque in lui una strana reazione; egli che aveva abbandonati cinque milioni, tent di salvare i 50 mila franchi che gli restavano; piuttosto che cederli risolv di riprendere una vita di privazioni, ebbe dei lampi di speranza che si accostavano alla follia; egli che da s gran tempo aveva dimenticato Dio, vi pens per dire a s stesso, che Dio qualche volta fa dei miracoli; che la caverna poteva inabissarsi; che i carabinieri pontificii potevano scoprire questo maledetto ritiro, e venire in suo soccorso; che allora gli resterebbero questi 50 mila franchi; che quest'era una somma sufficiente per impedire ad un uomo di morire di fame; egli preg Dio di conservargli questi cinquantamila franchi e pregando pianse. Tre giorni passarono cos durante i quali il nome di Dio fu costantemente, se non nel suo cuore almeno sulle sue labbra; ad intervalli aveva dei momenti di delirio, durante i quali credeva di vedere, a traverso una finestra, una povera camera ed un vecchio agonizzante sopra un lettuccio. Questo vecchio, pure, moriva di fame.
Il quarto giorno, non era pi un uomo, era un cadavere vivente, egli aveva raccolto per terra perfino le ultime molliche dei suoi antichi pasti, e cominci a divorare la stuoia di cui era coperto il suolo. Allora supplic Peppino, come si supplica l'Angelo custode, a dargli qualche nutrimento; e gli offr mille franchi per una boccata di pane. Peppino non rispose. Nel quinto giorno si strascin all'entrata della cella. Ma voi dunque non siete un cristiano, diss'egli ergendosi sui ginocchi; voi volete assassinare un uomo che  vostro fratello in Dio? Amici miei di altri tempi, amici miei di altri tempi! mormor egli: e cadde colla faccia contro terra. Indi alzandosi con una specie di disperazione: Il capo! grid egli, il capo! Eccomi! disse Vampa comparendo subito; che desiderate ancora?
Prendete il mio ultimo oro, balbett Danglars stendendo il portafogli, e lasciatemi vivere qui, in questa caverna; non domando pi la libert, non domando che di vivere.
Voi dunque soffrite molto? domand Vampa.
Oh! s, io soffro, e crudelmente!
Eppure vi sono stati degli uomini che hanno sofferto anche pi di voi. Io non lo credo.
 un fatto! quelli che sono morti di fame.
Danglars pens a quel vecchio che durante le sue allucinazioni, egli vedeva a traverso la finestra della sua povera camera, gemere sul suo letto. Batt la fronte per terra mandando un forte gemito: S, diss'egli,  vero; ve ne sono che hanno sofferto anche pi di me, ma almeno quelli erano martiri.
Vi pentite voi alfine? disse una voce cupa e solenne, che fece drizzare i capelli sulla testa di Danglars.
Il suo sguardo indebolito cerc di distinguere gli oggetti, e vide dietro al bandito un uomo avvolto nel suo mantello, e perduto nell'ombra di un pilastro di pietra.
E di che debbo pentirmi? balbett Danglars.
Di tutto il male che avete fatto, disse la stessa voce.
Oh! s, io mi pento! grid Danglars, percuotendosi il petto col suo scarno pugno.
Allora io vi perdono, disse l'uomo gettando il mantello, e facendo un passo avanti per esporsi meglio alla luce.
Il conte di Monte-Cristo! disse Danglars pi pallido pel terrore, che non lo era un momento prima per la fame e la miseria.
Voi vi sbagliate; non sono il conte di Monte-Cristo.
E chi siete voi dunque?
Io sono colui che voi avete venduto, denunziato, disonorato; son colui di cui avete prostituita la fidanzata; son colui sul quale avete camminato per innalzare le vostre ricchezze; son colui al quale avete fatto morire il padre di fame; son colui che vi aveva condannato a morire di fame, e che ci non ostante vi perdona, perch egli pure ha bisogno di perdono; io sono Edmondo Dants! Danglars non mand che un grido, e cadde prosternato. Rialzatevi, disse il conte, voi avete salva la vita. Un'egual fortuna non  avvenuta ai vostri due altri complici: l'uno  pazzo, l'altro  morto! conservate i 50 mila franchi che vi restano, ve ne faccio un regalo; in quanto ai vostri cinque milioni rubati agli ospizii, essi sono di gi stati restituiti loro da una mano sconosciuta. Ora mangiate e bevete; questa sera io vi faccio mio ospite. Vampa, quando quest'uomo si sar rimesso, sia posto in libert. Danglars rimase ancora prosternato, mentre che il conte si allontanava; quando egli rialz la testa, non vide pi che una specie di ombra che spariva nel corridore, e davanti alla quale s'inchinavano i banditi.
Come il conte aveva ordinato, Danglars fu servito da Vampa, che gli fece portare il miglior vino e i pi bei frutti d'Italia, e che, avendolo indi fatto montare nella sua carrozza da posta, lo lasci sulla strada appoggiato ad un albero. Egli vi rest fino a giorno, ignorando ove era.
A giorno s'accorse che era vicino ad un ruscello! egli aveva sete, e si trascin fino ad esso. Nell'abbassarsi per bevervi, s'accorse che i suoi capelli erano divenuti bianchi.
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Capitolo 117. IL CINQUE OTTOBRE.
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Erano circa le sei di sera; un giorno di color opale, nel quale un bel sole di autunno infiltrava i suoi raggi d'oro, cadendo dal cielo sul mare azzurrognolo. Il calore del giorno si era estinto gradatamente, e cominciava a farsi sentire quella brezza leggiera, che sembra la respirazione della natura, nel risvegliarsi dopo l'ardente sesta del mezzogiorno, e che porta di riva in riva il profumo degli alberi misto all'acre sentore del mare. Sovra questo immenso lago che si estende da Gibilterra ai Dardanelli, e da Venezia a Tunisi, un leggiero yacht, di forma pura ed elegante strisciava nei primi vapori della sera. Il suo movimento era quello di un cigno che apre le sue ali al vento e che sembra lambire l'acqua. Esso si avanzava, rapido ad un tempo e grazioso, e lasciando dietro a s un solco fosforescente. Poco a poco il sole, di cui abbiam salutato gli ultimi raggi, era scomparso dall'orizzonte occidentale, ma, come per dar ragione ai brillanti sogni della mitologia, i suoi fuochi indiscreti, ricomparendo alla sommit di ciascun flutto, sembravano rivelare che il Dio della fiamma era andato a nascondersi nel seno di Anfitrite, la quale tentava invano di celare il suo amante fra le pieghe del suo manto azzurro. Il yacht avanzava rapidamente quantunque in apparenza vi fosse solo abbastanza vento per agitare la capigliatura a boccoli di una giovanetta. In piedi sulla prua, un uomo d'alta persona, di carnagione bronzina, coll'occhio dilatato vedeva venire innanzi a s la terra sotto la forma di una tetra massa disposta a cono, e che usciva dal mezzo dei flutti come un immenso cappello alla catalana.  quella l'isola di Monte-Cristo? domand con voce grave e marcata da profonda tristezza il viaggiatore, agli ordini del quale sembrava che momentaneamente fosse sottoposto il piccolo yacht.
S, eccellenza, rispose il padrone, noi arriviamo.
Noi arriviamo! mormor il viaggiatore con un indefinibile accento di melanconia: indi soggiunse a bassa voce:
S, quello sar il porto. E ritorn ad immergersi nel suo pensiero che traspirava da un sorriso pi tristo che non sarebbero state le lagrime. Alcuni minuti dopo si scoperse a terra una fiamma che tosto si spense, e il rumore di un arme da fuoco giunse fino al yacht. Eccellenza, disse il padrone, ecco il segnale di terra, volete rispondervi voi stesso? Che segnale? domand quegli. Il padrone stese la mano verso l'isola ai fianchi della quale s'avvicinavano, isolata e biancastra, additando un largo pennacchio di fumo che si squarciava allargandosi. Ah! s, diss'egli come se uscisse da un sogno; date. Il padrone gli stese una carabina gi carica; il viaggiatore la prese, l'alz lentamente e fece fuoco in aria. Dieci minuti dopo si ammainavano le vele, e si gettava l'ancora a 500 passi dal porto. La lancia era gi in mare con quattro rematori e il pilota; il viaggiatore discese, e invece di sedere a poppa, per lui coperta da un tappeto, rimase in piedi a prua colle braccia incrociate. I rematori aspettavano coi remi alzati, come gli uccelli che si asciugano le ali. Andate! disse il viaggiatore. Gli otto remi caddero in mare di un sol colpo senza far spruzzare una sola goccia di acqua; indi la barca, cedendo all'impulsione, strisci rapidamente. In quel punto giunsero ad un piccolo seno formato da scavi naturali; la barca tocc fondo sulla fina sabbia. Eccellenza, disse il pilota, montate sulle spalle di due dei nostri uomini, essi vi porteranno a terra.
Il giovine rispose a questo invito con un gesto di completa indifferenza, si liber le gambe dalla barca, e si lasci calare nell'acqua che gli giunse fino alla cintola. Ah! eccellenza, mormor il pilota, avete fatto male a far cos, ci farete sgridare dal nostro padrone.
Il giovine continu ad avanzarsi verso la riva seguendo i due marinari che sceglievano il miglior fondo.
Dopo una trentina di passi erano a terra, il giovine scuoteva i piedi sopra un terreno secco, e cercava con gli occhi intorno a s il cammino probabile che gli verrebbe indicato, poich faceva assolutamente notte; al momento in cui voltava la testa una mano si pos sulla sua spalla, ed una voce lo fece rabbrividire.
Buon giorno Massimiliano, diceva questa voce, voi siete esatto, io ve ne ringrazio.
Siete voi, conte, grid il giovine, con un movimento che rassomigliava alla gioia, e stringendo con ambe le mani la mano di Monte-Cristo.
S, voi lo vedete, cos esatto quanto voi stesso; ma voi siete grondante, caro amico, bisogna cambiarvi di vestito, come diceva Calipso a Telemaco. Venite adunque, vi  per di qua un alloggio preparato per voi e nel quale dimenticherete la stanchezza ed il freddo. Monte-Cristo s'accorse che Morrel si voltava, egli aspett. Il giovine infatto, vedendo con sorpresa che non era stata detta una parola da quelli che lo avevano l portato, ch'egli non li aveva pagati e che ci non ostante erano partiti. Si sentiva anzi di gi il battere dei remi della barca che ritornava al piccolo yacht.
Ah! s, disse il conte, voi cercate i vostri marinari?
Senza dubbio; io non ho loro dato niente; e ci non ostante sono partiti.
Non vi occupate di questo, Massimiliano, disse ridendo Monte-Cristo, ho un contratto colla marina, perch gli accessi alla mia isola siano franchi da qualunque spesa: sono abbonato come si direbbe nei paesi inciviliti. Morrel guard il conte con meraviglia. Conte, diss'egli, voi non siete pi lo stesso qui che a Parigi.
In che modo? S, voi ridete. La fronte di Monte-Cristo si corrug d'un subito: Avete ragione di richiamare me a me stesso, Massimiliano, diss'egli: il rivedervi era per me una felicit ma passeggiera.
Oh! no, no, conte, grid Morrel stringendogli di nuovo le mani, ridete, al contrario, siate felice, e provatemi colla vostra indifferenza che la vita non  cattiva che per coloro che soffrono. Oh! voi siete caritatevole, siete buono, siete grande, ed  solo per darmi coraggio che affettate questa ilarit.
Vi sbagliate, gli  perch sono effettivamente contento.
Allora mi dimenticate, tanto meglio! In che modo?
S, poich lo sapete, amico, come diceva il gladiatore entrando nel circo al sublime imperatore, io dico a voi: quello che va a morte, vi saluta.
Non siete consolato? domand Monte-Cristo con uno strano sguardo.
Oh! fece Morrel con uno sguardo pieno d'amarezza, avete creduto realmente che io potessi esserlo?
Ascoltate, disse il conte, voi intendete bene il senso delle mie parole, non  vero, Massimiliano? non mi prendete per un uomo volgare, per un istrumento che emette dei suoni vaghi e privi di senso? Quando io vi domando se siete consolato, vi parlo da uomo pel quale il cuore umano non ha pi segreti. Ebbene! Morrel, discendiamo insieme nel fondo del vostro cuore, ed esploriamolo. Evvi ancora quella impaziente foga di dolore che fa balzare il corpo come balza il leone ferito da un colpo di moschetto? vi  sempre quella sete divorante che non si estingue che nella tomba? vi  ancora quella idealit di dispiacere che lancia il vivo fuori della vita, in traccia della morte? ovvero vi  soltanto la prostrazione del coraggio spossato, la noia che soffoca i raggi di speranza che vorrebbero rilucere? vi  la perdita della memoria che produce l'impotenza delle lagrime? Oh! mio caro amico, se la cosa  cos, se non avete pi altre forze che in Dio, altri sguardi che nel cielo, Massimiliano, voi siete consolato, non vi lamentate pi.
Conte, disse Morrel con tuono di voce dolce e fermo; ascoltatemi, come si ascolta un uomo che parla col dito steso verso la terra, gli occhi verso il cielo; io sono venuto vicino a voi per morire fra le braccia di un amico. Certamente amo ancora qualcuno: amo mia sorella Giulia, amo suo marito Emmanuele; ma ho bisogno che mi si aprano delle braccia forti, e che mi si sorrida nell'ultimo mio momento; mia sorella si struggerebbe in lagrime e svenirebbe; io vedrei soffrire, ed ho sofferto abbastanza: Emmanuele mi strapperebbe l'arme dalle mani e riempirebbe la casa delle sue grida; voi, conte, voi di cui io ho la parola, mi condurrete dolcemente e con tenerezza, n' vero, fino alle porte della morte?
Amico, disse il conte, non mi resta ancora che un dubbio; avreste voi cos poca forza da mettere dell'orgoglio nell'esagerare il vostro dolore?
No, osservate; io sono tranquillo, disse Morrel stendendo la mano al conte, e il mio polso non batte n pi forte n pi lentamente dell'ordinario: mi ritrovo al termine della mia strada e non andr di pi avanti. Voi mi avete parlato di aspettare e di sperare; sapete ci che avete fatto al disgraziato, saggio che siete? io ho aspettato un mese, vale a dire ho sofferto un mese di pi. Io ho sperato; (l'uomo  una povera e miserabile creatura!) che cosa ho sperato? non lo so, qualche cosa di sconosciuto, d'assurdo, d'insensato; un prodigio!... E quale? Dio solo pu dirlo che ha mischiato alla nostra ragione il sentimento della speranza. S, ho aspettato; ho sperato, e da un quarto d'ora che parliamo mi avete cento volte, senza saperlo, torturato e lacerato il cuore, poich ciascuna delle vostre parole mi ha provato che non vi era pi speranza per me. Oh! conte, quanto riposer dolcemente e voluttuosamente nella morte!
Morrel pronunzi quest'ultime parole con un'esplosione di energia che fece fremere il conte.
Amico mio, continu Morrel, vedendo che il conte taceva, voi mi avete designato il 5 ottobre come termine della dilazione che mi avete domandata... amico, oggi  il 5 ottobre... Morrel cav l'orologio: Sono nove ore, ho ancora tre ore da vivere.
Sia, rispose Monte-Cristo, venite. Morrel segu macchinalmente il conte, ed essi erano gi nella grotta che Massimiliano non se ne era ancora accorto. Egli trov i tappeti sotto i suoi piedi, si apr una porta, dolci profumi lo avvilupparono, una viva luce colp i suoi occhi. Morrel si ferm esitando ad inoltrarsi; egli non si fidava delle snervate delizie che lo circondavano. Monte-Cristo lo attir dolcemente: Non fa mestieri, disse il conte, che noi impieghiamo le tre ore che ci rimangono come quegli antichi Romani che, condannati da Nerone loro imperatore e loro erede, si mettevano a tavola coronati di fiori, ed aspiravano la morte tra i profumi delle vainiglie e delle rose?
Morrel sorrise: Come vorrete, disse egli; la morte  sempre morte, vale a dire l'oblio, vale a dire il riposo, vale a dire l'assenza della vita, e per conseguenza dei dolori della terra. Egli si assise, Monte-Cristo si pose in faccia a lui; erano in quella maravigliosa sala da pranzo che abbiam gi descritta, e dove statue di marmo portavano sulle loro teste cestellini sempre pieni di fiori e di frutti. Morrel aveva guardato tutto vagamente, ed era possibile che non avesse veduto niente. Parliamo da uomini, diss'egli guardando fissamente il conte.
Parlate! rispose questi.
Conte, riprese Morrel, avete in voi raccolto tutte le conoscenze umane, e mi fate l'effetto di essere disceso da un mondo pi inoltrato e pi erudito del nostro.
Nelle vostre parole vi  qualche cosa di vero, Morrel, disse il conte con quel sorriso melanconico che lo faceva cos bello: sono disceso da un pianeta che si chiama il dolore.
Io credo tutto ci che mi dite, senza cercare di approfondirne il senso, conte! e la prova si  che voi mi avete detto di sperare, ed ho quasi sperato: avr dunque il coraggio di dirvi come se foste gi morto una volta: come  doloroso il morire? Monte-Cristo guardava Morrel con una indefinibile espressione di tenerezza. S, disse egli! s, senza dubbio  molto doloroso, se voi troncate brutalmente questo mortale inviluppo che domanda ostinatamente di vivere. Se voi fate stridere la vostra carne sotto i denti impercettibili di un pugnale! se vi trapassate con una palla intelligente, e sempre pronta a scartarsi dalla strada del vostro cervello, che il minimo urto addolora, certamente voi soffrirete, e lascerete odiosamente la vita, trovandola nel mezzo della vostra disperata agonia, migliore che un riposo comprato ad un cos caro prezzo.
S, lo capisco, disse Morrel, la morte, come la vita, ha i suoi segreti di dolore e di volutt: il tutto dipende dal saperli conoscere.
Precisamente, Massimiliano, e voi avete detta una gran parola. La morte , a seconda delle cure che noi poniamo nel metterci in bene o in male con lei, o una amica che ci culla dolcemente quanto una nutrice, o una nemica che strappa violentemente l'anima dal corpo. Un giorno, quando il nostro mondo avr vissuto ancora un migliaio d'anni, quando si sar reso padrone di tutte le forze distruggitrici della natura per farle servire al ben essere generale dell'umanit, quando l'uomo sapr, come voi desideravate or ora, i segreti della morte, la morte diverr cos dolce e cos voluttuosa quanto il sonno gustato fra le braccia di una diletta consorte.
E se voi voleste morire, sapreste morire in tal modo? S.
Morrel gli stese la mano. Capisco ora, diss'egli, perch mi avete dato convegno qui in quest'isola disabitata, nel mezzo dell'Oceano, in questo palazzo sotterraneo, sepolcro da destare invidia ad un Faraone: gli  perch voi mi amate, non  vero conte?  perch mi amate abbastanza per darmi una di queste morti di cui parlavate or ora, una morte senza agonia, una morte che mi permetta di estinguermi pronunziando il nome di Valentina e stringendovi la mano?
S, avete colto al segno Morrel, disse il conte con semplicit, ed  cos che io la intendo.
Grazie; l'idea che domani non soffrir pi  soave al mio povero cuore.
Non vi dispiace di niente? domand Monte-Cristo.
No! rispose Morrel.
Neppur di me? domand il conte con profonda emozione. Morrel si ferm; il suo occhio cos puro di repente si oscur, indi brill di straordinaria luce! una grossa lagrima gli scatur e scorse scavando un solco d'argento sulla sua guancia. Che! disse il conte, lasciate ancora qualche cosa con dispiacere sulla terra, e voi morite!
Oh! ve ne supplico, grid Morrel con voce indebolita, non mi dite una parola di pi conte, non prolungate il mio supplizio. Il conte cred che Morrel si fosse indebolito.
Questa credenza di un momento risuscit in lui l'orribile dubbio gi atterrato una volta al castello d'If.
Io mi occupo, pens egli, di restituire quest'uomo alla felicit, guardo questa restituzione come un peso gettato nella bilancia sul piatto opposto a quello in cui ho gettato tanto male. Ora, se io mi sbagliassi, se quest'uomo non fosse abbastanza infelice per meritare la felicit che gli destino? ahim che addiverrebbe di me che non posso dimenticare il male se non facendo il bene! indi rivolgendosi a Morrel:
Ascoltate, Morrel, disse Monte-Cristo, io non ho alcun parente al mondo, voi lo sapete: mi sono abituato a considerarvi come un mio figlio. Ebbene! per salvare questo mio figlio, io sacrificherei la mia vita, a pi forte ragione, le mie ricchezze.
Che intendete dire?
Intendo dire, Morrel, che voi volete lasciare la vita, perch non conoscete tutti i piaceri che la vita concede ai possessori di grandi ricchezze. Massimiliano, io posseggo quasi cento milioni, io ve li dono; con una simile fortuna voi potrete ottenere qualunque risultato vi proporrete. Siete ambizioso? tutte le carriere vi saranno aperte. Mettete sotto sopra il mondo, cambiatene la faccia, abbandonatevi ad opere insensate, ma vivete.
Conte, io ho la vostra parola, rispose freddamente Morrel; e, aggiunse egli cavando l'orologio, sono le undici e tre quarti. Morrel! ci pensate voi, sotto i miei occhi, nella mia casa?...
Allora, lasciatemi partire, disse Massimiliano divenuto tetro, oppure io creder che voi non mi amate per me, ma per voi! E si alz.
Sta bene, disse Monte-Cristo, il cui viso si rischiar a queste parole; voi lo volete, Morrel, voi siete inflessibile; s, siete profondamente infelice, e lo avete detto, un miracolo soltanto potrebbe guarirvi; sedete adunque, Morrel, e aspettate. Morrel obbed; Monte-Cristo si alz a sua volta ed and a frugare in un armadio chiuso diligentemente, di cui portava la chiave sospesa ad una catenella d'oro; prese un piccolo bauletto d'argento, maravigliosamente scolpito e cesellato. Pos il bauletto sulla tavola: indi aprendolo ne cav una scatola d'oro il cui coperchio si alzava premendo una molla. Questa scatola conteneva una sostanza untuosa, quasi solida, di cui il colore era indefinibile, merc il riflesso dell'oro forbito, dei zaffiri, dei rubini, e degli smeraldi che contornavano la scatola. Era un miscuglio di azzurro, di porpora e d'oro. Il conte prese una piccola quantit di questa sostanza con un cucchiaio d'argento dorato, e l'offr a Morrel, fissando su lui un lungo sguardo. Allora si pot vedere che questa sostanza era verdastra. Ecco ci che voi mi avete domandato, diss'egli. Ecco ci che io vi ho promesso.
Vivo ancora, disse il giovine, prendendo il cucchiaio dalle mani di Monte-Cristo, vi ringrazio dal fondo del mio cuore. Il conte prese un altro cucchiaio, e lo immerse una seconda volta nella scatola d'oro: Che fate voi, amico? domand Morrel, fermandogli la mano.
In fede mia, Morrel, credo di esser stanco quanto voi della vita, e poich si presenta l'occasione....
Fermate! grid il giovine, voi che amate, voi che siete amato, oh! non fate ci che faccio io; per parte vostra sarebbe un delitto. Addio, mio nobile e generoso amico, addio, io vado a dire a Valentina tutto ci che voi avete fatto per me. E lentamente, senz'altra esitazione che una lunga stretta colla mano sinistra, che stendeva al conte, Morrel inghiott, o piuttosto assapor la misteriosa sostanza offerta da Monte-Cristo. Allora entrambi si tacquero. Al, silenzioso ed attento port il tabacco e le pipe, serv il caff e disparve. Poco a poco le lampade impallidirono nelle mani delle statue di marmo che le sostenevano, e i profumi dei vasi sembrarono meno penetranti a Morrel. Assiso a lui di faccia, Monte-Cristo lo guardava dal fondo dell'ombra, e Morrel non vedeva brillare che gli occhi del conte. Un immenso dolore s'impadron del giovine: sent la pipa sfuggirgli di mano; gli oggetti perdevano la loro forma e il loro colore; i suoi occhi turbati vedevano aprirsi come porte e tende nei muri: Amico, diss'egli, io sento che muoio; grazie! Fece uno sforzo per stendergli un'ultima volta la mano, ma la mano ricadde senza forze vicino a lui. Allora gli sembr che Monte-Cristo sorridesse, non pi del suo strano e spaventoso sorriso che molte volte gli aveva fatto intravvedere i misteri di quest'anima profonda, ma colla benevolenza compassionevole che i padri hanno pei loro figli irragionevoli. Nello stesso tempo il conte ingrandiva ai suoi occhi; la sua persona, quasi raddoppiata si disegnava sulle tendine rosse, egli aveva i capelli neri gettati in addietro, e compariva in piedi e fiero. Morrel abbattuto e vinto, si rovesci sul divano; un torpore voluttuoso s'insinu nelle sue vene. Un cambiamento d'idee mobilizz la sua fronte, come una nuova disposizione di disegni muove il caleidoscopio. Steso, snervato, anelante, Morrel non sent pi niente della vita in lui, se non questo sogno: gli sembrava di entrare a gonfie vele in quel vago delirio che precede quell'antro sconosciuto, che si chiama morte. Tent anche una volta di stendere la mano al conte, ma questa volta la sua mano non si mosse nemmeno; volle articolare un ultimo addio, la sua lingua gli cadde pesantemente in gola, come una pietra che chiudesse un sepolcro. I suoi occhi carichi di languore si chiusero suo malgrado; per dietro alle sue palpebre si agitava un'immagine ch'egli riconobbe ad onta della oscurit da cui si credeva avviluppato.
Era il conte che aveva aperta una porta. Tosto un'immensa chiarezza irradi dalla camera vicina, o piuttosto da un palazzo meraviglioso, venne inondata di luce la sala ove Morrel si lasciava in braccio alla sua dolce agonia. Allora egli vide venire sulla soglia di questa sala e sul limitare di queste due camere una donna di meravigliosa bellezza. Pallida, e dolcemente sorridente, ella sembrava l'angiolo della misericordia.  forse il cielo che gi si apre per me? pens il moribondo; quest'angiolo rassomiglia a quello che ho perduto. Monte-Cristo mostr col dito alla giovanetta il sof su cui riposava Morrel. Ella si avanz verso di lui con le mani giunte e il sorriso sulle labbra. Valentina! Valentina! grid Morrel nel fondo dell'anima sua. Ma la bocca non profer alcun suono; e, come se tutte le sue forze fossero unite in questa emozione interna, mand un sospiro, e chiuse gli occhi. Valentina si precipit verso di lui. Le labbra di Morrel fecero ancor un movimento.
Egli vi chiama, disse il conte, egli vi chiama dal fondo del suo sonno; colui al quale voi avete confidato il vostro destino, dal quale la morte ha voluto separarvi! ma io era l per fortuna, ed ho vinta la morte! Valentina, d'ora in avanti non dovete separarvi pi sulla terra! poich per ritrovarvi, egli si precipitava nella tomba. Senza di me, sareste morti entrambi! possa Iddio tenermi a calcolo queste due esistenze che ho salvate! Valentina afferr la mano di Monte-Cristo, ed in uno slancio di gioia irresistibile, la port alle sue labbra. Oh! ringraziatemi bene, disse il conte, oh! riditemi, senza stancarvi di ridirlo, riditemi che io vi ho resa felice! non sapete quanto io abbia bisogno di questa certezza.
Oh! s, s, io vi ringrazio con tutta l'anima mia, disse Valentina, e se dubitate che i miei ringraziamenti non siano sinceri, ebbene! domandate ad Hayde, interrogate la mia sorella prediletta Hayde, che dal momento della nostra partenza dalla Francia mi ha fatto aspettare pazientemente, parlandomi di voi, e del felice giorno che oggi risplende per me.
Voi dunque amate Hayde? domand Monte-Cristo con una emozione che si sforzava invano di dissimulare.
Oh! con tutta l'anima mia!
Ebbene! ascoltate, ho una grazia da chiedervi.
A me, gran Dio! sarei abbastanza felice per...?
S; voi avete chiamata Hayde vostra sorella, ch'ella lo sia in fatto, Valentina; rendete a lei tutto ci che voi credete di dovere a me! proteggetela voi e Morrel, poich (la voce del conte era vicina ad estinguersi nella sua gola), poich d'ora innanzi ella sar sola al mondo...
Sola al mondo! ripet una voce dietro il conte, e perch? Monte-Cristo si volt. Hayde era l, ritta, pallida ed agghiacciata, guardando il conte con un gesto d'immortale stupore: Perch domani, figlia mia, tu sarai libera, rispose il conte; perch tu riprenderai nel mondo il posto che ti  dovuto, perch non voglio che il mio destino oscuri il tuo. Figlia di principe! ti restituisco le ricchezze ed il nome di tuo padre. Hayde impallid, apr i suoi occhi diafani come la vergine che si raccomanda a Dio, e con voce resa rauca per le lagrime:
Dunque, mio signore, tu mi lasci? disse ella.
Hayde! Hayde! tu sei giovane, tu sei bella; dimentica perfino il mio nome, e sii felice!
Sta bene, disse Hayde, i tuoi ordini saranno eseguiti, mio signore; dimenticher perfino il tuo nome, e sar felice.
Ella fece un passo in addietro per ritirarsi.
Oh! mio Dio, grid Valentina, mentre sosteneva la testa appesantita di Morrel sopra la sua spalla, non vedete dunque quant'ella soffre?
Hayde le disse con una espressione dilaniante: Perch vuoi dunque, sorella mia, che egli mi comprenda? egli  mio padrone, io sono la sua schiava; egli ha il diritto di non veder niente. Il conte fremette agli accenti di questa voce che and a risvegliare per fino le fibre pi secrete del suo cuore; i suoi occhi s'incontrarono in quelli della giovanetta, e non ne poterono sostenere la forza.
Mio Dio! mio Dio! disse Monte-Cristo, sarebbe dunque vero quanto mi lasciate supporre, Hayde? voi dunque sareste felice se non mi lasciaste?
Io sono giovane, amo la vita che tu mi hai resa sempre cos dolce, e mi dispiacerebbe di morire.
Ci dunque vuol dire che se io ti lasciassi, Hayde?...
Io morirei, mio signore, s! Tu dunque mi ami?
Oh! Valentina, egli chiede se io l'amo! Valentina, digli dunque se tu ami Massimiliano!
Il conte sent il suo petto allargarsi ed il suo cuore dilatarsi, apr le braccia, Hayde vi si slanci, gettando un grido.
Oh! s, io t'amo, diss'ella, t'amo come si ama il padre, il fratello, il marito! io t'amo come si ama la vita, perch tu sei per me il pi bello, il migliore, il pi grande degli esseri creati!
Ebbene! sia dunque fatto come tu vuoi, angelo mio diletto! disse il conte; Dio mi ha suscitato contro i miei nemici, e chi mi ha fatto vincitore? Dio! io lo vedo bene. Egli non vuol mettere il pentimento in mezzo alla mia vittoria! io voleva punirmi, Dio vuol perdonarmi. Amami dunque, Hayde! chi sa? il tuo amore forse mi far obbliare ci che  necessario che io obblii.
Ma che dici dunque mio signore? domand la giovanetta.
Io dico, che una tua parola, Hayde, mi ha illuminato di pi che i venti anni della mia saggezza: non ho pi che te al mondo, Hayde! per te mi riattacco alla vita, per te posso ancora essere felice od infelice!
Lo ascolti tu, Valentina! grid Hayde, egli dice, che per me pu soffrire, per me che darei la mia vita per lui!
Il conte si raccolse un minuto: Ah! io intravedo la verit! diss'egli. Oh! Vieni, Hayde, vieni...
E stretta la mano di Valentina disparve con Hayde.
Circa un'ora pass durante la quale anelante, senza voce, cogli occhi fissi, Valentina rest vicino a Morrel. Finalmente ella sent battere il cuore di lui, un soffio impercettibile apr le labbra di lui e quel leggero fremito che annunzia il ritorno della vita, percosse tutto il corpo del giovine.
Finalmente gli occhi si riaprirono, ma sulle prime fissi e come insensati; indi gli ritorn la vista, precisa, reale; colla vista il sentimento, e col sentimento il dolore: Oh! grid egli coll'accento della disperazione, io vivo ancora, il conte mi ha ingannato! e stese la mano sulla tavola, ed afferr un coltello.
Amico, disse Valentina col suo adorabile sorriso, svegliati adunque, e guarda dalla mia parte.
Morrel mand un gran grido, e, delirante, pieno di dubbio, come abbagliato da una visione celeste, cadde alle ginocchia di lei.
La dimane ai primi raggi del giorno, Morrel e Valentina passeggiavano sotto il braccio l'uno dell'altro, sulla spiaggia. Valentina raccontava a Morrel in che modo Monte-Cristo era apparso nella sua camera, come le aveva tutto svelato, come le aveva fatto toccar col dito il delitto, e come finalmente l'avea miracolosamente salvata dalla morte, lasciando credere a tutti ch'ella era morta realmente.
Essi avevano ritrovata aperta la porta della grotta, ed erano usciti; il cielo lasciava ancora risplendere sul suo azzurro mattutino le ultime stelle della notte. Allora Morrel scopr, nella penombra di un gruppo di rocce, un uomo che aspettava un segnale per inoltrarsi; egli lo mostr a Valentina: Ah!  Jacopo! diss'ella, il capitano del yacht.
E con un gesto ella lo chiam.
Avete qualche cosa a dirci? domand Morrel.
Ho da rimettervi questa lettera per parte del conte.
Del conte! esclamarono entrambi i giovani.
S, leggete. Morrel apr la lettera e lesse:
Mio caro Massimiliano,
Ritroverete per voi una feluca all'ancora, Jacopo vi condurr a Livorno, ove il signor Noirtier aspetta sua nipote, che egli vuol benedire prima che vi segua all'altare. Tutto ci che  in questa grotta, amico mio, la mia casa ai Campi-Elisi e il mio piccolo castello di Trport sono i regali di nozze che fa Edmondo Dants al figlio del suo padrone Morrel; Madamigella de Villefort vorr bene prenderne la met, poich la supplico di dare ai poveri di Parigi tutte le ricchezze che le possono venire dal lato di suo padre divenuto demente, e dal lato di suo fratello morto in settembre con sua madre.
Dite all'angiolo che veglier sulla vostra vita, Morrel, di pregare qualche volta per un uomo che, simile a Satana, follemente per un momento si  creduto uguale a Dio, e che ha riconosciuto, con tutta l'umilt di un cristiano, che nelle mani soltanto di Dio sta il supremo potere e la infinita sapienza. Queste preghiere addolciranno forse i rimorsi ch'egli porta seco nel fondo del suo cuore.
In quanto a voi, Morrel, ecco tutto il segreto della condotta che ho tenuto verso voi: non vi  n felicit n infelicit in questo mondo, vi  soltanto il paragone di uno stato ad un altro, ecco tutto. Quello che ha provato l'estremo infortunio  atto a gustare la suprema felicit. Bisogna aver voluto morire, Massimiliano, per sapere qual bene  il vivere.
Vivete dunque e siate felici, figli prediletti del mio cuore, e non dimenticate mai che, fino al giorno in cui Iddio si degner di svelare all'uomo l'avvenire, tutta l'umana saggezza sar riposta in queste due parole: Aspettare e sperare.
Vostro amico Edmondo Dants Conte di Monte-Cristo.
Durante la lettura di questa lettera, che le apprendeva la follia di suo padre e la morte di suo fratello, morte e follia ch'ella ignorava, Valentina impallid, un doloroso sospiro le sfugg dal petto, e lagrime non meno pungenti per essere silenziose scorsero sulle sue guance; la sua felicit le costava ben cara! Morrel guard intorno a s con inquietudine: Ma, diss'egli, in verit il conte esagera la sua generosit; Valentina si contenter della mia modesta fortuna. Dov' il conte, amico mio? conducetemi a lui.
Jacopo stese la mano verso l'orizzonte.
Che! che volete dire? domand Valentina; dov' il conte? dov' Hayde?
Guardate, disse Jacopo. Gli occhi dei due giovani si fissarono sulla linea indicata dal marinaro; e sulla linea di un blu cupo che separava all'orizzonte il cielo dal Mediterraneo, si scoperse una bianca vela, grande come l'ala di un gabbiano.
Partito! grid Morrel; partito! Addio, amico mio, addio padre mio.
Partita! mormor Valentina. Addio, amica mia! addio sorella mia!
Chi sa se li rivedremo mai pi? disse Morrel asciugandosi una lagrima.
Amico mio, disse Valentina, il conte non ci ha egli lasciato scritto che l'umana saggezza tutta intera sta riposta in queste due parole: Aspettare e sperare?
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FINE.